
Originariamente Scritto da
DharmaRaja
Non è che la mia idea fosse di fare l'intransigente da caserma col giovane che palesemente, a quell'età, ha il suo umano bisogno di qualche svago per stemperare l'impegno e così via.
Qui sembra però che si tratti di una persona assolutamente demotivata il primo scopo del cui stare fuorisede sia non tanto l'andare all'università cui tanto ambiva ma il farsi qualche anno da mantenuto senza cavarne un ragno dal buco data la palese mancanza di motivazione. Se poi il tono e l'impostazione è del tutto ingannevole e si tratta di questo grande e motivato studente, i cui svaghi non sono che un fisiologico tonico volto a dare energie rinnovate per ributtarsi a capofitto e di propria spontanea volontà nello studio, resta il fatto che il medesimo tono, la medesima attitudine è propria di quei tanti universitari fuorisede che a tutti noi sarà capitato di conoscere e che palesemente (come almeno pare trasparire dal post citato) non hanno voglia di fare un cazzo. Quindi, se paradossalmente le parole citate "non valessero" per la persona che le ha scritte nel loro essere segno di mancanza di motivazione, varrebbero comunque per tanti altri, ed è quelli che, con l'occasione del post, si critica.
Sul fatto poi che l'università fuorisede sia quest'indispensabile esperienza formativa dell'età adulta eccetera, si tratta secondo me di un mito a cui bisognerebbe porre fine. E' pur vero che per molti, specie oggi, sottrarsi dalle sottane di mammà e dalla pappa scodellata può essere una spinta alla generale maturazione (ma non basta, infinite torme di fancazzisti cronici fuorisede ci dimostrano che non basta). E' però altrettanto vero che non c'è nessun bisogno, per una simile maturazione, di andare appositamente in un'altra città a studiare se magari non si è neanche particolarmente motivati, ma soltanto per spassarsela e vivendola come un diritto, perché oggi molti ragazzi vivono ormai la prospettiva dell'università fuorisede come un diritto, una cosa che misticamente i genitori ti devono così come il motorino a 14 anni o la macchina a 18 (ovviamente per chi se lo può permettere). Sarà utile ricordare che una volta, quando ancora le torme di ragazzini viziati e il fenomeno stesso dei "giovani", prolungato ad età improponibili, erano di là da venire, si diventava adulti molto presto, l'età dei giochi finiva quando doveva finire dopodiché s'iniziava a pensare da grandi, non si vedeva l'ora di essere tacitamente accolti nel consesso degli 'adulti' coi relativi rituali, di diventare l'uomo di casa (o il secondo in comando), di mettere su famiglia. Non c'era nessun bisogno di andare a fare l'università all'altro capo dell'italia per "diventare grandi", si poteva (e doveva) benissimo farsi il mazzo sul posto, senza bisogno di tutto questo sradicamento e di questo estremo abuso del "diritto di andare e venire". Quando una famiglia, di condizioni anche modeste, pagava gli studi a un figlio, era solo nel caso che il figlio fosse motivato e portato, due criteri di selezione che fanno piazza pulita di ogni equivoco sullo studio come "diritto". Non c'è alcun diritto di "sapere" onde utilizzare le nozioni apprese per sublimare meglio, partorendo cartacce di dubbio valore, le proprie fisime personali: il sapere è un investimento sul futuro, un qualcosa che serve, che costa alla comunità e che perciò deve rendere, esattamente come fare figli.
I ragazzetti freschi freschi di maturità senza particolari e profonde passioni o inclinazioni ai saperi e alle scienze vogliono "fare esperienze" e "diventare grandi"? Si trovino un lavoro.