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Discussione: Osservatorio Balcani.

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    Libertà di parola in Serbia
    23.10.2008

    Alla storica serba Latinka Perović è stato impedito di tenere un intervento sulla riconciliazione tra serbi e croati e serbi e albanesi alla conferenza episcopale di Belgrado. Motivazione: le sue posizioni antiserbe. Il testo preparato per il suo intervento è stato però pubblicato dai principali media della regione
    di Latinka Perović, 29 settembre 2008, e-novine
    (tit.orig. "Pomirenje Srba i Hrvata i Srba i Albanaca")

    Traduzione per Osservatorio Balcani: Maria Elena Franco

    Latinka Perović, storica, intellettuale. Impegnata in politica ai tempi della Jugoslavia, è stata segretaria della Lega dei Comunisti dal 1969 al 1972. Condannata per liberalismo, ha dato le dimissioni. È consigliere scientifico all'Istituto di Storia Moderna Serba di Belgrado.
    Lo scorso 26 settembre era previsto un suo intervento alla conferenza episcopale a Belgrado sul tema della riconciliazione tra serbi e croati e tra serbi e albanesi. Prima ancora che si fosse a conoscenza del contenuto della sua esposizione, il vertice della Chiesa ortodossa serba, con l'intesa dei rappresentanti di stato, ha reso noto agli organi della conferenza episcopale che la relatrice, a causa delle sue “posizioni antiserbe”, non era ben accetta.


    Ringrazio per l'invito a parlare della riconciliazione tra serbi e croati e tra serbi e albanesi di fronte ad un pubblico di tale levatura. Ma lo ammetto: in questo momento la responsabilità si fa sentire molto di più rispetto all'onore per essere qui presenti.

    Questa sera, signori, con il mio intervento affronterò due aspetti, due punti estremi di quella che in sostanza è un'unica questione, che ha una storia lunga due secoli. Per questo vorrei informarvi innanzitutto sui fatti che hanno determinato la posizione che sosterrò in seguito.

    In primo luogo, io mi occupo di storia della Jugoslavia. L'oggetto della mia tesi di dottorato sono state le relazioni nazionali nella prima Jugoslavia. Più esattamente, le battaglie sul carattere di questo stato plurale per nazionalità, cultura, religione e lingua. Così doveva essere il suo ordinamento: centralista, che amalgamasse tutte queste differenze, ma federalista, per conservarle, insieme all'interesse dello stato.

    In secondo luogo, io sono uno degli attori responsabili del periodo politico della seconda Jugoslavia, in cui - per alcuni nella sostanza, per altri nella forma - è rimasta aperta questa stessa questione, la questione del suo carattere. Sono stata fedele a quell'orientamento del pensiero politico serbo che intendeva la Jugoslavia come uno stato complesso, i cui appartenenti erano coscienziosamente decisi per un suo ordinamento federale o confederale. Ciò significa per i più ampi diritti e le responsabilità delle repubbliche che, fatta eccezione per la Slovenia, erano tutte di per se stesse plurinazionali, e inclini al consenso sulle funzioni dello stato federale. Nel lungo periodo, questa strada ha escluso la forza militare e il potere personale come fattori di integrazione. In altre parole, vigevano libertà e democrazia.

    In terzo luogo, mi sono dedicata allo studio della storia della Serbia della seconda metà del XIX secolo, quando, in particolare dopo l'indipendenza del 1878, si profilano i due orientamenti che determineranno la storia serba: lo stato panserbo e lo sviluppo di un vero stato serbo sul modello degli stati occidentali, a fianco delle relazioni culturali e politiche con i serbi dell'Impero austroungarico e in quello ottomano. Tuttavia, le guerre dell'ultimo decennio del XX secolo e i crimini commessi al tempo, non mi hanno lasciato in una torre d'avorio. Il mio rapporto con le guerre proviene dal mio modo di intendere la Jugoslavia come stato dei popoli jugoslavi e di gran parte del popolo albanese, non slavo. Le guerre hanno la loro cronologia e la loro storia, e ogni tentativo di ignorarle, ogni tentativo di stabilire degli equilibri, imprigiona il nostro pensiero e ci impedisce di diventare maturi, ovvero responsabili.

    Spesso mi reco nelle repubbliche ex-jugoslave, oggi stati indipendenti e riconosciuti a livello internazionale, e in Kosovo. All'inizio della scorsa estate, insieme ad un team multidisciplinare di un'organizzazione non governativa, ho visitato le enclave serbe in Kosovo. Ovviamente abbiamo incontrato anche gli albanesi e abbiamo parlato con loro. In tali situazioni uno storico capisce quanto gli sia indispensabile l'esperienza empirica sui processi a lui contemporanei. Senza tale esperienza, rischia di diventare prigioniero di stereotipi politici e, a danno del suo popolo, entrare in conflitto con la realtà.

    Dunque, tutta questa esperienza è stata accumulata negli anni ed ha contribuito in diversi modi al mio approccio alla riconciliazione tra serbi e croati e tra serbi e albanesi. Sono sicura, invece, che con un approccio simile, potreste sentire idee diverse su come arrivare alla riconciliazione. Così un economista, ne sono convinta, insisterebbe sul rafforzamento dei rapporti economici, perché questi mobilitano le persone su un piano etnicamente neutro, sul capitale. Del resto serbi, croati e albanesi hanno commerciato tra loro anche ai tempi dei conflitti armati più violenti.

    Un sociologo e un demografo parlerebbero delle stesse caratteristiche che la guerra ha impresso in tutti e tre i popoli: le persone più istruite, serbe, croate o albanesi, hanno cercato di spostarsi fuori dalla propria comunità nazionale. Uno psicologo e uno psichiatra, ugualmente consapevoli dei profondi traumi e delle grandi frustrazioni, metterebbero in guardia sulla necessità di una lunga e dolorosa riabilitazione, che richiede anche un cambiamento del modo di pensare.

    Un diplomatico direbbe che i conflitti, che fanno parte della vita di un popolo, devono essere risolti per vie pacifiche e non con la forza. Suppongo che un sacerdote aiuterebbe i disgraziati a perdonare, e i colpevoli a pentirsi attraverso la purificazione. Così, con una diversa interpretazione professionale della stessa esigenza, l'esigenza di riconciliazione, si potrebbe continuare all'infinito. Intendo dire che anche la riconciliazione tra serbi e croati e tra serbi e albanesi ha diversi livelli, e c'è molto lavoro per tutti noi.

    In qualità di storica, qual è il mio compito? Ascolterei molto volentieri il consiglio dello storico francese Lucien Fèvre: “Se vi occupate di storia, voltate le spalle al passato e iniziate a vivere”, perché “la scienza non si fa nella torre d'avorio, ma con il solo vivere. La fanno le persone immerse nel presente.” Tuttavia sono una storica serba. Se, in quanto tale, mi aveste chiesto cosa ne penso delle caratteristiche principali della storia serba nell'epoca moderna, risponderei senza esitazione: molte guerre e molte costituzioni. Posso io, allora, non chiedermi perché il popolo serbo ha versato così tanto sangue e così tanto inchiostro? La mia parte di lavoro consiste nel comprendere con instancabile zelo queste caratteristiche. Lo ritengo molto importante, perché nella comprensione del passato, a mio avviso, sono contenuti i presupposti fondamentali per la riconciliazione. Questi collegano e rendono sensate tutte quelle idee diverse sulla riconciliazione di cui ho parlato.

    Questa comprensione è più importante se nel nostro popolo esiste anche una storia orale fondata sulla tradizione e completata con la fantasia, mentre scetticismo e criticità restano immanenti alla scienza storica.

    Dal 1876 al 1991, ovvero per 114 anni, la Serbia ha condotto 8 guerre. In percentuale una guerra ogni 14 anni. Il più lungo periodo di pace coincise con l'epoca della seconda Jugoslavia: dal 1945 al 1991. Dopo la guerra serbo-turca del 1877-1878, la Serbia visse un'espansione territoriale e diventò uno stato indipendente. In seguito alla Prima guerra balcanica del 1912, la Serbia comprendeva anche i territori degli attuali Kosovo e Macedonia. Le vittorie della Serbia suscitarono l'entusiasmo degli altri popoli jugoslavi, ma anche le loro riserve, come anche le riserve all'interno della società serba. Questo a causa del regime che la Serbia impose nei nuovi territori, dando così inizio alle tensioni nei rapporti serbo-albanesi che, in modo aperto o latente, durarono per tutto il XX secolo (le insurrezioni albanesi soffocate con la forza, le fallite colonizzazioni al tempo della prima Jugoslavia, lo schieramento degli albanesi a fianco dell'Italia nel Primo conflitto mondiale, l'amministrazione militare che ne è seguita, lo status di minoranza nazionale degli albanesi che erano più numerosi dei tre popoli della Jugoslavia – sloveni, montenegrini e macedoni – lo status di provincia e il tentativo di integrazione degli albanesi nello stato jugoslavo, l'abolizione della provincia e il terrore del regime di Slobodan Milošević).

    Alla fine della Prima guerra mondiale, con la costruzione del Regno di serbi, croati e sloveni, il popolo serbo, per la prima volta nella sua storia moderna, si trovò all'interno di uno stato. I conflitti sul carattere di questo stato si spostarono sul piano diretto delle relazioni serbo-croate, che nel XX secolo attraversarono diverse fasi (l'assassinio di esponenti politici croati all'Assemblea nazionale a Belgrado, il genocidio dei serbi al tempo dello Stato Croato Indipendente, la guerra contro la Repubblica croata degli anni Novanta e l'esodo dei serbi).

    Accanto alle frequenti guerre, anche i frequenti cambiamenti di costituzione per ogni tipologia di stato che la Serbia ha avuto nel XIX e XX secolo. La Costituzione del 1869 fu la prima costituzione nazionale. Dal 1877 al 1912, la Serbia ebbe 12 leggi costituzionali, alcune delle quali non vennero mai cambiate. Nell'ultimo decennio del XIX secolo, la Serbia soffrì di una crisi costituzionale costante. Le costituzioni vennero abolite, modificate e rimesse in vigore con una tale frequenza, che lo storico letterario e critico Jovan Skerlić ha detto che “le costituzioni sono state divorate”.

    Dopo il rovesciamento della dinastia nel 1903, la Serbia divenne una monarchia costituzionale, con l’influenza decisiva dell’esercito. Alla vigilia delle guerre balcaniche, gli ufficiali crearono l’organizzazione segreta “Unione o morte”, il cui scopo era la realizzazione della Grande Serbia. La Mano nera, nome con cui tale organizzazione era conosciuta, impose il terrore. Le lotte per la costituzione nella prima Jugoslavia rifletterono diverse concezioni sul suo ordinamento come stato centralizzato o decentralizzato. Ovvero, diversi interessi in primis di serbi e croati.

    La costituzione del 1921 divenne il “pomo della discordia” perché fu votata a maggioranza semplice, non con la maggioranza dei due terzi, come concordato dai rappresentanti politici croati e serbi a Corfù (20 luglio 1917). Questa costituzione fu abrogata nel 1929 con la creazione della dittatura regia, e nel 1931 venne emanata la Costituzione Imposta. L’Accordo confederale tra serbi e croati fu conseguito nel 1939, solo due settimane prima dello scoppio della guerra, abbastanza per capire che la Serbia non voleva accettare l’Accordo. Grande resistenza venne dall’élite concentrata nel Club Culturale Serbo (SKK). Il suo presidente, Slobodan Jovanović, dichiarò al principale negoziatore Mihail Konstantinović: “Sarebbe stato meglio che tu ti fossi accordato con i tedeschi che con i croati”.

    Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni del 1929. Il Regno di Jugoslavia era uno stato sovrano, ma non consensuale. Nel 1941 si dissolse, e le sue componenti si ritrovarono in diversi regimi di occupazione. Si è dimostrato quanto avesse ragione il diplomatico inglese Neville Henderson quando nel 1933 disse: “È più facile dire Jugoslavia, piuttosto che farla”. Questo l’ha confermato anche l’esperienza della seconda Jugoslavia rinata su basi federali durante la Seconda guerra mondiale. Sulle tracce della formula regolativa nello stato plurinazionale, nel costante equilibrio tra centralismo e federalismo, anche la seconda Jugoslavia passò attraverso frequenti cambiamenti costituzionali: 1946, 1953, 1963. La costituzione del 1963 venne modificata 19 volte. Con gli emendamenti costituzionali del 1971 e del 1972, si arrivò alla costituzione del 1974, che aveva carattere consensuale. La Serbia si opponeva all'approvazione della Costituzione del 1974, e la rigettò formalmente subito dopo la morte di Josip Broz Tito. La goccia iniziale fu il Memorandum SANU [Accademia serba di arti e scienze, ndt]. Per contenuto e per il carattere dei suoi creatori, questo documento era paragonabile alla piattaforma del Club Culturale Serbo del 1939. Con la differenza che dalla piattaforma SKK, durante la Seconda guerra mondiale, lavorò il governo in esilio e il movimento di Ravna Gora sotto il suo comando, mentre il Memorandum contribuì ad ottenere in Serbia il consenso contro la costituzione del ’74: questo sull’importante svolta storica su cui si sarebbe trovata la Serbia, senza riferimento al fallimento dei regimi comunisti nell’Europa orientale, in seguito alla morte di Tito.

    Con il cambiamento della propria costituzione, la Serbia annullò i diritti che, in base alla costituzione del ’74, avevano le due province: Vojvodina e Kosovo. Parte della Serbia e allo stesso tempo fattore costitutivo della federazione jugoslava, il Kosovo, con una popolazione a maggioranza albanese, si trovò sotto un regime speciale. Questo, come nel 1912 e nel 1921, provocò la riserva di sloveni e croati, e poi degli altri popoli, nei confronti dello stato jugoslavo, la cui base sarebbe stata il popolo serbo. “Una forte serbità, una forte Jugoslavia”, come formulò nel 1939 Slobodan Jovanović, presidente del SKK.

    Nella percezione della Jugoslavia come una federazione di tipo sovietico, di repubbliche con diritti amministrativi e culturali, la Serbia rimase sempre da una parte, e le altre repubbliche dall’altra. Questi fatti non si possono trascurare nemmeno quando si parla del carattere delle guerre in Jugoslavia nell’ultimo decennio del XX secolo. Perché, queste guerre hanno la propria cronologia e la propria storia, e le forze in conflitto si distinguono anche dal punto di vista quantitativo.

    Perché vi parlo di questo? Perché l’interpretazione del recente passato non si può separare dall’interpretazione della storia serba del nuovo secolo. Uno storico deve constatare il fatto che la Serbia in due secoli non è riuscita ad istituzionalizzare un quadro statale. Le frequenti guerre e i frequenti cambiamenti di costituzione sono il motivo per cui questo non è stato fatto oppure sono anche la scusa inconsapevole per non farlo? E, allora, perché non farlo? Nella ricerca di risposte razionali a questa domanda, io credo siano contenuti i presupposti principali della riconciliazione.

    Dobbiamo partire dal fatto che nessuno degli stati reali in cui ha vissuto il popolo serbo nell’epoca moderna – dal Regno di Serbia (1833) all'Unione di Serbia e Montenegro, la cui esistenza è terminata con il referendum in Montenegro nel maggio 2006 - ha soddisfatto il peso dell’élite politica, religiosa e militare serba. La limitazione dello stato etnico ha sottinteso l’espansione territoriale, ovvero le guerre. Questo, tuttavia, è incompatibile con il profondo sviluppo di ogni singolo stato. Lo stato moderno o, in sostanza, il rinnovamento dello stato medievale è un legame controverso nella storia della Serbia in epoca contemporanea. La Serbia ha varato costituzioni sul modello di quelle europee. Tuttavia, parallelamente a queste costituzioni, è sempre esistita una costituzione non scritta fondata sul diritto consuetudinario. La forza di una costituzione non scritta è più grande di ogni costituzione scritta. Come la storia orale è stata mentalmente più forte della scienza storica, per definizione scettica e critica: è alla base dell’ideologia nazionale, che, a differenza della scienza, non cerca risposte ma le ha già in anticipo.

    Ogni ideologia ha il suo scopo fisso che sottintende un pensiero totalitario che non distingue il diritto consuetudinario dalla legge, come la tradizione dalla scienza. Allo stesso tempo, lo stato di tutti i serbi, come obiettivo dell’ideologia nazionale, non si cura dell’interesse degli altri popoli, ma nemmeno dei reali interessi del popolo serbo. Per questo ritengo che l’effetto di tutti quei diversi passi sulla strada della riconciliazione di cui ho parlato all’inizio dipendano dallo sforzo mentale di pensare al di fuori dalle matrici ideologiche.

    Perché, per esempio, serbi e croati possono avere buone relazioni diplomatiche, una sviluppata collaborazione economica, un grande scambio commerciale, ma se prevalgono gli obiettivi dell’ideologia nazionale, possono sempre farsi guerra. Lo stesso vale per i rapporti tra serbi e albanesi. Il mito del Kosovo è parte della coscienza storica, ma la sua strumentalizzazione politica, che aggiunge alla memoria storica il Kosovo come territorio “in cui un giorno si dovrà tornare”, ha portato e porta ai conflitti.

    C’è quindi, un aspetto di riconciliazione?

    Questi aspetti oggi si intravvedono nella comune prospettiva dei popoli balcanici. Tutti hanno raggiunto il consenso sull’accettazione della prospettiva europea e sulla propria prospettiva nazionale. Dopo i drammatici anni Novanta (quattro guerre perse, sanzioni, bombardamenti), durante i quali la Serbia si è trovata, rispetto a tutti i parametri, all’ultimo posto tra i paesi europei (un ritardo di 30 anni sulle nuove tecnologie, analfabetismo, vecchiaia della popolazione, tasso di mortalità, fuga di giovani e intellettuali), i suoi cittadini alle ultime elezioni hanno mostrato di essere meno incantati dalle matrici ideologiche rispetto alle élite politiche e intellettuali. Mentre le élite continuano a parlare di uno stato di tutti i serbi, con la pretesa che questo, con l’ausilio di un forte esercito, diventi leader nel Sud Est Europa, i cittadini aspirano ad uno stato in cui la loro dignità sia la base della dignità nazionale. Questo espone la Serbia alle stesse tensioni che, oltre a tutte le divisioni, esistono anche presso i croati e agli albanesi, presso tutti i popoli balcanici.

    Oltre a tutte le sue difficoltà, l’Europa va ad incontrarsi con queste tensioni. L’integrazione è figlia del tempo, come ha detto il premier serbo assassinato Zoran Đinđić. Se in Serbia prevalessero le forze il cui modus vivendi consiste nel perseverare sui conflitti, diventerebbe un‘enclave in Europa, incapace di riconciliarsi non solo con gli altri, ma anche con la propria storia.

    I commenti:

    Autore: Marko Data e ora: 23.10.2008 14:18
    Storia?
    Be' visto che si è fatta un'esposizione storica perchè limitarsi solo all'ultimo secolo? Perchè non torniamo indietro nel Medioevo a ricercare le radici del Kosovo e della dominazione turca? Perchè se è vero che la Serbia ha fatto 8 guerre in 114 anni vero è anche che quasi tutte sono state guerre di difesa o di liberazione. O vogliamo forse dire che era giusto rimanere sotto l'occupazione turca, austro ungarica o nazista. Ogni popolo ha avuto le sue terre irredente e anche il suo mito storico. I serbi hanno tutto il diritto di considerare il Kosovo come terra irredenta (perchè storicamente gli appartiene come la storia dice e testimonia ) così come gli italiani hanno sempre considerato Trieste parte dell'Italia e hanno fatto una guerra per riaverla, proprio dalla stessa parte dei serbi. I serbi, soprattutto proprio nell'800 e nel primo 900, hanno aspirato ad un loro stato nazionale e libero dalla occupazione straniera (ottomana e austriaca) proprio come tutti gli altri popoli europei, ed hanno pagato prezzi altissimi per questo in termini di sacrifici, vite umane ecc, anche di più di alcuni loro vicini che in certi momenti si schieravano dalla parte del più forte salvo saltare all'ultimo sul carro del vincitore (penso alla NDH o gli albanesi del Kosovo che mi risulta abbiano combattuto a fianco dei nazisti nell'ultima guerra mondiale).

    Autore: Luigi Data e ora: 23.10.2008 11:05
    Libertà di parola
    L'intervento è bello, opinabile come tutte le prese di posizione di questo o di quello. Contesto però il titolo: sembrerebbe che l'intervento della prof.Perovic sia stato censurato in tutta la Serbia mentre è stata dichiarata persona non gradita ad una determinata conferenza. Non mi sembra dunque che l'episodio di per sè si qualifichi come mancanza di libertà di parola in Serbia visto che poi si dà atto che l'intervento è stato pubblicato dai media di tutta la regione.

    Autore: Enzo Data e ora: 23.10.2008 10:07
    Serbia ed Jugoslavia
    Latinka Perović fa un semplice cenno al "genocidio dei serbi al tempo dello Stato Croato Indipendente", omettendo di dire che furono assassinati nei modi più efferati circa 700.000 serbi: un vero e proprio genocidio. E gli altri i serbi assassinati, cacciati brutalmente dai loro insediamenti storici, perseguitati da croati, musulmani ed albanesi in tutte le epoche, dove li mettiamo? Non mi risulta che i serbi si siano macchiati di simili crimini nella stessa misura verso le suddette etnie. Anche i serbi hanno le loro colpe, ma un conto è il genocidio e la pulizia etnica, un altro è la consumazione di crimini (compiuti, più o meno, da tutti i popoli di questo pianeta) che non attingano la soglia, appunto, dello sterminio sistematico e della "semplificazione etnica". Est modus in rebus dicevano i romani. La realtà è che, essenzialmente, la Serbia - da sempre - si è dovuta difendere dai propri vicini ed ha dovuto difendere la propria etnia insediata storicamente nei territori degli stessi vicini (alludo principalmente a Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo).


    Nb. Non ripetero ogni volta la fonte che e' www.osservatoriobalcani.org

  2. #2
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    Non erano tutte della difesa e della liberazione.Qui questo signore ne sbaglia un po'.
    Non si sbaglia per niente. Infatti ha scritto ERANO QUASI TUTTE...che non vuol dire ERANO TUTTE.

  3. #3
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    L'insostenibile leggerezza dell'odio
    27.10.2008 scrive Azra Nuhefendić

    Milorad Dodik Milorad Dodik, Haris Silajdžić e il futuro della Bosnia Erzegovina. Un viaggio in due puntate attraverso le biografie dei principali protagonisti dell'ennesima crisi politica nel Paese
    13 anni dopo la firma degli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina (BiH) sta attraversando una nuova crisi istituzionale. Dalla Republika Srpska (RS) si sono levate nei giorni scorsi nuove minacce (poi rientrate) di secessione, mentre una parte dei politici bosniaci chiede la fine della divisione del Paese in due entità. Milorad Dodik, primo ministro della RS, e Haris Silajdžić, uno dei tre rappresentanti dell'ufficio di presidenza bosniaco, sono i due esponenti che maggiormente polarizzano il dibattito pubblico. Un profilo dei due uomini politici in una serie di due articoli

    “Odio la Bosnia”, non si stanca di ripetere il premier della Republika Srspka (RS), Milorad Dodik. Assicura che “non è un patriota bosniaco”. Farebbe il tifo per la Bosnia Erzegovina (BiH) solo in una situazione estrema, come ad esempio "se capitasse di giocare contro la Turchia”.

    Per farsi prendere sul serio, Dodik ha gettato a terra la bandiera bosniaca durante una visita ufficiale a Trebinje, in Erzegovina. Ha dichiarato al quotidiano di Belgrado “Vecernje Novosti” che “quando mi chiedono della Bosnia, è come se mi cavassero un dente.”

    Il presidente della RS minimizza l'importanza dei personaggi storici legati alla millenaria esistenza della Bosnia. "Ma chi se ne frega di Kulin Ban” (governatore bosniaco dal 1180 al 1204). Dodik non perde l’occasione per speculare sul futuro del Paese. “La Bosnia non è una categoria durevole", afferma. Promette che tra cinque o al massimo dieci anni la RS sarà indipendente.

    Il genocidio di Srebrenica? “E’ solo un genocidio locale”, ha dichiarato.

    E’ coerente nel suo disprezzo. Non riconosce Sarajevo come capitale della BiH, “è semplicemente la sede delle istituzioni statali”. Si vanta di dire a suo figlio, quando torna da Sarajevo, di essere stato “a Teheran”. Dodik non ha mai messo piede nella capitale dell'Iran, ma Teheran gli sembra un giusto simbolo per esprimere l’avversione che nutre nei confronti di buona parte della popolazione bosniaca, i bosgnacchi. "Quella là [la Federazione di Bosnia Erzegovina] per me è già l'estero", sottolinea.

    Neanche i croati gli stano molto a cuore. Recentemente ha scambiato parole poco diplomatiche con il presidente croato Stipe Mesić. Mesić ha invitato “l’Europa a togliere Dodik dall’ordine del giorno, perché conduce la stessa politica di Slobodan Milošević”. Mile, come gli ammiratori chiamano il presidente Dodik, ha invitato Mesić “a star zitto e a riflettere sulla pulizia etnica effettuata nei confronti dei serbi di Croazia”.

    Tuttavia Dodik ha tentato di “fare team” con i croato bosniaci; sosteneva la loro domanda per costituire una terza entità, quella croata. Naturalmente l'avrebbe fatto tagliando il territorio della Federazione, cioè della parte bosniaco-croata, “non si parla di toccare la Republika Srpska”. A Dodik pareva che, con questa mossa, l’indipendenza della RS avrebbe potuto diventare più vicina.

    Nella RS, Dodik è un padrone indiscusso. Controlla tutto e tutti. I giornalisti della RS, quasi tutti, stanno zitti; non alzano la voce contro di lui. Quelli che osano opporsi sono etichettati come “servi o spie dei musulmani”, o finiscono come Svetlana Cenić: prima destituita dal governo della RS, poi anche impossibilitata a lavorare come giornalista.

    Dodik non è molto tenero neanche con i suoi potenziali elettori. Prima delle ultime elezioni amministrative, ha minacciato nel corso di un incontro a Kneževo (città che prima della guerra si chiamava Kulen Vakuf): ”Se non votate per mio partito, non si faranno né la strada né la fognatura… Io sarò premier almeno per altri due anni, e vi farò pagare la disobbedienza”.

    "E' peggio del dittatore bielorusso Lukashenko", ha detto l’ambasciatore olandese in Bosnia ed Erzegovina Karel Foskuler. Ma Dodik non si lascia intimidire dalla comunità internazionale. E’ impaziente di vedere la fine del mandato dell'Alto Rappresentante (OHR). Non perché la situazione in Bosnia Erzegovina sia stabile, tutt’altro. Dodik spera che, in assenza di sorveglianza internazionale, sarà più facile ottenere la secessione della RS dalla BiH.

    Sta lavorando sodo per smantellare tutto quello che rappresenta la Bosnia Erzegovina come Stato sovrano. Sabota e ostacola in continuazione le funzioni del governo centrale. "Dodik è riuscito a distruggere tutto il progresso fatto in Bosnia negli ultimi due anni", hanno affermato in un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian" l'artefice degli Accordi di Dayton, il diplomatico americano Richard Holbrooke, e l'ex Alto Rappresentante Paddy Ashdown.

    Il massimo obiettivo di Dodik sarebbe quello di unire la RS alla Serbia. Per questa impresa conta molto sui russi. Per stringere i rapporti con Mosca ha venduto la raffineria di Bosanski Brod a una compagnia russa. I dettagli del contratto sono rimasti un segreto. Lo storico serbo Milorad Ekmecić l’ha assicurato che è sulla strada giusta. "A lungo termine, il destino della RS dipende dalla Russia”, ha dichiarato Ekmecić, lo stesso che all’inizio della guerra in Bosnia assicurava che “200.000 morti non sono nulla in confronto con l’importanza storica di creare la grande Serbia.”

    Ogni tanto Dodik ripete le minacce di organizzare un referendum per l’indipendenza della RS. Nutre questa idea utopica tra i serbi di Bosnia. Quando, e se avverrà, l'unificazione con la Serbia, Dodik sarà pronto: a Dedinje, un quartiere elegante e costoso di Belgrado, l'anno scorso ha comperato una villa di valore stimato tra gli uno e i due milioni di euro.

    L'ultima volta che Dodik ha minacciato un referendum per l'indipendenza della RS, l’Alto Rappresentante Miroslav Lajćak l'ha invitato a dimettersi perché “mente alla gente su qualcosa che non è realizzabile.” Dodik ha detto di essere pronto nel caso che qualcuno venisse a sostituirlo: "Dovrà inviare i carri armati davanti al palazzo del Governo per mandarmi via”, ha dichiarato.

    Milorad Dodik è nato a Laktaši, un paesino vicino a Banja Luka, oggi la capitale della Republika Srpska. Prima della guerra era presidente della giunta comunale del paese. All’epoca la parola Bosnia non gli dava la nausea. Anzi, la Bosnia durante la guerra fu un paradiso per il suo business. Si è arricchito commerciando con vari prodotti, tra cui il gasolio e le sigarette. Da quel tempo gli è rimasto il soprannome “Mile Ronhil”, da un tipo di sigarette che trafficava. Si vantava di aver lavorato con l'infame criminale di guerra, Željko Raznatović Arkan. Era impressionato dal fatto che "bastava una stretta di mano" per finire il lavoro con Arkan. Oggi Dodik è una delle persone più ricche della Bosnia Erzegovina.

    Insieme al business, costruiva la sua posizione politica. Il suo partito, l'Unione dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), fu all'epoca l'unica opposizione al partito nazionalista di Radovan Karadzić. Il 27 dicembre 1997, a Bijeljina, Dodik fu eletto Primo Ministro della RS, grazie tra l'altro anche ai voti dei bosgnacchi.

    Da riformista ("me lo ricordo come un uomo di sinistra", dice lo scrittore Željko Ivanković), Dodik è evoluto in un nazionalista autoritario. "Ha semplicemente adottato la politica nazionalista del partito di Karadzić", affermano Holbrooke e Ashdown.

    Il suo modo assolutistico di condurre la politica, le sue dichiarazioni, il comportamento talvolta volgare, la retorica aggressiva, tutto questo crea un’immagine di finta ribellione. Agli occhi di molti serbi bosniaci è uno bravo, senza peli sulla lingua.

    Tredici anni dopo gli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina è sull’orlo del collasso. Riusciranno i nazionalisti di "seconda generazione" a finire il lavoro che hanno iniziato, in un bagno di sangue, personaggi accusati e condannati per crimini contro l'umanità?

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    Questo comportamento estremista di Dodik non può che farmi piacere...

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    Uniti a sinistra, divisi a destra
    28.10.2008 scrive Danijela Nenadić [Srpski]

    Ivica Dačić e Boris Tadić Erano strenui concorrenti, poi l'inaspettato accordo di coalizione per governare la Serbia. Ora i democratici di Tadić e i socialisti di Dačić firmano una Dichiarazione di riconciliazione. A destra invece, è bagarre
    Domenica 19 ottobre il Partito democratico (DS) e il Partito socialista serbo (SPS) hanno firmato una dichiarazione sulla riconciliazione politica e sulla responsabilità comune per la realizzazione di una Serbia democratica, libera, unita, sviluppata culturalmente ed economicamente, e con uno stato di giustizia sociale. Il documento è stato firmato dal presidente del DS Boris Tadić e dal presidente dell'SPS Ivica Dačić, in presenza dei principali esponenti di entrambi i partiti.

    “Ci impegniamo per una Serbia moderna, democratica e socialmente efficace che si fondi sulla parità di diritti e doveri di tutti i suoi cittadini, e che garantisca il rispetto dei loro diritti umani e delle loro libertà, che attui la democrazia e la giustizia sociale nella società e nell'economia, garantisca un pubblico legiferare e un contratto sociale a difesa dell'unità nazionale e che prepari il Paese a ciò che l'attenderà in futuro“, recita il testo della Dichiarazione.”Noi ci impegniamo per lo sviluppo di una società dei cittadini e di uno stato democratico come garante dei diritti e delle libertà di tutti gli abitanti della Serbia, di uno stato e di una società che rigettino tutte le forme di discriminazione, corruzione e di crimine".

    La Dichiarazione, i cui autori sono il consigliere del presidente serbo Trivo Inđić e il funzionario dell'SPS Petar Škundrić, contiene otto capitoli dedicati all'unità nazionale, al sistema politico e alla democrazia, alla sovranità e all'integrità del Paese, all'integrazione europea e ai rapporti della Serbia con il mondo, alla sicurezza sociale e allo sviluppo economico.

    Nella Dichiarazione è messa in luce la determinazione dei due partiti per una veloce integrazione della Serbia nell'Ue. “Da sempre apparteniamo all'Europa e condividiamo i valori europei. La decisione strategica della Serbia è di essere uno stato membro dell'Ue”. Nella Dichiarazione si aggiunge inoltre che compito prioritario della nazione e delle istituzioni è la protezione dello stato, della sovranità e dell'integrità territoriale della Serbia e lo sviluppo delle capacità difensive. “Il Kosovo resterà parte della Serbia, e la lotta contro la sua separazione è un compito nazionale primario”.

    “La Dichiarazione è rivolta al futuro e al passato, perché i contrasti passati hanno minacciato di demolire il paese”, ha dichiarato Tadić alla conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa. Ha aggiunto che si tratta al contempo di un messaggio alla comunità internazionale, per dire che la Serbia ha chiuso con i conflitti e gli scontri politici. Per Tadić la Dichiarazione trascende il carattere dell'accordo interpartitico. “Non ho mai detto che questa firma significhi la riconciliazione nazionale. Si tratta di un atto solenne che caratterizza il valore delle idee e la nostra intenzione politica per il futuro. Con ciò mostriamo di voler aprire la strada ad altri, così che la riconciliazione politica assicuri anche la riconciliazione nazionale”, ha affermato Tadić.

    Il leader socialista Ivica Dačić ha fatto sapere ai giornalisti e ai cittadini che si auspica che” si riappacifichino i popoli, gli stati, la gente e i membri delle famiglie”, e ha aggiunto che “quando si lavora insieme, non si può guardare al passato, ma dal passato si devono ricavare gli aspetti più positivi per un futuro migliore per la Serbia”.

    La "storica riconciliazione", come l'hanno chiamata i leader DS e SPS, non è stata accolta con grande entusiasmo dai colleghi degli altri partiti. Per il Partito democratico della Serbia (DSS), questo documento è un'azione di marketing; per il Partito radicale serbo (SRS) si tratta di un esempio di come siano stati cancellati i confini tra il DS e l'SPS; per il Partito progressista serbo (SNS) è una triste farsa; per il Partito dei liberaldemocratici (LDP) si tratta di una sorta di teatrino di cui la Serbia non ha bisogno.

    Il più duro nei giudizi è stato l'ex premier e alto funzionario del DS Zoran Živković, che in una dichiarazione a B92 ha affermato che "la firma della dichiarazione sulla riconciliazione con l'SPS, partito dal passato criminale e dal presente marginale, è un atto non previsto dallo statuto, incomprensibile e immorale del presidente del DS Boris Tadić”.

    Gli analisti, invece, ritengono che la riconciliazione dei due partiti sia un tratto importante per smorzare la tensione politica. Ospite televisivo di B92, l'analista Milan Nikolić ha affermato che "alla Serbia serve tolleranza politica sulla scena principale, una gara creativa di programmi e idee politiche“. Il sociologo Jovan Komšić ritiene che non ci si poteva aspettare un testo "catartico“ della Dichiarazione in cui i due partiti da penitenti avrebbero riconosciuto i loro sbagli del passato, perché, in primis, devono occuparsi degli elettori. In una dichiarazione per Politika, Komšić afferma che "in questo momento la Serbia non ha le capacità per confrontarsi completamente con il passato“, aggiungendo che "avverrà sul lungo periodo“. Tuttavia, Komšić ritiene che questo documento sia molto importante perché "indica che è possibile una collaborazione tra due partiti che fino a ieri erano avversari. Cambia la regola per cui i partiti lottano uno contro l'altro fino alla completa distruzione, e nasce il modello che esiste nei sistemi democratici, in cui le parti si affrontano, si controllano a vicenda, ma anche collaborano“.

    Interessante citare che DS e SPS hanno firmato la Dichiarazione subito dopo che tutti i posti negli enti pubblici a Belgrado sono stati assegnati, ultimo passo verso la realizzazione dell'accordo di coalizione per il governo della capitale.

    Con la firma della dichiarazione è stato messo fine alla speculazione che dura da diversi mesi sulla riconciliazione formale dei due oppositori politici. Questo atto non ha solamente formalizzato la collaborazione tra i due partiti, ma ha anche rafforzato lo spettro politico della sinistra in Serbia, alla cui guida si è imposto il partito di Boris Tadić.

    Negli ultimi giorni, molti partiti tentano di colmare il vuoto nel cosiddetto polo politico di destra. Il primo è stato il Movimento di rinnovamento serbo (SPO) di Vuk Drašković, che ha reso nota la piattaforma del partito fondata sui principi della moderna destra europea, e poi, alcuni giorni più tardi, hanno comunicato un accordo di coalizione il Partito democratico della Serbia (DSS), Nuova Serbia (NS) e il Partito Popolare (NP) - il neo-formato partito dell'ex sindaco di Novi Sad e funzionaria del Partito radicale serbo (SRS) Maja Gojković.

    Anche il Partito progressista serbo di Tomislav Nikolić e Aleksandar Vučić cerca una sua collocazione nella destra.

    All'Assemblea di partito, tenutasi al centro belgradese Sava“, è stato designato alla presidenza Tomislav Nikolić. Aleksandar Vučić, che ha atteso a lungo prima di far sapere pubblicamente che sosteneva Nikolić, sarà il suo vice nel nuovo partito.

    I progressisti hanno portato via ai radicali molti simpatizzanti e si sono proposti come "nuova forza della destra moderata“. Tomislav Nikolić, nel momento solenne dell'assemblea fondante, ha affermato che il programma di questo partito è "semplice e popolare“ e si fonda sul fatto che per tutti in Serbia sarebbe meglio se si fosse il migliore collaboratore della Federazione russa e il migliore membro dell'Ue”. Nikolić ha sottolineato che la Serbia deve scegliere il suo futuro, e ha fatto sapere al mondo che "se la pena è il nostro presente, non ce la siamo meritata, se è il nostro destino, non le soccomberemo, se è la sfortuna, siamo sopravvissuti a cose più dure“.

    All'assemblea fondante hanno partecipato gli ambasciatori di Slovacchia, Norvegia, Cuba, India, Svezia, i rappresentanti dell'ambasciata di USA, Russia, Giappone, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, ma anche Luka Karadžić, fratello di Radovan Karadžić. Vučić ha detto ai rappresentanti internazionali: “Noi vi rispettiamo e non pretendiamo nulla di più se non che anche voi ci rispettiate. Vogliamo dialogare, ma non piegarci e pregare. Vogliamo entrare in Europa, ma vogliamo anche il nostro Kosovo”.

    I progressisti si sono buttati in un'intensa campagna mediatica. L'assemblea è stata seguita da sei stazioni televisive in Serbia, cosa che ha suscitato la collera di coloro che fino a ieri erano i loro alleati di partito. Dai radicali, in generale, piovono offese contro i progressisti. I lavori del parlamento sono bloccati perché i radicali interrompono quotidianamente le sedute dell'assemblea, e invece di seguire l'ordine del giorno, fanno polemica sui mandati che Nikolić ha “rubato” loro, a cui seguono offese e minacce.

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    L’arte di volersi bene
    29.10.2008 scrive Azra Nuhefendić

    Haris Silajdžić Haris Silajdžić, le piramidi di Visoko e il futuro della Bosnia Erzegovina. Seconda puntata del viaggio nella crisi politica e istituzionale in cui versa il Paese, attraverso le biografie dei suoi principali protagonisti
    13 anni dopo la firma degli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina (BiH) sta attraversando una nuova crisi istituzionale. Dalla Republika Srpska (RS) si sono levate nei giorni scorsi nuove minacce (poi rientrate) di secessione, mentre una parte dei politici bosniaci chiede la fine della divisione del Paese in due entità. Milorad Dodik, primo ministro della RS, e Haris Silajdžić, uno dei tre rappresentanti dell'ufficio di presidenza bosniaco, sono i due esponenti che maggiormente polarizzano il dibattito pubblico. Un profilo dei due uomini politici in una serie di due articoli

    "Haris, fai qualcosa per il tuo popolo! Torna in Turchia.” Lo sconosciuto autore di questo graffito, sui muri di un palazzo nel centro di Sarajevo, si appella all'attuale presidente di turno della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina (BiH), Haris Silajdžić. E’ improbabile che Haris abbia ricevuto il messaggio. Questo "viaggiatore instancabile, poeta, lobbista per ricche compagnie di Paesi islamici e presidente durante il tempo libero", come lo descrive lo scrittore sarajevese Emir Imamović, gira per il mondo. Sta cercando di convincere i politici suoi amici di come riorganizzare la BiH. Cerca di vendere l'illusione che una miracolosa azione della comunità internazionale possa far sparire la Republika Srpska e aprire un processo di creazione di una Bosnia unita con un forte governo centrale.

    "Ha giurato di difendere gli interessi nazionali della BiH e adesso viaggia per il mondo, si lamenta della situazione nel proprio Paese e cerca appoggio per le sue idee", così il diplomatico americano Raffi Gregorian, numero due della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina, commenta il comportamento di Silajdžić.

    Quando a Silajdžić si chiede di elaborare le proprie idee sul futuro Stato, non va oltre l'affermazione che "bisogna costruire le regole." Le vaghe idee sul come riorganizzare la BiH, pare, sono un punto comune ai politici bosniaci. Il quotidiano di Sarajevo “Oslobodjenje” sostiene che “i bosniaci non hanno una strategia sul come salvare la Bosnia”. Questo è, secondo il giornale, il problema più grave.

    L'ultimo eccesso di Silajdžić sulla scena internazionale si è verificato di fronte all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite quando, invece di parlare a nome del proprio Paese, ha fatto un discorso tutto suo, accusando i serbo bosniaci per i crimini commessi durante la guerra. Non solo i serbi, ma anche il rappresentante croato della presidenza bosniaca, Željko Komšić, il più appassionato difensore della Bosnia Erzegovina, ha reagito. Komšić ha negato a Silajdžić l'esclusivo diritto di difendere la BiH. "Da quando nel 2006 ci hai promesso di creare la Bosnia al 100% (l'allora slogan del partito di Silajdžić, lo “Stranka za BiH”) di Bosnia ne abbiamo sempre di meno", ha commentato Komšić.

    Due anni fa Haris Silajdžić è stato eletto alla presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina. All'epoca era visto come un politico moderato. Oggi, insieme al Primo ministro della Republika Srpska Milorad Dodik, è la causa principale della crisi politica e del risorgere del nazionalismo.

    "Da due anni sta trattando la Republika Srpska come un nemico della Bosnia", ha affermato Raffi Gregorian.

    In un dibattito televisivo Silajdžić, parlando del contrasto tra i serbi e i bosgnacchi, ha pronunciato l'affermazione scioccante secondo cui "i serbi sono stati cresciuti e educati come fascisti e criminali".

    Silajdžić rifiuta in continuazione qualsiasi contatto con la vicina Serbia e, allo stesso tempo, accusa il governo di Belgrado per l'instabile situazione politica in BiH. Si lamenta dell'inadeguatezza degli Accordi di Dayton, nonostante lui stesso abbia partecipato alla loro creazione. "Dayton fu essenziale per porre fine al genocidio in Bosnia, ma oggi rappresenta un ostacolo per l'unificazione del Paese", sostiene Haris. Quando un giornalista della BBC gli ha ricordato che fu proprio lui uno di quelli che stilarono gli Accordi, Silajdžić ha ribattuto che "i bosniaci sono stati minacciati con le armi.”

    Haris Silajdžić è apparso sulla scena politica in Bosnia Erzegovina durante le prime elezioni democratiche, nel 1990. Fu membro del Partito di Azione Democratica (SDA), dei musulmani bosniaci. Contrariamente a molti nuovi personaggi venuti dal nulla, lui appariva educato, giovane, moderno e eloquente. Ha un dottorato, insegna all'università, scrive poesie. Parla un ottimo inglese. In più Silajdžić aveva un atteggiamento rassicurante, che all'inizio fu visto come un talento per un politico. Non aveva problemi a parlare con qualsiasi personaggio come ad un proprio pari. Presto si scoprì che non si trattava di talento, ma di arroganza, vanità, esagerata autostima e ambizione che oltrepassava le sue capacità.

    Tutto questo lo notò anche il suo protettore, l'ex presidente bosniaco Alija Izetbegović. Alle elezioni del 2002 ha sostenuto la candidatura di Sulejman Tihić, non quella di Haris Silajdžić: "La presidenza non è un lavoro per Haris. Lui è un poeta e ho paura che presto si stancherà delle lunghe riunioni, si snerverà di leggere centinaia di documenti burocratici. Quando si stancherà scapperà, e lascerà gli interessi dei bosniaci indifesi", aveva detto Izetbegović.

    Questo ritratto del politico Silajdžić non fu una rivelazione. Anzi, la reputazione di uno sul quale non si può fare affidamento, se c’è di mezzo la sua vanità, Silajdžić l’aveva già acquistata.

    Nel 1995, in un momento particolarmente importante per la BiH, Silajdžić si dimise dalla carica di Primo ministro. Lasciò addirittura il partito, l'SDA, e creò il proprio. Non si trattava di mosse motivate da principi politici, ma di pura ambizione personale che prevalse sulla ragione e sugli interessi dei bosniaci.

    Da allora la sua carriera politica registra varie sconfitte, dimissioni, ritiri, alleanze discutibili con altri partiti. Per descrivere un tale personaggio e comportamento politico, a Sarajevo si creò il termine "harisisam".

    La dimensione della sua vanità fu valutata appieno quando qualcuno lanciò la notizia che Silajdžić era tra i candidati a prossimo Segretario generale delle Nazioni Unite, grazie “al risultato della sua lunga politica basata sui principi e sull’impegno personale a risolvere i problemi tra Est e Ovest”, citava il comunicato rilasciato dal suo partito.

    Senza preoccuparsi di controllare l’autenticità della notizia, Haris la accettò: “E' un onore, pero c’è prima da finire del lavoro qui, in Bosnia”, ha dichiarato con finta modestia. A lungo fu ridicolizzato per questo.

    Dopo, Silajdžić sparì semplicemente dalla scena politica, ma non per fare il Segretario generale. La sua “latitanza" durò quasi due anni. Durante la sua assenza si impegnò nella privatizzazione di una banca a Tuzla. La faccenda fu molto oscura, la stampa ancora oggi riporta indizi di corruzione, di frode e del coinvolgimento di Silajdžić e di suoi amici nell’affare.

    Non era la prima volta che il nome di Silajdžić si legava ad affari poco chiari. Fu accusato anche della scomparsa di un credito milionario assegnato alla BiH durante la guerra. La stampa bosniaca insisteva che le tracce portavano a Silajdžić e a suo fratello, su cui la polizia aveva un ingombrante dossier prima della guerra, ma che magicamente Haris aveva promosso a diplomatico bosniaco, come anche la sorella. Silajdžić non ha mai ritenuto opportuno smentire o rispondere a queste accuse.

    Tornò in politica nel 2006 e assunse la posizione di presidente del partito giusto in tempo per impedire l'adozione di un pacchetto di cambiamenti costituzionali che avrebbero potuto portare la BiH verso una maggiore stabilità. Anche quella volta, la vanità di Silajdžić ha vinto sugli interessi della Bosnia e dei suoi cittadini. Se fossero state accettate le modifiche della costituzione, Haris non avrebbe potuto sperare di essere eletto presidente della BiH.

    “La Bosnia è un Paese miracoloso”, ha dichiarato recentemente Silajdžić mostrando ai principi sauditi le cosiddette piramidi bosniache di Visoko. Lo è davvero, se personaggi come lui possono fare politica vendendo fumo o piramidi, che in fondo sono la stessa cosa.

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    Vojvodina: la nuova carta
    03.11.2008 scrive Ana Ljubojević

    In Vojvodina, regione settentrionale della Serbia, e' statoapprovato un nuovo statuto. Per la compagine al governo regionale un nuovo passo verso un decentramento di matrice europea, per l'opposizione la prima mossa verso la secessione
    Il 14 ottobre scorso, i deputati dell’Assemblea della Vojvodina hanno adottato la proposta per il nuovo Statuto provinciale. A favore si sono schierati gli esponenti della coalizione Per una Vojvodina europea, la Coalizione Ungherese, il Partito Socialista serbo (SPS – Socijalistička partija Srbije) e il Partito liberal-democratico (LDP – Liberalno-demokratska partija), con ben 89 voti, mentre contro hanno votato 21 deputati. Nessuno si è astenuto.

    La nuova carta fondamentale della Vojvodina sarà in seguito inoltrata all’Assemblea statale della Serbia per la conferma definitiva. Secondo gli esperti in legge, l’Assemblea serba dovrebbe promulgare anche una lex specialis che determinerebbe molti emendamenti alle leggi già esistenti, stabilendo così un’armonizzazione generale con la Costituzione serba.

    Il testo della proposta sul nuovo statuto della Vojvodina
    I deputati della coalizione al potere hanno espresso la loro fiducia nella completa coerenza tra la nuova proposta e la Costituzione, mentre l’opposizione rappresentata dal Partito radicale serbo (SRS – Srpska radikalna stranka) e della “Coalizione popolare” (DSS – Demokratska stranka Srbije e NS – Nova Srbija) ha dichiarato che il documento in questione è “l’essenza” per “la creazione di uno nuovo stato nello stato” e che esso contiene chiare “intenzioni separatiste”.

    Dure sono state anche le reazioni di una parte della società civile. Un gruppo di intellettuali, conosciuti per i loro atteggiamenti nazionalisti, hanno inviato una lettera aperta al presidente serbo, al Governo e all’Assemblea statale. Questa lettera, firmata da 64 membri dell’Accademia, professori e impiegati del settore pubblico e di quello culturale, esprime la preoccupazione per il destino della Vojvodina, perché lo Statuto aprirebbe la strada alla possibile secessione della circoscrizione di Subotica. Questa circoscrizione a maggioranza ungherese correrebbe il rischio, secondo il gruppo di intellettuali, di una separazione dallo stato serbo e l’ingresso nell’Ungheria.

    Gli autori della lettera ritengono poi preoccupante anche l’intenzione di fondare un Consiglio di comunità nazionali, all’interno dell’Assemblea serba. “Questo è il tentativo di introdurre il sistema bicamerale nella scena politica serba, grazie al quale i rappresentanti delle minoranze etniche avrebbero il diritto di veto nell’Assemblea della Vojvodina”, si aggiunge nella lettera.

    Secondo la loro opinione “lo Statuto è la conseguenza dell’atteggiamento vetero-comunista di falsificare la storia, con l’unico scopo di distruggere il popolo serbo, creando nuovi stati e nazioni artificiali”. In più si pensa che la provincia della Vojvodina, che già possiede un’autonomia regionale, voglia arrogarsi anche le prerogative “della sovranità statale”.

    Si è quindi accesa una polemica abbastanza vivace. Balint Pastor, alto funzionario dell’Unione degli Ungheresi della Vojvodina e deputato statale, in un’intervista al quotidiano “Dnevnik” spiega che “le supposizioni, contenute nella lettera al presidente serbo, non sono per niente fondate perché il nuovo Statuto concorda assolutamente con la Costituzione”.

    “Uno stato che vuole avvicinarsi all’Unione Europea, come pretende la Serbia, dovrebbe accettare il modello di decentralizzazione, soprattutto se la Costituzione lo consente ampiamente”, ha concluso Pastor.

    Una dura reazione è arrivata anche dal presidente del Consiglio esecutivo della Vojvodina, Bojan Pajtić. Il sottosegretario del Partito democratico (DS – Demokratska stranka) ha enunciato che “è inaccettabile la formazione di regioni e circoscrizioni etniche, ma esse non esistono in Vojvodina”.

    “Io vedo questa lettera come un esempio dell’incomprensione di quello che è stato fatto, e non mi sorprenderebbe se molte persone avessero firmato anche senza leggere la proposta del nuovo Statuto”, ha concluso Pajtić.

    L’atmosfera politica in Vojvodina si è riscaldata ulteriormente con la creazione di un nuovo partito politico. Il Partito popolare (NP – Narodna partija) di Maja Gojković, ex sindaco di Novi Sad, dovrebbe diventare il nuovo partner nella coalizione DSS-NS. Il portavoce del DSS Andreja Mladenović ha riferito che tutti e tre partiti sono “guidati della stessa idea di difendere gli interessi statali e nazionali”.

    Nelle settimane passate si supponeva che la Gojković sarebbe entrata nel nuovo partito di Nikolić e Vučić, ma lei non ha mostrato nessuna intenzione di “regalare” al Partito Progressista Serbo (SNS – Srpska napredna stranka) i voti del suo gruppo nel consiglio comunale di Novi Sad. Un altro problema sarebbe la posizione non adeguata offerta alla Gojković, visto che i posti dei due sottosegretari già appartengono ai rappresentanti provenienti dal capoluogo della Vojvodina.

    Il DSS cerca la sua chance per riconquistare terreno nella politica della Vojvodina dopo il flop alle elezioni del maggio scorso. Anche l'NS afferma che la ragione principale per la collaborazione con la Gojković in realtà siano gli scarsi risultati che questo partito ha ottenuto nella provincia settentrionale serba.

    L’autunno in Vojvodina si sta scaldando sempre più, attizzato anche dalla crisi economica e da drastici aumenti del prezzo del gas. L’entrata in vigore dello Statuto è prevista entro la fine del 2008.

  8. #8
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    La vedo come l'ultila chance per gli ultranazionalisti di Seselj.

  9. #9
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    Kosovo: l'ossessione della storia
    03.11.2008

    Kosovo - Mario Salzano Un reportage dal Kosovo del post-indipendenza. La difficile transizione tra la missione Onu e quella europea, l'economia sommersa, le contraddizioni all'interno delle enclaves serbe. E una visione del passato divenuta vera e propria ossessione
    Di Paolo Bergamaschi*

    Chi arriva in Kosovo per la prima volta non può non rimanere colpito dal numero esorbitante di stazioni di servizio spuntate come funghi ai margini di Pristina. Nei pochi chilometri che separano l’aeroporto dalla città se ne contano una ventina con flussi di traffico che non giustificano la redditività dell’investimento. Annessi ai distributori vi sono, spesso, anche hotel nuovi di zecca di solito vuoti e, sparsi ovunque nella campagna, grandi edifici in vetro oscurato che luccicano nel sole ancora caldo dell’autunno kosovaro con appeso davanti all’ingresso il cartello “affittasi”. A chi e per quale scopo può interessare affittare un immobile commerciale nel paese con il più alto tasso di disoccupazione del continente e con un’economia sommersa che sovrasta e schiaccia quella ufficiale? A nessuno, ovviamente, con l’eccezione delle varie agenzie delle organizzazioni internazionali che continueranno a bazzicare in massa da queste parti ancora per parecchi anni. E’ tempo di cambiamenti, però. La missione delle Nazioni Unite (UNMIK), che ha amministrato l’ex provincia serba dal 1999, sta riducendo gli organici, mentre quella dell’Unione Europea (EULEX), destinata a prenderne il posto, è in corso di dispiegamento.

    Non è stato facile raggiungere un compromesso. Il lungo braccio di ferro fra Russia e Serbia da una parte e Stati Uniti ed Europa dall’altra sembrava obbligare l’ONU a prolungare all’infinito il mandato nell’ambito della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che aveva posto fine all’intervento militare della NATO. A sbloccare la situazione ci ha pensato lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che, preso atto della decisione europea di assistere le istituzioni kosovare dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza del febbraio scorso, ha saggiamente ritenuto opportuno evitare inutili sovrapposizioni riconfigurando la presenza dell'ONU. Saranno più di 2000 gli europei che entro il dicembre di quest’anno affiancheranno le autorità locali nell’amministrazione della giustizia, nel controllo delle frontiere e nelle ispezioni doganali. A dire il vero sotto il vessillo europeo ci saranno anche un’ottantina di americani e si tratta di una novità assoluta, vista la tradizionale riluttanza di Washington a concedere i propri uomini a missioni sotto il comando di altri. Più della metà del personale EULEX è costituita da agenti di polizia che avranno l’arduo compito di coadiuvare i colleghi albanesi nel contrastare e recidere quel fitto reticolo di traffici illeciti che transitano da queste parti avviluppando ampi settori dell’economia, compreso quello delle pompe di benzina.

    L’UNMIK fa i bagagli nell’indifferenza generale di quella stessa opinione pubblica kosovara che solo pochi anni prima aveva salutato l’arrivo dell’ONU come la fine di un incubo ponendo termine alla repressione di Milosevic. E’ stato fin troppo facile per i politici locali scaricare sugli amministratori delle Nazioni Unite tutti i mali e le colpe di una situazione disastrata auto-promovendosi al governo di un paese finalmente in grado di esercitare il proprio diritto all’auto-determinazione. Ora la palla passa alle autorità locali che, comunque, si avvarranno della consulenza europea nell’esercizio dei pieni poteri. “L’UNMIK rappresenta il passato, l’EULEX il futuro” esordisce Pieter Feith, inviato speciale dell’Unione Europea per il Kosovo, mentre ci accoglie in una di quelle palazzine in vetro oscurato costruite alla periferia della capitale. “Il compito che ci attende non è facile, ma con il governo kosovaro abbiamo parlato chiaro. Non abbiamo intenzione di utilizzare i poteri intrusivi che ci competono, ma se occorre non staremo zitti”. Il caso della Bosnia-Erzegovina ha lasciato un segno profondo nella diplomazia internazionale. Lì le Nazioni Unite, dopo quasi tredici anni, sono ancora impelagate a risolvere le periodiche liti fra bosniaci, croati e serbi che mettono a dura prova le deboli strutture dello stato. Lì il plenipotenziario del palazzo di vetro è ancora costretto a sostituirsi al governo in caso di paralisi istituzionale. Non ripetere quell’esperienza è diventata la parola d’ordine della nuova missione europea, la più grande e consistente da quando l’Unione ha iniziato a sviluppare una politica estera e di sicurezza comune.

    La conquista dell’indipendenza ha avuto alcuni tangibili effetti immediati. Si nota, in particolare, lo sforzo di trasformare Pristina in una vera capitale. Il traffico è, adesso, un po’ meno caotico, ci sono più poliziotti per le strade e, soprattutto, l’arteria principale dedicata a Madre Teresa, gloria di tutti gli albanesi indipendentemente dalla confessione religiosa, è stata chiusa alle auto creando un’isola pedonale a cui gli abitanti della città si stanno gradualmente abituando. In uno dei caffè che si affacciano sull’ampio viale del passeggio incontro Vjosa Dobruna, una dei più autorevoli esponenti della società civile kosovara. A lei nel 2000, in Italia, fu assegnato il premio Alexander Langer per la convivenza fra i popoli e la difesa dei diritti universali. Oggi Vjosa è al vertice del Consiglio di Amministrazione della radio e televisione del Kosovo. “Fui nominata alla presidenza di questo consiglio nel 2004, dopo i tumulti anti-serbi che portarono all’uccisione di 19 persone e alla distruzione di chiese e monasteri” mi spiega ancora convalescente da una recente operazione. “Allora la televisione fu messa sul banco degli imputati, accusata dall’amministrazione internazionale di avere incitato e fomentato i disordini; chiamarono me come persona di garanzia non legata alle élite oltranziste” continua, alternando il caffè alla sigaretta. Nell’attuale consiglio composto da nove membri siedono anche tre rappresentanti indicati dall’UNMIK. Il quindici per cento dei programmi si svolge nelle cinque lingue delle minoranze del Kosovo. E, a proposito di UNMIK, Vjosa mi conferma ciò che avevo sentito anche dagli altri interlocutori “non c’è alcun rimpianto per la partenza della missione delle Nazioni Unite: ormai da qualche anno l’UNMIK era parte del problema e non della soluzione ai problemi della mia terra”. Spreco di risorse, inefficienza, incapacità di individuare ed affrontare le situazioni critiche sono le pesanti accuse rivolte ai rappresentanti dell’ONU. “Nessuno in Kosovo ha più fiducia nell’UNMIK come nessuno fa affidamento alla giustizia locale” conclude Vjosa “da questo punto di vista ci aspettiamo molto dalla missione europea”. Sono speranze ben riposte? L’Unione Europea si getta in una nuova avventura senza avere la forza ed i mezzi per affrontarla. Deve rispondere alle attese dei kosovari ma anche a quelle di un’opinione pubblica europea sempre più scettica e disillusa nei confronti dei paesi balcanici considerati come il buco nero del continente, fonte di guai e instabilità. Persone come Vjosa meriterebbero più attenzione, ma le leve del comando stanno in altre mani e spesso non è possibile conoscere cosa passa veramente fra quelle mani.

    Il monastero ortodosso di Zociste si trova nei pressi della cittadina di Orahovac, a una sessantina di chilometri a sud-ovest di Pristina. Semi-distrutto durante il conflitto del 1999 oggi è tornato a nuova vita grazie alla pazienza e al lavoro certosino di alcuni monaci che hanno provveduto al restauro della cappella del 1400 e dei locali circostanti. Ci arriviamo percorrendo una strada bassa, troppo stretta per l’autobus sul quale viaggiamo, tra campi arati in modo ineguale che si preparano al lungo sonno invernale. Come tutti i luoghi di culto ortodossi è presidiato da una piccola guarnigione di soldati, in questo caso austriaci, con una siepe di reticolati che ne delimita i confini. Poco più sotto si scorge un villaggio albanese. “Gli abitanti del luogo non hanno mai costituito una minaccia; al contrario, anche se di religione diversa ci hanno sempre rispettato” mi spiega il priore, “ i problemi, in passato, sono venuti da bande di paramilitari provenienti da fuori”. Anche i soldati confermano che le condizioni di sicurezza negli ultimi tempi sono notevolmente migliorate a tal punto che il comando sta pensando alla smobilitazione del presidio. Mentre completiamo la visita ci imbattiamo in una jeep di carabinieri impegnati nel quotidiano sopralluogo dei punti più critici. Il maresciallo Vincenzo Tortorella si trova in Kosovo da un paio di mesi, ma non ha notato particolari elementi di preoccupazione. “La situazione è abbastanza tranquilla, i nostri interventi sono sporadici e limitati”, racconta. Buona parte dei nostri carabinieri entro la fine dell’anno passerà dal contingente KFOR, sotto il comando NATO, alla missione EULEX. Il loro compito si farà più arduo visto che dovranno moltiplicare gli sforzi per occuparsi anche di lotta al crimine organizzato, vera piaga della regione. Chi pensava, in ogni modo, che la dichiarazione di indipendenza avrebbe fatto precipitare la situazione si è sbagliato di grosso. Me ne accorgo nel nord del paese, a Mitrovica, dove per la prima volta da quando vengo da queste parti ho la possibilità di attraversare a piedi il ponte sul fiume Ibar che separa la parte albanese della città da quella serba. Nelle occasioni precedenti il passaggio era avvenuto su di un autoveicolo scortato da militari dopo la rimozione dei cavalli di Frisia posti di traverso ai due lati del manufatto.

    A Mitrovica Nord ritrovo una vecchia conoscenza, Oliver Ivanovic, ex membro serbo del parlamento del Kosovo oggi divenuto sottosegretario nel nuovo governo di Belgrado con delega al Kosovo. Il lettore non deve confondersi. In base, infatti, al piano di pace proposto dal mediatore delle Nazioni Unite Martti Athisaari, recentemente insignito del premio Nobel, i serbi del Kosovo godono di doppia cittadinanza. Possono così votare sia per le elezioni legislative del Kosovo che per quelle della Serbia e, quindi, entrare a far parte indifferentemente sia del governo di Pristina che di quello di Belgrado. Lo incontriamo in uno dei locali di rappresentanza delle istituzioni serbe. “Il nostro obiettivo è di mantenere la missione UNMIK come unico collegamento fra le due comunità” esordisce, “è vero che la percezione di insicurezza è superiore alla realtà, ma non va dimenticato che gli attacchi alla minoranza serba continuano”. Belgrado si oppone alla missione EULEX perché rappresenterebbe un implicito riconoscimento dell’indipendenza kosovara, fieramente contestata in tutte le sedi internazionali. L’ultima mossa ha, in un certo senso, sparigliato le carte. Con il sostegno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Serbia ha chiesto alla Corte di Giustizia Internazionale un parere legale, peraltro non vincolante, sulla validità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Così facendo il governo di Belgrado ha, da una parte, congelato per qualche tempo la questione sul fronte interno mettendo a tacere l’opposizione radicale, nostalgica della Grande Serbia, e, dall’altra, ha segnalato ai paesi che non l’hanno ancora fatto l’inopportunità di riconoscere l’indipendenza della ex provincia in attesa del verdetto della corte dell’Aja. Le ultime dichiarazioni del presidente Tadic fanno anche pensare ad un Piano B che prevede la separazione della parte settentrionale della regione, popolata in maggioranza da serbi, per riportarla sotto il controllo di Belgrado. Cambiare i confini nei Balcani, però, è come accendere un fiammifero al buio in una polveriera: fa venire i brividi al solo pensarci. Questa ipotesi, comunque, è fermamente avversata da Rada Trajkovic, esponente serba che vive nell’enclave di Gracanica, a pochi chilometri da Pristina. In caso di partizione del Kosovo i serbi che vivono a sud del fiume Ibar e costituiscono i due terzi della comunità sarebbero tagliati fuori e risulterebbero fortemente indeboliti. “Sbaglia Belgrado ad opporsi all’EULEX; la missione europea è molto più indigesta agli albanesi che ai serbi che ne trarrebbero indubbi benefici” esordisce a sorpresa. Rada si riferisce in particolare al sistema giudiziario “l’Europa rappresenta l’unica possibilità per introdurre nel Kosovo un vero stato di diritto”. “C’è ancora la possibilità di giungere ad una riconciliazione fra le parti”, aggiunge, “ma va spiegato ai serbi che la comunità internazionale ha sottratto il Kosovo a Belgrado come i tribunali tolgono i figli ai genitori che si comportano male e agli albanesi che, dopo il 1999, hanno commesso gli stessi errori degli oppressori di una volta”. Sondaggi recenti indicano che il 72% dei serbi ha intenzione di continuare a vivere nel Kosovo indipendente.

    Come in molte famiglie anche la società kosovara ha il proprio figlio indisciplinato. Il pierino di turno si chiama Albin Kurti. E’ l’unico che con il suo movimento Vetevendosje (auto-determinazione) si oppone a qualsiasi presenza internazionale. Lo scrive sui muri, lo grida ovunque, con scarsi risultati, ma non si arrende, temprato dagli anni passati nelle dure galere di Milosevic, quando era alla testa delle manifestazioni degli studenti albanesi. “L’indipendenza senza la piena sovranità è inaccettabile”, mi dice indomito, “la comunità internazionale dovrebbe usare la forza per costringere la Serbia a riconoscere il Kosovo finalmente libero”. Si scaglia, quindi, contro l’élite politica kosovara a suo dire corrotta e foraggiata dal denaro occidentale. Mi fornisce, poi, l’ennesima rilettura della storia secondo cui i serbi negli anni venti inventarono la Jugoslavia per espandersi e negli anni novanta, in un contesto diverso, la distrussero per la stessa ragione. Quella della storia, nei Balcani, è, ormai, diventata un’ossessione. Da noi si dice che occorre conoscere il passato per capire il presente. Da queste parti, forse, sarebbe meglio non conoscerlo il passato per costruire un presente senza pregiudizi e rancori e preparare, finalmente, il futuro.

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    Esercizi di memoria
    05.11.2008 Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini

    Memoriale del campo di concentramento di Jasenovac Il ricordo della Seconda guerra mondiale in Croazia, dal periodo jugoslavo ad oggi. Le trasformazioni degli anni '90. Jasenovac, Bleiburg, la giornata della lotta antifascista e l'esodo degli italiani: intervista con Vjeran Pavlaković
    Vjeran Pavlaković, storico, insegna Cultura della Memoria al dipartimento di Studi Culturali dell'Università di Rijeka. Ha pubblicato, con Sabrina Ramet, “Serbia since 1989: Politics and Society under Milošević and After”, University of Washington Press. In Italia è stato pubblicato un suo saggio in “Una storia balcanica. Fascismo, comunismo e nazionalismo nella Jugoslavia del Novecento”, a cura di Lorenzo Bertucelli e Mila Orlić, ed. Ombre Corte, Verona 2008

    Quali sono i luoghi della memoria della Seconda guerra mondiale in Croazia?

    Si tratta di luoghi che sono cambiati nel corso degli anni. Possiamo fare una divisione in tre periodi principali: quello comunista, gli anni '90 e infine il periodo che inizia dopo la morte di Tudjman, a partire dal 2000. I due luoghi che attualmente illustrano meglio la situazione di memoria divisa che esiste in Croazia sulla Seconda guerra mondiale sono il Memoriale di Jasenovac e Bleiburg. Il primo ricorda il campo di concentramento creato dallo Stato Indipendente di Croazia (NDH) sul fiume Sava, mentre Bleiburg, che in realtà si trova in Austria, sul confine con la Slovenia, è il luogo dove le forze collaborazioniste si sono arrese nel 1945.

    A Jasenovac il giorno del ricordo è il 22 aprile, data della liberazione del campo. Esiste una data simile per Bleiburg?

    Era la domenica più vicina al 15 maggio. Quest'anno tuttavia è stata approvata una legge che sposta la data al sabato, per permettere la partecipazione di un numero maggiore di rappresentanti del clero. Questo mostra la relazione privilegiata che esiste tra la Chiesa cattolica croata e il ricordo di questo evento. Allo stesso tempo c'è un grosso dibattito nel Paese sul fatto che la gerarchia cattolica non ha mai visitato Jasenovac.

    Come sono ricordati oggi i fatti di Bleiburg?

    Il 10 e 11 novembre a Vienna l'appuntamento con il convegno annuale di Osservatorio. Attivisti e studiosi internazionali discuteranno del rapporto con il passato e dei processi di riconciliazione nei Balcani
    Vai alla pagina dedicata
    Come “Bleiburg i Križni put”, cioè Bleiburg e la strada della Croce. A Bleiburg i soldati si erano arresi all'esercito britannico, ma furono consegnati ai partigiani e costretti a ritornare in Jugoslavia. In Austria ci furono poche vittime, per la maggior parte militari che si tolsero la vita o che furono uccisi negli scontri avvenuti prima della resa. La maggior parte delle persone furono uccise nella marcia di ritorno, in particolare in Slovenia ma anche in Croazia. Alcuni furono poi deportati in campi di internamento in Bosnia o Macedonia.

    Qual è la dizione ufficiale del 15 maggio?

    Il 15 maggio è la “giornata del ricordo di tutte le vittime croate”. Un evento della Seconda guerra mondiale, Bleiburg, è stato quindi trasformato nella giornata che ricorda tutti i croati che sono morti in ogni tempo per lo Stato croato.

    Quando è stata introdotta questa denominazione?

    Nel 1995, in occasione del cinquantesimo anniversario di Bleiburg. Il 1995 è anche l'anno in cui il parlamento croato si assume l'onere di organizzare questa commemorazione. Fino agli anni '90 era illegale ricordare Bleiburg, gli unici che ci andavano erano i rappresentanti della diaspora.

    Ci sono dati ufficiali sulle vittime di Bleiburg e della strada della Croce?

    C'è ancora molto dibattito sull'argomento. Mesić ad esempio si rifiuta di andare a Bleiburg fino a quando non verranno condotte ricerche sistematiche, volte a stabilire il numero delle vittime e dei soldati uccisi in combattimento. Le cifre che io ritengo attendibili variano tra le 50.000 e le 80.000 vittime. La maggior parte erano croati. La diaspora ha elevato questa cifra a circa 600.000 e, specialmente negli anni '60, '70 e '80, parlava di un genocidio commesso ai danni del popolo croato. I revisionisti, le forze che cercano di riabilitare gli ustascia e la NDH, sostengono che Bleiburg è stato un massacro peggiore di Jasenovac.

    Le cifre sono effettivamente vicine a quelle esposte oggi nel nuovo Museo di Jasenovac...

    La cifra che io utilizzo relativamente a Jasenovac è tra le 80 e le 100.000 vittime. In questo momento sono riportati circa 76.000 nomi di persone uccise a Jasenovac, ma io credo che una stima più verisimile sia attorno alle 100.000. C'è comunque ancora un grande dibattito su queste questioni, le cifre sono state oggetto di forti manipolazioni da entrambe le parti.

    Quali sono le altre date e luoghi significativi nel dibattito pubblico sulla Seconda guerra mondiale in Croazia?

    La data ufficiale che ricorda la Seconda guerra mondiale in Croazia è in realtà il 22 giugno, che è la “giornata della lotta antifascista”. Questa è una festività nazionale.

    Dove viene ricordata?

    A Sisak, dove la prima unità partigiana cominciò la propria attività contro la NDH.

    Questa festività è rimasta tale per tutto il corso degli anni '90?

    In realtà quella data originariamente era il 27 luglio, e ricordava la rivolta avvenuta nella cittadina di Srb, nella Lika. Il 27 luglio 1941 la popolazione locale, che era prevalentemente serba, si rivoltò contro i fascisti. Il problema di questa data era rappresentato dal fatto che la memoria della Seconda guerra mondiale in Croazia era rappresentata da una rivolta serba. Nel 1991, quindi, questa data è stata spostata al 22 giugno.

    Come vengono ricordati in Croazia oggi i luoghi dell'occupazione italiana, in particolare il campo di concentramento che era stato creato nell'isola di Rab/Arbe?

    Il campo di Rab è praticamente dimenticato. Nel 2007 però, quando c'è stata la polemica tra il presidente croato Mesić e quello italiano Napolitano, a seguito delle celebrazioni per la giornata del ricordo in Italia, è tornato di attualità. Sono emerse posizioni sulla stampa croata secondo cui i tre presidenti, quello italiano, quello croato e quello sloveno, sarebbero dovuti andare insieme a Rab e poi anche a Basovizza. Quindi è nel contesto della memoria italiana che l'opinione pubblica croata ha ritrovato Rab, in generale nel dibattito pubblico qui la questione italiana non è così sentita, le questioni veramente importanti sono Jasenovac e Bleiburg. Le divisioni tra destra e sinistra, la dinamica comunisti contro ustascia e serbi contro croati, in particolare a seguito delle guerre degli anni '90, sono molto più rilevanti.

    A parte Rab ci sono altri luoghi simbolo dell'occupazione italiana che sono significativi per il pubblico croato?

    In generale direi di no. Ci sono naturalmente alcune specificità a livello locale. Ricordo vivamente una mia visita alla cittadina di Čabar, che si trova tra Rijeka e Zagabria, nel Gorski Kotar. L'intera popolazione di questa cittadina era stata deportata e internata in uno dei campi di concentramento degli italiani durante l'occupazione. Pochi anni fa mi trovavo lì in visita per altri motivi, e il sindaco della cittadina parlò di quegli eventi ai visitatori, “ricordiamo quando gli italiani deportarono la nostra intera popolazione, fu un atto di pulizia etnica nei confronti di questa città”. Ci sono quindi sicuramente esempi locali in cui la memoria dell'occupazione italiana è ancora forte, ma nel dibattito pubblico in generale direi di no.

    Come mai oggi a Goli Otok, campo di concentramento destinato agli oppositori del regime di Tito, non c'è nulla, solo rovine? In Croazia non interessa a nessuno la memoria di quel luogo?

    Goli Otok (foto Andrea Pandini) Paradossalmente c'è forse più ricerca in Italia su Goli Otok che non in Croazia. L'unica cosa che abbiamo qui sono dei diari, i ricordi personali degli internati, ma non ci sono ricerche sistematiche condotte sul piano accademico, solo qualche articolo. La questione di Goli Otok emerge solo quando la destra o i nazionalisti fanno l'elenco dei crimini commessi dai comunisti. Uno dei motivi per cui non è diventato un tema importante di dibattito sta forse nel fatto che era un crimine commesso da comunisti contro comunisti, non c'erano neppure elementi che potessero essere di collegamento con gli anni '90.

    Diversamente da Jasenovac o Bleiburg?

    Esatto. Ad esempio Jasenovac, che è stato sotto controllo serbo dal 1991 al 1995, veniva utilizzato per giustificare la ribellione contro Zagabria, “guardate Jasenovac, questo nuovo governo croato lo ripeterà”. A Bleiburg invece, negli anni '90, c'erano croati che dicevano “i serbi ripeteranno Bleiburg”. Questi luoghi hanno rappresentato un volano tra gli anni '40 e gli anni '90, mentre Goli Otok non serviva e quindi non interessava.

    Come viene ricordato oggi in Croazia l'esodo degli italiani dalla ex Jugoslavia dopo il 1945?

    Il quotidiano Novi List ne ha parlato a più riprese, e la questione è riemersa dopo il dibattito tra Mesić e Napolitano. Generalmente in Croazia si sostiene che le cifre degli italiani che lasciarono il Paese sono state gonfiate. Alcuni temono che riparlare di questa questione possa condurre a un più generale atteggiamento revisionista rispetto ai trattati firmati nel dopoguerra tra Italia e Jugoslavia, Parigi e Osimo. Nel dibattito pubblico croato è interessante notare la differenza nella terminologia utilizzata, si usa alternativamente la dizione “esuli” o quella di “optanti”, entrambe nella versione italiana. Secondo la prima gli italiani sono stati cacciati e costretti all'esilio, secondo la seconda invece hanno scelto di andarsene.

    Qual è il termine più utilizzato?

    Nel 2007 Mesić, prima della commemorazione del 10 febbraio in Italia e delle polemiche che ne sono seguite, aveva utilizzato optanti. La versione dominante in Croazia è che parte degli italiani ha scelto di andarsene perché aveva collaborato con il regime fascista, e che gli italiani non hanno diritto a rivedere quanto concordato nei trattati firmati nel dopoguerra, che stabilirono l'entità delle riparazioni.

    Negli anni scorsi c'è stata una positiva esperienza di collaborazione tra storici italiani e sloveni, che ha condotto al lavoro della Commissione mista sulla storia recente del confine. Perché questo non è potuto avvenire con la Croazia?

    Non ne sono del tutto certo. Posso solo dire che per quanto mi riguarda sostengo completamente l'idea di un dialogo di questo tipo, collaboro con organizzazioni come Documenta che lavorano sull'elaborazione del passato, credo dovrebbero essere fatti nuovi sforzi per portare le tre diverse parti, in particolare gli storici, a dialogare nuovamente. Anche perché continuiamo ad assistere a tentativi da parte dei politici di manipolare le cifre e strumentalizzare le emozioni. Viene condotta una discussione di tipo irrazionale su quegli eventi.

    Il commento dei forumisti:

    Autore: Enzo Data e ora: 05.11.2008 15:02
    Crimini croati
    Fa veramente specie constatare come con dei semplici esercizi dialettici si continui a negare o, quanto meno, a minimizzare il genocidio dei serbi da parte dello Stato ustascia: circa 700.000 assassinati (il numero esatto non lo si saprà mai) o comunque deceduti in seguito a torture e privazioni; un numero altissimo di feriti, di perseguitati con ogni mezzo, di cacciati con la forza ed il terrore da territori storicamente serbi. La feroce persecuzione dei serbi da parte dei croati (con l'appoggio nazista) viene ridotta dalla storiografia croata a circa 100.000 uccisi a Jasenovac: e tutti gli altri? La storia non si fa con le omissioni, le reticenze e le minimizzazioni! Ricordatevi, serbi, che di fronte a questa immane mattanza, i soldati italiani fecero l'impossibile per frenare la ferocia ustascia ed in parte vi riuscirono. Forse anche per questo tuttora da parte croata c'è livore (se non vero e proprio odio) verso gli italiani (livore che, a suo tempo, generò quelle altre atrocità, come le "foibe" e gli ammazzamenti di ogni tipo).

    Autore: Marko Data e ora: 05.11.2008 14:10
    Cifre
    E' molto difficile, se non quasi impossibile, stabilire il numero esatto delle vittime del genocidio fatto dalla NDH durante il periodo1941-45, anche perchè si parla solo di Jasenovac ma tutta la Croazia e la Bosnia (che allora era sotto la NDH) erano piene di campi di sterminio. In molti casi poi le vittime a quei campi non ci arrivavano nemmeno, ma venivano uccise sul posto nei villaggi e poi seppelliti in fosse comuni (come a Glina nel 1941). Purtroppo mi fa rabbia, ma non mi stupisce, che la chiesa cattolica croata non abbia, non dico chiesto scusa per i suoi prelati che si macchiarono di crimini, ma nemmeno visitato una sola volta quei luoghi. Forse è un silenzio che sottintende un'ammissione di colpa. Chissà!

 

 
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