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  1. #11
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    Fondi Pensione Pubblico Impiego: ROBA DA MATTI!



    Stanno per partire i Fondi Pensione per i dipendenti pubblici!
    Sembrerebbe una barzelletta, vista l'immane crisi finanziaria che sta
    travolgendo le borse di tutto il mondo e di cui non si vede fine, invece è
    realtà: domani CGIL CISL UIL, i sindacati autonomi firmatari dell'Accordo
    istitutivo dei fondi pensioni per il P.I., che solo la RdBCUB non ha
    sottoscritto, e l'ARAN si riuniranno per definire l'atto costitutivo presso
    un notaio dei Fondi Pensione "Sirio" (per ministeri, parastato, agenzie
    fiscali) e "Perseo" (per enti locali e sanità), primo passo per andare poi
    alla raccolta delle adesioni.
    Ci vuole proprio un bel coraggio per procedere su questa strada in un
    momento in cui i Fondi Pensioni già avviati sono in perdita: Cometa e
    Fonchim, fondi dei metalmeccanici e dei chimici, hanno perso 7 milioni di
    Euro in obbligazioni della Lemhan Brothers, e quello dei ferrovieri si è
    salvato, rimettendoci di meno, solo perché a Luglio si era sbarazzato delle
    stesse obbligazioni!
    Già nei primi mesi dell'anno, quando i mercati finanziari erano in una fase
    di bonaccia, i fondi avevano perso in media il 2,7%, quasi cinque punti in
    meno rispetto al + 2% reso dal TFR.
    Gli esperti dicono che, si è vero, nel breve periodo il TFR rende di più ma
    nel lungo si rifanno!
    In realtà i Fondi pensione hanno perso la sfida con il TFR sia nei primi
    mesi del 2008 che nel lungo periodo: fra il primo gennaio del 2000 e il 30
    giugno del 2008 nessuno dei fondi maggiori ha battuto i rendimenti del TFR
    che ha fruttato il 27,7%.
    I sostenitori della previdenza complementare invitano a non disperare a
    patto naturalmente che il lavoratore abbia un arco di tempo sufficientemente
    lungo, 30/40 anni, per implementare la sua pensione e vedere fruttare quello
    che incautamente ha versato nei fondi privati!
    Sono gli stessi che ci avevano assicurato e fornito garanzie sulla bontà dei
    loro investimenti!
    Con quale faccia allora CGIL CISL UIL si apprestano a far partire la
    pensione complementare per i dipendenti pubblici?
    Dopo aver approvato nel 1994 la riforma Dini, che introducendo il
    contributivo, ci ha assicurato una ben misera vecchiaia, ora tornano alla
    carica con la pensione complementare privata.
    Ma credono che siamo tutti scemi?
    La crisi finanziaria indotta dai mutui subprime americani è lungi
    dall'essere risolta, anzi gli analisti dicono che il peggio non è ancora
    arrivato; sempre più banche, a livello internazionale stanno fallendo e
    l'unico rimedio trovato dai cantori del liberismo e del mercato per impedire
    che il sistema salti del tutto è l'intervento pubblico: ovvero il
    salvataggio della banche e delle finanziarie tramite l'intervento dello
    Stato.
    Si salvano gli speculatori con i soldi dei contribuenti, sottraendoli così
    alle spese sociali!
    Questa, del resto è la logica del mercato: privatizzare i profitti e
    socializzare le perdite!
    Eravamo stati facili profeti nel dire che l'ennesima trappola, ideata da
    governo, padronato e CGIL CISL UIL serviva solo alle imprese per finanziarsi
    e si sarebbe rivelata una trappola per i lavoratori. Per questo ci siamo
    battuti con forza per chiarire la portata dell'imbroglio e con successo
    visto che l'adesione ai fondi finora è stata molto al di sotto di quanto
    loro si aspettavano.
    Lo stesso faremo nei confronti dei fondi destinati ai lavoratori pubblici ma
    questo non basta: bisogna invertire la tendenza affinché la previdenza
    pubblica sia sempre più qualificata ed in grado di garantire un futuro
    sereno dopo una vita di lavoro.

    Anche per questo scioperiamo il 17 Ottobre prossimo.


    Roma, 8.10.08 RdBCUB Pubblico Impiego

  2. #12
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Fondi Pensione Pubblico Impiego: ROBA DA MATTI!



    Stanno per partire i Fondi Pensione per i dipendenti pubblici!
    Sembrerebbe una barzelletta, vista l'immane crisi finanziaria che sta
    travolgendo le borse di tutto il mondo e di cui non si vede fine, invece è
    realtà: domani CGIL CISL UIL, i sindacati autonomi firmatari dell'Accordo
    istitutivo dei fondi pensioni per il P.I., che solo la RdBCUB non ha
    sottoscritto, e l'ARAN si riuniranno per definire l'atto costitutivo presso
    un notaio dei Fondi Pensione "Sirio" (per ministeri, parastato, agenzie
    fiscali) e "Perseo" (per enti locali e sanità), primo passo per andare poi
    alla raccolta delle adesioni.
    Ci vuole proprio un bel coraggio per procedere su questa strada in un
    momento in cui i Fondi Pensioni già avviati sono in perdita: Cometa e
    Fonchim, fondi dei metalmeccanici e dei chimici, hanno perso 7 milioni di
    Euro in obbligazioni della Lemhan Brothers, e quello dei ferrovieri si è
    salvato, rimettendoci di meno, solo perché a Luglio si era sbarazzato delle
    stesse obbligazioni!
    Già nei primi mesi dell'anno, quando i mercati finanziari erano in una fase
    di bonaccia, i fondi avevano perso in media il 2,7%, quasi cinque punti in
    meno rispetto al + 2% reso dal TFR.
    Gli esperti dicono che, si è vero, nel breve periodo il TFR rende di più ma
    nel lungo si rifanno!
    In realtà i Fondi pensione hanno perso la sfida con il TFR sia nei primi
    mesi del 2008 che nel lungo periodo: fra il primo gennaio del 2000 e il 30
    giugno del 2008 nessuno dei fondi maggiori ha battuto i rendimenti del TFR
    che ha fruttato il 27,7%.
    I sostenitori della previdenza complementare invitano a non disperare a
    patto naturalmente che il lavoratore abbia un arco di tempo sufficientemente
    lungo, 30/40 anni, per implementare la sua pensione e vedere fruttare quello
    che incautamente ha versato nei fondi privati!
    Sono gli stessi che ci avevano assicurato e fornito garanzie sulla bontà dei
    loro investimenti!
    Con quale faccia allora CGIL CISL UIL si apprestano a far partire la
    pensione complementare per i dipendenti pubblici?
    Dopo aver approvato nel 1994 la riforma Dini, che introducendo il
    contributivo, ci ha assicurato una ben misera vecchiaia, ora tornano alla
    carica con la pensione complementare privata.
    Ma credono che siamo tutti scemi?
    La crisi finanziaria indotta dai mutui subprime americani è lungi
    dall'essere risolta, anzi gli analisti dicono che il peggio non è ancora
    arrivato; sempre più banche, a livello internazionale stanno fallendo e
    l'unico rimedio trovato dai cantori del liberismo e del mercato per impedire
    che il sistema salti del tutto è l'intervento pubblico: ovvero il
    salvataggio della banche e delle finanziarie tramite l'intervento dello
    Stato.
    Si salvano gli speculatori con i soldi dei contribuenti, sottraendoli così
    alle spese sociali!
    Questa, del resto è la logica del mercato: privatizzare i profitti e
    socializzare le perdite!
    Eravamo stati facili profeti nel dire che l'ennesima trappola, ideata da
    governo, padronato e CGIL CISL UIL serviva solo alle imprese per finanziarsi
    e si sarebbe rivelata una trappola per i lavoratori. Per questo ci siamo
    battuti con forza per chiarire la portata dell'imbroglio e con successo
    visto che l'adesione ai fondi finora è stata molto al di sotto di quanto
    loro si aspettavano.
    Lo stesso faremo nei confronti dei fondi destinati ai lavoratori pubblici ma
    questo non basta: bisogna invertire la tendenza affinché la previdenza
    pubblica sia sempre più qualificata ed in grado di garantire un futuro
    sereno dopo una vita di lavoro.

    Anche per questo scioperiamo il 17 Ottobre prossimo.


    Roma, 8.10.08 RdBCUB Pubblico Impiego
    ottimo comunicato. Pienamente condivisibile.
    La storia dei fondi pensione, recentemente approfondita nella mia tesi di laurea, è una delle vergogne (fra le tante) della politica economica e previdenziale degli ultimi 15 anni.

  3. #13
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    Mobilitarsi per questa iniziativa!

  4. #14
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    L’importanza dello sciopero generale del 17 ottobrein questo scenario politico
    Appello alle organizzazioni e ai militanti della sinistra anticapitalista.

    E’ enormemente cresciuto il significato politico dello sciopero generale del 17 ottobre convocato dai sindacati di base. Dai segnali che arrivano dalle varie città, dai lavoratori, dai precari e dai movimenti sociali, si percepisce che la partecipazione, i contenuti e la qualità dello sciopero e della manifestazione nazionale che sfilerà a Romasarà una rappresentanza reale e non formale del conflitto di classe in corso nel paese. Di fronte alle misure reazionarie e antisociali adottate da un governo non ancora impopolare, è emersa con tutta evidenza la mancanza di una reale opposizione politica e sociale, resa tanto più necessaria e possibile dalla crisi e fallimento del modello capitalistico fondato sul dominio delle istituzioni finanziarie pubbliche e private, negli USA come in Europa.
    La rabbia dei lavoratori, dei precari e di crescenti settori sociali oggi somiglia sempre di più alla rabbia crescente che sta emergendo tra i giovani delle università e delle scuole che vedono realizzarsi in pieno la contraddizione tra le loro aspettative e la misera realtà che il governo e i poteri forti del capitale mettono a disposizione come unico prossimo futuro.
    Di questo sembra essere pienamente consapevole il governo della destra che sta introducendo misure tese alla limitazione del diritto di sciopero e di rappresentanza miranti a colpire le lottee lo sviluppo delle organizzazioni sindacali di base.
    Ma ne sono consapevoli anche Cgil Cisl Uil (e adesso anche il satellite Ugl) che si sono caratterizzate per la reticenza nella mobilitazione e per l’ennesima tentazione di sottoscrivere un accordo separato con governo e Confindustria su tutte le questioni più importanti delle relazioni sindacali per i prossimi anni.

    L’aver remato contro gli scioperi (Cisl e Uil) e la convocazione di scioperi tardivi e strumentali da parte della Cgil nella scuola, nel pubblico impiego e tra i metalmeccanici, per un verso cercano di depotenziare le occasioni e le forze sindacali e sociali che animano concretamente i conflitti, dall’altro tentanodi impedire che si manifesti, altrettanto concretamente, l’autonomia dei lavoratori e dei movimenti sociali nello scontro con un governo, complessivamente ancora forte, ma non più invincibile.
    Ma se lo scenario sindacale vedetendenzialmente semplificare le opzioni in campo tra chi vuole rieditare una impossibile concertazione e chi dà priorità agli interessi dei lavoratori, lo scenario della “politica” appare ancora più arretrato e confuso.

    Il deficit di opposizione si delinea chiaramente nella natura, negli obiettivi e nella strategia di un Partito Democratico che ha assunto il carattere di competitore ma di non di oppositore al governo della destra. I suoi obiettivi divergono dall’esecutivo di Berlusconi nelle modalitàdi attuazione ma non nella sostanza delle priorità su cui si intende concepire e costruire le relazioni sociali e le forme della governance nel nostro paese.
    Diversamente dal PD, i partiti della sinistra che sono scesi in piazza sabato 11 ottobre appaiono lacerati da una divergenza sostanziale sul ruolo da svolgere dentro lo scenario politico e sociale.
    Per coloro che perseguono la prospettiva dell’Arcobaleno il futuro è poco più di un raggruppamento satellite e subalterno al Partito Democratico.
    Per gli altri che, a vario titolo, rivendicano una identità comunista contrapposta alla prima ipotesi, si pone seriamente il problema di un serio dibattito sulla propria funzione di soggettività comunista dentro un paese a capitalismo avanzato ed a fronte di un bipartitismo sempre più blindato che esclude a priori una loro rappresentanza politica sia a livello elettorale che nella partecipazione ad eventuali governi.

    Diverso è invece il nodo che attiene alla rappresentanza politica intesa non come riconoscimento da parte delle istituzioni ma come effettiva rappresentanza di un blocco sociale – o di segmenti di esso – antagonista agli interessi materiali e strategici del governo, della Confindustria e dei poteri forti del blocco imperialista europeo.
    Questa connessione tra sinistra, partiti comunisti e settori popolari si è ormai lacerata in molti punti.
    Per una sua possibile ricomposizione non è assolutamente adeguata la riaffermazione esclusivamente identitaria e la certificazione di esistenza in vita attraverso le annuali manifestazioni. Di questa consapevolezza, nonostante la buona affluenza in piazza, se n’è vista ancora molto poca nella manifestazione e negli obiettivi dell’11 ottobre.
    Ma le responsabilità di questa divaricazione tra le possibilità oggettive che vengono offerte dal procedere della crisi economica globale del capitalismo ed una soggettività di classe ancora inadeguata a trasformare queste contraddizioni in unacontrotendenza di riscatto dei lavoratori e dei settori popolari, non riguarda solo “gli altri”.

    Anzi questa situazione, per molti tratti inedita, pone seri problemi di continuità e coerenza anche alle forze che dalla manifestazione del 9 giugno 2007 contro la guerra hanno mantenuta viva, in una fase di grandi difficoltà, una critica ed un azione anticapitalista e antimperialista coerente.
    Non possiamo nasconderci che è stata un battuta d’arresto non aver dato seguito all’assemblea del 9 settembre a Roma che aveva deciso di entrare in campoin questoAutunno dando centralità al conflitto sociale e non più alle ritualità e al politicismo, presenti anche nelle fila della sinistra.

    A questo errore va posto rimedio in tempi brevi sia sul piano della chiarezza sullescelte dei prossimi mesi sia sul piano dei contenuti sia sull’agenda politica.
    La Rete dei Comunisti, insieme ad altre forze, ha ritenuto e ritiene tutt’ora che una sinistra anticapitalista – e dentro di essa il ruolo e l’azione teorico/politica dei comunisti – possano avere una funzione importante e crescente nelle contraddizioni di questa fase storica.

    Lanciamo dunque un appello non formale a tutte le soggettività che non intendono lasciare spegnere il percorso fin qui seguito e che ha prodotto risultati ancora minimi, se paragonati alla complessità della posta in gioco, ma concreti sul piano della lotta contro il militarismo e la guerra o sul piano del conflitto sociale e sindacale.

    Lo sciopero del 17 ottobre conferma che adesso serve uno slancio e maggiore coerenza sul piano della battaglia politica e delle prospettive. Il buco c’è e riempirlo – se non vogliamo adagiarci anche noi sulla testimonianza – è un passaggio concreto e complesso ma reso possibile da una situazione che spinge in avanti.

    16 ottobre 2008

    La Rete dei Comunisti

  5. #15
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    Predefinito Perchè scioperare il 17 ottobre

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Perchè scioperare il 17 ottobre

    A cura dell’ufficio studi Cub su studio Bri


    Oltre l’8% del Pil, 120 miliardi di euro, passato dai lavoratori ai profitti. Per i lavoratori 7000 € all’anno in meno in busta paga.
    La crescita dei profitti è stata pura redistribuzione di rendite economiche.
    Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento. Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del "miracolo economico".
    L´allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto avviene a metà degli anni ´90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995.
    La fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell´anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale. Negli ultimi anni questa suddivisione della ricchezza tra salari e profitti per i lavoratori è ulteriormente peggiorata.
    Otto punti in meno, rispetto al 76% di vent´anni prima. Una cifra enorme. Tradotto in valore, l´8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent´anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei padroni.
    Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all´anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, la loro dinamica di reddito l’hanno tutelata.
    Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tondi in più all’anno, in busta paga!
    Il furto è servito al capitale per inseguire un progresso tecnologico mozzafiato? Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, «non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra». Anzi «gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti».
    In altre parole «l´aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche.

    ARDITI NON GENDARMI

  6. #16
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    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Sciopero generale del 17, «vogliono cancellare 40 anni di lotte e antagonismo»

    Bernocchi, «va costruita una grande alleanza anticapitalista di soggetti sindacali, politici e sociali»
    Per Piero Bernocchi, leader storico dei Cobas, lo sciopero del 17 ottobre «sarà il più partecipato
    di quelli che nella nostra storia abbiamo organizzato e quella di Roma sarà la manifestazione più grande che noi abbiamo mai messo in campo. Questo per un convergere di vari motivi che poi sono legati anche agli obiettivi. Il primo è la grande mobilitazione della scuola tutta, che secondo me non ha precedenti per intensità. Mentre con la lotta alla Moratti si trattò in prevalenza di una mobilitazione di organizzazione di sindacati, di associazioni e anche di partiti, stavolta c’è davvero una risposta popolare perché l’attacco è a tutto campo. Non è soltanto un attacco di tipo strutturale-economico, quindi tagli senza precedenti, ma è un attacco proprio a tutta l’idea di scuola degli anni ‘60 e ‘70. Oserei dire che vogliono attaccare quarant’anni di lotte e antagonismo passando per la scuola».
    Che ne pensi del provvedimento di classi separate per gli immigrati?
    Nessuno ci aveva mai pensato seriamente e dal punto di vista didattico è una catastrofe: un ragazzo impara l’italiano solo se sta con gli italiani. In realtà si vuole dare un segnale di discriminazione, separazione, disciplinamento generale minaccioso. È un po’ se vogliamo la trasformazione dei provvedimenti securitari sull’ordine pubblico trasferito alla scuola. Questo sta provocando una risposta che va al di là degli addetti ai lavori, e quindi anche se nella piattaforma dello sciopero c’è detto no ai tagli, alla maestra unica - al femminile perché la quasi totalità sono donne, i maschi sono rarissimi - c’è un qualcosa di più, un rifiuto di tutta l’impostazione generale, che poi è un impostazione anche culturale. Si vuole davvero cancellare quarant’anni di storia, il terrore del ’68 è ancora vivo e credo che usino la scuola per cambiare e andare verso la deriva separatista, securitaria, degli ultimi che lottano contro gli ultimi.
    Sarà uno sciopero di tutto il mondo della scuola insieme, dei docenti e degli studenti dalle elementari all’università?
    Sarà una risposta generalizzata. Ci sono i lavoratori della scuola ma ci saranno in massa gli studenti, ci saranno gli universitari ma anche i medi. Questa unificazione non ce l’avevamo mai avuta perché in effetti si recepisce che l’attacco è globale, sociale-politico-culturale. Quindi, al di là dei temi specifici della piattaforma, è proprio tutto il mondo della scuola che vedremo in piazza il 17.
    Ma sarà anche lo sciopero di tutto il mondo del lavoro?
    Naturalmente, c’è un elemento che fa sì che questo sia davvero uno sciopero generale, anche se la scuola sarà la più presente. È il mutamento di faccia incredibile che il capitalismo ci offre nel giro di una settimana. Fino a ieri erano i mercati onnipotenti, e non si poteva fare niente, non si poteva intervenire sul ruolo dello Stato, non si poteva contrastare, non si potevano discutere i contratti né tanto meno Maastricht. Insomma era tutto etichettato e chiuso, improvvisamente ora nel giro di una settimana lo Stato diventa addirittura onnipotente, interviene su tutta l’economia, salva banche e banchieri ma soprattutto decide tempi e modalità. Allora il discorso è se i soldi ci sono, se si possono mobilitare da un giorno all’altro 300, 400, 500 milioni…
    Si poteva benissimo nazionalizzare l’Alitalia...
    Certo. Costava un milione di parti in meno rispetto a quello che si sta spendendo sul piano internazionale. Ma allora se si può bloccare Maastricht, se si può sforare il debito pubblico, se si possono tirar fuori somme che sono difficili da immaginare fisicamente, com’è possibile che si distrugge la scuola ulterioremente, si tagliano ancora i salari e le pensioni, si tagliano i servizi pubblici. Tutte cose che costerebbero infinitamente meno. Per fare un paragone, con quello che hanno investito negli Stati Uniti per intervenire sulle banche ci si dava lavoro a tutti i cittadini statunitensi per sette anni. Quindi, quando fai questi confronti anche chi non segue, chi non fa politica capisce che si può intervenire, che niente è obbligato.
    E, secondo me, questo porta in piazza un sacco di gente, perché si riapre il discorso su tutto. Banche o non banche, la questione fondamentale è che i salari sono allo stremo, oggi la Caritas ci dice che il 25% degli italiani sono in condizioni di povertà. Lo stanno dicendo loro, non i Cobas, gli estremisti. E poi c’è la questione della distruzione dei servizi pubblici. Viene da chiedersi perché se con una cifra infinitamente minore di quella con cui salvi le banche puoi rimettere in piedi la sanità, non si fa. Nella nostra piattaforma diciamo no alla distruzione della contrattazione nazionale, diciamo basta con il precariato che non è un obbligo di mercato, c’è la riapertura del discorso delle pensioni. I poveracci che sono stati ingannati con i fondi pensione, oggi si rendono conto della trappola in cui si sono cacciati e la gente può ricominciare a dire vogliamo le pensioni come c’erano una volta, quelle garantite.

    Ma anche vogliamo la scala mobile?

    Ovviamente la scala mobile. Noi abbiamo raccolto, per quello che servono con un Parlamento così, le 50 mila firme per la legge d’iniziativa popolare. Oggi l’idea che sei protetto a livello di decisioni governative dalla scala mobile ridiventa attualissima. È un pacchetto che ieri poteva sembrare il libro dei sogni e oggi è maledettamente realistico. Sarà uno sciopero per scuola, la sanità, i salari, le pensioni, la sicurezza sul lavoro, la precarietà. Lo sciopero sarà un’iniezione di fiducia sulla possibilità di invertire e contrastare la tendenza liberista che ha dominato per più di trent’anni.

    Come rispondete all’attacco al diritto di sciopero, lanciato alla vigilia del vostro sciopero generale ma anche a quello indetto sulla scuola dalla Cgil il prossimo 30 ottobre? Un attacco ad un diritto soggettivo, seppur collettivo nell’esercizio, e che quindi che non riguarda solo i sindacati ma investe tutta la sinistra.

    L’attacco alle libertà sindacali non è un attacco ai sindacati, ma ai singoli diritti dei singoli lavoratori. Sono diciotto anni che noi subiamo la completa trasformazione del diritto sindacale e del diritto di sciopero. Ricordo che la legge 146 venne fatta nel giro di un anno dal funzionarato dei sindacati confederali, dopo la nascita dei Cobas. Nel 1987-88 i Cobas esplodono, proseguono la lotta nell’ 89 e dimostrano che si può fare un sindacalismo di non professionisti, dimostrano che si può usare la lotta e lo sciopero in un altro modo, con forme di sciopero innovative.
    Oggi improvvisamente, dopo quarant’anni in cui se tu solo parlavi di regolamentazione dei diritti e dei doveri dei sindacati, tutti gridavano al fascismo, cambia tutto. E si stabilisce nel giro di pochissimo tempo che si può fare una legge antisciopero che nei servizi pubblici toglie l’80-90% delle carte da giocare. Perché nei servizi pubblici la stragrande maggioranza degli scioperi che funzionavano e facevano effetto c’è stata tolta. Possiamo fare solo lo sciopero di un giorno, al massimo di due giorni consecutivi, poi devi aspettare altri venti giorni per proclamarlo perché devi fare tutta la trafila. Il diritto di sciopero è gia stato ingabbiato. Poi è arrivata la regolamentazione brutale dei diritti sindacali, la sottrazione dei diritti veri. I Cobas non hanno neanche il diritto di assemblea, noi siamo dal punto di vista dei diritti un sindacato clandestino. Possiamo comparire tutti i giorni sui giornali ma dal punto di vista strutturale non abbiamo alcun diritto. Ma in questa partita i principali protagonisti non sono stati solo i governi, i quali - di destra o di sinistra - hanno proceduto nella stessa direzione, stretta regolamentazione del diritto di sciopero e riduzione drastica dei diritti trasferiti sui sindacati cosiddetti maggiormente rappresentativi.

    Nei fatti cosa significa il ricorso al referendum? Il disconoscimento del diritto soggettivo di sciopero?
    Quando si dice che per fare uno sciopero bisogna fare un referendum e avere la maggioranza dei lavoratori dalla tua parte, sancisci definitivamente che è un diritto dei sindacati. Diecimila lavoratori di un comparto che non sono la maggioranza, non possono scioperare.

    Il Pdci ha aderito allo sciopero del 17 ed è stato al tempo stesso tra i protagonisti della manifestazione dell’11 ottobre. Con la mobilitazione dell’11 si è messo in moto processo politico, si può partire da qui per costruire un percorso positivo ed unitario sul terreno di lotta dei salari, delle pensioni e del welfare, fermo restando l’autonomia e le specificità delle diverse realtà sociali, politiche e sindacali.
    Lo sciopero del 17 sarà un evento politico, sociale e sindacale significativo per la capacità che ha avuto di mobilitare gente che va al di là di noi. Noi crediamo che va costruita una grande alleanza anticapitalista in questo Paese e non distinguiamo in questa alleanza elementi sindacali, politici e sociali.
    Dell’11 ottobre ci sono due elementi qualitativi che continuano a preoccuparmi anche rispetto al passato. Il primo è lo sforzo prevalentemente identitario, cioè la difficoltà a mostrare i luoghi di conflitto e invece l'insistenza sulla parte più identitaria. Ad esempio, mi colpisce che Bertinotti sia stato contestato perché ha detto che il comunismo è superato piuttosto che per la catastrofe che ha provocato partecipando al governo Prodi. Quello che mi impressiona è poi che oggi qualsiasi prospettiva anticapitalista o conflittuale possa ancora essere legata all'idea di un recupero del rapporto col Pd. Per noi il Pd è parte integrante della gestione dell'esistente, non vediamo una differenza sostanziale fra la politica del Pd e quella del governo. Oggi possiamo considerare un discorso di forme di alleanze in chiave non solo anti-berlusconiana ma anche anti sistema solo con chi ha rotto i ponti col berlusconismo ma anche con la variante buonista del Pd. Staremo a guardare cosa fanno i partiti che hanno fatto la sinistra arcobaleno.


    (16.10.08)www.larinascita.org

    ARDITI NON GENDARMI

  7. #17
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    Sciopero e grande corteo dei sindacati di base a Roma

    Adesione di Pdci e Prc, centinaia di migliaia in piazza contro governo e Confindustria
    Nonostante la pioggia battente che ha inondato le strade di Roma, la manifestazione organizzata dai sindacati di base Cub, Cobas e Sdl

    Intervista a Bernocchi -Cobas
    nel giorno dello sciopero generale ha avuto un gran successo. Il corteo che ha sfilato per le vie della Capitale, partito da piazza della Repubblica alla volta di piazza San Giovanni, è stato aperto da uno striscione con la scritta «Tremonti e Gelmini distruttori della scuola». A sfilare, oltre alle varie categorie di lavoratori aderenti ai sindacanti di base, anche i coordinamenti degli studenti universitari e delle scuole superiori con striscioni e slogan «No alla distruzione della scuola» e «Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini». Tra i manifestanti anche una folta rappresentanza di lavoratori precari, tra cui molti operatori sanitari

    «Uno sciopero riuscitissimo: più della metà delle scuole sono chiuse contro la politica Tremonti-Gelmini, contro una filosofia della scuola che appartiene all'800, contro provvedimenti razzisti di separazione tra italiani e stranieri, contro un'idea di distruzione di un'istituzione fondante del paese» afferma Pietro Bernocchi, segretario nazionale Cobas. Gli organizzatori parlano di 300 mila manifestanti scesi in piazza, ma al di là delle cifre, il segnale politico è stato dato, forte e chiaro: sarà un autunno caldo di lotte.

    A sfilare anche i Comunisti italiani, con Gianni Pagliarini, Manuela Palermi, Fabio Nobile, Marco Rizzo e Jacopo Venier dell’Ufficio politico del Pdci ed esponenti della Fgci. «Per contrastare l'attacco ai diritti e alle tutele del lavoro - afferma Gianni Pagliarini, responsabile del dipartimento Lavoro del Pdci - a partire dal diritto alla contrattazione collettiva, ad una scuola pubblica e ad uno stato sociale adeguato ed efficace. Per respingere questo attacco serve una mobilitazione straordinaria che sappia sviluppare un conflitto sociale in grado di rimettere al centro la questione del lavoro e della sua dignità, del salario, della lotta alla precarietà».

    Presente al corteo anche Manuela Palermi, direttore del settimanale rinascita: «Una giornata importante, il primo sciopero generale contro la politica di un governo reazionario e che adotta misure contro i lavoratori con una violenza inedita anche rispetto al passato. Stare in piazza oggi è anche una risposta all'aggressione di Sacconi ad un diritto come quello di sciopero, che dà il senso della civiltà di un Paese. Un diritto conquistato con le lotte dei lavoratori, un diritto che ci ha resi liberi e che nessuno si può permettere impunemente di mettere in discussione».
    (17.10.08)www.larinascita.org

    ARDITI NON GENDARMI

  8. #18
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    Leonardi (CUB). "Un risultato straordinario, i lavoratori tornano protagonisti"


    “Lo straordinario risultato di oggi dimostra che i lavoratori scelgono di non subire ma di essere protagonisti della propria lotta e che la nostra piattaforma è largamente condivisa”, è stato il primo commento del Coordinatore nazionale CUB Pierpaolo Leonardi nel corso della manifestazione. “Da questo sondaggio in carne e ossa il governo deve trarre la conclusione che è necessario aprire la relazione con una consistente parte della società italiana che non delega più la propria rappresentanza a Cgil Cisl Uil”. "Questo è il miglior sondaggio possibile sul gradimento al governo Berlusconi". Per Leonardi "la scuola è quella che sta subendo l'attacco più grande, ma il governo sta attaccando il salario e le condizioni di vita. La partecipazione è molto alta tra i lavoratori dei servizi, dei trasporti, della scuola, delle fabbriche, della grande distribuzione: c'è una disponibilità del mondo del lavoro a riprendere la parola e tornare protagonisti".



    Tommaselli (SdL) . "Da oggi abbiamo più responsabilità ma anche più forza"


    Fabrizio Tomaselli, di SdL Intercategoriale: “Uno sciopero riuscito che dimostra l’estremo disagio dei lavoratori ma anche la loro voglia di lottare. Una manifestazione che ha gridato 500mila NO alle politiche del governo e del sindacato confederale. Da oggi SdL CUB e Cobas hanno più responsabilità ma anche più forza”.




    Cremaschi (Fiom) . Il grande successo della manifestazione di Roma dà il via all’autunno caldo


    La manifestazione convocata dai sindacati di base nel corso del loro sciopero nazionale ha avuto un grande successo. Abbiamo partecipato ad un grande corteo, di lavoratori, in particolare del mondo della scuola e precari, di studenti. È un segno che il movimento di lotta riparte e che l’autunno sarà davvero caldo. A partire infatti dalla fine di ottobre avremo scioperi e manifestazioni che progressivamente coinvolgeranno tutto il mondo del lavoro pubblico e privato. E’ il segno che la linea del governo e della Confindustria di usare la crisi per colpire il salario, i diritti e lo stato sociale, troverà sempre più opposizione nei luoghi di lavoro e nelle piazze. È anche una prima risposta alla vergognosa decisione del governo di colpire il diritto di sciopero, decisione che la dice lunga su come il governo valuti davvero il consenso sociale alle sue scelte.



    ARDITI NON GENDARMI

  9. #19
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    18 ottobre 2008 - Il Manifesto

    Sorpresa sociale, sciopero generale
    Inatteso, grandissimo, nonostante la pioggia. A Roma oltre 300.000 persone in corteo. I sindacati di base (Cub, Cobas, Sdl) raccolgono un successo importante; ora sono un soggetto con cui la politica - e la sinistra - deve fare i conti. Stracciato il luogo comune del conflitto generazionale
    di Francesco Piccioni

    ROMA - La crisi sta rompendo molti argini, e non solo nelle borse. Lo vedi già uscendo dalla metro, piazza della Repubblica, mezz'ora prima dell'appuntamento per il corteo. La prima impressione è subito potente: lo slargo è già pieno. Per chi sa quanto siano «pigre» le partenze dei cortei romani questo è un segnale. Era successo lo stesso una settimana fa, per la manifestazione dell'11.
    E' una folla di ogni età, dai bambini tenuti per mano da mamme o maestre fino ai canuti protagonisti di stagioni lontane. In mezzo i trentenni divorati dalla precarietà, i quarantenni che scrutano l'orizzonte per capire se e quanto reggeranno le aziende in cui lavorano (anche statali, visto l'aria che tira da 15 anni e i pruriti di Brunetta), i cinquantenni che vedono la pensione allontanarsi e immiserirsi. Ma che almeno conservano memoria di altri conflitti, hanno esperienza da trasmettere.
    Si parte subito, di modo che dietro possano respirare. I coordinatori delle tre organizzazioni promotrici dello sciopero si godono il primo annuncio di grande successo, portando tutti insieme il piccolo drappo («patto di consultazione permanente») che dà conto del robusto passo avanti unitario che questa giornata rappresenta. Paolo Leonardi (Cub), Fabrizio Tomaselli (Sdl) e Piero Bernocchi (Cobas) sono presto assediati da cronisti e telecamere. Dietro di loro il grande striscione riassuntivo dei temi dello sciopero: «Basta con la distruzione di lavoro, salari, diritto, scuola, servizi pubblici». E' un discorso frutto di una dinamica sociale che ancora non ha incorporato - né poteva farlo prima - la dimensione e le conseguenze sociali della crisi. Ma di questo si comincerà a parlare da domani.
    Si va, e un cielo carogna comincia a mandar pioggia. Prima a dirotto, poi intermittente, ma senza mai smettere fin quando l'ultimo cordone di corteo non sarà arrivato a San Giovanni. C'è un attimo di incertezza. Molti - tra lavoratori, studenti e maestre d'asilo - sono in piazza per la prima volta. Poi vedi che le maestrine sono veramente previdenti: in un attimo tirano fuori centinaia di mantelline, coprono al volo i bambini e via a sguazzare sotto l'acqua contro «la strega Gelmina». Viene sommersa dagli applausi una signora che porta un cartello davvero puntuale («Ci pisciano addosso, ma il governo dice che piove»). I più «maturi» e atei inveiscono alla loro maniera, massaggiandosi le giunture doloranti. Ma si va. Ai ragazzi dei licei non sembra fare effetto; saltellano cantando «Bella ciao», come ci fosse il sole. Ai vigili del fuoco, ovviamente, il clima non fa né caldo né freddo.
    Da dietro entrano quelli del «Blocco precario metropolitano» che avevano occupato i binari della stazione Termini, offrendo la colazione ai passeggeri preoccupati di perdere il treno (molti, peraltro, erano stati cancellati per lo sciopero). Un ragazzo smentisce chi dice che certe parole non hanno più senso, sbandierando il suo cartello «il nero è di classe». E non parla di moda. Sarà perché i sindacati di base sono apertamente di sinistra, sarà perché è un bel colore, anche questo fiume di gente scorre sotto un manto di bandiere rosse. Fregandosene dei consigli pelosi di chi consiglia di farne a meno. Il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, viene accolto nella prima fila e si fa tutta la strada come gli altri. Altri volti noti dei partiti ora extraparlamentari appaiono già al momento della partenza (Rizzo del Pdci; Musacchio, Sentinelli, Boghetta del Prc; Marco Ferrando, Gigi Malabarba e molti altri di Sinistra critica). Inutile cercare l'ombra del Pd.
    Ma la piazza è di chi lavora, oggi. In una macchia gialla si presentano invece i dipendenti di Ikea. Si spiegano con la stessa sintetica rapidità con cui sono costretti a lavorare: «Subiamo ricatti continui, a decine sono assunti tramite agenzie interinali con contratti a due giorni; poi abbiamo stagisti dalla Regione, formazione zero e otto ore di lavoro; una marea di contratti a tempo rinnovati da anni; alle cassiere viene vietato di partecipare alle assemblee sindacali, chi è iscritto a qualche sindacato viene comandato per turni spezzati, in orari assurdi, per massacrarti la vita». Uno ricorda che «il fondatore di Ikea, era uno svedese collaborazionista dei nazisti; l'imprinting deve essere rimasto anche nei successori».
    Nella i scuola i Cobas hanno il loro regno, ora molto rivitalizzato. Striscioni e bandiere sono davvero tanti, e si vede anche che in diverse utility (Telecom), servizi, fabbriche, questa presenza si è ormai consolidata. Imponente lo spezzone Cub, con una presenza massiccia del pubblico impiego (dall'Inps all'agenzia delle entrate, passando per praticamente tutti i ministeri e un profluvio di enti locali) e nei trasporti locali. Applausi per le centraliniste precarie di Legnano, diventate famose per una strip conference e invitate ad Anno zero solo la sera prima (ma sono ancora fuori dal lavoro). Anche l'Sdl ha ormai una presenza diversificata, ma il blocco dei dipendenti Alitalia non può certo passare inosservato, con tutti quegli steward e hostess in divisa, impeccabili, di fianco a ragazzotti coi dreadlocks.
    E' un fatto sociale e politico enorme. Se così tanta gente si prende così tanta acqua con così tanta allegria, vuol dire che sotto c'è sostanza e ragioni vere. Senza l'acqua sarebbero stati certo più degli oltre 300.000 che tutti gli riconoscono (ma la cifra di 500.000 non sembrerebbe un'esagerazione), ma proprio le avversità meteo ingigantiscono la forza di questa prova. Gli stessi organizzatori non si attendevano un successo simile, anche se erano certi di una partecipazione molto più alta del solito. Molta di questa gente non è iscritta a questi sindacati, magari ha in tasca la tessera della Cgil. Un infermiere lo spiega con molta chiarezza: «non ne possiamo più e non vediamo una lira, era semplicemente ora di muoversi». O anche uno slogan che riscuote subito successo: «se qualcosa volete cambiare, dai vostri stipendi dovete cominciare».
    Questo corteo ammazza parecchi luoghi comuni, nessuno innocente. Il principale è quello del «conflitto generazionale», dei giovani a basso salario e precari perché i vecchi sarebbero «troppo garantiti». Quei tanti volti di ultraquarantenni certificano che la precarietà è una condizione universale pervasiva; e che la riduzione di diritti e salari per chi sta un po' meglio (assunzione a tempo indeterminato e un salario garantito da un contratto nazionale, nulla di più) non comporta affatto un miglioramento per chi chi sta peggio. Anzi, i precari sono ulteriormente danneggiati (basta guardare a quel che vuol fare Brunetta nel pubblico impiego). Il secondo luogo comune spazzato via riguarda l'universo valoriale: cos'è «nuovo» o «vecchio», nel bel mezzo della crisi?
    Da oggi c'è un nuovo soggetto sindacale e sociale con cui fare i conti. Lo sanno per primi i sindacati di base, fin qui frammentati e prigionieri di una condizione di minorità che ha sedimentato dei decenni anche un'attitudine minoritaria. C'è un salto di paradigma da fare, ma alcune premesse - il radicamento sociale - cominciano ad esserci

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    18 ottobre 2008 - Il Manifesto

    Sorpresa sociale, sciopero generale
    Inatteso, grandissimo, nonostante la pioggia. A Roma oltre 300.000 persone in corteo. I sindacati di base (Cub, Cobas, Sdl) raccolgono un successo importante; ora sono un soggetto con cui la politica - e la sinistra - deve fare i conti. Stracciato il luogo comune del conflitto generazionale
    di Francesco Piccioni

    ROMA - La crisi sta rompendo molti argini, e non solo nelle borse. Lo vedi già uscendo dalla metro, piazza della Repubblica, mezz'ora prima dell'appuntamento per il corteo. La prima impressione è subito potente: lo slargo è già pieno. Per chi sa quanto siano «pigre» le partenze dei cortei romani questo è un segnale. Era successo lo stesso una settimana fa, per la manifestazione dell'11.
    E' una folla di ogni età, dai bambini tenuti per mano da mamme o maestre fino ai canuti protagonisti di stagioni lontane. In mezzo i trentenni divorati dalla precarietà, i quarantenni che scrutano l'orizzonte per capire se e quanto reggeranno le aziende in cui lavorano (anche statali, visto l'aria che tira da 15 anni e i pruriti di Brunetta), i cinquantenni che vedono la pensione allontanarsi e immiserirsi. Ma che almeno conservano memoria di altri conflitti, hanno esperienza da trasmettere.
    Si parte subito, di modo che dietro possano respirare. I coordinatori delle tre organizzazioni promotrici dello sciopero si godono il primo annuncio di grande successo, portando tutti insieme il piccolo drappo («patto di consultazione permanente») che dà conto del robusto passo avanti unitario che questa giornata rappresenta. Paolo Leonardi (Cub), Fabrizio Tomaselli (Sdl) e Piero Bernocchi (Cobas) sono presto assediati da cronisti e telecamere. Dietro di loro il grande striscione riassuntivo dei temi dello sciopero: «Basta con la distruzione di lavoro, salari, diritto, scuola, servizi pubblici». E' un discorso frutto di una dinamica sociale che ancora non ha incorporato - né poteva farlo prima - la dimensione e le conseguenze sociali della crisi. Ma di questo si comincerà a parlare da domani.
    Si va, e un cielo carogna comincia a mandar pioggia. Prima a dirotto, poi intermittente, ma senza mai smettere fin quando l'ultimo cordone di corteo non sarà arrivato a San Giovanni. C'è un attimo di incertezza. Molti - tra lavoratori, studenti e maestre d'asilo - sono in piazza per la prima volta. Poi vedi che le maestrine sono veramente previdenti: in un attimo tirano fuori centinaia di mantelline, coprono al volo i bambini e via a sguazzare sotto l'acqua contro «la strega Gelmina». Viene sommersa dagli applausi una signora che porta un cartello davvero puntuale («Ci pisciano addosso, ma il governo dice che piove»). I più «maturi» e atei inveiscono alla loro maniera, massaggiandosi le giunture doloranti. Ma si va. Ai ragazzi dei licei non sembra fare effetto; saltellano cantando «Bella ciao», come ci fosse il sole. Ai vigili del fuoco, ovviamente, il clima non fa né caldo né freddo.
    Da dietro entrano quelli del «Blocco precario metropolitano» che avevano occupato i binari della stazione Termini, offrendo la colazione ai passeggeri preoccupati di perdere il treno (molti, peraltro, erano stati cancellati per lo sciopero). Un ragazzo smentisce chi dice che certe parole non hanno più senso, sbandierando il suo cartello «il nero è di classe». E non parla di moda. Sarà perché i sindacati di base sono apertamente di sinistra, sarà perché è un bel colore, anche questo fiume di gente scorre sotto un manto di bandiere rosse. Fregandosene dei consigli pelosi di chi consiglia di farne a meno. Il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, viene accolto nella prima fila e si fa tutta la strada come gli altri. Altri volti noti dei partiti ora extraparlamentari appaiono già al momento della partenza (Rizzo del Pdci; Musacchio, Sentinelli, Boghetta del Prc; Marco Ferrando, Gigi Malabarba e molti altri di Sinistra critica). Inutile cercare l'ombra del Pd.
    Ma la piazza è di chi lavora, oggi. In una macchia gialla si presentano invece i dipendenti di Ikea. Si spiegano con la stessa sintetica rapidità con cui sono costretti a lavorare: «Subiamo ricatti continui, a decine sono assunti tramite agenzie interinali con contratti a due giorni; poi abbiamo stagisti dalla Regione, formazione zero e otto ore di lavoro; una marea di contratti a tempo rinnovati da anni; alle cassiere viene vietato di partecipare alle assemblee sindacali, chi è iscritto a qualche sindacato viene comandato per turni spezzati, in orari assurdi, per massacrarti la vita». Uno ricorda che «il fondatore di Ikea, era uno svedese collaborazionista dei nazisti; l'imprinting deve essere rimasto anche nei successori».
    Nella i scuola i Cobas hanno il loro regno, ora molto rivitalizzato. Striscioni e bandiere sono davvero tanti, e si vede anche che in diverse utility (Telecom), servizi, fabbriche, questa presenza si è ormai consolidata. Imponente lo spezzone Cub, con una presenza massiccia del pubblico impiego (dall'Inps all'agenzia delle entrate, passando per praticamente tutti i ministeri e un profluvio di enti locali) e nei trasporti locali. Applausi per le centraliniste precarie di Legnano, diventate famose per una strip conference e invitate ad Anno zero solo la sera prima (ma sono ancora fuori dal lavoro). Anche l'Sdl ha ormai una presenza diversificata, ma il blocco dei dipendenti Alitalia non può certo passare inosservato, con tutti quegli steward e hostess in divisa, impeccabili, di fianco a ragazzotti coi dreadlocks.
    E' un fatto sociale e politico enorme. Se così tanta gente si prende così tanta acqua con così tanta allegria, vuol dire che sotto c'è sostanza e ragioni vere. Senza l'acqua sarebbero stati certo più degli oltre 300.000 che tutti gli riconoscono (ma la cifra di 500.000 non sembrerebbe un'esagerazione), ma proprio le avversità meteo ingigantiscono la forza di questa prova. Gli stessi organizzatori non si attendevano un successo simile, anche se erano certi di una partecipazione molto più alta del solito. Molta di questa gente non è iscritta a questi sindacati, magari ha in tasca la tessera della Cgil. Un infermiere lo spiega con molta chiarezza: «non ne possiamo più e non vediamo una lira, era semplicemente ora di muoversi». O anche uno slogan che riscuote subito successo: «se qualcosa volete cambiare, dai vostri stipendi dovete cominciare».
    Questo corteo ammazza parecchi luoghi comuni, nessuno innocente. Il principale è quello del «conflitto generazionale», dei giovani a basso salario e precari perché i vecchi sarebbero «troppo garantiti». Quei tanti volti di ultraquarantenni certificano che la precarietà è una condizione universale pervasiva; e che la riduzione di diritti e salari per chi sta un po' meglio (assunzione a tempo indeterminato e un salario garantito da un contratto nazionale, nulla di più) non comporta affatto un miglioramento per chi chi sta peggio. Anzi, i precari sono ulteriormente danneggiati (basta guardare a quel che vuol fare Brunetta nel pubblico impiego). Il secondo luogo comune spazzato via riguarda l'universo valoriale: cos'è «nuovo» o «vecchio», nel bel mezzo della crisi?
    Da oggi c'è un nuovo soggetto sindacale e sociale con cui fare i conti. Lo sanno per primi i sindacati di base, fin qui frammentati e prigionieri di una condizione di minorità che ha sedimentato dei decenni anche un'attitudine minoritaria. C'è un salto di paradigma da fare, ma alcune premesse - il radicamento sociale - cominciano ad esserci

    Buon articolo, descrittivo sostanzialmente della situazione cui lo sciopero di venerdì dà luce.
    Il corteo era molto nutrito, non avrei mai detto le cifre riportate in seguito, ma comunque ne sono rimasto favorevolmente sorpreso già con il colpo d'occhio.
    Sono convinto che si tratti di un minuscolo passo in un mare di confusione politica e sociale, ma sul piano della reazione di breve periodo alle insostenibili condizioni di precarietà del lavoro contemporaneo, è da registrare un risultato molto positivo. Speriamo che a partire da questo i sindacati di base sappiano farsi portavoce dei lavoratori a partire da piattaforme concrete, non settarie, aperte e allo stesso tempo sufficientemente radicali.

 

 
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