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  1. #21
    nazionalit lunare
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    Citazione Originariamente Scritto da Nicola Parente Visualizza Messaggio
    Sì, comunque è gravemente malato.
    ...... suoi

  2. #22
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    Citazione Originariamente Scritto da Artico Visualizza Messaggio
    Resta il fatto che gli autori di tale strage sono rimasti impuniti.
    Anche grazie alle accuse mosse agli anarchici. Rivelatesi poi infondate.
    Dolosamente o no anche questa è storia.
    Purtroppo è vero, ci fu anche il caso dell'anarchico Valpreda, che poi risultò del tutto innocente.

  3. #23
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    Sofri è vergognoso, ancor più vergognose sono quelle testate e quei settimanali che gli concedono il microfono.
    Si faccia gli anni per cui è stato condannato e non rompa le balle...

  4. #24
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    Citazione Originariamente Scritto da miconsenta Visualizza Messaggio
    PARLA SOFRI TUTTI ZITTI

    La spocchia aggressiva con cui Adriano Sofri ha voluto togliere al commissario Calabresi l’aureola del martire, e ai suoi assassini la qualifica di terroristi, è sconvolgente. Sofri è fatto così, e Michele Brambilla ne ha descritto ieri, con straordinaria penetrazione, i cupi contorsionismi logici. Ma certi silenzi seguiti al proclama con cui l’ex leader di Lotta Continua ha rivendicato, in nome dell’idea, la nobiltà e l’ineluttabilità del sacrificio d’un innocente, sono peggio che sconvolgenti. Sono ripugnanti. Sono silenzi che attestano il doppiopesismo, l’ipocrisia, il conformismo pavido d’un ceto politico capace solo d’indignazioni a comando.
    Non un vero scatto di reazione morale di fronte alla provocazione di Sofri. Nel palazzo si sono sentite alte e forti - ma prevedibili nel tono e nella sostanza - le voci di esponenti del centrodestra, Maurizio Gasparri e Paolo Romani. Gli altri zitti, o capaci soltanto di borbottii vaghi. Zitti gli strenui difensori della magistratura, che danno istericamente addosso al centrodestra se critica un giudice, ma sono di una calma marmorea se viene tacciata d’iniquità una sentenza definitiva. Dov’è finita la sensibilità esasperata di quanti, apostoli della Costituzione, dell’antifascismo e di chissà quant’altro, sono saltati addosso a Gianni Alemanno e a Ignazio La Russa per le loro frasi sul ventennio e su Salò? Fossero o no opportune, esse riguardavano una problematica storica e avvenimenti del passato remoto. Sofri s’è occupato invece di se stesso, dei suoi compagni d’un tempo, e della loro (e sua) vittima: polemizzando oltretutto con il figlio di quella vittima diventato giornalista.
    Ma per Alemanno e La Russa s’è scatenato il finimondo, il Capo dello Stato ha avvertito l’esigenza di un suo intervento. Confesso che avrei gradito una parola dal Quirinale anche per riaffermare che gli uccisori del commissario Calabresi erano terroristi, che il commissario non era un repressore crudele, che non è lecito invocare la tragedia di piazza Fontana e la morte dell’anarchico galantuomo Pinelli per attribuire un alibi etico, se non giudiziario, ai fanatici “rossi”. Osservo per inciso che Sofri, addebitando a Calabresi d’essere stato un attore di primo piano nella “ostinata premeditazione” contro gli anarchici, ripropone una vecchia tesi secondo cui la Questura di Milano, subito dopo la strage di piazza Fontana, volle dolosamente deviare le indagini. Non intendo sollevare dubbi sulle conclusioni raggiunte successivamente. Osservo peraltro - essendo stato anche cronista di quell’evento spaventoso - che Valpreda aveva fondato un circolo il cui motto era “bombe sangue ed anarchia”, e che l’interessarsi a quel circolo e al suo creatore dopo che una bomba era scoppiata non aveva nulla di stravagante.
    Tra i silenzi che mi hanno assordato - secondo un detto ormai in voga - debbo registrare anche quello del quotidiano Repubblica, dove è uscito l’articolo di Mario Calabresi contestato da Sofri, e dove scrive lo stesso Sofri. Non una riga di notizia o di commento. Eppure per Repubblica, il cui fondatore Eugenio Scalfari fu tra i firmatari d’un manifesto che definiva Calabresi “commissario torturatore” questa vicenda dovrebbe essere interessante. Invece niente. Non ha taciuto invece un ex di Lotta Continua, Gad Lerner. Il quale, dopo aver ritualmente espresso profondo rispetto per Mario Calabresi e la sua famiglia, ha aggiunto: «Questo non può togliere ad un uomo già privato della sua libertà (non da un regime poliziesco ma da giudici indipendenti ndr) il diritto alle sue opinioni». Si può anche convenire. Diritto alle opinioni per Sofri come per Alemanno. Ma la differenza sta nelle reazioni. L’assunto è che i ragazzi ventenni arruolati dalla Repubblica di Salò fossero malvagi, e non lo fossero invece i giustizieri della P 38, Sofri dixit. A sinistra espressioni imbarazzate («uscita fuori luogo») o, lo ripeto, un silenzio di tomba. Come quella che ormai da 36 anni custodisce i resti di Luigi Calabresi.
    Mario Cervi

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290050&START=0&2col=
    </B>
    Punto.

  5. #25
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    Citazione Originariamente Scritto da Nicola Parente Visualizza Messaggio
    Sofri, non si può giustificare quel delitto

    ARRIGO LEVI
    Gli ex terroristi, e i loro sostenitori o simpatizzanti degli anni di piombo, non si stancano di rivendicare con misurato orgoglio quello che allora pensavano e facevano. Lo fanno sull’onda di una dilagante moda revisionista, che sembra essersi impadronita di un’Italia malmostosa, insoddisfatta di quello che è.

    Siamo un Paese democratico, creativo come lo è stato in tutta la sua storia, fra i più ricchi al mondo, che è stato e rimane uno dei pilastri di quell’Europa unita che è la più vasta area di pace fra le nazioni che oggi esista. Dovremmo compiacerci di un mezzo secolo di progresso civile e materiale. Invece è di moda rivendicare le presunte ragioni di tutti coloro - a partire dallo squadrismo e dalla dittatura fascista, fino alle Brigate Rosse - che cercarono con la violenza di costruire l’opposto esatto di quello che siamo.

    E’ come se la storia d’Italia e d’Europa fosse una tela bianca, sulla quale ognuno può ridisegnare una sua storia di fantasia, nella quale, ovviamente, il suo personale passato viene adeguatamente elogiato. Si può essere intelligenti e colti, come è un Adriano Sofri. Ma quello che rode dentro non dà pace. Accade così che lo stesso Sofri, articolista stimato di un grande giornale, trovi intollerabile che ci sia stato un incontro, organizzato dall’Onu, per celebrare le vittime del terrorismo, con partecipanti venuti da ogni parte del mondo; e che fra questi ci sia stato anche Mario Calabresi, figlio del Commissario Calabresi, assassinato a Milano da un commando di tre militanti di Lotta Continua. Per questo omicidio Sofri è stato condannato come mandante. Ha sempre negato di esserlo stato. Ma allora, perché rivendicare ancora oggi le ragioni degli assassini?

    Ha spiegato Sofri che, anche se allora «non c’era una guerra, molti di noi erano in guerra con qualcuno». Con chi erano in guerra? E in guerra per costruire che tipo di Paese? Noi non lo abbiamo dimenticato. Erano dichiaratamente in guerra contro lo Stato, contro quello che Carlo Casalegno definiva «il nostro Stato», lo Stato democratico costruito grazie all’antifascismo e alla Resistenza. E che società volevano costruire? Nella loro felice ignoranza della storia europea, giudicando come un tradimento degli ideali rivoluzionari anche il «comunismo diverso» di Togliatti, Longo e Berlinguer, chi altro avevano in mente come modello, se non Lenin, il colpo di Stato dell’Ottobre e il terrore leninista, con tutto quello che seguì?

    Per Sofri, l’assassinio di Calabresi non fu un atto di terrorismo contro chi difendeva, con gli strumenti delle leggi ordinarie, gli ordinamenti della Repubblica, ma «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Intendi, per «violenza torbida e cieca», l’azione doverosa della magistratura e delle forze dell’ordine. E intendi per «sentimento proprio» (che espressione delicata: finalmente sappiamo perché furono ammazzati Casalegno, Calabresi, Moro e tanti altri: per «sentimento»), la convinzione che la violenza terroristica avrebbe scatenato una grande sollevazione popolare che avrebbe abbattuto la Repubblica democratica. Sragionavano. Ma tale fu la giustificazione dell’assassinio del Commissario Calabresi, anche se questi nulla aveva avuto a che fare con la morte dell’anarchico Pinelli, che ancora oggi, secondo Sofri, era ragionevole voler «vendicare» con un omicidio, dal momento che non ci si fidava «della giustizia pubblica». Quando è in giuoco l’immagine che si ha di se stessi, e si vuole giustificare il proprio passato, la ragione davvero vacilla.

    Così, c’è chi, a commento e giustificazione delle opinioni di Sofri, giudica «corretto sotto il profilo storico, politico e morale richiamare il contesto in cui maturò quel delitto». E chi ritiene valido il diritto alle sue opinioni di Sofri, «un uomo già privato delle sue libertà... nel suo bisogno di ricostruire la verità storica». In quanto «la storia di quegli anni non è fatta di bianco o nero, di torti o ragioni scolpite nel marmo». Non fu scolpita nel marmo. Fu intrisa del sangue delle vittime della violenza scatenata contro lo Stato democratico da terroristi stupidi, mossi dai loro «sentimenti» e dai loro sogni, o incubi rivoluzionari. Fu questo «il contesto» in cui «maturò quel delitto». A noi non occorre «richiamarlo». Ce lo ricordiamo bene.

    Non erano mossi da un «sentimento» molto diverso gli squadristi fascisti che, bastonando e massacrando quelli dei nostri padri che a loro si opponevano, aprirono la strada al colpo di Stato e alla dittatura fascista, benedetti da un monarca piccolo e pavido. Chi di quel passato aveva memoria non esitò a definire il movimento terrorista (come fece Berlinguer), «un nuovo fascismo». Chi difende gli assassini di Calabresi sembra avere smarrito il ricordo del linguaggio farneticante dei «comunicati» delle Br. Noi no.

    E chi altro dobbiamo ringraziare dello scampato pericolo, se non le vittime dei terroristi, coloro che, denunciando con i loro articoli di giornale, o perseguendo con le loro inchieste giudiziarie il terrorismo, ben sapendo il rischio mortale che correvano, isolarono e sconfissero le bande terroriste?

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...ione=&sezione=

    Sottoscrivo le parole di Levi, la tesi di Sofri è vergognosa e inaccettabile. Interessante anche Mario Cervi sul Giornale, sullo stesso argomento.
    Ma di cosa parla? Ma poi DOVE E' l'articolo di SOfri? SI discute di un articolo commentando un altro articolo? Va bene essere ridicoli ma qui siamo al parossismo.


    11 settembre 2008

    Mario Calabresi, sulla Repubblica di ieri, rendeva ampio conto di un incontro fra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo a New York per iniziativa del segretario delle Nazioni Unite. Lo stesso Mario Calabresi, in memoria dell’omicidio di suo padre, vi ha portato la voce delle vittime italiane dei cosiddetti anni di piombo, e le proprie riflessioni. Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell’omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt’altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell’omicidio. Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di più, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. Il secondo è il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto, in qualunque angolo di strada ci trovassimo. Io tornerò distesamente, in un libro, se me ne basteranno le forze, sulla vicenda di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, che diventò anche la mia. Ma in questo caso non è della mia persona che si tratta. Il processo – tutte le sue innumerevoli puntate – contro di noi per l’omicidio Calabresi esordì, ormai vent’anni fa, ventilando una responsabilità in solido di Lotta Continua e dei suoi formali (e supposti) organi dirigenti, ma si sbrigò a abbandonare, già in istruttoria, questa strada temeraria, e si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato. Questo è rimasto, nonostanti le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia. Ma, direte, l’espediente giudiziario per circoscrivere l’accusa e ottenere la nostra condanna, non toglie niente alla sostanza civile e morale di quell’evento. Certo: purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo. Mario Calabresi accenna alle difficoltà che le stesse Nazioni Unite incontrano nella definizione di terrorismo – per ragioni faziose, peraltro, assai più che per la complicazione e l’elusività del tema. Considero terrorismo l’impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c’è stato, e ha trovato in Lotta Continua, nella manciata d’anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un’opposizione decisa ed efficace. Parlo dell’avversione ai terroristi, non di quella per gli ex terroristi che anima oggi tanti coraggiosi. Io personalmente ebbi in LC un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale. Ora, se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero. Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici, quegli stessi che erano stati accusati a torto della serie di attentati che da mesi preparavano il 12 dicembre da cui l’Italia uscì stravolta. Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza – io oggi tendo a credere di no, ci tornerò a suo tempo – fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscì e non riesce a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede. Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello. L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Fu un atto terribile: e nato in un contesto di parole e pensieri violenti ereditati, e ravvivati, che ammettevano, per esaltazione o per rassegnazione, l’omicidio politico, come nel giudizio dell’indomani, quello sì scritto da me. Non vorrei mai averlo scritto, soprattutto non vorrei mai che fosse stato fatto. Ma chi potrebbe non provare lo stesso rimpianto e rimorso? Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c’era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori. Io non riesco a condividere la frase che un mio amico e compagno di allora ripete come un esorcismo – “non si può essere ex assassini”. Certo che si può. Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie, e che non se ne prenda, ciascuno per la propria parte, chi ce l’ha, una corresponsabilità. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime. Le vittime, infatti, sono state tante, e di tante diverse e opposte ferocie, e la spirale che le travolse – non certo solo di “neri” e “rossi” – sembra aver depositato, a una così enorme distanza, un’idea e soprattutto un sentimento più unilaterale e rancoroso che mai, ad onta delle buone intenzioni e dei monumenti e dei giorni del ricordo. Io cerco di tenere a bada i cattivi sentimenti, provo pena di fronte alle contrapposizioni rinnovate fra i morti nostri e i loro, e tuttavia non riesco a impedirmi, quando leggo della lettura pubblica della Costituzione svolta dalla signora Gemma Capra al cospetto del Capo dello Stato, di chiedermi se qualcuno, un’autorità qualunque, abbia invitato la signora Licia Pinelli a leggere in pubblico la Costituzione. Forse è avvenuto e io non lo so. So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il libro di Mario Calabresi. Questo volevo dire oggi, per obiettare alla posizione espressa da Mario Calabresi nel prezioso incontro alle Nazioni Unite. Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.

    di Adriano Sofri
    http://www.ilfoglio.it/piccolaposta/82

    Ecco, commentate l'articolo e cercate di spiegarmi DOVE sofri ha inteso dire le cagate che gli sono state attribuite.

    Cristiano

  6. #26
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    Io sono un garantista, ma quello che ha fatto Sofri è difficile da perdonare.
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  7. #27
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    Citazione Originariamente Scritto da atarax Visualizza Messaggio
    Paradossi(?): Il Foglio difende Sofri, Liberazione lo attacca.
    Il Foglio non difende Sofri, Sofri ha sempre scritto sul Foglio, e quello e' l'articolo originale di Sofri di cui qui si parla per sentito dire. Come sempre.

    Cristiano

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da Bigas Visualizza Messaggio
    Ma di cosa parla? Ma poi DOVE E' l'articolo di SOfri? SI discute di un articolo commentando un altro articolo? Va bene essere ridicoli ma qui siamo al parossismo.


    11 settembre 2008

    Mario Calabresi, sulla Repubblica di ieri, rendeva ampio conto di un incontro fra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo a New York per iniziativa del segretario delle Nazioni Unite. Lo stesso Mario Calabresi, in memoria dell’omicidio di suo padre, vi ha portato la voce delle vittime italiane dei cosiddetti anni di piombo, e le proprie riflessioni. Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell’omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt’altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell’omicidio. Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di più, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. Il secondo è il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto, in qualunque angolo di strada ci trovassimo. Io tornerò distesamente, in un libro, se me ne basteranno le forze, sulla vicenda di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, che diventò anche la mia. Ma in questo caso non è della mia persona che si tratta. Il processo – tutte le sue innumerevoli puntate – contro di noi per l’omicidio Calabresi esordì, ormai vent’anni fa, ventilando una responsabilità in solido di Lotta Continua e dei suoi formali (e supposti) organi dirigenti, ma si sbrigò a abbandonare, già in istruttoria, questa strada temeraria, e si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato. Questo è rimasto, nonostanti le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia. Ma, direte, l’espediente giudiziario per circoscrivere l’accusa e ottenere la nostra condanna, non toglie niente alla sostanza civile e morale di quell’evento. Certo: purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo. Mario Calabresi accenna alle difficoltà che le stesse Nazioni Unite incontrano nella definizione di terrorismo – per ragioni faziose, peraltro, assai più che per la complicazione e l’elusività del tema. Considero terrorismo l’impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c’è stato, e ha trovato in Lotta Continua, nella manciata d’anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un’opposizione decisa ed efficace. Parlo dell’avversione ai terroristi, non di quella per gli ex terroristi che anima oggi tanti coraggiosi. Io personalmente ebbi in LC un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale. Ora, se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero. Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici, quegli stessi che erano stati accusati a torto della serie di attentati che da mesi preparavano il 12 dicembre da cui l’Italia uscì stravolta. Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza – io oggi tendo a credere di no, ci tornerò a suo tempo – fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscì e non riesce a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede. Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello. L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Fu un atto terribile: e nato in un contesto di parole e pensieri violenti ereditati, e ravvivati, che ammettevano, per esaltazione o per rassegnazione, l’omicidio politico, come nel giudizio dell’indomani, quello sì scritto da me. Non vorrei mai averlo scritto, soprattutto non vorrei mai che fosse stato fatto. Ma chi potrebbe non provare lo stesso rimpianto e rimorso? Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c’era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori. Io non riesco a condividere la frase che un mio amico e compagno di allora ripete come un esorcismo – “non si può essere ex assassini”. Certo che si può. Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie, e che non se ne prenda, ciascuno per la propria parte, chi ce l’ha, una corresponsabilità. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime. Le vittime, infatti, sono state tante, e di tante diverse e opposte ferocie, e la spirale che le travolse – non certo solo di “neri” e “rossi” – sembra aver depositato, a una così enorme distanza, un’idea e soprattutto un sentimento più unilaterale e rancoroso che mai, ad onta delle buone intenzioni e dei monumenti e dei giorni del ricordo. Io cerco di tenere a bada i cattivi sentimenti, provo pena di fronte alle contrapposizioni rinnovate fra i morti nostri e i loro, e tuttavia non riesco a impedirmi, quando leggo della lettura pubblica della Costituzione svolta dalla signora Gemma Capra al cospetto del Capo dello Stato, di chiedermi se qualcuno, un’autorità qualunque, abbia invitato la signora Licia Pinelli a leggere in pubblico la Costituzione. Forse è avvenuto e io non lo so. So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il libro di Mario Calabresi. Questo volevo dire oggi, per obiettare alla posizione espressa da Mario Calabresi nel prezioso incontro alle Nazioni Unite. Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.

    di Adriano Sofri
    http://www.ilfoglio.it/piccolaposta/82

    Ecco, commentate l'articolo e cercate di spiegarmi DOVE sofri ha inteso dire le cagate che gli sono state attribuite.

    Cristiano
    Nelle frasi che ho sottolineato in grassetto, riportate da Levi.
    Un grazie a Cristiano per avere riportato l'articolo che rende migliore e più documentata la discussione.

  9. #29
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    Citazione Originariamente Scritto da Bigas Visualizza Messaggio
    Il Foglio non difende Sofri, Sofri ha sempre scritto sul Foglio, e quello e' l'articolo originale di Sofri di cui qui si parla per sentito dire. Come sempre.

    Cristiano
    Fra l'altro articoli spesso molto interessanti. Ha scritto a lungo anche su "Panorama".

  10. #30
    nazionalit lunare
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    Citazione Originariamente Scritto da Nicola Parente Visualizza Messaggio
    Fra l'altro articoli spesso molto interessanti. Ha scritto a lungo anche su "Panorama".
    pubblicare gli scritti di un condannato in via definitiva? per quel reato? povera Italia!

 

 
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