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Discussione: Sul carcere

  1. #1
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    Carcere duro ancora più duro




    Il disegno di legge Vizzini riprende parte di un testo preannunciato dall'ex ministro Mastella. Regime speciale a tre anni e onere della prova invertito

    È alle porte un ulteriore irrigidimento del carcere duro, il regime disciplinato dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario. Ci aveva provato il precedente governo Prodi a modificarlo quando il 3 maggio 2007 l'allora ministro della giustizia Clemente Mastella, sentito in audizione formale dalla commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa, preannunciò un disegno di legge governativo diretto a inasprire i contenuti della legge. Il 41-bis, introdotto nel 1991 con il decreto Scotti-Martelli, ha visto la sua definitiva stabilizzazione nel 2002 con la legge n. 279. Nelle scorse settimane vi sono state molte polemiche sulla riduzione del numero dei detenuti soggetti a tale regime. Ciò sarebbe stato determinato dal forte incremento dei ricorsi, e, di conseguenza, dell'aumento degli annullamenti da parte della magistratura di sorveglianza dei provvedimenti applicativi del 41-bis.

    Alcuni dei punti presenti nel testo preannunciato dall'ex ministro Mastella sono oggi ricomparsi nel disegno di legge che ha come primo firmatario il senatore Carlo Vizzini, presidente della commissione affari costituzionali di Palazzo Madama. La proposta di modifica dell'attuale 41-bis si articola in tre punti: 1) l'innalzamento della durata del regime speciale sino a tre anni (e mai inferiore a due), a loro volta prorogabili; attualmente il limite massimo è invece di due anni mentre il limite minimo è di un anno; 2) l'inversione dell'onere della prova riguardante la cessazione del rapporto con l'organizzazione criminale di appartenenza facendola gravare sul detenuto, divenendo così una sorta di probatio diabolica; il detenuto deve specificatamente dimostrare che sia cessata la partecipazione o comunque ogni altra forma di collegamento o di contatto con il sodalizio criminoso di appartenenza ovvero ad altre organizzazioni criminali, terroristiche o eversive; oggi, viceversa, spetta all'amministrazione dimostrare la sussistenza del legame criminale con la cosca mafiosa; 3) la previsione della competenza territoriale sui reclami al solo tribunale di sorveglianza presso la Corte di appello di Roma, in modo, si afferma, da assicurare uniformità nell'applicazione della normativa ed evitare un'eccessiva eterogeneità di orientamenti giurisprudenziali da parte dei diversi tribunali.

    Nei giorni immediatamente successivi all'annuncio del senatore Vizzini, in occasione del sedicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, il ministro della giustizia Angelino Alfano, a sua volta, ha annunciato un inasprimento del 41-bis per via amministrativa con circolare del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Viene disposto lo spostamento dei boss sottoposti al regime del 41-bis in celle lontane tra loro, allo scopo di evitare qualsiasi possibile contatto vocale. Nell'ipotesi di inosservanza della disposizione suddetta i detenuti potranno essere assoggettati a procedimento disciplinare. Inoltre, viene ridotta ancora di più rispetto a oggi la possibilità di fare la socialità in gruppo, ossia di poter incontrare altri detenuti durante le ore di aria. La proposta di riforma troverà prevedibilmente la legittima resistenza dell'avvocatura e della magistratura di sorveglianza, la quale rischia di vedersi esautorate del tutto le proprie funzioni di controllo.

    Su questo tema sia le Camere penali sia l'Associazione nazionale magistrati sono intervenute a difesa delle prerogative di controllo dei giudici di sorveglianza. D'altronde, sia la Corte europea dei diritti umani sia la Corte costituzionale hanno condizionato il loro sì al regime speciale solo in quanto la legge sia capace di garantire un effettivo ed efficace controllo giurisdizionale sui provvedimenti amministrativi di compressione dei diritti dei detenuti che vi sono sottoposti, altrimenti il rischio è la violazione dell'articolo 27 della Costituzione. Il numero totale dei detenuti assoggettati al regime duro oggi sfiora le 600 unità. Erano 678 nel dicembre del 2002, nei giorni in cui veniva modificato l'articolo 41-bis della legge penitenziaria. Patrizio Gonnella

    (Italia Oggi, 24/7/2008)

    http://oltrelesbarre.splinder.com/po...+pi%C3%B9+duro




    Permessi premio e pene alternative: stretta sulla Gozzini




    L'impatto del ddl Berselli, presentato al senato, che rende più difficili i benefici di legge

    Saranno plausibilmente almeno 20 mila in più le presenze in carcere se dovesse essere approvato il disegno di legge n. 623 recante «Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione». (Patrizio Gonnella)

    Il ddl è stato presentato dai senatori Filippo Berselli e Alberto Balboni, entrambi del Popolo della libertà e il primo alla presidenza della commissione giustizia. Il testo, qualora approvato, condurrebbe a un inasprimento del regime penitenziario, escludendo o rendendo estremamente meno accessibili gli attuali benefici di legge in caso di detenuti che mantengono una condotta tesa a cooperare con l'opera di reinserimento sociale. Il primo dei sei articoli in cui si divide il testo raddoppia da dieci a vent'anni il periodo di pena che deve essere espiata da un condannato all'ergastolo che abbia tenuto condotta meritoria prima di poter accedere al permesso premio. Il secondo articolo riguarda invece la misura alternativa al carcere dell'affidamento in prova al servizio sociale. L'affidamento fuori dell'istituto per un periodo uguale a quello della pena, che può oggi essere disposto se la pena detentiva da scontare non supera tre anni, viene limitato ai casi in cui la pena non supera il singolo anno. Diventa inoltre indispensabile il passaggio attraverso il carcere, che era stato reso facoltativo dalla legge cosiddetta Simeone-Saraceni nel 1998 per evitare inutili ingolfamenti penitenziari.

    L'articolo 3 del ddl Berselli si concentra sulla detenzione domiciliare: viene tra l'altro alzata da 70 a 75 anni l'età per accedervi per motivi di anzianità; viene portata da quattro a due anni la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione in specifici casi previsti (tra cui donna incinta, persona gravemente malata, minore di ventuno anni per comprovate esigenze di salute, studio, lavoro, famiglia); viene portata da due a un anno la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione negli altri casi; viene inoltre modificato l'articolo 656 del codice di procedura penale nella parte in cui è prevista la sospensione della pena entro il limite dei tre anni, riducendola a un anno. Si allungano i tempi per accedere alla semilibertà (vanno scontati almeno i due terzi della pena e in alcuni casi i tre quarti), del tutto inibita per gli ergastolani. Viene soppressa la liberazione anticipata, ossia la riduzione di 45 giorni a semestre prevista per chi ha regolare condotta in carcere.

    Oggi i detenuti sono 55 mila. Circa 22 mila sono quelli condannati in via definitiva. L'insieme delle misure previste produrrà di fatto l'accantonamento della legge Gozzini del 1986 nonché il rischio di sovraffollamento. Non è facile ipotizzare quale sia la sua portata effettiva. Ridurre la portata dell'affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà e della detenzione domiciliare significa togliere o ridimensionare la possibilità di accedervi a circa 15 mila persone. Complessivamente si può sostenere che nel solo giro di un anno potrebbero essere 20 mila in più i detenuti raggiungendo la quota record di 75 mila.

    (Italia Oggi, 19/06/08)
    http://oltrelesbarre.splinder.com/post/17548095#more-17548095

  2. #2
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    Corleone, garante dei detenuti:
    "Misura inutile e costosa"


    "I 110 milioni di costi annuali vanno utilizzati
    per creare alternative sociali fuori dal carcere"
    di CLAUDIA FUSANI




    ROMA - Il braccialetto elettronico come soluzione per alleggerire il peso della sovraffollamento carcerario è questione che si affaccia spesso nel dibattito politico sulla sicurezza. Se ne sono occupati governi di destra e di sinistra. E per quanto la tecnologia si perfezioni via via negli anni, il controllo elettronico a distanza del detenuto è soluzione giudicata "inutile", "impraticabile" e "costosa". Lo dice Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia tra il 1996 e il 2001 e ora Garante dei detenuti in Toscana. "Siamo da capo a dodici", celia Corleone riferendosi al fatto che "ogni tanto spunta l'ipotesi del braccialetto, questa volta addirittura nella forma di un piano sembra di capire quasi esecutivo, ma il governo sta ritirando fuori un'ipotesi di cui già quando ero in via Arenula era stata valutata l'inutilità, l'impraticabilità nonché i costi eccessivi".

    Perché la considera una misura inutile?
    "Perché il braccialetto è un alibi per non risolvere il vero problema che è quello di trovare un modo per reinserire i detenuti con meno di tre anni di pena da scontare che possono lasciare il carcere".

    Il piano Alfano-Ionta prevede il braccialetto per 4.100 detenuti, coloro che hanno meno di due anni da scontare e per reati che non creano allarme sociale.
    "Per questi detenuti esistono già le misure alternative, cioè la semilibertà e l'affidamento in prova ai servizi sociali. Solo che i Tribunali di sorveglianza non le applicano perché i detenuti in questione non hanno residenza e non hanno un lavoro, che sono i requisiti base per accedere alle misure alternative".

    Appunto, il braccialetto consente comunque a queste persone di uscire...
    "Ma se non hanno un lavoro e una casa, se non hanno un percorso sociale che li accoglie una volta fuori, cosa crediamo che possano fare queste persone? Avremo evasioni e recidivi. Il braccialetto è una bufala".

    Quale soluzione, allora?
    "Creare percorsi di inserimento sociale, lavori socialmente utili, questa è la vera sfida".

    Lei dice che il piano è inapplicabile anche per i costi.
    "Attualmente sono 400 i braccialetti in sperimentazione dal 2003, per lo Stato equivale a un costo di 11 milioni all'anno. Significa che per quattromila detenuti spenderemo 110 milioni".

    Molto meno della spesa attuale visto che ogni detenuto costa in media 250 euro al giorno.
    "Sì, ma si deve sapere che questa cifra - i 110 milioni - una volta fatto l'appalto devono essere comunque pagati anche se non vengono utilizzati tutti i quattromila bracciali elettronici. Questi soldi potrebbero essere spesi per creare percorsi protetti di reinserimento sociale".

    Un piano tutto da buttare?
    "No. I bracciali potrebbero ad esempio essere usati per le migliaia di detenuti in carcere in attesa di giudizio e di condanna definitiva. Ma su questo punto ricordo che a suo tempo polizia e carabinieri non erano affatto d'accordo".

    E sui 3.300 detenuti stranieri da espellere?
    "E' una norma già prevista sotto i due anni di pena. ma non riesce a decollare. Ci sono problemi giuridici. Il principale è che i paesi di origine non accettano indietro i propri detenuti. Ma se lo dovessero fare, chiederanno a noi i soldi del mantenimento? Piuttosto, perchè non studiare forme di impiego di mano d'opera di questi detenuti stranieri in imprese italiane che lavorano all'estero?".

    (7 settembre 2008)
    http://www.repubblica.it/2008/08/sez...ntervista.html





    L'illusione securitaria di GIUSEPPE D'AVANZO

    IL COMMENTO

    Domanda: il ministro di Giustizia, Angelino Alfano, e il suo scudiero Franco Ionta, direttore dell'amministrazione penitenziaria, sono due ingenui dilettanti allo sbaraglio o due ambiziosi furbacchioni che credono di poter raggirare tutti in tutte le occasioni?
    Se invento nuovi reati e nuove aggravanti; se inasprisco le pene; se faccio di ogni erba un fascio e cancello ogni ragionevole confine tra inciviltà, micro-devianza e criminalità (e anche tra i diversi tipi di criminalità).
    Se non punisco più il fatto, ma castigo l'identità, l'appartenenza ad alcune categorie di "umani" che giudico, di per se stesse, pericolose; se - in soldoni - penso di risolvere ogni problema sociale (dalla tossicodipendenza a quello - epocale - dell'immigrazione) con il diritto penale e la galera, non posso poi stupirmi se le carceri scoppiano. Se Alfano è in questa condizione, dovremmo chiederci se è l'uomo giusto al posto giusto.
    Se invece, come crediamo, Alfano non è Alice nel Paese delle Meraviglie, il "piano svuota-carceri" che oggi propone è la prova concretissima del fallimento del modello securitario scelto dal governo per fronteggiare la "percezione d'insicurezza" che esso stesso alimenta irresponsabilmente da anni. Agitando la bandiera della sicurezza, la destra di Berlusconi ha costruito la sua credibilità e la vittoria elettorale.
    Alla prova dei fatti, alle prese con la dura realtà di fenomeni complessi, getta la spugna escogitando un "piano" che, ancora una volta, mostra quanto sia contraddittoria la sua "visione": Berlusconi ha votato l'indulto; è riuscito, in campagna elettorale, a cacciarlo sulla groppa delle responsabilità di Prodi e, ora che è al governo, se ne cucina un altro. Solo che non lo chiama indulto, ma "piano svuota-carceri".

    Già basterebbe, ma non è il peggio. Il peggio è che Alfano vuole convincerci che il suo "piano" non sia uno slogan di marketing politico-burocratico, ma che serva davvero a qualcosa. In realtà, non serve a niente. È inattuabile e soprattutto inutile. È soltanto il tentativo, rispetto al peggio che incombe, di salvare la faccia, di liberarsi di ogni responsabilità futura. Alfano sa quale inferno sono oggi le carceri e che incontrollabile gehenna diventeranno nei prossimi due anni quando i detenuti in Italia diventeranno più di 70mila (in alcune previsioni, 73 mila) in un sistema predisposto per ospitarne 43 mila. Settantatremila persone ristrette l'uno sull'altro in celle sopraffollate, "chiuse" per venti ore al giorno. Alfano teme che, presto, le rivolte incendieranno i penitenziari.
    Sa come i tumulti, già scoppiati in piccoli penitenziari (Trento), possono allargarsi ai più grandi (a Sulmona lo si è già visto) dove, nell'ora d'aria, due poliziotti penitenziari tengono a bada duecento detenuti alla volta. Alfano sa oggi, a prezzo di quali violenze, sia conservato un ordine che non si disintegra soltanto per la responsabilità dei detenuti e il sacrificio della polizia penitenziaria. Vuole soprattutto dirsi innocente per quel che può accadere o accadrà. La sua ricetta ha due medicine. Il braccialetto per i 4.100 italiani da "liberare" e l'espulsione per i 3.300 stranieri che devono scontare meno di due anni.

    Ora il braccialetto elettronico, in Italia, è una boutade. La sperimentazione è stata catastrofica e dal 2005 l'uso di questi dispositivi è stato interrotto. Costano troppo (15 milioni l'anno per i 400 braccialetti da testare) e l'impresa non vale il prezzo: la centralina che conferma la presenza del detenuto in casa salta anche quando viene spolverata o sfiorata da un bambino; il meccanismo diventa muto se il detenuto si immerge in una vasca da bagno o scende in cantina con un fiorire di falsi allarmi che mobilitano senza costrutto le forze di polizia che non ne vogliono più sapere nulla di quell'aggeggio. Naturalmente la tecnologia potrebbe migliorare e permettere al detenuto, ad esempio, di lavorare o studiare. Ma a quale prezzo? Ai costi attuali dei braccialetti in dotazione, le casse dello Stato dovrebbero sborsare nei prossimi dieci anni, per i 4000 detenuti programmati, un miliardo e 500 milioni di euro. Ci sono questi soldi in cassa? Alfano sa che non ci sono.

    Non è più concreta del braccialetto, l'espulsione per gli stranieri. Si dice che 3.300 stranieri devono scontare ancora due anni e possono farlo nei loro Paesi. È vero, così c'è scritto nella legge. Ma quanti di quei 3.300 devono soltanto scontare tre mesi, sei mesi? Le statistiche del ministero non lo indicano, ma il dato è importante perché l'iter di espulsione di un tribunale di vigilanza (non decide il ministero l'espulsione del detenuto straniero condannato in via definitiva) in media "prende" sei mesi di tempo. Quanti di quei 3.300 saranno già liberi prima che l'idea di Alfano si realizzi? Ammettiamo che tutti i 3.300 debbano scontare due anni e i tempi di espulsione siano coerenti, ci sono le risorse per accompagnarli nei paesi d'origine? I soldi non ci sono e, per quel che se ne sa, anche le espulsioni per via amministrativa del ministero dell'Interno sono ferme al palo per la sofferenza del bilancio.

    Anche in questo caso, ammettiano che il bilancio della Giustizia consenta le espulsioni, è davvero economico rispedire a casa un neozelandese e due kazaki (nelle carceri italiane sono "rappresentate" 160 nazionalità)? E tuttavia ammettiamo ancora che la ricetta di Alfano (braccialetto più espulsioni) sia praticabile, come pensa il governo di impedire che non si crei, tra un anno, la stessa emergenza sovraffollamento di oggi? La questione è decisiva. Indirizzata alla "difesa sociale", spesso manipolata nelle sue criticità, a danno del reinserimento e di ogni programma sociale, la politica securitaria del governo moltiplica soltanto le imputazioni, aggrava le pene e la detenzione, riduce le opportunità di libertà condizionata per una vasta gamma di reati e produce, senza alternative, soltanto nuovi detenuti in misura esponenziale. Per di più senza risolvere la questione sicurezza ché non c'è alcun rapporto tra il tasso di incarcerazione e la riduzione del tasso di criminalità. Su questo incidono, infatti, per gli studi più accreditati, i periodi di crisi economica e sociale, la variazione delle occasioni di guadagni illeciti, la variazione dei livelli occupazionali, il grado di legittimazione delle istituzioni politiche, economiche e sociali.

    Dunque, la morale della favoletta di fine estate raccontata da Alfano e Ionta è soltanto una. Con gli slogan si possono forse vincere le campagne elettorali, ma difficilmente si governa un Paese: la destra di Berlusconi prima ha spaventato il Paese e, oggi, non ha uno straccio di idea né per rassicurarlo né per proteggerlo.

    (8 settembre 2008)

    http://www.repubblica.it/2008/08/sez...-d-avanzo.html

  3. #3
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Odissea carcere Scritto da Vittorio - venerdì 04 gennaio 2008
    di Riccardo Bocca

    L’Espresso, 4 gennaio 2008

    1


    Dopo un anno l’effetto indulto è già svanito. Spazi insufficienti, poco personale e leggi come la

    Bossi-Fini che continuano a spedire in prigione migliaia di extracomunitari. Così le carceri

    italiane scoppiano di nuovo.

    Le carceri italiane crollano. Collassano sotto il peso di 49 mila 442 detenuti: 6 mila e 200 in più

    rispetto a quelli previsti dal regolamento. Per farsi un’idea, da ottobre a dicembre 2007 sono finite

    in cella oltre mille persone al mese. E il 2008 parte con l’allarme lanciato a ‘L’espresso’ da Ettore

    Ferrara, capo del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria): “La situazione sta diventando

    irrecuperabile”, dice: “C’è un rubinetto aperto che allaga la casa, e tutti guardano senza

    intervenire”.

    Non è questione di Nord o Sud: il sovraffollamento è ovunque. Prendiamo San Vittore, a Milano:

    “Con due reparti chiusi per ristrutturazione, la capienza maschile è di 700 unità”, racconta Luigi

    Pagano, responsabile dei penitenziari lombardi: “Invece gli uomini sono 1.187, senza contare le 97

    donne e i 77 ricoverati del centro clinico”. Ti sposti in Liguria, a Genova, e lo scenario è simile: la

    capienza limite, al carcere di Marassi, è di 450 posti. Ma il Sappe, il sindacato autonomo di polizia

    penitenziaria, segnala la presenza di “oltre 600 detenuti”, con una carenza stimata “di più di 120

    agenti”. Come in Sicilia, dove da agosto 2007 il tutto esaurito abbonda: nel carcere Piazza Lanza di

    Catania, ad esempio (399 detenuti contro i 245 previsti). Ma anche ad Agrigento (294 contro 253) e

    Barcellona Pozzo di Gotto (256 contro 216).

    È una lunga storia: da sempre le nostre prigioni scoppiano. Già nel 2002 i reclusi erano 56 mila, e a

    luglio 2006 sfondavano quota 60 mila. Poi però è arrivato l’indulto, e all’improvviso 26 mila

    persone sono tornate libere. “Il primo impatto”, dice Pagano, “è stato ottimo. Finalmente abbiamo

    tirato il fiato. E ragionato con tranquillità sull’impiego delle nostre forze”. Peccato che, dall’estate

    scorsa a oggi, il 23,8 per cento degli indultati sia tornato in cella. E siano cresciute, in parallelo, le

    percentuali di reati come rapina, truffa e tentato omicidio. La sintesi di un provvedimento

    fallimentare, denuncia chi non l’ha votato (come An e Lega). Ma anche la principale causa del

    nuovo sovraffollamento, ormai a un passo dai livelli del 2005.
    Un’interpretazione contestata da

    Emilio Di Somma, vicecapo del Dap: “L’indulto c’entra poco con il fenomeno del

    sovraffollamento. Piuttosto, la percentuale media di recidiva, per gli ex detenuti, è attorno al 70 per

    cento. E chi esce di prigione viene aiutato poco, pochissimo. Dunque è inevitabile, nelle condizioni

    attuali, che le carceri si ingolfino.
    E che si attacchi l’indulto senza affrontare le vere cause”.

    A cosa si riferisce, è presto detto. Il primo punto scomodo è quello degli extracomunitari. Negli

    anni Novanta rappresentavano il 15 per cento della popolazione carceraria italiana. Oggi sono il 37

    per cento, pari a 18 mila 454 persone provenienti da 144 paesi. “Un dato impressionante”,

    commenta Ferrara, “che resterà tale se non si mette mano alla Bossi-Fini, aiutando gli stranieri a

    vivere in maniera dignitosa”.
    L’altro punto scomodo è la divisione in carcere tra chi è stato

    condannato e chi è in attesa di giudizio. Su 49 mila 193 detenuti, ben 29 mila 137 rientrano nella

    categoria degli imputati, mentre 18 mila 569 sono i condannati e gli 1.487 internati (ossia ricoverati

    in ospedali psichiatrici giudiziari). Gran parte di chi è parcheggiato in cella, insomma, non conosce

    ancora il suo destino. E suo malgrado contribuisce al sovraffollamento. “Perché fino alla

    condanna”, ricorda Di Somma, “i detenuti sono esclusi dai progetti di riabilitazione”.
    Inoltre,

    aggiunge Vittorio Antonini, coordinatore a Rebibbia dell’associazione Papillon, “due terzi di coloro

    che hanno diritto alle misure di pena alternative se le vedono rifiutare”. Il che, dice, autorizza un

    sospetto: che “sulle decisioni dei magistrati di sorveglianza, influisca la pressione delle campagne

    pubbliche in materia di sicurezza”.

    Il clima è questo: elettrico. Anche, anzi soprattutto, quando il discorso cambia, passando alla

    lunghezza assurda dei processi penali: la grande madre di tutti i sovraffollamenti.

    2

    Un disastro che il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, affronta come può: schierandosi, ad

    esempio, per la creazione di nuovi carceri. Al momento, ha detto lo scorso autunno, “sono in via di

    realizzazione 5 mila 886 posti letto”, ai quali se ne aggiungeranno “altri 800 nel corso del 2008”.

    Da parte sua, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha annunciato l’ampliamento di

    “alcuni penitenziari, in modo da recuperare 3 mila 300 posti”: ai quali, ha detto, “se ne

    aggiungeranno 4 mila nel triennio 2007-2009”. Un investimento da 70 milioni euro che non piace a

    tutti.
    “È sbagliato”, sottolinea Di Somma, “credere che le nuove carceri aggiungano posti letto.

    Andranno invece, in linea di massima, a sostituire strutture fatiscenti. Inoltre, se parliamo di nuove

    prigioni, dobbiamo toccare un altro tema scivoloso: la mancanza di personale per gestirle e la

    carenza cronica di fondi”.

    Questioni ben note, a chi è costretto a vivere dentro una cella. “Nella stragrande maggioranza delle

    prigioni”, scrivono i redattori-detenuti di “Ristretti Orizzonti”, rivista nata dalla sinergia tra il

    penitenziario femminile della Giudecca (a Venezia) e quello di Padova, “il personale è

    endemicamente sotto organico, e costretto a turni di lavoro massacranti”. Per non parlare degli altri

    operatori sociali. “Ad esempio”, si legge, “a Padova ci sono soltanto due educatrici per oltre 700

    detenuti, contro le dieci previste dalla normativa”.

    Un’altra faccia triste del sovraffollamento. Una delle tante. “A partire dai pericoli per la salute fisica

    e psichica dei detenuti”, dice Luigi Pagano, “trascurata a volte per l’impossibilità oggettiva di

    seguire tutti quanti”. Tra gli esiti più tragici, quelli catalogati sotto la voce “suicidi”: 43 nel solo

    2007.


    Scarcerati e abbandonati

    L’impossibilità di un recupero secondo Vincenzo Lo Cascio, esperto del Dap Vincenzo Lo Cascio

    conosce alla perfezione i problemi affrontati in questa inchiesta. A soli 36 anni è il coordinatore dei

    lavori di pubblica utilità del Dap, il Dipartimento amministrazione carceraria. In altre parole, si

    occupa di dare un’altra chance a chi finisce in cella; di ipotizzare scenari meno squallidi di quelli

    sperimentati da ‘L’espresso’. “Proprio per questo”, dice, “condivido il lavoro che avete svolto.

    Bisogna far capire alla gente le umiliazioni provate dagli ex detenuti, le enormi difficoltà di

    reinserimento nel tessuto sociale e la fatica con cui la gente accetta questo recupero”.

    Esistono studi approfonditi, analisi attendibili, sulla condizione di chi esce dal carcere?

    “C’è un’oggettiva carenza di informazioni. Un vuoto che pesa sul lavoro di recupero dei

    condannati. Si segue la persona in cella, e meno quando esce”.

    Detto questo, esistono varie realtà a sostegno degli ex detenuti: assistenti sociali, cooperative,

    strutture religiose... In che percentuale gli ex detenuti accedono a questo anello virtuoso?

    “La percentuale esatta non si conosce. Ma non si sbaglia a ipotizzare il 20 per cento. Questa parte di

    ex carcerati entra in circuiti di riadattamento sociale con lavori più o meno pagati, anche se in realtà

    è un ghetto nel ghetto”.

    In che senso?

    “Molte cooperative sono gestite da ex detenuti. Come dire: gli sfigati vengono aiutati dagli ex

    sfigati, che a loro volta si arrabattano per campare. Una situazione che non permette un vero

    recupero. E a volte, nemmeno la sopravvivenza”.

    Nell’inchiesta abbiamo presentato la figura di un uomo che ha sbagliato per disperazione, non

    certo quella di un delinquente abituale. Eppure nessuno lo ha aiutato. Perché?

    “Non è strano. In generale i ladri, abituali o meno, rubano alle classi sociali media e bassa: non a chi

    ha i soldi veri, che si protegge nel migliore dei modi. Questo crea un rancore profondo che si

    diffonde nel Paese, con conseguenze immaginabili”.

    3

    Io ex detenuto in cerca di lavoro, di Riccardo Bocca

    Porte chiuse in faccia. Lavori rifiutati. Umiliazioni. Un nostro giornalista si è finto ex carcerato.

    Qui racconta la sua drammatica esperienza. Da Milano a Palermo.

    È il 14 novembre, quando squilla il telefono nella sede milanese di Banca Etica. A chiamare è un

    uomo uscito due mesi prima dal carcere. Un ex detenuto che ha bisogno urgente di soldi, perché ha

    miracolosamente trovato un lavoro: un contratto semestrale in una cooperativa di pony express. Il

    problema è che gli serve un motorino e non ce l’ha.

    “Mi basta un prestito di mille, 1.500 euro”, spiega all’impiegata. Ma non c’è niente da fare. “Non

    facciamo questo genere di operazioni”, gli viene risposto. “Banca Etica fa prestiti a realtà del settore

    non profit, a cooperative...”. Quanto ai privati, “bisogna essere soci da almeno tre mesi”. Quindi,

    chiede l’ex detenuto, “se divento socio, ci sono possibilità?”.

    “No: sui piccoli prestiti, finanziamenti, non siamo ancora operativi...”. A questo punto l’ex detenuto

    riaggancia, ma non si ferma. Ha il sospetto che persino una realtà solidale come Banca Etica possa

    scaricare chi è stato in prigione. Così verifica. Telefona alla sede bresciana della stessa banca, e si

    spaccia per un avvocato milanese che si trasferisce in provincia.

    “Volevo sapere”, dice, “se diventando vostro correntista posso avere un prestito, e quanto tempo

    occorre”. La risposta è inequivocabile: Banca Etica finanzia senza problemi “le sue esigenze

    personali”. Ed è la norma, gli spiegano, fare prestiti personali ai soci. Quanto all’attesa media, basta

    “un mese da quando si fornisce la documentazione”. Se poi l’importo è limitato, “i tempi possono

    stringersi”.

    Da qui, parte la nostra inchiesta. Da questa doppia telefonata fatta da “L’espresso”. Dalla doppia

    faccia con cui la società accoglie chi esce dal carcere. Dalla durezza con cui gli ex detenuti si

    vedono negare un lavoro, anche umile, una casa, anche in condivisione, un prestito, anche risibile.

    Basta poco per vivere questo incubo. Servono un paio di jeans logori, una vecchia felpa, barba e

    capelli incolti e un curriculum criminale costruito con l’aiuto degli avvocati.

    Eccolo dunque un quarantenne che fino al 2006 è stato onesto: in bilico tra un lavoro in nero da

    fattorino, una moglie operaia e la fatica di far quadrare i conti. Poi la moglie ha perso il posto, il

    bilancio è saltato e lui è ricorso agli strozzini. Impiccato ai debiti, ha rapinato con un coltellino le

    cassiere di tre supermercati. Nel marzo 2007 è stato arrestato, dopodiché sono arrivati una condanna

    a 4 anni e 6 mesi (scesa a 3 anni e 4 mesi con le attenuanti e il giudizio abbreviato), cinque mesi e

    mezzo trascorsi in cella, e il ritorno alla libertà con l’obbligo di firma.

    Non è una storia vera, ma potrebbe esserlo. Molti ex detenuti si trovano in simili condizione. Fuori

    dal carcere senza una casa. Ripudiati dalle famiglie. Allontanati dai vecchi datori di lavoro. E con la

    necessità di reinserirsi nel mondo dei normali. In competizione, anche, con gli oltre 26 mila

    carcerati usciti dall’estate 2006 con l’indulto. Una sfida che per un mese, da fine ottobre a inizio

    dicembre, abbiamo affrontato in tre città simbolo: Milano, Roma e Palermo.

    Milano senza cuore

    Il santino della Milano con il cuore in mano s’infrange al primo impatto. Per l’esattezza, contro la

    farmacia all’angolo tra le centrali via Manzoni e via Bigli. È la mattina del 20 novembre, quando il

    nostro ex detenuto entra e il termometro in strada segna tre gradi. Ha l’aria dimessa, le occhiaie

    evidenti e la voce flebile. “Scusi”, dice al giovane medico dietro al bancone, “sono uscito dal

    carcere, ho mal di testa e non ho soldi. Me la dà un’aspirina?”. “Non posso dartela così”, risponde il

    farmacista.

    “Ti posso dare un Moment, che costa due euro e 80”. Ma non ce li ha, l’ex carcerato, quegli euro:

    sta male e vorrebbe aiuto. “Mi spiace”, scuote la testa il dottore, “non posso sfustellare niente”.

    “Però, se uno non si sente bene ed è in farmacia...”. “In farmacia... no”, dice il dottore. Come

    logico, l’Agenzia italiana del farmaco conferma che non esistono ostacoli, perché un farmacista

    somministri un medicinale da banco a un cliente senza soldi. Eppure accade.

    E ancora peggio, pochi minuti dopo, fanno i taxisti parcheggiati in piazza San Babila. Ai conducenti

    infreddoliti, l’ex detenuto spiega attraverso i finestrini che non si sente bene e gli gira la testa.

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    “Portatemi al più vicino ospedale”, li prega. In fondo ci vorrebbe poco: il Fatebenefratelli è a dieci

    minuti, il tempo perso sarebbe minimo.

    Ma il primo autista, un tipo massiccio con i capelli a coda di cavallo, è di tutt’altra idea. “Scusa”,

    chiede, “ma tu ti stai ponendo come cliente regolare, normale, o...”. “Non ho soldi”, dice l’ex

    detenuto a testa bassa. “E allora”, sbotta, “cosa ti posso dire, caro?”. “Mi puoi dare una mano...”. “E

    a me chi la dà, la mano”, s’infuria, “che sono pieno di debiti fino al collo?”. Poi se ne va, caricando

    un altro cliente.

    Dice Lucia Castellano, direttore del carcere modello di Bollate, alle porte di Milano: “L’elemento

    fondamentale, quando si esce dal carcere, è la rete degli affetti”. Solo così, spiega, “è possibile

    recuperare. Altrimenti esplode il senso d’isolamento, l’abbandono psicologico che porta a

    delinquere”. Parole che tornano alla mente quando l’ex detenuto chiede elemosina in corso Vittorio

    Emanuele, spina dorsale del centro milanese; e poi giù, fino a piazza del Duomo.

    In teoria dovrebbe essere facile mettere lì la mano e chiedere monete. Invece è inutile, oltre che

    umiliante. In mezz’ora, nessuno lascia qualcosa. Dieci centesimi sono l’eccezione di un ventenne

    che esce dalla metropolitana. Gli altri filano via, voltandosi dall’altra parte. Alla parola carcere il

    rifiuto è totale. Al punto che una ragazzina ride in faccia al nostro ex detenuto, circondata dai

    compagni di scuola.

    Crudele, come reazione. “Ma anche un segno di inadeguatezza, di incapacità da parte delle nuove

    generazioni di relazionarsi con un problema enorme”, dice Vincenzo Lo Cascio, del Dipartimento

    amministrazione penitenziaria. Tutto vero. Ma il rigetto verso un ex carcerato è anche altro. È la

    freddezza che sperimenta quando cerca qualcosa da mangiare. Inutile chiedere al McDonald’s di

    viale Tunisia, intasato di ragazzi e impiegati in pausa.

    La direttrice dice che le spiace, ma non dà nulla. “Neppure un panino?”. “No”. Stessa cosa nel

    McDonald’s di piazzale Loreto, o nei locali etnici. Al ristorante Africa, in via Lazzaro Palazzi, lo

    liquidano distrattamente. Mentre all’argentino di fianco, il Plaza de Los Toros, un uomo spiega che

    “non è pronto niente”, malgrado sia mezzogiorno. Dice anche che non ha un pezzo di pane,

    malgrado ce ne sia un sacco pieno. E quando l’ex carcerato glielo indica, lo mette alla porta.

    Come si è irrigidita Milano lo sintetizza l’impiegata dell’agenzia Immobilnord di via Cadamosto,

    alla quale l’ex detenuto arriva dopo avere cercato casa, una stanza, un letto, in tutti i modi possibili:

    dagli annunci sui giornali alle altre agenzie. “Se vado da un proprietario a dire che lei, che è stato in

    carcere, vuole affittare il suo monolocale, mi risponde di lasciar perdere”, spiega.

    D’altronde, si scopre quella sera, è difficile ottenere ospitalità anche da un centro sociale, dove

    pensi sia automatica. “No, non è possibile dormire qui dentro”, avverte un membro del collettivo

    del Centro Sociale Vittoria, in via Muratori. Prima di tutto, chiarisce, lì dentro fanno cultura per

    finanziarsi; e poi, aggiunge, “potrebbe essere pericoloso: due anni fa sono entrati i fascisti e hanno

    spaccato tutto”.

    Detto questo, il ragazzo con il cappuccio della felpa in testa e la sigaretta in bocca specifica che il

    suo è un gruppo “che ragiona in termini politici, e il tuo caso non c’entra niente”. Anche perché,

    teorizza, “non condividiamo il modo di aiutare cattolico, quello ad personam... Noi non facciamo,

    per dire, singole vertenze lavorative per chi ci chiede aiuto”. Il loro spirito è diverso: ragionano

    “sulla massa”, non su un ex detenuto allo sbando.

    Discutibile, come logica, però in buona fede. Il ragazzo, a modo suo, cerca di aiutare. Parla di un

    altro centro sociale, accenna a liste d’attesa da verificare. Ma la sostanza non cambia: si deve

    cercare altrove. Come sul fronte opposto della barricata sociale, nei santuari dello shopping di via

    Montenapoleone. Qui il tono è più soft, ma disponibilità all’elemosina zero. Un commesso di

    Zegna, rosso in volto come i suoi capelli, rifiuta imbarazzato. Il suo collega di Ferragamo dice che

    “non si può dare niente”, e quando l’ex detenuto chiede perché, risponde: “L’azienda...”. Un rifiuto

    a cui segue quello dei commessi di Hogan (“Prova per strada, con i passanti”, suggeriscono),

    Alberta Ferretti (“Ci trovi proprio in un momento difficile”), Dior (il commesso scuote la testa

    senza parlare) e Versace (“Non posso toccare la cassa e non abbiamo il portafogli”, dice una

    dipendente). Addirittura, spiegano apertamente da Valentino, l’unico negozio in cui l’ex carcerato

    viene accompagnato fuori, c’è una regola della maison che vieta l’elemosina. “Non prenderla sul

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    personale”, dice un tale che si definisce operaio: “Io purtroppo sto lavorando”. “Ma come”, ribatte

    l’ex detenuto, “non vi permettono di dare una moneta?”. “No”, dice premendo verso l’uscita.

    Ora: è possibile che alla presenza di una persona uscita di prigione, e al disagio che provoca nella

    comunità, i dipendenti oppongano la scusa della regola aziendale. Ma anche così, poco cambia. Che

    siano le griffe a proibire l’elemosina, o siano i dipendenti a non volerne sapere, le tasche dell’ex

    detenuto restano vuote. E il resto è anche più squallido. Fa presto, un tassista in piazza San Babila, a

    dire: “Vai a lavorare!”.

    La ricerca di un’occupazione, per chi ha alle spalle il carcere, è un dramma. Un tormento che parte

    dalla lettura di Secondamano, il settimanale degli annunci. Lì, per esempio, c’è la seguente offerta:

    “Cerchiamo venditori telefonici per call-center, dal lunedì al venerdì, disponibilità immediata, zona

    Famagosta”. Può essere una buona occasione.

    L’ex detenuto spiega all’impiegata che ha urgenza di lavorare. Ma lei gli butta giù il telefono. Più

    cortese è il giovane di una “società in cerca di personale per magazzino, zona sud Milano”. Ascolta

    la storia, e la cestina così: “Attualmente siamo a posto”. Curioso: Secondamano è uscito il giorno

    prima, possibile che abbiano già trovato? “Stavamo cercando”, farfuglia, “ma hanno chiamato in

    parecchi...”.

    Forse, perché un ex carcerato trovi un lavoro, uno qualunque, deve fare di più: deve spingersi oltre

    le mura cittadine, non limitarsi a Milano. Magari andare in Brianza, patria delle piccole e medie

    aziende. E allora ecco che, la mattina del 21 novembre, si presenta a Lissone: la capitale del mobile.

    Senza tregua, per ore, cerca un qualunque impiego, un banale contatto. Ma nessuno concede niente,

    a un ex carcerato. Anzi, il più delle volte non viene accolto di persona: a fermarlo ci pensano

    cancelli e citofoni.

    “Al momento non prendiamo nessuno”, dicono al citofono della Side Lighting Instruments.

    “Compila un curriculum e mettilo nella buca”, dicono al citofono della Hantarex Electronic System.

    “Eh, guardi, siamo pieni...”, dicono al citofono della Caspani Ivano, salotti e tendaggi...

    Niente. Improvvisamente la Brianza è satura. Fatto sta che a fine giornata si rimedia solo fatica. E

    l’amarezza, tornati a Milano, per il rifiuto dell’agenzia interinale Openjob, dove spiegano che non

    c’è lavoro, per uno uscito di galera: neppure il più umile, il più sfiancante. “Abbiamo tutte ricerche

    per figure impiegatizie”, dicono alla filiale dietro a piazza della Repubblica.

    A conti fatti, solo quattro persone a Milano aiutano l’ex carcerato. I primi sono un farmacista di via

    Fabio Filzi che gli concede un Moment, e un barista di via Omboni che gli offre una brioche. Poi

    c’è la segretaria dell’agenzia per single Eliana Monti, pronta a lanciarlo in appuntamenti romantici

    (a pagamento, ovvio). E infine, il marocchino che l’ex detenuto incontra la sera stessa davanti alla

    stazione centrale. Lui sì che ascolta le sue sciagure, dagli strozzini alle rapine nei supermercati. E dà

    pure consigli, dall’alto del suo anno in carcere per droga: “Ci vuole la pistola, per le rapine, non il

    coltello!”, dice. Poi propone di “fare un giro lì attorno, con un suo amico...”. “No”, ringrazia l’ex

    detenuto: “Non voglio spacciare. Non voglio tornare dentro”.

    Roma capitale delle illusioni

    “Paradossalmente”, sostiene Monica Cali, magistrato di sorveglianza al penitenziario di Novara,

    “uno dei momenti più difficili della prigione è quando devi lasciarla. Vero è”, dice, “che ci sono i

    servizi di assistenza, ma l’accompagnamento a fine pena deve essere altro: un punto cruciale nel

    recupero della persona”. Fatto sta che spesso non è così. E non solo a Milano.

    La prova di come la politica, nazionale e locale, snobbi il problema, è la reazione alla mail che il

    nostro ex detenuto scrive ai sindaci delle città e ai presidenti delle Regioni toccate da questa

    inchiesta; ma anche a leader di partito e parlamentari. Il messaggio, con oggetto “È una richiesta di

    aiuto”, riassume il dramma di chi, da persona onesta, finisce a delinquere. E si conclude così: “Ho

    bisogno di un aiuto, ma la gente non ne vuole sapere di uno come me. Allora mi rivolgo a lei che

    tanto potrebbe fare per me. Mi aiuti, per favore, altrimenti non so dove sbattere la testa”.

    Il primo a rispondere, il giorno dopo l’invio (avvenuto lo scorso 29 ottobre), è l’ufficio di gabinetto

    del sindaco Letizia Moratti. Poi scrivono il suo assessorato alle Politiche sociali e il settore Servizi

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    per adulti in difficoltà. Se troppi milanesi non aiutano un ex carcerato, insomma, il Comune sì: con

    tanto di indirizzi dove presentarsi e numeri di telefono.

    Lo stesso non si può dire di Palermo; e nemmeno di Roma, dove il sindaco Walter Veltroni viene

    sollecitato due volte a vuoto. Una scelta, quella di non rispondere alla mail, condivisa con altri

    colleghi: da Clemente Mastella a Silvio Berlusconi, da Gianfranco Fini a Pier Ferdinando Casini,

    dal leghista Mario Borghezio ai deputati di Rifondazione Francesco Caruso e Daniele Farina, ex

    portavoce del centro sociale Leoncavallo e attuale vicepresidente della commissione Giustizia.

    Chi risponde, invece, è il capogruppo di Rifondazione al Senato Giovanni Russo Spena, il quale

    invita a contattare un funzionario del Dipartimento Amministrazione Giudiziaria. E la segreteria del

    numero due alla Giustizia Luigi Manconi, disposta a segnalare qualche cooperativa. Pochi appigli, e

    anche un po’ generici.

    Ma sempre più concreti del ministro ed ex toga Antonio Di Pietro, il quale in 22 righe non dà un

    solo suggerimento. Si augura, piuttosto, che l’ex detenuto si accontenti della sua solidarietà,

    “andando avanti sulla strada della legalità”, e ricordando “quanto sia stata dolorosa per Lei e la Sua

    famiglia l’esperienza della gattabuia”. Nell’occasione, conclude, “la invito a inserire il Suo

    nominativo nella mailing list dell’Italia dei Valori, per poter essere informato sulle nostre attività e

    iniziative politiche”.

    La beffa, oltre al carcere. L’invito ad aggiornarsi sul partito, ma non un numero, un nome, per

    cercare casa o lavoro. Una leggerezza che non è di destra o di sinistra. È la disinvoltura che il nostro

    ex detenuto ritrova a un gazebo di Forza Italia, in piazza Euclide, quartiere Parioli di Roma.

    L’impatto è morbido, gentile. Un anziano attivista gli infila in mano qualche spicciolo, ma nessuno

    sa indirizzarlo verso un sostegno vero. Un altro attivista promette il numero del coordinatore, che

    alla fine non dà.

    Poi arriva una Ferrari, da cui scende un signore con giaccone e cappellino altrettanto rossi. Firma

    anche lui, per cacciare Prodi, maneggiando un portafoglio gonfio di banconote. “Scusi”, dice l’ex

    carcerato, “sono uscito dal carcere, me la dà una mano? Mi aiuta almeno lei, che ha una Ferrari?”.

    “E che c’entra”, ridacchia: “Io faccio uscire la gente dal carcere... sono avvocato!”. Poi volta le

    spalle e non risponde più.

    “Schifosi”, bofonchia Nicolai, uno zingarello dell’ex Jugoslavia seduto lì vicino: “Qui ai Parioli

    sono tutti ricchi, ma non danno niente. Poi dicono che vai a rubare... Io ho cercato lavoro da

    imbianchino, da falegname. Inutile. Sei zingaro, dicono...”. In passato, racconta, si è fatto il carcere

    per furto, a Rebibbia. Ora è uscito e cerca di filare dritto, ma non è facile. Da ore porge la mano con

    un’altra zingarella, nell’indifferenza generale.

    Più o meno come accade al nostro ex detenuto, quando si piazza a terra davanti a villa Borghese. Ai

    piedi ha un cartello con un messaggio disperato, che però non serve a nulla. Un signore si ferma a

    mezzo metro da lui con il giornale in mano: lo chiama, gli chiede aiuto, eppure non guarda. Altri

    tirano semplicemente dritto. Alla fine, mezz’ora di elemosina frutta un euro.

    Un altro euro l’ex detenuto lo recupera in piazza di Spagna, dove incrocia per caso Franco Carraro,

    l’ex sindaco di Roma, che nulla dà e anzi accelera il passo. Dopodiché arriva la svolta, sui treni in

    partenza dalla stazione Termini. In un minuto, nella carrozza di prima classe dell’Eurostar Roma-

    Milano raccoglie nove euro e 40. Bene anche in seconda, sull’Eurostar Roma-Venezia (cinque

    euro), dove però accade l’imprevedibile.

    “Scusi! Aiuto...”, si agita una ragazza a cui ha chiesto la carità: “Il signore mi sta importunando!”.

    La cosa assurda è che non chiama il capotreno, o altro personale delle ferrovie. Chiama un

    venditore abusivo napoletano di bibite; un ceffo tarchiato che dice: “Scendi!... Scendi!”. “Sto solo

    cercando aiuto”, si difende l’ex carcerato. “Aiuto? Nessuno te lo dà, se non vai a lavorare! Ce ne

    sono altri cinque come te, su questo treno... Spostati!”.

    È la guerra tra poveri. Qualche ora in stazione e i questuanti professionisti ti hanno già inquadrato.

    Studiano chi sei, cosa fai, quanto resti. E allora è il caso di cambiare zona. Meglio trasferirsi al

    quartiere Prati, anima ortodossa della borghesia capitolina. Lì, a ora di pranzo, l’ex carcerato chiede

    cibo nelle pizzerie rimediando una mela.

    Poi cerca lavoro in via Vespasiano, alla Tnt: l’azienda che, dice il sito Internet, “garantisce da più di

    vent’anni consegne in città in meno di due ore, grazie alla sua flotta di motorini, moto ed

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    autovetture”. In teoria, il posto perfetto per chi abbia voglia di sbattersi. In pratica, un incontro

    sconcertante. Le condizioni di lavoro proposte al nostro ex detenuto sono umilianti, oltre che

    fuorilegge. Prima di tutto, spiega il reclutatore, il lavoro è in nero. Secondo, qualora gli serva la

    busta paga, per dimostrare alla giustizia che ha un impiego, deve pagarsela lui. E comunque sarà il

    capo filiale a decidere se arruolarlo.

    Alla fine, nessuno telefona, dalla Tnt. E neanche dalla Multiservice srl di corso Trieste, l’azienda di

    pulizie dove l’ex carcerato si presenta il 13 novembre. Vero è che la selezionatrice è bendisposta, e

    che parla di un contratto a tempo indeterminato, con 400 euro al mese per tre ore di lavoro al

    giorno. Ma poi aggiunge che sentirà il consulente del lavoro, perché l’azienda predilige “chi è

    iscritto alla disoccupazione da almeno 24 mesi, il che consente uno sgravio fiscale del 50 per

    cento”. Come dire: siccome il nostro ex detenuto non ha i 24 mesi, addio posto fisso. E anche a

    quello da precario, inseguito nei cantieri di Ponte di Nona, alla periferia di Roma.

    “La verità”, dice un altro ex carcerato che dà un euro in via Ottaviano, è che “c’avemo più core noi

    de quelli che stanno in giro”. Lui, racconta, è finito dentro per spaccio, e si è ripreso grazie al

    mestiere che fa da sempre: l’imbianchino. In nero, naturalmente. D’altronde, a seguire la retta via

    dei colloqui, degli annunci sul giornale, non si ha speranza.

    Lo spiega la storia appena pubblicata dal “Tirreno”: un ex detenuto che, a 14 anni dal carcere, si è

    visto rifiutare il posto dalla Lucchini siderurgica. “La gente si fa i film in testa”, dice un agente

    immobiliare della Tecnocasa di via Somalia, zona eterogenea nell’est di Roma. “Pensa che un ex

    carcerato possa portare in casa altri delinquenti, aprire una cellula terroristica, farsi ‘na raffineria...”.

    Quindi, sostiene, meglio cercare una coabitazione, piuttosto che un appartamento: spulciare annunci

    su “Porta Portese” e sperare in bene.

    Un bene che non arriva mai, nella capitale. Non solo per colpa del mercato asfittico, dei prezzi folli

    degli appartamenti e dei pregiudizi oggettivi. Ma anche per l’ostacolo di banche e finanziarie.

    Verifica, il nostro ex detenuto, che nessuno tra Unicredit, Banca nazionale del lavoro, Intesa-San

    Paolo e Antonveneta gli presterebbe mille euro. Neppure se avesse un contratto regolare di sei mesi.

    E persino Findomestic, tra i leader italiani nel settore prestiti, risponde picche. “Purtroppo”, dice un

    operatore, “ci vuole un anno di contratto”.

    Per mille euro? “Sì: il contratto deve coprire l’intero finanziamento”. Anche se, facendo i calcoli,

    sei mesi di garanzia basterebbero. Ennesima delusione, neppure le prostitute a Roma reggono più di

    tanto un ex carcerato. Quelle contattate rispondono tipo Susy, 23 anni, nell’annuncio “calda,

    prosperosa, intrigante, colta e educata”. “Che c’entra che sei appena uscito di galera?”, s’arrabbia

    quando l’ex detenuto insiste a chiedere sconti. “Io sono appena uscita dall’ospedale: e allora?”.

    Palermo ultima spiaggia

    “Non è cattiveria, quella della gente verso gli ex carcerati”, spiegano gli operatori sociali, “e

    nemmeno egoismo. Peggio: è l’assuefazione alle difficoltà altrui. L’incapacità di immedesimarsi,

    soprattutto quando di mezzo c’è la detenzione: una realtà che genera distacco, oltre che paura”.

    Un teorema che si conferma on-line, entrando nella chat di Yahoo. L’idea è di conoscere nuove

    persone, nuovi amici a cui appoggiarsi. Ma è un percorso a ostacoli. Francesca67, nickname di

    chissà chi, non è disposta a sorbirsi le tristezze del carcere.

    Tantomeno accetta di parlare al telefono, o di chattare in futuro. È annoiata, oltre che spaventata, da

    un ex detenuto senza casa e lavoro. Preferisce parlare di sé, delle sue storie d’amore, dei suoi guai

    familiari. Come Dany, Fandango, Markus, Stars e infiniti altri. Solo un certo P.A. tratta il nostro

    disperato in modo umano. È curioso, rispettoso, cerca di consolare. Ma la ragione salta presto fuori:

    “Sono bisex”, dice. E vista la situazione, non gli spiacerebbe un incontro.

    Normale anche questo, dicono gli addetti ai lavori. Nell’emarginazione, la sessualità diventa un

    tramite, un passe-partout. Per il resto, la società civile si rifugia nell’ipocrisia, nel gelo preventivo. E

    la riprova, in questo caso, arriva da Palermo, dove il 27 novembre l’uomo uscito dal carcere va

    all’hotel Federico II, un cinque stelle nel centro della città. Vorrebbe dire ai portieri che non si sente

    bene, che sta cercando un’aspirina. Ma non riesce neppure a entrare. Un dipendente in abito scuro

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    lo liquida davanti all’entrata: “Non abbiamo aspirina”, taglia corto. “Niente?”, insiste. In fondo è

    una persona in difficoltà, che non si sente bene. Ma la risposta non cambia: “No, mi spiace”.

    Stesso discorso all’Hotel Mediterraneo, il tre stelle di via Rosolino Pilo dove l’ex detenuto entra

    subito dopo. Il ragazzo al banco, in verità, fa il gesto di aprire uno scaffale, ma la collega più matura

    lo ferma. “C’è una legge”, dice. Anche se non è vero. Nessuna direttiva, assicura la Federalberghi,

    vieta agli hotel di fornire farmaci da banco: né a Palermo né altrove. Dunque è il pregiudizio, quello

    che non consente di aiutare un ex carcerato. Una forma di insofferenza che si respira a Palermo,

    come a Milano e Roma. Con una particolarità: Palermo è più creativa, nel suo costante rifiuto.

    Tutti, a partire dalla fascia più debole, quella degli africani che vendono borse contraffatte in via

    Maqueda, non si limitano ad abbozzare: rimandano a qualcun altro. Metro dopo metro, isolato dopo

    isolato, in un triste gioco dell’oca. “Vai dai cinesi vicino alla stazione”, dice un nero sotto i portici:

    “loro hanno la merce”. D’accordo. Ma i venditori cinesi, a turno, spiegano che non c’è lavoro, che

    non c’è niente da fare. “Vai da quelli delle pompe funebri”, suggerisce allora un italiano: “cercano

    sempre, lì”. Così l’ex detenuto arriva alla Discesa dei giudici: un vicoletto dove il titolare delle

    pompe funebri è seduto sulla porta, con le bare alle spalle. Non dice niente: ascolta, scuote la testa e

    liquida. Impenetrabile come il mercato Ballarò, dove i fruttivendoli scaricano il nostro ex carcerato

    dai macellai, i macellai dai pescivendoli e i pescivendoli dai baristi. Fino a spingerlo nel vicino

    ufficio del Cot, il Centro orientamento e tutorato dell’Università, dove pare aiutino tutti.

    In realtà non è vero che assistono anche chi non studia, ma non è questo il punto. Il punto è che

    l’impiegato riceve l’ex detenuto cordialmente, e lo indirizza ottimista verso via Marchese

    Villabianca, nella sede palermitana di Italia Lavoro. Lì, dice, sapranno aiutarlo. E in linea teorica

    non ha torto. Tra i suoi obiettivi, la società pubblica Italia Lavoro ha “l’inclusione sociale e

    lavorativa delle persone detenute ed ex detenute”. Ma entro certi limiti. Per prima cosa,

    un’impiegata chiede al nostro ex carcerato se è uscito con l’indulto. E quando le risponde “no”, è

    già tutto finito. Il guaio è che per gli indultati esiste il “Progetto lavoro nell’inclusione sociale”: un

    concreto sforzo governativo per contenere le recidive. Chi invece ha scontato tutta la pena, o è in

    bilico tra i vari gradi di giudizio, deve paradossalmente arrangiarsi. “Magari”, suggerisce un’altra

    impiegata, “andando all’agenzia interinale Adecco, che è buonissima”.

    Non possono sapere, le ragazze di Italia Lavoro, che proprio dalla filiale Adecco di via Gallo, quella

    che segnalano, arriverà l’ultima delusione. “Le offerte attuali”, si limita a dire una signorina gelida,

    “sono esposte fuori”. Per la cronaca, un impiego da “store manager con esperienza nella direzione

    di punti vendita moda”, uno da “responsabile di produzione laureato o diplomato”, uno da “agente

    di commercio con provenienza dal settore farmaceutico” e uno da “responsabile logistica con

    diploma o laurea a indirizzo economico”. Altro non c’è, per un ex detenuto. Al massimo, dice la

    signorina, “lasci un curriculum e le faremo sapere”.

    “Lo so, è terribile...”, dice il signor Franco, cameriere alla Taverna del vicoletto in via

    Dell’Orologio: l’unico locale tra Milano, Roma e Palermo a offrire un pasto gratis. “C’è una cappa

    di potere, che ci schiaccia!”, s’indigna. Poi, su indicazione del titolare, porta al nostro ex carcerato

    un antipasto di verdure e una meravigliosa pastasciutta al ragù, con tanto di pane e bottiglia media

    di birra. Grazie, a nome di coloro che veramente cercano di ricominciare.

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