Dopo un anno l’effetto indulto è già svanito. Spazi insufficienti, poco personale e leggi come la
Bossi-Fini che continuano a spedire in prigione migliaia di extracomunitari. Così le carceri
italiane scoppiano di nuovo.
Le carceri italiane crollano. Collassano sotto il peso di 49 mila 442 detenuti: 6 mila e 200 in più
rispetto a quelli previsti dal regolamento. Per farsi un’idea, da ottobre a dicembre 2007 sono finite
in cella oltre mille persone al mese. E il 2008 parte con l’allarme lanciato a ‘L’espresso’ da Ettore
Ferrara, capo del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria): “La situazione sta diventando
irrecuperabile”, dice: “C’è un rubinetto aperto che allaga la casa, e tutti guardano senza
intervenire”.
Non è questione di Nord o Sud: il sovraffollamento è ovunque. Prendiamo San Vittore, a Milano:
“Con due reparti chiusi per ristrutturazione, la capienza maschile è di 700 unità”, racconta Luigi
Pagano, responsabile dei penitenziari lombardi: “Invece gli uomini sono 1.187, senza contare le 97
donne e i 77 ricoverati del centro clinico”. Ti sposti in Liguria, a Genova, e lo scenario è simile: la
capienza limite, al carcere di Marassi, è di 450 posti. Ma il Sappe, il sindacato autonomo di polizia
penitenziaria, segnala la presenza di “oltre 600 detenuti”, con una carenza stimata “di più di 120
agenti”. Come in Sicilia, dove da agosto 2007 il tutto esaurito abbonda: nel carcere Piazza Lanza di
Catania, ad esempio (399 detenuti contro i 245 previsti). Ma anche ad Agrigento (294 contro 253) e
Barcellona Pozzo di Gotto (256 contro 216).
È una lunga storia: da sempre le nostre prigioni scoppiano. Già nel 2002 i reclusi erano 56 mila, e a
luglio 2006 sfondavano quota 60 mila. Poi però è arrivato l’indulto, e all’improvviso 26 mila
persone sono tornate libere. “Il primo impatto”, dice Pagano, “è stato ottimo. Finalmente abbiamo
tirato il fiato. E ragionato con tranquillità sull’impiego delle nostre forze”. Peccato che, dall’estate
scorsa a oggi, il 23,8 per cento degli indultati sia tornato in cella. E siano cresciute, in parallelo, le
percentuali di reati come rapina, truffa e tentato omicidio. La sintesi di un provvedimento
fallimentare, denuncia chi non l’ha votato (come An e Lega). Ma anche la principale causa del
nuovo sovraffollamento, ormai a un passo dai livelli del 2005.
Un’interpretazione contestata da
Emilio Di Somma, vicecapo del Dap: “L’indulto c’entra poco con il fenomeno del
sovraffollamento. Piuttosto, la percentuale media di recidiva, per gli ex detenuti, è attorno al 70 per
cento. E chi esce di prigione viene aiutato poco, pochissimo. Dunque è inevitabile, nelle condizioni
attuali, che le carceri si ingolfino.
E che si attacchi l’indulto senza affrontare le vere cause”.
A cosa si riferisce, è presto detto. Il primo punto scomodo è quello degli extracomunitari. Negli
anni Novanta rappresentavano il 15 per cento della popolazione carceraria italiana. Oggi sono il 37
per cento, pari a 18 mila 454 persone provenienti da 144 paesi. “Un dato impressionante”,
commenta Ferrara, “che resterà tale se non si mette mano alla Bossi-Fini, aiutando gli stranieri a
vivere in maniera dignitosa”.
L’altro punto scomodo è la divisione in carcere tra chi è stato
condannato e chi è in attesa di giudizio. Su 49 mila 193 detenuti, ben 29 mila 137 rientrano nella
categoria degli imputati, mentre 18 mila 569 sono i condannati e gli 1.487 internati (ossia ricoverati
in ospedali psichiatrici giudiziari). Gran parte di chi è parcheggiato in cella, insomma, non conosce
ancora il suo destino. E suo malgrado contribuisce al sovraffollamento. “Perché fino alla
condanna”, ricorda Di Somma, “i detenuti sono esclusi dai progetti di riabilitazione”.
Inoltre,
aggiunge Vittorio Antonini, coordinatore a Rebibbia dell’associazione Papillon, “due terzi di coloro
che hanno diritto alle misure di pena alternative se le vedono rifiutare”. Il che, dice, autorizza un
sospetto: che “sulle decisioni dei magistrati di sorveglianza, influisca la pressione delle campagne
pubbliche in materia di sicurezza”.
Il clima è questo: elettrico. Anche, anzi soprattutto, quando il discorso cambia, passando alla
lunghezza assurda dei processi penali: la grande madre di tutti i sovraffollamenti.
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Un disastro che il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, affronta come può: schierandosi, ad
esempio, per la creazione di nuovi carceri. Al momento, ha detto lo scorso autunno, “sono in via di
realizzazione 5 mila 886 posti letto”, ai quali se ne aggiungeranno “altri 800 nel corso del 2008”.
Da parte sua, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha annunciato l’ampliamento di
“alcuni penitenziari, in modo da recuperare 3 mila 300 posti”: ai quali, ha detto, “se ne
aggiungeranno 4 mila nel triennio 2007-2009”. Un investimento da 70 milioni euro che non piace a
tutti.
“È sbagliato”, sottolinea Di Somma, “credere che le nuove carceri aggiungano posti letto.
Andranno invece, in linea di massima, a sostituire strutture fatiscenti. Inoltre, se parliamo di nuove
prigioni, dobbiamo toccare un altro tema scivoloso: la mancanza di personale per gestirle e la
carenza cronica di fondi”.
Questioni ben note, a chi è costretto a vivere dentro una cella. “Nella stragrande maggioranza delle
prigioni”, scrivono i redattori-detenuti di “Ristretti Orizzonti”, rivista nata dalla sinergia tra il
penitenziario femminile della Giudecca (a Venezia) e quello di Padova, “il personale è
endemicamente sotto organico, e costretto a turni di lavoro massacranti”. Per non parlare degli altri
operatori sociali. “Ad esempio”, si legge, “a Padova ci sono soltanto due educatrici per oltre 700
detenuti, contro le dieci previste dalla normativa”.
Un’altra faccia triste del sovraffollamento. Una delle tante. “A partire dai pericoli per la salute fisica
e psichica dei detenuti”, dice Luigi Pagano, “trascurata a volte per l’impossibilità oggettiva di
seguire tutti quanti”. Tra gli esiti più tragici, quelli catalogati sotto la voce “suicidi”: 43 nel solo
2007.
Scarcerati e abbandonati
L’impossibilità di un recupero secondo Vincenzo Lo Cascio, esperto del Dap Vincenzo Lo Cascio
conosce alla perfezione i problemi affrontati in questa inchiesta. A soli 36 anni è il coordinatore dei
lavori di pubblica utilità del Dap, il Dipartimento amministrazione carceraria. In altre parole, si
occupa di dare un’altra chance a chi finisce in cella; di ipotizzare scenari meno squallidi di quelli
sperimentati da ‘L’espresso’. “Proprio per questo”, dice, “condivido il lavoro che avete svolto.
Bisogna far capire alla gente le umiliazioni provate dagli ex detenuti, le enormi difficoltà di
reinserimento nel tessuto sociale e la fatica con cui la gente accetta questo recupero”.
Esistono studi approfonditi, analisi attendibili, sulla condizione di chi esce dal carcere?
“C’è un’oggettiva carenza di informazioni. Un vuoto che pesa sul lavoro di recupero dei
condannati. Si segue la persona in cella, e meno quando esce”.
Detto questo, esistono varie realtà a sostegno degli ex detenuti: assistenti sociali, cooperative,
strutture religiose... In che percentuale gli ex detenuti accedono a questo anello virtuoso?
“La percentuale esatta non si conosce. Ma non si sbaglia a ipotizzare il 20 per cento. Questa parte di
ex carcerati entra in circuiti di riadattamento sociale con lavori più o meno pagati, anche se in realtà
è un ghetto nel ghetto”.
In che senso?
“Molte cooperative sono gestite da ex detenuti. Come dire: gli sfigati vengono aiutati dagli ex
sfigati, che a loro volta si arrabattano per campare. Una situazione che non permette un vero
recupero. E a volte, nemmeno la sopravvivenza”.
Nell’inchiesta abbiamo presentato la figura di un uomo che ha sbagliato per disperazione, non
certo quella di un delinquente abituale. Eppure nessuno lo ha aiutato. Perché?
“Non è strano. In generale i ladri, abituali o meno, rubano alle classi sociali media e bassa: non a chi
ha i soldi veri, che si protegge nel migliore dei modi. Questo crea un rancore profondo che si
diffonde nel Paese, con conseguenze immaginabili”.
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Io ex detenuto in cerca di lavoro, di Riccardo Bocca
Porte chiuse in faccia. Lavori rifiutati. Umiliazioni. Un nostro giornalista si è finto ex carcerato.
Qui racconta la sua drammatica esperienza. Da Milano a Palermo.
È il 14 novembre, quando squilla il telefono nella sede milanese di Banca Etica. A chiamare è un
uomo uscito due mesi prima dal carcere. Un ex detenuto che ha bisogno urgente di soldi, perché ha
miracolosamente trovato un lavoro: un contratto semestrale in una cooperativa di pony express. Il
problema è che gli serve un motorino e non ce l’ha.
“Mi basta un prestito di mille, 1.500 euro”, spiega all’impiegata. Ma non c’è niente da fare. “Non
facciamo questo genere di operazioni”, gli viene risposto. “Banca Etica fa prestiti a realtà del settore
non profit, a cooperative...”. Quanto ai privati, “bisogna essere soci da almeno tre mesi”. Quindi,
chiede l’ex detenuto, “se divento socio, ci sono possibilità?”.
“No: sui piccoli prestiti, finanziamenti, non siamo ancora operativi...”. A questo punto l’ex detenuto
riaggancia, ma non si ferma. Ha il sospetto che persino una realtà solidale come Banca Etica possa
scaricare chi è stato in prigione. Così verifica. Telefona alla sede bresciana della stessa banca, e si
spaccia per un avvocato milanese che si trasferisce in provincia.
“Volevo sapere”, dice, “se diventando vostro correntista posso avere un prestito, e quanto tempo
occorre”. La risposta è inequivocabile: Banca Etica finanzia senza problemi “le sue esigenze
personali”. Ed è la norma, gli spiegano, fare prestiti personali ai soci. Quanto all’attesa media, basta
“un mese da quando si fornisce la documentazione”. Se poi l’importo è limitato, “i tempi possono
stringersi”.
Da qui, parte la nostra inchiesta. Da questa doppia telefonata fatta da “L’espresso”. Dalla doppia
faccia con cui la società accoglie chi esce dal carcere. Dalla durezza con cui gli ex detenuti si
vedono negare un lavoro, anche umile, una casa, anche in condivisione, un prestito, anche risibile.
Basta poco per vivere questo incubo. Servono un paio di jeans logori, una vecchia felpa, barba e
capelli incolti e un curriculum criminale costruito con l’aiuto degli avvocati.
Eccolo dunque un quarantenne che fino al 2006 è stato onesto: in bilico tra un lavoro in nero da
fattorino, una moglie operaia e la fatica di far quadrare i conti. Poi la moglie ha perso il posto, il
bilancio è saltato e lui è ricorso agli strozzini. Impiccato ai debiti, ha rapinato con un coltellino le
cassiere di tre supermercati. Nel marzo 2007 è stato arrestato, dopodiché sono arrivati una condanna
a 4 anni e 6 mesi (scesa a 3 anni e 4 mesi con le attenuanti e il giudizio abbreviato), cinque mesi e
mezzo trascorsi in cella, e il ritorno alla libertà con l’obbligo di firma.
Non è una storia vera, ma potrebbe esserlo. Molti ex detenuti si trovano in simili condizione. Fuori
dal carcere senza una casa. Ripudiati dalle famiglie. Allontanati dai vecchi datori di lavoro. E con la
necessità di reinserirsi nel mondo dei normali. In competizione, anche, con gli oltre 26 mila
carcerati usciti dall’estate 2006 con l’indulto. Una sfida che per un mese, da fine ottobre a inizio
dicembre, abbiamo affrontato in tre città simbolo: Milano, Roma e Palermo.
Milano senza cuore
Il santino della Milano con il cuore in mano s’infrange al primo impatto. Per l’esattezza, contro la
farmacia all’angolo tra le centrali via Manzoni e via Bigli. È la mattina del 20 novembre, quando il
nostro ex detenuto entra e il termometro in strada segna tre gradi. Ha l’aria dimessa, le occhiaie
evidenti e la voce flebile. “Scusi”, dice al giovane medico dietro al bancone, “sono uscito dal
carcere, ho mal di testa e non ho soldi. Me la dà un’aspirina?”. “Non posso dartela così”, risponde il
farmacista.
“Ti posso dare un Moment, che costa due euro e 80”. Ma non ce li ha, l’ex carcerato, quegli euro:
sta male e vorrebbe aiuto. “Mi spiace”, scuote la testa il dottore, “non posso sfustellare niente”.
“Però, se uno non si sente bene ed è in farmacia...”. “In farmacia... no”, dice il dottore. Come
logico, l’Agenzia italiana del farmaco conferma che non esistono ostacoli, perché un farmacista
somministri un medicinale da banco a un cliente senza soldi. Eppure accade.
E ancora peggio, pochi minuti dopo, fanno i taxisti parcheggiati in piazza San Babila. Ai conducenti
infreddoliti, l’ex detenuto spiega attraverso i finestrini che non si sente bene e gli gira la testa.
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“Portatemi al più vicino ospedale”, li prega. In fondo ci vorrebbe poco: il Fatebenefratelli è a dieci
minuti, il tempo perso sarebbe minimo.
Ma il primo autista, un tipo massiccio con i capelli a coda di cavallo, è di tutt’altra idea. “Scusa”,
chiede, “ma tu ti stai ponendo come cliente regolare, normale, o...”. “Non ho soldi”, dice l’ex
detenuto a testa bassa. “E allora”, sbotta, “cosa ti posso dire, caro?”. “Mi puoi dare una mano...”. “E
a me chi la dà, la mano”, s’infuria, “che sono pieno di debiti fino al collo?”. Poi se ne va, caricando
un altro cliente.
Dice Lucia Castellano, direttore del carcere modello di Bollate, alle porte di Milano: “L’elemento
fondamentale, quando si esce dal carcere, è la rete degli affetti”. Solo così, spiega, “è possibile
recuperare. Altrimenti esplode il senso d’isolamento, l’abbandono psicologico che porta a
delinquere”. Parole che tornano alla mente quando l’ex detenuto chiede elemosina in corso Vittorio
Emanuele, spina dorsale del centro milanese; e poi giù, fino a piazza del Duomo.
In teoria dovrebbe essere facile mettere lì la mano e chiedere monete. Invece è inutile, oltre che
umiliante. In mezz’ora, nessuno lascia qualcosa. Dieci centesimi sono l’eccezione di un ventenne
che esce dalla metropolitana. Gli altri filano via, voltandosi dall’altra parte. Alla parola carcere il
rifiuto è totale. Al punto che una ragazzina ride in faccia al nostro ex detenuto, circondata dai
compagni di scuola.
Crudele, come reazione. “Ma anche un segno di inadeguatezza, di incapacità da parte delle nuove
generazioni di relazionarsi con un problema enorme”, dice Vincenzo Lo Cascio, del Dipartimento
amministrazione penitenziaria. Tutto vero. Ma il rigetto verso un ex carcerato è anche altro. È la
freddezza che sperimenta quando cerca qualcosa da mangiare. Inutile chiedere al McDonald’s di
viale Tunisia, intasato di ragazzi e impiegati in pausa.
La direttrice dice che le spiace, ma non dà nulla. “Neppure un panino?”. “No”. Stessa cosa nel
McDonald’s di piazzale Loreto, o nei locali etnici. Al ristorante Africa, in via Lazzaro Palazzi, lo
liquidano distrattamente. Mentre all’argentino di fianco, il Plaza de Los Toros, un uomo spiega che
“non è pronto niente”, malgrado sia mezzogiorno. Dice anche che non ha un pezzo di pane,
malgrado ce ne sia un sacco pieno. E quando l’ex carcerato glielo indica, lo mette alla porta.
Come si è irrigidita Milano lo sintetizza l’impiegata dell’agenzia Immobilnord di via Cadamosto,
alla quale l’ex detenuto arriva dopo avere cercato casa, una stanza, un letto, in tutti i modi possibili:
dagli annunci sui giornali alle altre agenzie. “Se vado da un proprietario a dire che lei, che è stato in
carcere, vuole affittare il suo monolocale, mi risponde di lasciar perdere”, spiega.
D’altronde, si scopre quella sera, è difficile ottenere ospitalità anche da un centro sociale, dove
pensi sia automatica. “No, non è possibile dormire qui dentro”, avverte un membro del collettivo
del Centro Sociale Vittoria, in via Muratori. Prima di tutto, chiarisce, lì dentro fanno cultura per
finanziarsi; e poi, aggiunge, “potrebbe essere pericoloso: due anni fa sono entrati i fascisti e hanno
spaccato tutto”.
Detto questo, il ragazzo con il cappuccio della felpa in testa e la sigaretta in bocca specifica che il
suo è un gruppo “che ragiona in termini politici, e il tuo caso non c’entra niente”. Anche perché,
teorizza, “non condividiamo il modo di aiutare cattolico, quello ad personam... Noi non facciamo,
per dire, singole vertenze lavorative per chi ci chiede aiuto”. Il loro spirito è diverso: ragionano
“sulla massa”, non su un ex detenuto allo sbando.
Discutibile, come logica, però in buona fede. Il ragazzo, a modo suo, cerca di aiutare. Parla di un
altro centro sociale, accenna a liste d’attesa da verificare. Ma la sostanza non cambia: si deve
cercare altrove. Come sul fronte opposto della barricata sociale, nei santuari dello shopping di via
Montenapoleone. Qui il tono è più soft, ma disponibilità all’elemosina zero. Un commesso di
Zegna, rosso in volto come i suoi capelli, rifiuta imbarazzato. Il suo collega di Ferragamo dice che
“non si può dare niente”, e quando l’ex detenuto chiede perché, risponde: “L’azienda...”. Un rifiuto
a cui segue quello dei commessi di Hogan (“Prova per strada, con i passanti”, suggeriscono),
Alberta Ferretti (“Ci trovi proprio in un momento difficile”), Dior (il commesso scuote la testa
senza parlare) e Versace (“Non posso toccare la cassa e non abbiamo il portafogli”, dice una
dipendente). Addirittura, spiegano apertamente da Valentino, l’unico negozio in cui l’ex carcerato
viene accompagnato fuori, c’è una regola della maison che vieta l’elemosina. “Non prenderla sul
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personale”, dice un tale che si definisce operaio: “Io purtroppo sto lavorando”. “Ma come”, ribatte
l’ex detenuto, “non vi permettono di dare una moneta?”. “No”, dice premendo verso l’uscita.
Ora: è possibile che alla presenza di una persona uscita di prigione, e al disagio che provoca nella
comunità, i dipendenti oppongano la scusa della regola aziendale. Ma anche così, poco cambia. Che
siano le griffe a proibire l’elemosina, o siano i dipendenti a non volerne sapere, le tasche dell’ex
detenuto restano vuote. E il resto è anche più squallido. Fa presto, un tassista in piazza San Babila, a
dire: “Vai a lavorare!”.
La ricerca di un’occupazione, per chi ha alle spalle il carcere, è un dramma. Un tormento che parte
dalla lettura di Secondamano, il settimanale degli annunci. Lì, per esempio, c’è la seguente offerta:
“Cerchiamo venditori telefonici per call-center, dal lunedì al venerdì, disponibilità immediata, zona
Famagosta”. Può essere una buona occasione.
L’ex detenuto spiega all’impiegata che ha urgenza di lavorare. Ma lei gli butta giù il telefono. Più
cortese è il giovane di una “società in cerca di personale per magazzino, zona sud Milano”. Ascolta
la storia, e la cestina così: “Attualmente siamo a posto”. Curioso: Secondamano è uscito il giorno
prima, possibile che abbiano già trovato? “Stavamo cercando”, farfuglia, “ma hanno chiamato in
parecchi...”.
Forse, perché un ex carcerato trovi un lavoro, uno qualunque, deve fare di più: deve spingersi oltre
le mura cittadine, non limitarsi a Milano. Magari andare in Brianza, patria delle piccole e medie
aziende. E allora ecco che, la mattina del 21 novembre, si presenta a Lissone: la capitale del mobile.
Senza tregua, per ore, cerca un qualunque impiego, un banale contatto. Ma nessuno concede niente,
a un ex carcerato. Anzi, il più delle volte non viene accolto di persona: a fermarlo ci pensano
cancelli e citofoni.
“Al momento non prendiamo nessuno”, dicono al citofono della Side Lighting Instruments.
“Compila un curriculum e mettilo nella buca”, dicono al citofono della Hantarex Electronic System.
“Eh, guardi, siamo pieni...”, dicono al citofono della Caspani Ivano, salotti e tendaggi...
Niente. Improvvisamente la Brianza è satura. Fatto sta che a fine giornata si rimedia solo fatica. E
l’amarezza, tornati a Milano, per il rifiuto dell’agenzia interinale Openjob, dove spiegano che non
c’è lavoro, per uno uscito di galera: neppure il più umile, il più sfiancante. “Abbiamo tutte ricerche
per figure impiegatizie”, dicono alla filiale dietro a piazza della Repubblica.
A conti fatti, solo quattro persone a Milano aiutano l’ex carcerato. I primi sono un farmacista di via
Fabio Filzi che gli concede un Moment, e un barista di via Omboni che gli offre una brioche. Poi
c’è la segretaria dell’agenzia per single Eliana Monti, pronta a lanciarlo in appuntamenti romantici
(a pagamento, ovvio). E infine, il marocchino che l’ex detenuto incontra la sera stessa davanti alla
stazione centrale. Lui sì che ascolta le sue sciagure, dagli strozzini alle rapine nei supermercati. E dà
pure consigli, dall’alto del suo anno in carcere per droga: “Ci vuole la pistola, per le rapine, non il
coltello!”, dice. Poi propone di “fare un giro lì attorno, con un suo amico...”. “No”, ringrazia l’ex
detenuto: “Non voglio spacciare. Non voglio tornare dentro”.
Roma capitale delle illusioni
“Paradossalmente”, sostiene Monica Cali, magistrato di sorveglianza al penitenziario di Novara,
“uno dei momenti più difficili della prigione è quando devi lasciarla. Vero è”, dice, “che ci sono i
servizi di assistenza, ma l’accompagnamento a fine pena deve essere altro: un punto cruciale nel
recupero della persona”. Fatto sta che spesso non è così. E non solo a Milano.
La prova di come la politica, nazionale e locale, snobbi il problema, è la reazione alla mail che il
nostro ex detenuto scrive ai sindaci delle città e ai presidenti delle Regioni toccate da questa
inchiesta; ma anche a leader di partito e parlamentari. Il messaggio, con oggetto “È una richiesta di
aiuto”, riassume il dramma di chi, da persona onesta, finisce a delinquere. E si conclude così: “Ho
bisogno di un aiuto, ma la gente non ne vuole sapere di uno come me. Allora mi rivolgo a lei che
tanto potrebbe fare per me. Mi aiuti, per favore, altrimenti non so dove sbattere la testa”.
Il primo a rispondere, il giorno dopo l’invio (avvenuto lo scorso 29 ottobre), è l’ufficio di gabinetto
del sindaco Letizia Moratti. Poi scrivono il suo assessorato alle Politiche sociali e il settore Servizi
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per adulti in difficoltà. Se troppi milanesi non aiutano un ex carcerato, insomma, il Comune sì: con
tanto di indirizzi dove presentarsi e numeri di telefono.
Lo stesso non si può dire di Palermo; e nemmeno di Roma, dove il sindaco Walter Veltroni viene
sollecitato due volte a vuoto. Una scelta, quella di non rispondere alla mail, condivisa con altri
colleghi: da Clemente Mastella a Silvio Berlusconi, da Gianfranco Fini a Pier Ferdinando Casini,
dal leghista Mario Borghezio ai deputati di Rifondazione Francesco Caruso e Daniele Farina, ex
portavoce del centro sociale Leoncavallo e attuale vicepresidente della commissione Giustizia.
Chi risponde, invece, è il capogruppo di Rifondazione al Senato Giovanni Russo Spena, il quale
invita a contattare un funzionario del Dipartimento Amministrazione Giudiziaria. E la segreteria del
numero due alla Giustizia Luigi Manconi, disposta a segnalare qualche cooperativa. Pochi appigli, e
anche un po’ generici.
Ma sempre più concreti del ministro ed ex toga Antonio Di Pietro, il quale in 22 righe non dà un
solo suggerimento. Si augura, piuttosto, che l’ex detenuto si accontenti della sua solidarietà,
“andando avanti sulla strada della legalità”, e ricordando “quanto sia stata dolorosa per Lei e la Sua
famiglia l’esperienza della gattabuia”. Nell’occasione, conclude, “la invito a inserire il Suo
nominativo nella mailing list dell’Italia dei Valori, per poter essere informato sulle nostre attività e
iniziative politiche”.
La beffa, oltre al carcere. L’invito ad aggiornarsi sul partito, ma non un numero, un nome, per
cercare casa o lavoro. Una leggerezza che non è di destra o di sinistra. È la disinvoltura che il nostro
ex detenuto ritrova a un gazebo di Forza Italia, in piazza Euclide, quartiere Parioli di Roma.
L’impatto è morbido, gentile. Un anziano attivista gli infila in mano qualche spicciolo, ma nessuno
sa indirizzarlo verso un sostegno vero. Un altro attivista promette il numero del coordinatore, che
alla fine non dà.
Poi arriva una Ferrari, da cui scende un signore con giaccone e cappellino altrettanto rossi. Firma
anche lui, per cacciare Prodi, maneggiando un portafoglio gonfio di banconote. “Scusi”, dice l’ex
carcerato, “sono uscito dal carcere, me la dà una mano? Mi aiuta almeno lei, che ha una Ferrari?”.
“E che c’entra”, ridacchia: “Io faccio uscire la gente dal carcere... sono avvocato!”. Poi volta le
spalle e non risponde più.
“Schifosi”, bofonchia Nicolai, uno zingarello dell’ex Jugoslavia seduto lì vicino: “Qui ai Parioli
sono tutti ricchi, ma non danno niente. Poi dicono che vai a rubare... Io ho cercato lavoro da
imbianchino, da falegname. Inutile. Sei zingaro, dicono...”. In passato, racconta, si è fatto il carcere
per furto, a Rebibbia. Ora è uscito e cerca di filare dritto, ma non è facile. Da ore porge la mano con
un’altra zingarella, nell’indifferenza generale.
Più o meno come accade al nostro ex detenuto, quando si piazza a terra davanti a villa Borghese. Ai
piedi ha un cartello con un messaggio disperato, che però non serve a nulla. Un signore si ferma a
mezzo metro da lui con il giornale in mano: lo chiama, gli chiede aiuto, eppure non guarda. Altri
tirano semplicemente dritto. Alla fine, mezz’ora di elemosina frutta un euro.
Un altro euro l’ex detenuto lo recupera in piazza di Spagna, dove incrocia per caso Franco Carraro,
l’ex sindaco di Roma, che nulla dà e anzi accelera il passo. Dopodiché arriva la svolta, sui treni in
partenza dalla stazione Termini. In un minuto, nella carrozza di prima classe dell’Eurostar Roma-
Milano raccoglie nove euro e 40. Bene anche in seconda, sull’Eurostar Roma-Venezia (cinque
euro), dove però accade l’imprevedibile.
“Scusi! Aiuto...”, si agita una ragazza a cui ha chiesto la carità: “Il signore mi sta importunando!”.
La cosa assurda è che non chiama il capotreno, o altro personale delle ferrovie. Chiama un
venditore abusivo napoletano di bibite; un ceffo tarchiato che dice: “Scendi!... Scendi!”. “Sto solo
cercando aiuto”, si difende l’ex carcerato. “Aiuto? Nessuno te lo dà, se non vai a lavorare! Ce ne
sono altri cinque come te, su questo treno... Spostati!”.
È la guerra tra poveri. Qualche ora in stazione e i questuanti professionisti ti hanno già inquadrato.
Studiano chi sei, cosa fai, quanto resti. E allora è il caso di cambiare zona. Meglio trasferirsi al
quartiere Prati, anima ortodossa della borghesia capitolina. Lì, a ora di pranzo, l’ex carcerato chiede
cibo nelle pizzerie rimediando una mela.
Poi cerca lavoro in via Vespasiano, alla Tnt: l’azienda che, dice il sito Internet, “garantisce da più di
vent’anni consegne in città in meno di due ore, grazie alla sua flotta di motorini, moto ed
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autovetture”. In teoria, il posto perfetto per chi abbia voglia di sbattersi. In pratica, un incontro
sconcertante. Le condizioni di lavoro proposte al nostro ex detenuto sono umilianti, oltre che
fuorilegge. Prima di tutto, spiega il reclutatore, il lavoro è in nero. Secondo, qualora gli serva la
busta paga, per dimostrare alla giustizia che ha un impiego, deve pagarsela lui. E comunque sarà il
capo filiale a decidere se arruolarlo.
Alla fine, nessuno telefona, dalla Tnt. E neanche dalla Multiservice srl di corso Trieste, l’azienda di
pulizie dove l’ex carcerato si presenta il 13 novembre. Vero è che la selezionatrice è bendisposta, e
che parla di un contratto a tempo indeterminato, con 400 euro al mese per tre ore di lavoro al
giorno. Ma poi aggiunge che sentirà il consulente del lavoro, perché l’azienda predilige “chi è
iscritto alla disoccupazione da almeno 24 mesi, il che consente uno sgravio fiscale del 50 per
cento”. Come dire: siccome il nostro ex detenuto non ha i 24 mesi, addio posto fisso. E anche a
quello da precario, inseguito nei cantieri di Ponte di Nona, alla periferia di Roma.
“La verità”, dice un altro ex carcerato che dà un euro in via Ottaviano, è che “c’avemo più core noi
de quelli che stanno in giro”. Lui, racconta, è finito dentro per spaccio, e si è ripreso grazie al
mestiere che fa da sempre: l’imbianchino. In nero, naturalmente. D’altronde, a seguire la retta via
dei colloqui, degli annunci sul giornale, non si ha speranza.
Lo spiega la storia appena pubblicata dal “Tirreno”: un ex detenuto che, a 14 anni dal carcere, si è
visto rifiutare il posto dalla Lucchini siderurgica. “La gente si fa i film in testa”, dice un agente
immobiliare della Tecnocasa di via Somalia, zona eterogenea nell’est di Roma. “Pensa che un ex
carcerato possa portare in casa altri delinquenti, aprire una cellula terroristica, farsi ‘na raffineria...”.
Quindi, sostiene, meglio cercare una coabitazione, piuttosto che un appartamento: spulciare annunci
su “Porta Portese” e sperare in bene.
Un bene che non arriva mai, nella capitale. Non solo per colpa del mercato asfittico, dei prezzi folli
degli appartamenti e dei pregiudizi oggettivi. Ma anche per l’ostacolo di banche e finanziarie.
Verifica, il nostro ex detenuto, che nessuno tra Unicredit, Banca nazionale del lavoro, Intesa-San
Paolo e Antonveneta gli presterebbe mille euro. Neppure se avesse un contratto regolare di sei mesi.
E persino Findomestic, tra i leader italiani nel settore prestiti, risponde picche. “Purtroppo”, dice un
operatore, “ci vuole un anno di contratto”.
Per mille euro? “Sì: il contratto deve coprire l’intero finanziamento”. Anche se, facendo i calcoli,
sei mesi di garanzia basterebbero. Ennesima delusione, neppure le prostitute a Roma reggono più di
tanto un ex carcerato. Quelle contattate rispondono tipo Susy, 23 anni, nell’annuncio “calda,
prosperosa, intrigante, colta e educata”. “Che c’entra che sei appena uscito di galera?”, s’arrabbia
quando l’ex detenuto insiste a chiedere sconti. “Io sono appena uscita dall’ospedale: e allora?”.
Palermo ultima spiaggia
“Non è cattiveria, quella della gente verso gli ex carcerati”, spiegano gli operatori sociali, “e
nemmeno egoismo. Peggio: è l’assuefazione alle difficoltà altrui. L’incapacità di immedesimarsi,
soprattutto quando di mezzo c’è la detenzione: una realtà che genera distacco, oltre che paura”.
Un teorema che si conferma on-line, entrando nella chat di Yahoo. L’idea è di conoscere nuove
persone, nuovi amici a cui appoggiarsi. Ma è un percorso a ostacoli. Francesca67, nickname di
chissà chi, non è disposta a sorbirsi le tristezze del carcere.
Tantomeno accetta di parlare al telefono, o di chattare in futuro. È annoiata, oltre che spaventata, da
un ex detenuto senza casa e lavoro. Preferisce parlare di sé, delle sue storie d’amore, dei suoi guai
familiari. Come Dany, Fandango, Markus, Stars e infiniti altri. Solo un certo P.A. tratta il nostro
disperato in modo umano. È curioso, rispettoso, cerca di consolare. Ma la ragione salta presto fuori:
“Sono bisex”, dice. E vista la situazione, non gli spiacerebbe un incontro.
Normale anche questo, dicono gli addetti ai lavori. Nell’emarginazione, la sessualità diventa un
tramite, un passe-partout. Per il resto, la società civile si rifugia nell’ipocrisia, nel gelo preventivo. E
la riprova, in questo caso, arriva da Palermo, dove il 27 novembre l’uomo uscito dal carcere va
all’hotel Federico II, un cinque stelle nel centro della città. Vorrebbe dire ai portieri che non si sente
bene, che sta cercando un’aspirina. Ma non riesce neppure a entrare. Un dipendente in abito scuro
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lo liquida davanti all’entrata: “Non abbiamo aspirina”, taglia corto. “Niente?”, insiste. In fondo è
una persona in difficoltà, che non si sente bene. Ma la risposta non cambia: “No, mi spiace”.
Stesso discorso all’Hotel Mediterraneo, il tre stelle di via Rosolino Pilo dove l’ex detenuto entra
subito dopo. Il ragazzo al banco, in verità, fa il gesto di aprire uno scaffale, ma la collega più matura
lo ferma. “C’è una legge”, dice. Anche se non è vero. Nessuna direttiva, assicura la Federalberghi,
vieta agli hotel di fornire farmaci da banco: né a Palermo né altrove. Dunque è il pregiudizio, quello
che non consente di aiutare un ex carcerato. Una forma di insofferenza che si respira a Palermo,
come a Milano e Roma. Con una particolarità: Palermo è più creativa, nel suo costante rifiuto.
Tutti, a partire dalla fascia più debole, quella degli africani che vendono borse contraffatte in via
Maqueda, non si limitano ad abbozzare: rimandano a qualcun altro. Metro dopo metro, isolato dopo
isolato, in un triste gioco dell’oca. “Vai dai cinesi vicino alla stazione”, dice un nero sotto i portici:
“loro hanno la merce”. D’accordo. Ma i venditori cinesi, a turno, spiegano che non c’è lavoro, che
non c’è niente da fare. “Vai da quelli delle pompe funebri”, suggerisce allora un italiano: “cercano
sempre, lì”. Così l’ex detenuto arriva alla Discesa dei giudici: un vicoletto dove il titolare delle
pompe funebri è seduto sulla porta, con le bare alle spalle. Non dice niente: ascolta, scuote la testa e
liquida. Impenetrabile come il mercato Ballarò, dove i fruttivendoli scaricano il nostro ex carcerato
dai macellai, i macellai dai pescivendoli e i pescivendoli dai baristi. Fino a spingerlo nel vicino
ufficio del Cot, il Centro orientamento e tutorato dell’Università, dove pare aiutino tutti.
In realtà non è vero che assistono anche chi non studia, ma non è questo il punto. Il punto è che
l’impiegato riceve l’ex detenuto cordialmente, e lo indirizza ottimista verso via Marchese
Villabianca, nella sede palermitana di Italia Lavoro. Lì, dice, sapranno aiutarlo. E in linea teorica
non ha torto. Tra i suoi obiettivi, la società pubblica Italia Lavoro ha “l’inclusione sociale e
lavorativa delle persone detenute ed ex detenute”. Ma entro certi limiti. Per prima cosa,
un’impiegata chiede al nostro ex carcerato se è uscito con l’indulto. E quando le risponde “no”, è
già tutto finito. Il guaio è che per gli indultati esiste il “Progetto lavoro nell’inclusione sociale”: un
concreto sforzo governativo per contenere le recidive. Chi invece ha scontato tutta la pena, o è in
bilico tra i vari gradi di giudizio, deve paradossalmente arrangiarsi. “Magari”, suggerisce un’altra
impiegata, “andando all’agenzia interinale Adecco, che è buonissima”.
Non possono sapere, le ragazze di Italia Lavoro, che proprio dalla filiale Adecco di via Gallo, quella
che segnalano, arriverà l’ultima delusione. “Le offerte attuali”, si limita a dire una signorina gelida,
“sono esposte fuori”. Per la cronaca, un impiego da “store manager con esperienza nella direzione
di punti vendita moda”, uno da “responsabile di produzione laureato o diplomato”, uno da “agente
di commercio con provenienza dal settore farmaceutico” e uno da “responsabile logistica con
diploma o laurea a indirizzo economico”. Altro non c’è, per un ex detenuto. Al massimo, dice la
signorina, “lasci un curriculum e le faremo sapere”.
“Lo so, è terribile...”, dice il signor Franco, cameriere alla Taverna del vicoletto in via
Dell’Orologio: l’unico locale tra Milano, Roma e Palermo a offrire un pasto gratis. “C’è una cappa
di potere, che ci schiaccia!”, s’indigna. Poi, su indicazione del titolare, porta al nostro ex carcerato
un antipasto di verdure e una meravigliosa pastasciutta al ragù, con tanto di pane e bottiglia media
di birra. Grazie, a nome di coloro che veramente cercano di ricominciare.