
Originariamente Scritto da
Ulan
Il 20 gennaio 1961, in un clima d’euforia collettiva, un giovanotto piacente prendeva il posto del generale Eisenower alla guida della nazione egemone del mondo libero; dall’altra parte si sfregarono le mani.
La sensazione che Kennedy fosse debole ed irresoluto divenne, per il Cremlino, certezza, tre mesi dopo, quando il nuovo Presidente abbandonò a loro destino quanti egli stesso aveva mandato a sbarcare sulle spiagge di Cuba per rovesciare il regime marxista appena insediatovisi.
Assodata la pochezza della nuova amministrazione, Cruscev lanciò l’offensiva, nell’agosto di quell’anno, ad onta degl’accordi armistiziali e dei delicati equilibri mantenuti con fermezza sino ad allora, nel giro d’una notte, sorse il Muro di Berlino.
JFK volò nella metropoli prussiana, pronunciò uno storico discorso e… i blocchi di cemento rimasero lì fino a quando Ronald Regan non lo tirò giù una generazione dopo.
A Mosca ormai erano certi d’avere a che fare con una nullità ed osarono l’inosabile: i missili a Cuba.
Nell’autunno del 1962 l’umanità andò ad un passo dall’estinzione ed i russi riuscirono a far rimuovere le testate americane stanziate in Turchia.
Alla fine d’ogni crisi la Camelot democratica accumulava insuccessi spacciati da trionfi e l’URSS capitalizzava prestigio, posizioni e potere.
Fino a che il Presidente, per segnare qualche punto, decise di mandare i primi uomini in un lontano e misconosciuto paese del Sud-Est asiatico il Vietnam, ma questa è un’altra storia.
Quando Barak Hussein Obama fu eletto presidente la galassia dell’islamismo assassino (come pure la Russia di Putin) esultò vedendo in lui e nella sua amministrazione un avversario debole, ontologicamente incapace di mantenere la tremenda pressione che fino ad oggi in Iraq, Afganistan e Somalia le forze americane (ed i loro più svariati alleati) hanno esercitano sulla rete del terrore.
Essi pensano che il potenziale così liberato sarà disponibile per l’offensiva finale il cui primo assaggio è stato lo spettacolare assalto al centro di Bombay.
Se questa percezione sia esatta o meno è presto per dirlo, certo i precedenti (Kennedy ed ancor più Carter) non sono positivi, tuttavia è a suo modo indicativo che al posto di Segretario alla difesa sarà confermato l’uomo che sino ad ora ha condotto le “disastrosa ed illegale guerra di Bush”, una scelta con pochi precedenti nella storia e sicuro segno che, al di là della propaganda, quella guerra non è né persa né, tantomeno, mal condotta.
Di sicuro è una decisione che, venduta come segno d’unità nazionale, in linea col messianismo che pare regnare a Washington, serve a nascondere l’incapacità di scegliere tra i due approcci del partito democratico al problema del terrorismo.
Da una parte il marxismo hollywoodiano con il suo odio teologico per l’Occidente ed il suo trasporto per qualsiasi cosa olezzi di terzomondismo, dall’altra una sinistra coerente con se stessa (impersonata da Mss Clinton) e per ciò istintivamente avversa per tutto ciò ch’è tradizionalista, maschilista, antimoderno, e teocratico e fa poca differenza che si parli del Papa di Roma, d’un predicatore del Tennessee o d’un mullah di Kandahar.
A questo s’aggiungano i leader neri antisemiti, la lobby ebraica e quei politicanti di lungo corso sufficientemente scafati da capire che se si arrivasse ad un bis della fuga da Saigon il partito sarebbe ricacciato all’opposizione per almeno una generazione.
Non è facile immaginare come andrà a finire, di certo l’opzione Hollywood non sarà mai vincente, ma potrebbe essere abbastanza forte da frustrare i piani dell’opzione Hillary.
C’è un concreto pericolo che la prossima amministrazione si rivelerà troppo debole per agire e troppo debole per arrendersi e si limiterà a reagire in ritardo e senza mordente sia alle offensive del terrore, sia alle mosse russe e cinesi.
Forse, come negl’anni ’70, dovremmo convivere col terrorismo, ai cui “bracci politici” verranno fatte concessioni ed i cui ideologi saranno portati in tourneè per i salotti buoni di Boston e di Parigi.