Roma. La crisi economica precipita sul Palazzo innescando due effetti collaterali la cui intensità è ancora da valutare: si affievolisce l’afflato federalista (almeno per come immaginato da Roberto Calderoli) e si manifestano gesti d’apertura nel Pd che, se raccolti, confermerebbero la tendenza del CaW – il semisepolto dialogo tra il Cav. e Veltroni – a
riaffacciarsi sempre nei momenti più difficili.
I fatti: mercoledì il segretario del Pd ha parlato alla Camera auspicando “un tavolo di confronto allargato a tutte le parti sociali”.
E ieri anche il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, sembrava aver seppellito i peggiori propositi.
Dopo aver a freddo, nei giorni scorsi, riconosciuto al Cav. di essere stato il più “onesto” sull’oscura vicenda dell’incontro tra il governo, la Cisl e la Uil, Epifani ha aperto alla ricomposizione dell’unità sindacale (“con Bonanni farò il primo passo”) per arrivare all’inaspettata svolta nei confronti del governo: “Un tavolo di confronto con Scajola”.
E poi: in economia serve un provvedimento di sostegni “anche al mercato
dell’auto” che se messo in pratica potrebbe sortire una “riflessione circa il rinvio dello sciopero generale del 12 dicembre”.
E proprio ieri Berlusconi ha confermato il varo delle misure a sostegno di imprese e famiglie per il Cdm di mercoledì prossimo.
Certo, nel Pd rimangono dichiarazioni di prammatica antitremontiana.
Pierluigi Bersani dice che “il governo deve mettersi in testa che per
sostenere la crescita bisogna mettere in circolazione del denaro” e l’ex ministro dell’Economia, Vincenzo Visco, ha descritto un quadro allarmante in previsione dell’entrata in vigore del federalismo:
“Si rischia la balcanizzazione del fisco”.
Così l’annuncio di un New Deal tremontiano (“il rilancio partirà dagli investimenti pubblici”, ha detto il ministro) non convince del tutto Veltroni:
“Ne ho sentiti troppi di annunci”.
Gianni Letta spiega la nuova solidarietà
Eppure – così pare – nella maggioranza si fa largo l’interpretazione meno rigida della Finanziaria e anche del federalismo che non contraddice gli avvertimenti del centrosinistra (che ostenta scetticismo).
La Finanziaria sarà sottoposta, con qualche cautela, al dibattito parlamentare e martedì prossimo arriverà in Commissione.
Contemporaneamente il federalismo fiscale subisce uno slittamento
– era previsto avanzasse in parallelo alla manovra e invece salterà a gennaio se non oltre. Come dice il presidente della commissione Affari costituzionali Carlo Vizzini:
“Speriamo che il governo rallenti la decretazione d’urgenza”, che ingolfa le attività parlamentari e potrebbe anche finire col provocare un ulteriore ritardo alla legge delega sul federalismo.
E’ solo una scusa? Sì e no.
La Lega si piega all’operazione
(Calderoli: “Va bene, purché poi sia un testo condiviso”), ma nel Pdl, dopo le parole di Gianfranco Fini ad Asolo – e prima ancora con le sue esternazioni
contrarie alla blindatura della manovra economica – il federalismo fiscale su modello padano è sempre meno una priorità.
“Si deve fare, siamo tutti d’accordo. Il problema è come”.
Finanziaria blindata e federalismo si avviano verso una parziale modifica?
Ieri il Cav. con Tremonti e il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, ha
raccolto a Palazzo Chigi i cahiers de doléance degli enti locali.
Le regioni meridionali chiedono che i fondi Fas, destinati al Mezzogiorno e utilizzati dal governo per coprire le esigenze anche di altre aree del paese, vengano reintegrati.
“La Calabria perde 220 milioni di euro”, ha spiegato il vicepresidente della regione Domenico Cersosimo.
Mentre il nord preme per gli investimenti infrastrutturali.
Infine anche i comuni, rappresentati dall’Anci, hanno lamentato i tagli che la Finanziaria imporrebbe ai magri bilanci locali.
Così il governo ha dato rassicurazioni: ci sarà un tavolo di regia permanente. I soldi sono pochi ma nessuno piangerà.
I cordoni della borsa si allargano un po’.
Tremonti ha annunciato un rilancio degli investimenti pubblici. Come dice Gianni Letta: “In momenti difficili ciascuno è chiamato a farsi carico
dei propri doveri di solidarietà sociale”.
Ma i fondi? Oggi il Cipe dovrebbe sbloccare 16 miliardi, poi ci sono i fondi europei e 40 miliardi in cassa.
Il dubbio è che non basti.
www.ilfoglio.it 21 11 08
saluti




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