
Originariamente Scritto da
ricky1986
di Giulio Sansevero - da la vocedellevoci.it
L'ultimo ad
andarsene, sia pur senza rancori, e' stato il deputato Leonard Touadi'.
Ma di sicuro ultimo non restera' a lungo. Perche' la porta del partito
di Di Pietro e' sempre stata girevole come quella di un Grand Hotel,
gente che va, gente che viene. Capita infatti che chi vede da vicino
l'ex pm di Mani Pulite lo abbandoni spesso e volentieri.
Il
leader dell'Italia dei Valori e' descritto come un uomo irascibile,
intollerante, umorale, un padroncino che umilia tutti con modi sgarbati
e autoritari, un capetto che degrada i collaboratori a dipendenti
personali, spesso scelti non in base alle capacita' ma per come sanno
chinare il capo. Simile ad un tiranno capriccioso, Di Pietro sui suoi
adepti cambia idea repentinamente e in modo opportunistico. Si rimangia
promesse di candidature e impegni presi con attivisti che da anni si
spezzano la schiena per il partito, preferendo regalare seggi agli
ultimi arrivati solo perche' hanno nomi altisonanti o pacchetti di voti
in dote.
Franca Rame fu uno di questi casi. Un flirt politico
durato lo spazio di un mattino. L'attrice annuncio' le dimissioni gia'
nel 2007 disgustata dalle sbandate a destra dell'ex pm, che al Senato
voto' contro le modifiche della legge Fini-Giovanardi sulle droghe o
contro lo scioglimento della societa' “Stretto di Sicilia”. Clamorosa
resta la vicenda De Gregorio ma solo per l'opinione pubblica, perche'
in realta' Di Pietro aveva previsto tutto. L'allora ministro delle
Infrastrutture sapeva benissimo che prima o poi l'ex giornalista
napoletano sarebbe tornato da Berlusconi. A lui interessavano solo i
circa 10.000 suffragi di Sergio De Gregorio e quelli alla fine ha
portato a casa. Stessa storia con Federica Rossi Gasparrini. Prima
berlusconiana, poi prodiana, la leader delle casalinghe nel 2006 e'
stata candidata accantonando militanti storiche dell'IdV e questo non
certo per la sua fedelta' ai presunti valori del partito, tanto e' vero
che adesso la supercasalinga sta di nuovo con Berlusconi.
Di
Pietro e' un “anaffettivo” ha detto di lui Beniamino Donnici, ex
responsabile IdV in Calabria, tra i primi a contestarlo. Un giudizio
benevolo se solo si pensa alle terribili sfuriate cui l'ex poliziotto
sottopone le persone che gli stanno vicine, compresa la fedelissima
tesoriera del partito, Silvana Mura. Fra i tanti nomi noti che hanno
lasciato Di Pietro si ricordano Federico Orlando, Rino Piscitello,
Milly Moratti, Pietro Mennea. Emblematica la vicenda di uno sconosciuto
come Valerio Carrara, l'unico parlamentare che l'IdV riusci' ad
eleggere nelle disastrose politiche del 2001. Bergamasco, da sempre
uomo di centrodestra e messo in lista da Di Pietro solo perche'
presidente di un'associazione di cacciatori, Carrara nel giro di una
settimana passo' con Forza Italia dopo che, convocato dall'ex pm, gli
fu fatta fare anticamera per circa un'ora e gli fu fatto capire che da
quel momento in poi avrebbe dovuto eseguire tutto quanto gli avrebbe
ordinato il partito, cioe' Di Pietro.
Ma il leit motiv di tanti
conflitti con il padre-padrone dell'IdV, e' quello dei soldi. Vedi il
caso di Giulietto Chiesa, Achille Occhetto ed Elio Veltri, big
dell'Associazione “Il Cantiere” che in occasione delle Europee 2004
fecero liste comuni con l'IdV. Chiesa, primo dei non eletti, ebbe un
seggio a Strasburgo, ma quando si tratto' di dare al “Cantiere” la
parte dei rimborsi elettorali che gli spettava, 1.250.000 euro, l'ex
magistrato si rifiuto'. «Vi bastino i 25.000 euro a testa che vi ho
dato», disse loro Di Pietro. L'ex pm aveva ottenuto dalla Bnl un
prestito di 1.800.000 euro proprio per la campagna elettorale e a se
stesso, pur essendo spesato dal partito, assegno' ben 400.000 euro.
Quando poi “Il Cantiere” fece causa a Di Pietro, questi mostro' un
passaggio dell'accordo elettorale in cui aveva furbescamente inserito
una clausola secondo cui i soldi spettavano solo a lui. Chiesa,
Occhetto e Veltri avevano firmato senza poter leggere gli accordi,
confidando sulla sua buona fede.
L'ex contadino di Montenero di
Bisaccia e' fatto cosi' e spesso in privato si compiace della sua
abilita' di mettere la gente nel sacco. Perche', oltre che ingeneroso,
Di Pietro e' descritto come estremamente diffidente e sospettoso.
Questo e' quanto dicono tutti i suoi ex responsabili regionali che,
dopo anni di militanza, hanno deciso di lasciare un partito che non ha
mai celebrato un Congresso Nazionale, ma solo qualche festa in cui
poter acclamare il tribunizio ex poliziotto.
L'elenco e'
lunghissimo e comprende quasi tutti i cosiddetti “sansepolcristi”,
quelli che nel marzo 1998 fondarono a San Sepolcro l'IdV in un hotel di
proprieta' dell'allora inquisito titolare della Cepu, il controverso
istituto scolastico dove Di Pietro insegnava. In quell'occasione i
militanti dovettero pagarsi il soggiorno di tasca propria, 300 mila
lire, soldi che il futuro ministro dei Lavori Pubblici, come un
capoclasse in gita scolastica, raccolse personalmente. A San Sepolcro
c'era anche Salvatore Procacci, fondatore e anima dell'IdV in Umbria.
Molto stimato da Di Pietro, divento' improvvisamente insopportabile non
appena comincio' a chiedere che gli venissero almeno restituiti i soldi
che aveva speso per il partito, circa 20.000 euro. Tutte le sedi
regionali infatti, nonostante gli oltre 22 milioni di euro incamerati
con i rimborsi elettorali, non ricevono un soldo dalla Mura e vanno
avanti da oltre dieci anni a spese proprie. Incassato un secco rifiuto,
Procacci ha lasciato Di Pietro nel 2005 e adesso a Perugia il partito
e' in mano ad un facoltoso odontoiatra, il dentista di Monica Bellucci.
Tra
i divorzi di peso c'e' anche quello da Adriano Ciccioni, coordinatore
regionale della Lombardia ed ex consigliere comunale dell'Idv a Milano.
Ciccioni, ambientalista e uomo di sinistra, si “invaghi'” del Di Pietro
magistrato alla fine degli anni ottanta, quando raccolse le sue denunce
contro le speculazioni edilizie della Milano da bere. Poi per Ciccioni
la lunga militanza nell'IdV e la progressiva rivelazione del vero Di
Pietro, un uomo incapace di avere amici, «allergico alle persone per
bene» come lo definira' Veltri, spietato con coloro che hanno affetto
per lui e invece molto comprensivo con chi lo tratta male. E ingiusto,
profondamente ingiusto. Capace di dire dopo l'elezione del Mugello, ad
una donna anziana che gli aveva fatto per anni da segretaria
gratuitamente insieme a suo marito, «voglio essere chiamato senatore»;
capace di negare aiuti economici ad un'altra strettissima
collaboratrice in difficolta', dopo che questa aveva lavorato per anni
a meno di 500 euro al mese; capace di azzerare i vertici IdV in Puglia
per far posto ad una bella fanciulla ultima arrivata.
Di Pietro,
si sa, considera le donne al massimo angeli del focolare e non esita a
spremerle come limoni senza mostrare un minimo di riconoscenza. Come ha
fatto per anni con Maria Rosa Mobrici, sua segretaria particolare, mai
pagata e accantonata senza nemmeno un grazie.
«Questa collana e'
il primo regalo che Tonino mi fa dopo vent'anni di amicizia» ha
rivelato Silvana Mura quando, ad una cena per il suo cinquantesimo
compleanno, il 22 luglio scorso, alcuni deputati le chiedevano del bel
gioiello che sfoggiava. A contestare Di Pietro, oltre a Wanda
Montanelli, la responsabile della Consulta Donne dell'IdV, sono state
Rosanna Beccari in Emilia Romagna, Anna Maria Panarello in Liguria,
Alessandra Battellino in Friuli e Antonietta Brancati, attuale
consigliere regionale del Lazio che ha lasciato l'IdV insieme a Roberto
Petrassi, medico ed ex coordinatore regionale del partito.
La
Battellino, eletta consigliere regionale nel 2003, firmo' un accordo in
base al quale tutti i partiti della coalizione vincente si impegnavano
a dare al presidente Illy e al gruppo una parte dei soldi del rimborso
elettorale. Di Pietro naturalmente si rifiuto' di dare i soldi e Illy
si infurio' con la povera consigliera, poi cestinata da Di Pietro che
le preferi' un ex colonnello della Finanza.
La Panarello,
defenestrata da assessore provinciale in un batter di ciglia, racconta
una storia simile. Nel 2002, una volta eletta in consiglio provinciale
a Genova, si e' sentita chiedere dal neo presidente Repetto
(Margherita) un rimborso delle spese elettorali da lui sostenute. E la
Panarello, come tutti gli altri consiglieri della coalizione di
centrosinistra, ha elargito 2000 euro, ottenendo persino una ricevuta.
Soldi che Di Pietro naturalmente non le ha mai rimborsato, unitamente
alle spese della campagna elettorale sostenute dalla Panarello.
Tra
i leader regionali che hanno abbandonato Di Pietro c'e' anche Aldo
Ferrara, docente universitario a Siena. Ferrara racconta che nel 2000
persino quello che adesso e' uno dei colonnelli di Di Pietro, Massimo
Donadi, capogruppo alla Camera, voleva abbandonare il leader dell'IdV
che considerava un “pazzo”. Ferrara aveva di fatto creato il partito in
Toscana e anche lui ha dovuto ingaggiare una battaglia legale per farsi
coprire la fideiussione che aveva firmato. D'altra parte anche una
delle persone piu' vicine al leader dell'Idv, Giorgio Calo', l'ex
proprietario della “Directa” e gia' sottosegretario del Governo Prodi,
nel gennaio del 2001 si era dimesso dal partito perche' non aveva avuto
indietro i 5 miliardi di lire prestati a Di Pietro, poi riavuti.
A
Catanzaro e' accaduto che tutti gli iscritti dell'Udeur passati con
l'IdV dopo la catastrofe mastelliana dello scorso gennaio, hanno subito
abbandonato Di Pietro per tornare con il sindaco di Ceppaloni. In
Sicilia uno dei fondatori del partito, il catanese Salvatore Raiti,
deputato nel 2006, ha lasciato l'IdV per il Pd e di fatto anche il
leader molisano dell'IdV che dal 2003 ha ricostruito il partito dal
nulla, il senatore Giuseppe Astore, se ne andra' con il Pd dopo essere
stato pubblicamente sconfessato da Cristiano Di Pietro, il figlio
poliziotto di Tonino. «Arrivera' il giorno che me ne tornero' a
Montenero e il partito scomparira' con me», ha confessato una volta Di
Pietro. Dopo Tonino il diluvio.
PROFUMO DI DESTRA
C'e'
maretta nel gruppo dell'Italia dei Valori alla Camera dei Deputati.
Aurelio Misiti ha raccolto 11 deputati per contestare a Di Pietro la
strategia politica troppo girotondina e il suo metodo dittatoriale di
gestione del partito. A pesare sicuramente gli strascichi di Piazza
Navona (il capogruppo Donadi per una settimana non ha rivolto la parola
a Tonino) ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso e' stata la
decisione dell'ex magistrato di vietare ai suoi deputati l'utilizzo
dell'ufficio legislativo del gruppo senza la sua autorizzazione.
Inoltre il lider maximo dell'Idv ha centralizzato il controllo su ogni
dichiarazione dei parlamentari, i quali potranno esternare solo i testi
elaborati dalla societa' che gestisce il blog di Di Pietro.
Intanto
mentre a Roma l'ex pm attacca la Destra, in Molise ci va a braccetto.
Insieme al Pd. Il partito di Veltroni e l'Idv, oltre a Venafro,
governano insieme al Pdl anche il Consorzio industriale di Termoli e la
deputata dipietrista Anita Di Giuseppe ha assunto come suo assistente
parlamentare Cloridano Bellocchio, membro dell'assemblea regionale del
Pd. Bellocchio, che fa parte del direttivo del Consorzio, ha deliberato
insieme ai berlusconiani una maxiliquidazione di 273.000 euro ad un
assessore regionale al bilancio di Forza Italia, Gianfranco Vitagliano,
dirigente, ma solo per sei mesi, del Consorzio.
Lo spettacolo di Piazza Navona contro la “Casta” è stato effettivamente
penoso. Ho trovato le offese contro Mara Carfagna volgarissime e
semplicemente indegne di una forza politica, anche se di opposizione.
Speculare pesantemente su immaginarie prestazioni sessuali di una
avversaria politica non potrebbe mai essere nello stile di un
azionista. L’opposizione di un azionista può essere durissima, ben più
dura di quello dipietrina. Più di sessant’anni fa è arrivata anche alla
resistenza armata, alla lotta di Liberazione Nazionale, altro che i
lazzi satirici della Piazza Navona dipietrista ed i Vaffa-Day grillini,
ma l’azionista non dimentica mai di essere una persona di un certo
livello, un ‘galantuomo’ nel senso più bello e meno retorico di questa
parola. Chi ha surriscaldato politicamente quella piazza dalla quale
sono partite quelle scurrilità plebee (tra l’altro, senza lo straccio
di una prova), quel linciaggio umiliante ai danni di una donna che
prima di essere un’avversaria politica è una giovane signora che non
credo abbia mai fatto del male a chicchessia, dovrebbe vergognarsi!
Essere antiberlusconiano non vuol dire scendere a quelle bassezze. Lo
dice uno che, come tutti i suoi compagni di partito, in fatto di
antiberlusconismo non deve prendere certamente lezioni dal dott. Di
Pietro. E’ vero che quel lessico postribolare non è uscito dalla bocca
del Di Pietro, ma quest’ultimo ha consentito che la piazza si
trasformasse nel baraccone da avanspettacolo guittesco che poi è
diventato specialmente alla fine con altre offese, del tutto
inopportune, al Papa ed al Presidente della Repubblica. Ancor più
penoso è stato il tentativo di Di Pietro di scaricare la Guzzanti. In
quanto a Grillo, le cose scritte da alcuni dei nostri compagni su
questo Forum si sono rivelate di una esattezza matematica tanto è vero
che il giornalista Curzio Maltese in un articolo del 10 luglio su “La
Repubblica” intitolato “Show Business sul palco” le ricalcava
puntualmente. Oltre a Maltese, hanno preso decisamente le distanze dal
duo Di Pietro-Grillo anche Nanni Moretti, Giulietto Chiesa, Elio Veltri
ed altri ancora. Di Pietro e Grillo sono riusciti quindi a spaccare del
tutto ed in modo irreparabile anche quella che avrebbe potuto essere la
loro area, l’area nuova del centrosinistra, quella che più volte
abbiamo ribattezzato come l’area ultrademocratica, area che, in realtà,
è nata morta o, meglio, non è mai nata. Che non sarebbe mai nata noi
azionisti lo abbiamo capito prima di tutti gli altri, già ai tempi in
cui si tentava di varare la Lista Civica Nazionale senza di noi, una
aggregazione dalla quale siamo usciti immediatamente e che per noi
nasceva già morta, come in effetti è puntualmente accaduto. Ma torniamo
alla furba demagogia dipietrino-grillesca sulla Casta.
La
Casta va distinta dal Regime e dal Sistema. Su questi tre termini l’IDV
ed il suo capo fanno molta confusione, come del resto il loro amico
Grillo. La Casta è una categoria della sociologia della politica, che,
al contrario di quello che pensano i signori succitati, non è per
niente un fatto nuovo. Il fenomeno è stato già abbondantemente
studiato, tanti anni fa, da sociologi della politica del calibro di
Weber, Pareto, Mosca, Michels; i Nostri non hanno fatto altro che
riscoprire l’acqua calda e strumentalizzarla ai fini delle proprie
botteghe sulla scia del fortunato libro di Stella. Il pensiero dei Di
Pietro e dei Grillo è un pensiero davvero qualunquista e sempliciotto.
Lo si vede anche da come parlano di Casta e di Regime, come se fossero
la stessa cosa. Confondono la Casta con il Regime, che invece è una
categoria della filosofia della politica. Menando il can per l’aia, non
so fino a che punto in modo naif o in modo consapevole dato il loro
veramente non eccelso livello culturale, i due (e soprattutto il primo
cioè Antonio Di Pietro) non si accorgono che l’Italia dei Valori è un
partito della Casta, nè più, nè meno che tutti gli altri finora
approdati in Parlamento. Perchè l’IDV dovrebbe essere diverso dagli
altri? Hanno mai rinunciato al 70% dei propri stipendi parlamentari
donandolo ad opere di carità e di solidarietà sociale, così come
farebbe un parlamentare del ‘Nuovo Partito d’Azione’ se fosse presente
in Parlamento? Hanno mai denunciato lo scempio del finanziamento
pubblico ai partiti, doppio scempio se pensiamo che era stato già
abolito da un referendum? E se l’avessero denunciato, hanno mai
rinunciato al lauto finanziamento? Hanno mai rinunciato a farsi
chiamare onorevoli e senatori imponendo l’uso del solo termine di
‘Signor deputato al Parlamento Nazionale’, come si fa nei paesi seri e
veramente democratici dell’Occidente? A tutte e quattro le domande la
risposta è no. Allora in cosa sono diversi dagli altri per quanto
riguarda l’appartenenza alla Casta? Appartenere alla Casta questo
significa in pratica; significa godere degli scandalosi privilegi del
ceto politico professionale, pagati con i sacrifici dei cittadini
italiani che lavorano e pagano le tasse e, addirittura, anche con altri
sacrifici da parte dei cittadini che non lavorano. Significa fregiarsi
dei segni, sempre più odiosi, di quello status da privilegiati. Se la
Casta è immorale, non vedo in cosa Di Pietro e l’IDV si differenzino in
meglio dagli altri partiti che hanno bazzicato il Parlamento. Questo
per quanto riguarda la Casta. Veniamo quindi al Regime. Di Pietro e
compagnia bella accusano Berlusconi di voler creare un regime
autoritario. Fin qui possiamo e dobbiamo necessariamente condividere la
sua accusa, anche se un regime vero e proprio, come già ho avuto modo
di dire in altre occasioni, non mi pare ancora di averlo visto. Quello
che non mi spiego è che il Di Pietro politico non segua su questo punto
la scia del Di Pietro magistrato. In altre parole, mi sembra che quanto
meno si debba parlare di due regimi; quello berlusconiano, se vogliamo
sposare in pieno l’accusa di Di Pietro, e quello democristiano della
Prima Repubblica. E’ davvero molto strano che l’uomo che come
magistrato dette la spallata più forte, o quanto meno più teatrale, a
quel regime, poi da politico si dimentichi che in Italia c’era un
regime anche prima di quello di Berlusconi; se permette, dico che si
trattò di un regime molto più nefasto ancora di quello berlusconiano.
Di Pietro si scaglia ogni giorno contro le leggi ‘ad personam’ imposte
dal centrodestra per Berlusconi e fin qui tutto bene, ma poi dimentica
o non si accorge nemmeno (sempre che sia in buona fede) che la
salvaguardia della democrazia tocca molti altri aspetti, non meno
delicati; le infiltrazioni negli organi di sicurezza dello Stato da
parte di elementi con ideologia fascista (vedasi il caso Genova 2001 e
della Commissione sui fatti del G8 che è stata affossata proprio dagli
uomini di Di Pietro), l’occupazione di tutti i gangli dello Stato da
parte di un solo partito (una situazione da prima Repubblica),
l’occupazione della macchina statale con annesse degenerazioni
clientelari (anche su questo aspetto di enorme importanza la DC ha
fatto danni incomparabili con quelli finora fatti dai governi
Berlusconi), tutta la lunghissima sequela di misteri, di morti
ammazzati, di stragi che hanno insanguinato l’Italia dal 1947 (strage
di Portella della Ginestra) al 1993. Per non parlare della lotta alla
mafia o alle mafie ed alle agenzie occulte. Insomma la corruzione
classica e le leggi pro-Caimano sono solo un 20% dell’impegno per la
moralità, la giustizia e la democrazia. E dov’è l’altro 80%? Dei temi
sociali ed economici non se ne parla nemmeno da quelle parti. Strano
che contro la DC Antonio Di Pietro abbia sempre avuto ben poco da dire,
così come contro gli inquietanti fenomeni accaduti sotto il regime dc.
Qualche giorno fa è caduto l’ennesimo anniversario della strage di
Bologna e non ricordo di aver sentito o letto una forte presa di
posizione di condanna contro quella fenomenologia deviata e stragista.
Forse non sono stato attento ma sul sito dell’IDV c’era altro ed una
forte presa di posizione di ADP, che in questo momento ha una
visibilità enorme, non l’ho proprio sentita. Ho detto già molte volte
in passato che quella di Di Pietro Ë una legalità molto limitata, quasi
da questurino, e mi sembra che le cose stiano proprio così. Mi rendo
conto di aver già parlato molto di Di Pietro e nello stesso tempo di
non aver espresso neanche il 10% delle critiche che noi azionisti
sentiamo di fargli. Io non voglio dire che egli ed il suo Partito non
debbano attaccare ogni giorno Berlusconi, per quanto gli attacchi dei
dipietrini girino sempre sugli stessi motivi; lo facciano. Almeno
rispetto a quell’autentico fallimento che è il PD fanno l’opposizione
come è giusto che si faccia. Quello che noi azionisti non accettiamo è
che lui ed il suo partito si atteggino presso l’opinione pubblica come
i soli ed i veri interpreti della moralità pubblica, dell’onestà, della
lotta per la giustizia e del politicamente nuovo. Questo semplicemente
non è vero. E purtroppo spiegare perchè non è vero richiederebbe ormai
un libro, dal momento che non passa giorno senza che girino voci e
storie poco chiare sul conto di quel partito e del suo capo. Io
francamente non saprei neppure dove cominciare tante sono le cose da
dire. Molti fatti sono stati già portati alla luce e non da avversari o
da servi di Berlusconi, come recita la propaganda dipietresca, ma da
personalità di grande prestigio che hanno lavorato per anni fianco a
fianco con Di Pietro. Uno di questi Ë Elio Veltri. Le cose che racconta
Veltri sono molto pesanti e se fossero vere, anche solo al 30%, sarebbe
la fine del mito del paladino della giustizia, del giustiziere senza
macchia. Vedo che la massa dei fans di Di Pietro non vuol sentire
ragioni, non vuol neppure ragionare su certi fatti. Si tratta di
credere a Di Pietro o a Veltri. Io, che ho conosciuto tutti e due, non
esito a credere a Veltri e non perchè anche noi azionisti facciamo i
piccoli fans di questo o di quell’altro, ma perchè i fatti che non ci
piacciono e che non ci convincono sono diventati ormai veramente
troppi. Quindi, non è che noi stiamo a ripetere a pappagallo le solite
accuse che vengono rivolte a Di Pietro come quella di essere un
giustizialista assetato del sangue delle povere vittime finite
ingiustamente in gattabuia ai tempi di Mani Pulite. Tutto il contrario.
Noi non riusciamo a prendere sul serio Di Pietro proprio nel ruolo di
moralizzatore e di rinnovatore della politica italiana e ciò per un
numero ormai lunghissimo di motivi. Ci tengo a ribadire questo concetto
perchè una certa visione ingenua circa di Pietro è arrivata a lambire
finanche i confini della nostra rigorosa comunità neoazionista. E’
arrivato quindi il momento che noi ci si esprima con parole molto
chiare su Di Pietro e l’IDV. In sintesi, noi azionisti riteniamo che Di
Pietro e l’IDV non abbiano i requisiti minimi per interpretare il ruolo
che ADP e IDV tengono a rivestire. Dico di più per poter essere ancora
più chiaro; ritengo che, secondo i nostri criteri azionisti, nè Di
Pietro, nè molti dei suoi uomini potrebbero far parte del nostro
Partito e della nostra comunità, piccola o meno piccola che essa sia.
Non raggiungono i nostri criteri minimi per essere considerati da noi
come paladini della legalità e della moralità o del nuovo in politica o
per essere accettati come membri di un partito come il nostro di
intransigenti e radicali rappresentanti della legalità, della moralità,
della diversità, proprio alla luce di quei valori che essi in buona
parte millantano e che sono stati a detta unanime incarnati nella
storia di questo Paese solo da coloro che si sono richiamati alla
cultura politica azionista. Questo dato deve essere d’ora in poi
chiarissimo; sia per chi viene da noi, sia per tutti gli altri. Non si
può essere al tempo stesso azionisti (o neoazionisti) e dipietristi.
L’azionismo non ha bisogno di ruspanti caricature. E non è solo
questione di moralità e di onestò, ma anche di stile, come dicevo prima
a proposito dell’episodio della Carfagna. Faccio un esempio solo
apparentemente insignificante; qualcuno dei lettori del nostro Forum
ricorderà quella serata, prima delle elezioni del 2006, in cui Di
Pietro e l’attuale Presidente del Senato Schifani furono invitati al
noto programma del Bagaglino. Non potrò mai dimenticare come finì
quella serata; Di Pietro e Schifani, nella vita politica quotidiana
acerrimi nemici, si stavano rotolando o, meglio, si stavano
letteralmente sbracando dalle risate mentre si scambiavano davanti a
tutti gli italiani torte in faccia, riversi l’uno sull’altro per terra.
E pensare che uno dei due ora è Presidente del Senato. Di Schifani però
non voglio parlare; sappiamo chi sono i forzaitalioti.
Ma chi
pretende di essere di molto superiore, chi pretende di essere il
paladino degli onesti che resistono a questa nuova degenerazione della
politica e del vivere civile che è il berlusconismo, chi pretende di
essere il giustiziere, il solo giustiziere dei torti subiti dalla gente
comune, non può poi, di punto in bianco, trasformarsi in oggetto di
lazzi da taverna e giocarsela a dadi con l’accolito del Don Rodrigo di
turno. Lo diceva pure Enzo Biagi: capita che qualcuno ingravidi una
ragazzina, ma se lo fa il parroco lo scandalo è più grande. Per far
capire la differenza tra uno di noi ed uno di loro, se al posto di Di
Pietro ci fosse stato uno dei nostri, il giorno dopo sarebbe stato
messo fuori dal Partito. Dietro di noi abbiamo una tradizione storica
gloriosa e di grande rigore culturale, stilistico, etico (e politico
naturalmente) e questo fa una enorme differenza. Per questo, a noi non
sarebbe mai potuto capitare tra i piedi un De Gregorio qualsiasi, ecco
perchè tra di noi non abbiamo nè potremo mai avere un solo riciclato
proveniente dall’Udeur o da Forza Italia o dalla quarta fila dei vecchi
notabili democristiani del Sud, così come centinaia di altri strani e
discussi personaggi su cui Di Pietro non ha nulla da ridire. C’è
un’altra differenza tra noi azionisti ed i dipietristi sul piano etico.
Essa consiste in quella che potrei definire una sorta di prova
ontologica della legalità, con rovesciamento dell’onere della prova
stessa. In altre parole, tutto ciò che per Di Pietro non è platealmente
illegale diventa ipso facto non solo lecito ma addirittura normale, se
non proprio prova di moralità. Hai avuto comportamenti molto
discutibili politicamente e moralmente, ma non sei stato condannato da
un Tribunale dopo il terzo grado di giudizio o anche dopo il primo?
Allora sei pulito, puoi essere eletto, il tuo nome non deve entrare
nella ‘black list’ che i nostri amici giornalisti stilano per gli
uomini degli altri partiti. Troppo semplice, troppo comodo, però agire
così e pretendere di essere al tempo stesso il Lancillotto della
moralità e del nuovo. La cultura, l’immagine, l’etica, lo stile, allora
non hanno il compito di effettuare nessuna selezione preventiva? Non
contano nulla? Esattamente ciò che prima definivo una legalità da
questurino. Sul piano etico insomma non troviamo nessun motivo
particolare per stabilire un asse privilegiato tra NPA e IDV. Sul piano
strettamente politico le cose sono ancora meno incoraggianti. Non è che
lo diciamo noi (che con l’IDV non abbiamo mai avuto a che fare finora,
a parte un breve momento nel 2006 in cui noi proponemmo loro tre o
quattro nostre candidature di pura testimonianza nelle loro liste e
loro rifiutarono la proposta senza darci alcuna spiegazione), ma lo
dicono tutti coloro che con Di Pietro hanno avuto a che fare. Dire che
il politico Di Pietro è inaffidabile mi sembra il minimo; da Occhetto e
Chiesa a Prodi, da D’Alema a Segni, da Fini a Casini fino all’ultima
vittima Veltroni, le giravolte improvvise del leader Idv non si contano
nemmeno più. Oggi è un isolato col vento in poppa, ma che sa che tutti,
per un motivo o per l’altro, ce l’hanno con lui. Quindi, spinge
l’acceleratore dell’antiberlusconismo al massimo, nel tentativo di
garantirsi il 5%, che è la sua sola assicurazione per il futuro. Il
dott. Di Pietro non vuole o non può allearsi con nessuno e nessuno vuol
più allearsi con lui. Poi, non si può mai dire perchè essendo l’Italia
un paese in cui tanti fessi si credono furbi non è neanche da escludere
che faccia una nuova vittima. Qualcuno dell’ex Sinistra Arcobaleno, per
esempio, stia attento a non essere la prossima. Tutti ormai sanno che
allearsi con Di Pietro è una operazione ad altissimo tasso di
rischio.Tra l’altro, Di Pietro politicamente non ha pagato ancora alcun
dazio perchè è un furbo spregiudicato e finora gli è andata sempre
bene. Contro l’indulto ha fatto la sceneggiata e se l’è cavata senza
far nulla di serio per impedirne l’approvazione, nell’ultimo governo
Prodi se c’era qualcuno che più di tutti dava l’immagine della
rissosità questo qualcuno era proprio lui ed invece a pagare sono stati
Mastella ed i partiti della sinistra radicale (per non dire del PS).
Posso continuare a lungo; chi durante le ultime fasi del governo Prodi
e prima delle presentazione delle liste poneva veti contro la sinistra
comunista era sempre lui. Però è andata male solo al PRC e al PDCI (ma
anche a SD ed ai Verdi). Chi non ha tenuto fede ai patti con Veltroni è
stato sempre lui. Prendo a prestito, a tal proposito, le parole che
Giulietto Chiesa ha scritto dopo Piazza Navona; in quella occasione Di
Pietro ha inveito contro Veltroni e contro la debolezza del PD
nell’opporsi a Berlusconi, rivendicando nei confronti del PD, che lo
aveva invece salvato dalla stessa fine che ha fatto la SA ed il PS, il
preteso ruolo di unica opposizione per IDV:
“Di Pietro, non
dimentichiamolo, Ë stato uno degli artefici del ‘successo’ di Veltroni.
E' un suo alleato. Se vivessimo in un paese normale la prima cosa che
il pubblico di Piazza Navona avrebbe dovuto chiedergli, a gran voce,
sarebbe stata di spiegare perchè è entrato nel "pacchetto" di Veltroni.
Si è sbagliato? Lo dica. Altrimenti saremo costretti a pensare che ci
sta prendendo tutti per i fondelli”.
Giulietto Chiesa poi aggiunge
un’altra considerazione molto interessante. Egli dice che “Di Pietro
sapeva perfettamente che Veltroni non avrebbe affrontato il conflitto
d'interessi di Berlusconi, perchè si era messo d'accordo con lui. Ma ha
fatto il furbo e ha aspettato l'occasione per smarcarsi. Perchè ha
fatto la manfrina? Per trarne vantaggio per se e per Italia dei Valori.
A scapito dei cittadini, che hanno elevato - turlupinati - Veltroni e
il PD a finta opposizione di Berlusconi. Dunque Di Pietro ha
partecipato all'inganno e, per giunta, sappiamo che ne era consapevole
fin dal momento del concepimento dell'inganno”. Resta ancora un mistero
da chiarire, un rebus intorno al quale molti osservatori della politica
italiana più recente si sono a lungo interrogati in questi ultimi
quattro mesi senza sapersi dare ancora una risposta: ma perchè Veltroni
ha fatto l’accordo elettorale proprio con Di Pietro? I socialisti si
chiedono pure; perchè con Di Pietro e non con noi? Io voglio proporre
una chiave di lettura che parte proprio da una cosa che ha ricordato
Chiesa; Veltroni fece, prima delle elezioni, un patto segreto con
Berlusconi.
La prima delle merci di scambio era appunto, come dice
Chiesa, l’impegno di Veltroni a non affrontare il conflitto di
interessi. L’altra era di imporre il bipartitismo coatto aiutandosi a
vicenda nel far fuori il maggior numero di alleati scomodi, o ex
alleati scomodi o potenziali futuri alleati scomodi, possibile. Chi mi
legge ricorderà che prima della formazione delle liste e delle alleanze
giravano voci di una possibile alleanza di Di Pietro con Casini, con
Pezzotta e con Tabacci, l’odierna neodemocristiana Unione di Centro.
Non erano solo voci. I giornali avevano pubblicato notizie di incontri
svoltisi al Ministero delle Infrastrutture per costituire questo nuovo
polo. Questo dava fastidio a Berlusconi che si era fissato di poter
provocare l’estromissione di Casini e dell’Udc dal Parlamento e la
manovra non sarebbe potuta andare in porto se alle truppe democristiane
di Casini si fossero unite anche quelle dell’ex pm. A quel punto
Berlusconi, nell’ambito dell’accordo con Veltroni e delle larghe
intese, chiede a Veltroni di staccare Di Pietro da Casini. Come? C’era
un solo modo; quello di associare Di Pietro in una alleanza con il Pd.
E’ una ricostruzione fantasiosa? Può darsi. Attendo in tal caso
smentite e chiarimenti da parte degli interessati. Certo è che prima
delle elezioni si consumò da parte degli alleati PD-IDV una complessa
commedia degli ‘inciuci’ e degli inganni. Ci vuole ben altra
credibilità politica per fare l’opposizione a Berlusconi.
In ogni
caso, la scorrettezza di Di Pietro nei rapporti politici ha pagato
finora solo per lui. Lui è l’unico a stare bene oggi nell’ex
centrosinistra e tutti gli altri sono a pezzi. Di Pietro, in altri
termini, prima ha seminato zizzania ed animosità nel cortile del
centrosinistra spingendo anche Veltroni alla rottura con il resto della
coalizione ed ora che ha contribuito così tanto allo sfascio della
coalizione specula ai suoi esclusivi fini sullo stato catatonico, ormai
conclamato, dell’ex Unione, rivoltandosi anche contro Veltroni e
rialzando la posta sempre di più nei suoi confronti ben sapendo, già da
prima delle elezioni, dove e quando avrebbe potuto colpire anche il Pd
alle spalle. A questo punto deve solo sperare che il suo gioco al
massacro in campo amico (e purtroppo non nemico; Di Pietro è la
migliore polizza per la tenuta del centrodestra) gli vada sempre bene.
Che Di Pietro oggi sia l'unico a fare opposizione non è un'affermazione
corretta. Con tutti i limiti impostici dalla mancanza di visibilità e
di mezzi, noi dell'N.P.A. abbiamo sempre fatto sentire la nostra voce.
Le testimonianze scritte, tutt'ora visibili sul nostro sito e su questo
stesso forum ne sono la conferma. A differenza di Di Pietro che propone
un'opposizione calcolata, monotematica, ossessiva e a tratti delirante,
la nostra era, è e sarà, rivolta a 360° in tutte le direzioni e verso
tutti quei soggetti che a nostro avviso sono meritevoli di critiche.
Di
Pietro ha scelto (come qualcuno ha giustamente sottolineato) di
specializzarsi in un solo tipo di opposizione indentica a se stessa da
quindici anni, e comunque l'unica che è in grado di fare, di facile
presa, fanatica, portatrice, oggi più che in passato, di una messe
crescente di consenso che in definitiva è l'unico vero interesse
dell'ex P.M.
Se non vi fosse Berlusconi e i suoi processi, le sue
prescrizioni, le sue leggi ad personam, che cosa ne sarebbe di Di
Pietro? Che cosa avrebbero da dire, lui e IDV sulle questioni veramente
urgenti e che stanno soffocando la nazione?
Fortunatamente per Di
Pietro, Berlusconi e il suo codazzo di obrobri esiste e lui pesca a
piene mani in questa feccia. La domanda a cui non ho ancora avuto
risposta ne da Di Pietro ne dai suoi fans o estimatori è però, sempre
la stessa: dove si nascondeva lo scalpitante e furioso don Tonino
odierno, il fustigatore del crimine, quando faceva parte della
maggioranza ed aveva responsabilità di governo? Perchè non ha usato
questo piglio da giustiziere quando aveva il potere reale per dare
concretezza alle proposte politiche che adesso, standosene
all'opposizione gli sono diventate così facili?
E dov'erano e cosa
facevano allora, i piccoli fans dipietristi che oggi osannano il loro
nuovo guru, quando lo stesso ha, quasi senza batter ciglio, lasciato
passare l'indulto, impedito la commissione d'inchiesta sul G8, lo
smantellameno della società per la costruzione dello stretto di Messina?
[color=#FF9900]Che
cosa dicono costoro apprendendo la notizia che il loro beniamino sembra
nascondere molti scheletri nei vari armadi dei suoi................. E'
stato necessario inserire alcuni omissis perchè sono in corso
accertamenti giudiziari tra[/color] Antonio Di Dietro ed il
quotidiano "Il Giornale".....................Della sua presunta
gestione dispotica del partito? Quanti di loro conoscono o vogliono
conoscere, gli spregiudicati accordi elettorali tra IDV, UDEUR,
Democrazia cristiana & C. stipulati ovunque a livello locale mentre
in parlamento (e quindi sotto i riflettori) non si perdeva una sola
occasione per attaccare Mastella e soci?
Conoscono costoro la
disinvoltura con la quale Di Pietro di volta in volta strizza l'occhio
a questo o quel partito, questo o quel politico a seconda dell'utilità
del momento? Perchè personaggi noti per la loro correttezza ed onestà
politica, si sono bruscamente distaccati da IDV, diventandone in alcuni
casi acerrimi critici, dopo aver conosciuto da vicino il nuovo
giustiziere molisano?
Quali parole e quali fatti possono essere
attribuiti a Di Pietro in favore di chi ha difficoltà ad arrivare alla
fine del mese, dei precari, degli usurati, delle fasce più deboli e
dimenticate della popolazione? Che cosa ha fatto per queste categorie
di persone alle quali anche io mi sento di appartenere? Da ministro
delle infrastrutture, perchè non ha incentivato in modo deciso la
costruzione di alloggi popolari per i ceti deboli preferendo,
.........................OMISSIS.................. ........................
E'
facile atteggiarsi a paladino della giustizia sfondando la porta aperta
delle pendenze penali di Berlusconi, facendo leva su un malcontento
informe e generalizzato, calamitandone l'attenzione con sparate
inconcludenti o tramite una comicità che si pasce solo di se stessa.
Se questa è l'opposizione che sa fare Di Pietro posso serenamente affermare che il paese e noi tutti ne possiamo fare a meno.
Consideriamo
poi che tutta questa manfrina ha ottenuto il risultato di far lievitare
solo il consenso di IDV (ed in prspettiva io suoi rimborsi elettorali)
mantenendo inalterate le questioni ed i problemi reali di questo stato.
Questa non è opposizione vera, questo è, a mio parere, un deliberato e
vergognoso sfruttamento delle frustrazioni e del malessere sociale ad
uso e consumo di uno solo... Vi lascio indovinare chi!
L'Italia Dei Favori
(di Fabrizio Colonna)
Una
nuova era si apre nel Paese: quella del dipietrismo, fatta di gestione
del partito senza democrazia, inciuci con gli avversari politici negli
enti locali, conflitti d'interesse grandi come una casa nella gestione
delle opere pubbliche, colate di nomine e pioggia di finanziamenti nei
feudi elettorali.
Una per una, ecco in esclusiva tutte le
magagne, compresa una tegola che potrebbe arrivare da Milano: un taglio
da 24 milioni di euro. Dopo quello degli elettori Antonio Di Pietro
dovra' presto sottoporsi ad un altro giudizio, quello del Tribunale di
Milano. E non e' affatto detto che debba cavarsela brillantemente come
nelle Politiche del 14 aprile scorso. Il giudice Giuseppe Tarantola
dovra' decidere sulla richiesta di sospensione dei finanziamenti
pubblici all'Italia dei Valori, chiesta dall'ex segretario del partito
di Di Pietro, Mario Di Domenico, che dal 2003 sta cercando di avere
ragione del modo a suo avviso scorretto con il quale l'ex pm di Mani
Pulite gestisce i finanziamenti statali. Se Tarantola non concedera' la
sospensiva, la causa civile che Di Domenico ha avviato per annullare
una serie di delibere dell'IDV, andra' comunque avanti e tra un paio
d'anni arrivera' la sentenza. Di Domenico e' un avvocato abruzzese di
49 anni che dal 1997 al 2003 e' stato, insieme a Silvana Mura, la
persona piu' vicina all'ex magistrato molisano. E' lui l'autore dei
tanti statuti del partito ed e' stato lui, nei sette anni in cui ha
resistito accanto a Di Pietro, a tenere i cordoni della borsa
dell'Italia dei Valori.
I soldi, dice Di Domenico, sono il vero
pallino di Di Pietro. Per controllare gli enormi flussi di denaro
pubblico, 22 milioni di euro tra il 2001 e il 2006, l'ex ministro del
governo Prodi ha costruito un partito incompatibile, sostiene Di
Domenico, con la costituzione repubblicana e con i principi di quella
democrazia cui l'ex magistrato si richiama con tanto ardore. Un partito
monoliticamente controllato da Di Pietro stesso attraverso
l'associazione “Italia dei Valori” alla quale si accede solo attraverso
un atto notarile e il cui presidente coincide con quello del partito.
Con l'articolo 16 dello statuto l'ex pm ha persino disposto che
presidente dell'associazione possa essere solo il fondatore del
partito, ovvero Di Pietro stesso, e, si legge, “fino a sua rinuncia”.
Una disposizione che ha dell'incredibile, osserva Elio Veltri, un altro
che dopo aver visto da vicino Di Pietro ha deciso di abbandonarlo.
L'articolo 16 concede infatti al leader dell'IDV poteri illimitati.
Solo lui puo' modificare lo statuto, nominare il tesoriere, approvare i
bilanci e ripartire i fondi. Una vera e propria dittatura concepibile
solo nei regimi autocratici zaristi e mai vista nemmeno durante il
fascismo e il craxismo, commenta Veltri. In questo modo nessuno
all'interno dell'IDV puo' mettere in minoranza Di Pietro cosi' come
avviene in ogni normale partito e se per ipotesi cio' accadesse,
comunque Di Pietro manterrebbe nelle sue mani il controllo della
cassaforte del partito. A scrivere questo Statuto era stato Di Domenico
su richiesta dello stesso Di Pietro. Di Domenico insieme alla Mura e al
politico di Montenero di Bisaccia era stato protagonista del “golpe”
interno con il quale il 9 settembre del 2000 fu segretamente modificato
lo statuto del partito. L'IdV era infatto nato nel 1998 a San Sepolcro
presso lo studio del notaio Fanfani e contava su 250 militanti come
soci fondatori. Troppi per Di Pietro, che con i suoi due fedelissimi
decise di ridurli a 3. Ovvero Di Pietro, la Mura e Di Domenico. Poi
quest'ultimo comincio' ad avere dei dubbi e prese coscienza del fatto
che in questo modo si sarebbero potute verificare delle gravi
distorsioni nell'utilizzo dei fondi pubblici. E lui ne sarebbe stato
complice. L'avvocato abruzzese chiese quindi a Di Pietro di aprire il
partito ad una gestione piu' democratica. Di Pietro rispose dapprima di
si', ma poi ando' dritto per la sua strada, in compagnia della
fedelissima Silvana Mura e cooptando, al posto di Di Domenico, la
propria moglie Susanna Mazzoleni. Di Domenico ha gia' denunciato per
truffa il politico molisano alla Procura di Roma, denuncia che il 17
marzo scorso e' stata archiviata su richiesta dello stesso pm Giancarlo
Amato. Non senza una circostanza da sottolineare: ad accettare la
richiesta di archiviazione di Amato e' stato il gip Luciano Imperiali,
il quale ha sostituito nel corso del mese di febbraio, a pochi giorni
dall'udienza preliminare, la gip Carla Santese. Quest'ultima aveva
respinto la prima richiesta d'archiviazione di Amato ravvisando una
serie di reati, tra cui l'appropriazione indebita, che prima non erano
stati individuati e che aveva chiesto di approfondire. Si sarebbe
giunti ad un'archiviazione anche se a decidere invece del napoletano
Imperiali fosse stata la Santese? Impossibile dirlo, quello che e'
certo e' che nonostante abbia chiesto il proscioglimento, lo stesso pm
Amato ha pronunciato su Di Pietro un giudizio non certo lusinghiero,
bollando il comportamento del leader dell'IDV come censurabile almeno
dal punto di vista morale. Secondo Di Domenico pero' al gip Imperiali
e' sfuggito un fatto non secondario. Uno degli episodi piu' controversi
della vicenda presa in esame dai giudici romani riguarda la
partecipazione di Di Domenico ad una riunione dell'assemblea
dell'associazione IDV, tenutasi il 30 ottobre del 2003. La sentenza
accerta che a quella riunione Di Domenico non partecipo' essendosi
dimesso da socio poco prima, eppure la stessa sentenza non dispone come
nulli gli atti deliberati da Di Pietro in un'altra assemblea tenutasi
il 5 novembre 2003, sei giorni dopo, e che in mancanza di Di Domenico,
ancora socio a tutti gli effetti secondo lo statuto, non poteva essere
valida.
LO STATUTO DEL RE SOLE In quella sede Di Pietro ha approvato
lo statuto “aperto” che gli aveva chiesto il suo ex socio e anche il
bilancio del partito. Statuto aperto che pero' Di Pietro si rimangera'
il 20 dicembre successivo quando si rechera' da un altro notaio (Di
Pietro ha cambiato notai in modo vorticoso) e, dopo aver registrato le
dimissioni di Di Domenico, fara' approvare un nuovo Statuto, quello che
di fatto lo trasformera' nel “Re Sole” dell'IDV. Solo il 26 luglio del
2004 Di Pietro registrera' da un altro notaio l'ingresso di nuovi soci
nell'associazione IDV. E proprio il tempo trascorso tra quest'ultima
assemblea e la precedente, quella del 20 dicembre 2003, e' stato alla
base di un ricorso al Tribunale di Milano inoltrato da Elio Veltri e
Achille Occhetto. Secondo la loro tesi l'Associazione IDV in base al
codice civile doveva essere dichiarata estinta perche' Di Pietro era
rimasto per piu' di sei mesi socio unico. Il ricorso di Veltri e
Occhetto e' stato pero' rigettato dal giudice Tarantola. Insomma finora
il leader dell'IDV, sia in sede penale che civile, se l'e' sempre
cavata. Tuttavia Di Domenico ritiene di avere ancora alcune carte da
giocare. Per percepire i rimborsi elettorali stabiliti dalla legge, i
partiti debbono depositare presso i Ministeri dell'Interno e del Tesoro
il proprio statuto. Ora nel caso del partito dell'ex ministro molisano,
sostiene Di Domenico, accade che lo statuto depositato sia quello del
2001 e che in esso si stabilisca che ad approvare i bilanci sia
l'Esecutivo nazionale del partito, mentre secondo lo statuto
attualmente in vigore ad approvare i consuntivi e' l'assemblea
dell'IDV. Accade quindi che lo Stato abbia erogato 22 milioni di euro
ad un partito politico che, in base a quanto ufficialmente dichiarato
presso i Ministeri competenti, approverebbe il suo bilancio con un
organismo composto da sette persone, mentre in realta' i documenti
contabili vengono esaminati da un organo di partito composto, come
sappiamo, da Di Pietro, da sua moglie e dalla tesoriera Silvana Mura,
da lui stesso nominata e da lui stesso revocabile. Insomma, le stesse
persone che redigono il bilancio sono poi chiamate ad esaminarlo.
Perche' il nuovo statuto non e' mai stato depositato nei Ministeri
competenti? Una semplice dimenticanza? Secondo Di Domenico inoltre una
norma dell'attuale statuto dell'IDV non e' compatibile con le leggi in
vigore secondo le quali, in caso di scioglimento di un partito, a
gestire il patrimonio dello stesso debbano essere i prefetti.
L'articolo 12 dello statuto dell'IDV, dispone invece che a gestire il
patrimonio in caso di scioglimento sia il presidente fondatore, ovvero
Di Pietro stesso. Questo particolare era stato rilevato dalla gip Carla
Santese che lo aveva riportato nel decreto di fissazione dell'udienza
preliminare, attribuendo a Di Pietro il reato contemplato dall'articolo
640 bis del codice penale, ovvero, “truffa aggravata per il
conseguimento di erogazioni pubbliche”. Ma anche questa possibile
imputazione su sollecitazione della procura capitolina e' stata
lasciata cadere dal giudice per le indagini preliminari Luciano
Imperiali e Di Pietro ha potuto continuare a gestire indisturbato il
suo partito e i cospicui rimborsi statali che, dopo il boom di suffragi
delle ultime politiche, raddoppieranno o quasi. E a conferma della tesi
che i soldi sono per Di Pietro davvero importanti, l'ultimo voltafaccia
politico dell'ex magistrato potrebbe avere come movente proprio il
danaro: se il gruppo parlamentare unico con il partito democratico
sbandierato in campagna elettorale non si fara' piu' e' anche perche'
Di Pietro si e' accorto che da solo l'IDV, oltre ad avere piu'
visibilita', incassera' anche piu' soldi.
L'INCIUCIO DI VENAFRO
Rischia di diventare un caso nazionale l'inciucio di Venafro. Nella
cittadina molisana alle porte del casertano, il 13 aprile una lista
civica composta da Forza Italia, Partito Democratico e Italia dei
Valori ha vinto le comunali eleggendo sindaco Nicandro Cotugno,
candidato del governatore forzista Michele Iorio. Un'alleanza definita
“imbarazzante” dal responsabile nazionale enti locali del Pd, Andrea
Causin e che ha tra i sostenitori piu' convinti Antonio Di Pietro, il
quale l'ha difesa persino contro il volere del coordinatore regionale
del partito, Giuseppe Astore. D'intesa con Di Pietro si e' mosso il
leader venafrano IDV, Nicandro Ottaviano, consigliere regionale, la cui
moglie ha ottenuto da Di Pietro una consulenza da circa 80.000 euro
l'anno presso il Ministero delle Infrastrutture. Ottaviano, figlio di
un ex sindaco Dc e An, ha rifiutato la candidatura a primo cittadino
offertagli dal centrosinistra, preferendo accordarsi con Forza Italia e
con il leader locale del Pd, l'imprenditore Massimiliano Scarabeo,
consigliere regionale eletto con la Margherita ed ex esponente di An.
Scarabeo ha diversi problemi giudiziari: ad Isernia e' sotto processo
per bancarotta fraudolenta, e' stato denunciato per truffa e calunnia,
mentre presso il giudice di pace di Venafro e' alla sbarra per minacce;
ha riportato una condanna in primo grado per aver spaccato il setto
nasale ad un ex socio e come dirigente di una squadra di basket, e'
stato squalificato fino al 2011 per aver aggredito un arbitro. Ora su
di lui pende anche una richiesta di espulsione dal Pd, nel quale, per
la verita', in tutto il Molise dopo la batosta elettorale e' cominciato
uno spietato regolamento di conti interno. Di Pietro con il 27,7% dei
consensi ha infatti surclassato i cugini veltroniani fermatisi al 19% e
l'Italia dei Valori, dopo una campagna elettorale aggressiva e polemica
verso gli alleati, ha anche strappato diversi esponenti politici di
primo piano ai “fratelli coltelli”.
Il successo molisano del
partito dell'ex magistrato si deve ad un fattore ancora efficace in
territori da sempre feudi Dc: la spesa pubblica. Di Pietro ha cavalcato
la protesta dei sindaci delle zone terremotate contro il Governo
costringendo Prodi ad accontentarlo e a sottrarre 50 milioni di euro ai
fondi della Protezione civile destinati ai Canadair antincendio. Come
ministro ha convogliato nella sua regione la bellezza di 5 miliardi di
euro e tra le tante opere finanziate, la piu' cospicua, con 3 miliardi,
resta l'Autostrada del Molise, un'arteria che, arrecando notevoli danni
ambientali, dovrebbe unire San Vittore a Termoli. Se non c'e' alcuna
certezza che l'autostrada sara' davvero terminata, nel frattempo pero'
Di Pietro e Iorio si sono spartiti le poltrone resesi disponibili nel
neonato Consiglio d'amministrazione e il leader dell'IDV, ha nominato
tra i suoi, Francesco Mancini, uno dei fondatori di Forza Italia in
Molise. Se a Roma infatti Di Pietro recita la parte
dell'anti-Berlusconi, a Campobasso stringe intese con il piu' fedele
uomo del Cavaliere, quello Iorio del quale imita la politica
assistenzialista e clientelare veterodemocristiana. Il capolavoro
dell'ex magistrato di Mani Pulite e' in questo senso la regalia di 52
milioni di euro elargita a ben 104 comuni molisani su 136 qualche
giorno prima delle elezioni. Un finanziamento Cipe con una causale
molto poco ministeriale, “manutenzione straordinaria strade comunali”
annunciata ai vari sindaci con una lettera del coordinatore regionale
dell'IDV. Roba da far impallidire il ricordo di Remo Gaspari. F. C.
Nell'immaginario collettivo, Di Pietro ha recitato sempre la parte del
buono contro i cattivi. Mutuando un personaggio delle "Iene" è stato
considerato come il "Moralizzatore".
Diciamo
che è stato un buon attore, un front-man navigato che ha saputo tenere
e consolidare, le rendite di immagine che gli derivavano da
tangentopoli. E' riuscito, con la sua eloquenza rustica a sommergere
con gli slogan le discutibilissime scelte elettorali che IDV faceva
soprattutto a livello locale, dove gli accordi con UDEUR, Nuova Dc ed
altri soggetti simili, erano all'ordine del giorno.
Poi ha sentito
il vento nuovo della pseudo antipolitica grillesca ed ha fiutato
l'affare. Ha cercato in tutti i modi di attirare a se il comico ed i
suoi Meetup, immaginando di poter notevolmente far lievitare i suoi
consensi.
Ha tirato la corda fino a quando ha capito che Grillo, non
avrebbe mai rinunciato al suo ruolo di prima donna per mettersi al
servizio di Don Tonino...
Poi c'è stata la caduta del governo...
Un
partito serio ed attaccato ai suoi valori che farebbe? Rinuncerebbe il
più possibile al compromesso a ribasso e sfiderebbe la roulette della
campagna elettorale. Per le persone oneste e limpide, non vi sono
lusinghe che tengano! Chi ritiene di essere nel giusto, portatore di
idee incorruttibili e non svendibili, lotta contro tutto e tutti per
farle valere.
Un posto da deputato, non giutifica la mortificazione
della dignità di un partito. Se sono convinto che ciò che asserisco è
giusto, allora sottopongo la mia idea alle scelte degli elettori.
Raccoglierò 1, 10, 100; non importa!
Quello che conta è essere
rimasto me stesso, fedele ai miei principi e senza i rimorsi di
coscienza che i compromessi al ribasso, immancabilmente danno.
Ma
questi ragionamenti sono familiari solo agli azionisti e non a chi ha
continuato, pur asserendo il contrario, a grufolare nella fogna di
questa politica.
Davanti allo spauracchio di rimanere escluso dalla
mensa del potere, Di Pietro ha preferito buttare tutto a mare e salire
sulla barca, più sicura del PD.
Incurante della base, di tutti
coloro che hanno creduto in IDV e nei suoi progetti, dei tanti che
hanno lavorato sodo. Di Pietro ha scelto di ritagliare un posto al sole
solo per se stesso e qualche suo fedelissimo.
Che cosa ne sarà
adesso delle battaglie di Di Pietro? Con quale coraggio potra fare
certe affermazioni, prima così naturali, ora che si è venduto al
padrone Veltroni? Se gli andrà bene, dienterà uno dei tanti
capicorrente del PD, se gli andrà male verrà dimenticato.
Voglio
rivolgere un appello alla base di IDV, a quelli che davvero credono che
questa politica può essere cambiata. Non rendetevi complici di questo
scempio, rendetevi conto che il vostro "capitano" ha abbandonato voi e
la barca, molto prima che potesse affondare!
Il N.P.A vuole
raccogliere questa sfida e farsi promotore e veicolo della vera lotta
alla casta. Una lotta che necessariamente deve essere fatta fuori dal
palazzo, tra la gente. Questi politicanti da quattro soldi, riescono
solo a parlare di questioni elettorali, spartizione del potere e del
denaro. Dove sono le risposte a tutti coloro che alla fine del mese non
riescono a pagare la bolletta della luce? Cosa partoriscono le menti
erudite di questi politici quando si tratta di alleviare il disagio di
quelli che hanno perso il lavoro? Dove sono il pathos e le belle
parole, quando si tratta di far uscire molta parte di questo
disgraziato popolo italiano dalla disperazione?
Cosa rispondono costoro a quanti non riescono ad unire il pranzo con la cena?
Le
bocche tacciono quando escono fuori dai slotti e dagli studi
televisivi. Le menti si annebbiano quando si spengono le luci e la
trasmissione è finita. Questo sanno fare costoro: parlare di se stessi
e delle loro esigenze come oligarchia; il resto è solo polvere da
nascondere sotto il tappeto.
«Fuori de Magistris». E Tonino accettò
Il Pd: tre posti ai radicali. Bonino tentata
Veltroni
a Di Pietro: molti non ti volevano, ho deciso io. Bindi, Parisi e
Polito contrari. De Mita sarà escluso all'ultimo momento per evitare
che passi alla Rosa Bianca
ROMA — Quando si è presentato al loft
per siglare l'accordo con il Pd, Antonio Di Pietro era pronto a fare
un'altra concessione al Partito Democratico. Tra le sue carte c'era un
bozzetto con il simbolo dell'Italia dei Valori e la scritta «per
Veltroni». Ma non vi è stato bisogno nemmeno di fare quel passo. Il
leader del Pd aveva già deciso per l'accordo. E ai suoi l'aveva
spiegata così: «Innanzitutto dobbiamo evitare che Di Pietro vada con la
Rosa Bianca, e anche nel caso in cui andasse da solo ricordiamoci che
potrebbe attirare tutti i voti dei girotondini e dei sostenitori di
Grillo e questo ci porterebbe via consensi». Ragionamento non tanto
campato in aria perché tra i molti bozzetti che l'ex magistrato aveva
fatto preparare ve ne era anche uno in cui figurava un'elegante rosa
bianca. Le condizioni poste da Veltroni a Di Pietro sono state tre.
La
prima era stata già accettata: fare gruppo parlamentare comune nella
prossima legislatura. La seconda anche. Veltroni ha chiesto al leader
dell'Italia dei Valori di poter metter bocca sulle sue candidature. Ed
è accaduto così che ancor prima dell'incontro al loft il nome di de
Magistris, inserito tra le candidature possibili di Idv, venisse
cancellato con una bella croce sopra. Terza condizione: poiché il Pd
dovrà procedere a un certo rinnovamento, Di Pietro deve promettere che
non metterà in lista i parlamentari del Partito Democratico fatti
fuori, che non saranno pochi. Alla fine, per esempio, non verrà
candidato l'ottantenne Ciriaco De Mita ma per bocciarlo si aspetta
l'ultimo momento utile, onde evitare che passi armi, bagagli e voti
irpini alla Rosa Bianca. Intesa siglata, dunque. Del resto anche il
ministro delle Infrastrutture un suo interesse lo aveva: i sondaggi lo
davano oscillante tra il 3,5 e il 4,5 per cento. Insomma, Di Pietro non
aveva la matematica certezza di passare il quorum necessario a chi non
si apparenta. Veltroni, nel colloquio con il leader dell'Italia dei
Valori, è stato franco: «Guarda che una parte del Pd non ti voleva, ma
siccome ogni decisione è stata delegata a me io ho stabilito di
stringere questo accordo ». Accordo che non piace ad Arturo Parisi («è
uno sbaglio»), a Rosy Bindi, a tanti prodiani, a una parte degli ex
ppi, ma anche a un personaggio come il senatore Antonio Polito, che
dice: «Sono contrario». Ma così è.