



...giusto per non dimenticare che i palestinesi non hanno solo israele come problema...Hamas, Fatah, e l’illusione della riconciliazione
di Ahmad Jamil Azm*
al-Ghad, 18 novembre 2008
E’ escluso che avvenga una riconciliazione fra le due principali fazioni palestinesi. Un evento del genere non ha alcun precedente nella storia palestinese moderna, fin dai tempi dei contrasti fra al-Hajj Amin al-Husseini e Raghib al-Nashashini (il primo fu Gran Mufti di Gerusalemme a partire dal 1922, il secondo fu sindaco della città fra il 1920 ed il 1934, ndt) negli anni venti e trenta del secolo scorso, per poi giungere alle controversie fra la sinistra palestinese ed il movimento ‘Fatah’ negli anni settanta, alle divisioni verificatesi all’interno di Fatah grazie anche all’intervento siriano negli anni ottanta, agli inizi della contrapposizione tra Fatah e Hamas negli anni novanta, ed infine all’attuale scontro aperto fra i due movimenti.
E’ in gran parte da escludere che, nell’era della contrapposizione tra le fazioni, nel contesto di un sostanziale equilibrio di forze, in presenza di potenze mondiali e regionali che non hanno interesse a sostenere la riconciliazione, ed alla luce degli attuali conflitti e delle attuali rese dei conti per impadronirsi del potere, vi sia un clima favorevole ad una riconciliazione. Per non parlare poi del fatto che l’idea stessa di ‘riconciliazione’ potrebbe aver bisogno di essere rivista.
La comparsa di Fatah nella storia palestinese moderna rappresentò un punto di svolta, poiché il movimento riuscì a proporre un discorso nazionalista unificante, sostenuto dalla lotta armata, facendo perdere terreno alle altre forze, in particolare a quelle della sinistra palestinese. Il divario tra le forze in campo divenne tale che l’idea di una contrapposizione non fu più proponibile, e l’opposizione della sinistra divenne irrilevante.
L’ascesa di Hamas fu invece sostenuta dalla diffusione del movimento islamico alla fine degli anni ottanta, in coincidenza con l’inizio del declino di Fatah, dovuto ad una serie di fattori, non ultimo l’assassinio di importanti leader del gruppo ad opera degli israeliani e di alcune piccole fazioni palestinesi di ‘dubbia’ identità. Un’altra ragione del declino di Fatah fu la sua incapacità di rinnovarsi da un punto di vista ideologico ed organizzativo, accompagnata da fenomeni di corruzione, da contrasti e divisioni interne. A seguito della crescente popolarità di Hamas, il panorama delle istituzioni palestinesi – ed in particolare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – non rispecchiava più gli equilibri di forze sul terreno. L’Olp non fu rimodellata in modo tale da riflettere l’ascesa di Hamas e della Jihad Islamica. Il fatto che il peso di ogni fazione sia debitamente rappresentato all’interno delle istituzioni nazionali è ciò che garantisce la stabilità, a prescindere dal concetto di ‘riconciliazione’.
Se è vero che Fatah ha sbagliato, e che la sua situazione interna ha determinato la sua sconfitta alle elezioni legislative all’inizio del 2006, a suo onore va detto che il movimento fece svolgere comunque le elezioni, preservandone il carattere democratico. Tuttavia, successivamente esso commise degli errori fatali. Ma anche Hamas commise errori gravissimi.
Il primo errore commesso da Fatah fu quello di non dare a Hamas la piena possibilità di governare. L’ostinazione dei leader di Fatah a non liberare i posti di potere, anche a costo di fare un governo di coalizione con Hamas, o addirittura di allontanare Hamas dal potere in maniera non democratica, ha rappresentato un fatto contrario alla logica politica e democratica, che prevedeva che Fatah avrebbe accettato di andare a ricoprire il ruolo dell’opposizione, provvedendo ad una riorganizzazione della situazione interna del movimento, e lasciando il governo a Hamas. Il ruolo nazionale che avrebbe dovuto giocare Fatah, in qualità di detentore della presidenza dell’Anp e di leader dell’Olp, era quello di porsi alla testa di una mobilitazione internazionale che si facesse portavoce della necessità di dare a Hamas la possibilità di governare, poiché il movimento era stato designato a svolgere questo compito attraverso un processo elettorale democratico. Il normale svolgimento del processo democratico avrebbe potuto fare di Hamas una componente degli equilibri politici palestinesi, una volta che il movimento avesse compreso che i compiti di governo sono differenti da quelli dell’opposizione. Allo stesso modo, rientrava nei diritti del governo Hamas avere un certo grado di controllo sui servizi di sicurezza. E sarebbe stato logico, da parte di Fatah, acconsentire ad operare una riforma di tali servizi su una base che non fosse più legata alle fazioni, invece di pretendere che il loro controllo rientrasse nelle competenze del presidente palestinese, e che il governo non avesse alcun rapporto con essi.
Per altro verso, la vittoria di Hamas alle elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo ha rappresentato il culmine dei successi del movimento, ma anche l’inizio del suo declino – come i mesi successivi avrebbero confermato. Al di là del fatto che la partecipazione alle elezioni e la formazione del governo sono avvenute senza una piena comprensione politica delle conseguenze che questi due passi avrebbero comportato, Hamas ha compiuto, e continua a compiere, gli stessi errori di Fatah. Hamas è caduto anch’esso nel fazionalismo, al momento di costituire i servizi di sicurezza ed il governo. I membri appartenenti ad altre fazioni (compreso Fatah) che sono stati allettati a far parte di questi servizi, hanno fatto questa scelta in una cornice di polarizzazione e di incoraggiamento alla defezione. Lo scomparso presidente palestinese Yasser Arafat aveva agito esattamente nella stessa maniera nei confronti delle fazioni della sinistra. Successivamente, Hamas ha superato Fatah nel limitare le libertà, e nel vietare la libertà di espressione a Gaza, con gli stessi pretesti che normalmente siamo abituati ad ascoltare dai regimi arabi autoritari, per cui vi sarebbero sabotatori ed infiltrati nelle file dell’opposizione, ed ogni manifestazione o celebrazione commemorativa del presidente Arafat sarebbe una copertura per nascondere tentativi di sabotaggio e di propagare il caos.
Dunque, i palestinesi si trovano davanti a due movimenti di punta del loro panorama politico, di cui il primo – Fatah – sta vivendo le fasi finali della sua vita politica, essendosi dimostrato incapace di rinnovarsi, ed il secondo – Hamas – vive una fase di declino caratterizzato da incertezze ideologiche, politiche e militari. Per contro, entrambi i movimenti rifiutano di convivere e di condividere il potere con l’altro. In particolare, Fatah rifiuta di riconoscere la crescente forza di Hamas, mentre Hamas non esita a fare ricorso alla soluzione militare. In questa situazione, l’organizzazione dei rapporti e degli equilibri inter-palestinesi – e nello specifico l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – ha raggiunto uno stato di paralisi prossimo al coma.
Per uscire dall’attuale situazione palestinese, vi sono due scenari: il primo è lo scenario democratico, fondato sulla ricostruzione dell’Olp, dei servizi di sicurezza e del sistema elettorale, che dovrebbe essere accompagnato dall’accettazione, da parte di Fatah e di Hamas, del principio della ‘condivisione della forza’ (e non del potere). In altre parole, ciascuno dovrebbe accettare il fatto che anche l’altro movimento ha la propria forza popolare, e che tale forza si traduce in un sostegno popolare che si esprime attraverso le urne. Ciò richiede che ciascuno dei due movimenti rinnovi la propria cornice organizzativa e proponga un discorso realistico e ragionevole, che riceva l’appoggio popolare sulla base di un programma nazionale. Ciascuno di questi movimenti dovrebbe comprendere che il fatto di perdere una quota del proprio sostegno popolare – e, di conseguenza, di perdere le elezioni – è qualcosa che dovrebbe spingerlo a rivedere il proprio approccio politico, e non a scontrarsi con l’altro movimento ed a cercare di distruggerlo politicamente e militarmente. Una sconfitta elettorale dovrebbe essere accettata, e dovrebbe spingere colui che l’ha subita ad abbandonare il potere ed a svolgere un ruolo di opposizione, per poi tornare al governo qualora torni il sostegno popolare.
Il secondo scenario è quello che prevede che i due movimenti non riusciranno a rispondere positivamente alle sfide dell’attuale fase politica, e non riusciranno ad accettare l’idea della ‘condivisione della forza’, spingendo di conseguenza la questione palestinese verso ulteriori crisi, fino a quando non avverrà un cambiamento radicale all’interno di uno dei due movimenti, o fino a quando non emergerà una nuova forza maggiormente in grado di interpretare le necessità della lotta palestinese. Una simile ipotesi può apparire alquanto ‘teorica’ alla luce delle attuali complicazioni della situazione a Gaza. Tuttavia, senza una revisione complessiva che coinvolga l’Olp, i servizi di sicurezza, il programma politico, le elezioni, e l’alternanza al potere (e non necessariamente la ‘condivisione del potere’) non vi sarà alcun ritorno ad un processo politico sano ed efficace.
...ma che ormai israele è solo uno degli elementi in giocoLa sconfitta militare di Hamas sogno proibito di Abu Mazen
Repubblica — 29 dicembre 2008 pagina 6 sezione: POLITICA ESTERA
L' ultimo dubbio a Hamas gliel' ha tolto ieri mattina il quotidiano israeliano Haaretz e il movimento islamico che governa da due anni la Striscia lancia un attacco aperto contro il governo del Cairo e contro il presidente dell' Anp Abu Mazen, accusati di «mistificare e oscurare la verità». In una puntuale ricostruzione di come si è arrivati all' attacco di sabato contro Gaza Haaretz racconta come il piano preparato dal ministro della Difesa Barak è stato portato al gabinetto il giorno di Natale, poi a riunione finita Barak ha iniziato a definire i dettagli dell' Operazione "Piombo Fuso" mentre il ministro degli Esteri Livni è volata al Cairo per incontrare Mubarak, e metterlo al corrente della prossima escalation militare. I vertici egiziani avrebbero poi discretamente informato la presidenza palestinese a Ramallah. Fai Baroum, portavoce di Hamas, sabato aveva accusato di tradimento Mubarak e Abu Mazen. Ieri due "top official" del movimento integralista in Cisgiordania sono andati più avanti nella denuncia. «Siamo stati colti di sorpresa dall' attacco israeliano perché ancora venerdì sera gli egiziani ci avevano detto che sarebbero ancora passati dei giorni prima dell' offensiva». Parlando sotto anonimato i due dirigenti islamici non risparmiano la loro rabbia nei confronti del Cairo. «Noi crediamo che l' Egitto abbia deliberatamente taciuto, anzi abbia dato il semaforo verde agli israeliani per l' attacco contro di noi». L' Anp respinge al mittente le accuse. E' il presidente Abu Mazen a puntare il dito contro il movimento islamico. «Abbiamo parlato con Hamas e li abbiamo scongiurati di non porre fine al cessate il fuoco, di lasciare in vigore la tregua, così da evitare quello che invece è successo». E' certo che dalla distruzione dell' apparato militare di Hamas nella Striscia l' Anp di Abu Mazen ha tutto da guadagnare. Infatti l' Autorità nazionale palestinese è pronta riprendere il controllo della Striscia se l' operazione militare israeliana in corso riuscirà a rovesciare il governo di Hamas. «Siamo pronti a tornare a Gaza» - dice a Repubblica un alto esponente dell' Autorità che non vuole essere citato - «noi pensiamo che la gente sia stufa di Hamas e voglia un altro governo». A questo proposito Fatah, il partito di Abu Mazen, avrebbe già diramato istruzioni a tutti i suoi esponenti nella Striscia perché rinserrino i loro quadri e si preparino alla possibilità di un ritorno al potere dal quale con golpe militare furono scacciati nel giugno 2007 dopo una battaglia durata un mese. «Abbiamo uomini nella Striscia pronti a riempire il vuoto di potere, certo tutto dipende se Israele riesce a buttare giù il regime». A Ramallah negano che Fatah abbia esortato Israele a lanciare l' attacco ma certo la speranza che sia il colpo decisivo contro Hamas è forte. I caccia F-16 israeliani potrebbero vincere una battaglia che Fatah ha militarmente perso già due volte, nel giugno del 2007 e sei mesi più tardi quando Mohamed Dahlan, ex delfino di Yasser Arafat e uomo forte della Striscia, tentò un contro-golpe sostenuto anche dagli americani che si risolse nella disfatta dei miliziani fedeli a Abu Mazen costretti a fuggire dalla Striscia di notte sotto la protezione degli israeliani che per loro riaprirono il valico di Erez. Adesso Fatah è pronto a restituire il colpo. - FABIO SCUTO


E' un falso.
Gli scudi umani pagano
di Stefano Magni - 14 giugno 2006
C'è sempre una foto simbolica che testimonia le sofferenze del popolo palestinese. Dove c'è un palestinese che muore, che soffre, che viene ferito, che impreca contro gli israeliani, c'è sempre e subito un fotografo o un telereporter pronto a fotografarlo o filmarlo, pronto a diffondere la sua immagine in tutto il mondo. Poi, quando si viene a scoprire che le circostanze in cui quella foto è stata scattata, non erano quelle dichiarate all'inizio (ad esempio: che le sofferenze del palestinese in questione non erano causate dagli israeliani, ma dagli stessi palestinesi), le smentite non trovano più spazio. O almeno: vengono pubblicate, ma ormai l'impressione lasciata dalla prima versione è già diventata un simbolo, ben fissato nella mente dei telespettatori occidentali. Nel 2000 la foto del bambino Mohammed al Durra, ucciso in uno scontro a fuoco accanto al padre, aveva fatto il giro del mondo. È servita a poco l'indagine condotta nei mesi e negli anni successivi, in cui si dimostra che Mohammed al Durra e suo padre non sono stati bersagliati a freddo dai soldati israeliani e che, data la loro posizione, è più probabile che siano stati uccisi dai proiettili palestinesi che non da quelli israeliani. La prima impressione, secondo cui «gli israeliani ammazzano i bambini» è diventata indelebile.






...giusto per non dimenticare che benchè rappresentino la richiesta palestinese di uno stato indipendente... come rappresentanti non sono di certo brillanti...lunedì 22 dicembre 2008 Hamas e Fatah perseguitano i giornalisti ma guai a chi ne parla
di Khaled Abu Toameh
Negli ultimi due anni i giornalisti palestinesi nella West Bank e nella Striscia di Gaza sono stati sottoposti a una sistematica campagna di intimidazione che ha portato alla morte di alcuni di loro e all’arresto di altri. La campagna, lanciata sia da Hamas che da Fatah, non ha ricevuto alcuna attenzione da parte dei gruppi dei diritti umani e da coloro che difendono la libertà di espressione in tutto il mondo. Al contrario, ogni volta che un giornalista palestinese viene incidentalmente ferito dal fuoco israeliano durante uno scontro con i palestinesi, l’episodio occupa tutte le prime pagine nelle maggiori testate americane ed europee.
Ciò che appare più inquietante in questa campagna di intimidazione è il fatto che sia stata lanciata dall’Autorità palestinese di Mahmoud Abbas nella West Bank. Si tratta della stessa autorità che riceve ogni mese centinaia di milioni di dollari provenienti dalle tasche di chi paga le tasse in America e in Europa, che dovrebbero servire a costruire un sistema giudiziario adeguato e a promuovere la democrazia e la trasparenza tra i palestinesi.
Non dovrebbe suscitare alcuno stupore il fatto che Hamas prenda di mira dei giornalisti. Il movimento islamista è ben noto per le dure misure che adotta contro i reporter “ostili”. Almeno 13 giornalisti palestinesi sono stati arrestati e torturati dalle milizie di Hamas da quando il movimento ha preso il controllo totale della Striscia di Gaza nell’estate del 2007. Hamas ha anche condotto delle incursioni negli uffici della maggior parte di questi giornalisti, confiscando computer e altre attrezzature. Nel caso più recente, Ala Salameh, giornalista di una stazione radio di Gaza, ha denunciato che uomini delle milizie di Hamas lo hanno sequestrato per diverse ore, costringendolo a mangiare cibo contaminato.
Nella West Bank, le forze di sicurezza di Abbas hanno concentrato i propri sforzi nella lotta contro ciascun giornalista che non dimostri la volontà di allinearsi. Quest’anno più di una decina di reporter sono stati presi di mira dalle forze di sicurezza di Fatah. La maggior parte è stata trattenuta in carcere senza che si svolgesse alcun processo e senza avere il diritto di vedere un avvocato scelto dai membri della famiglia. Alcuni dei reporter hanno raccontato di essere stati interrogati riguardo le storie “negative” da loro pubblicate in diversi giornali e riviste. Gli articoli in questione spesso trattavano della corruzione finanziaria tra pezzi grossi della leadership palestinese oppure di violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della West Bank di Abbas.
Secondo le testimonianze rese dai giornalisti e dagli attivisti locali dei diritti umani, la maggior parte dei detenuti è stata sottoposta ad abusi fisici e psicologici per mano delle forze di sicurezza palestinesi. Quando uno dei reporter trattenuti si è lamentato circa le condizioni della sua detenzione, gli hanno detto: “Qui non siamo a Israele, dove puoi vedere un avvocato e richiedere istanza all’Alta Corte”.
La campagna anti-media di Abbas ha assunto diverse forme. Quando Al-Jazeera non è riuscita a mandare in onda in diretta un discorso tenuto a Ramallah dal presidente dell’Autorità palestinese, questi ha dato ordine di proibire agli operatori della stazione di entrare nella sua area e di seguire le notizie relative alle attività degli alti ufficiali palestinesi. In un altro recente episodio, la più grande agenzia di notizie palestinese, la Ramattan, è stata costretta a sospendere la sua attività nella West Bank a causa delle pressioni subite da parte di Abbas e dei suoi assistenti. I manager di Ramattan hanno accusato Abbas di tentare di trasformare l’agenzia indipendente in un “portavoce” dell’autorità palestinese.
Come il suo predecessore Yasser Arafat, anche Abbas ha proibito la diffusione di giornali di opposizione nella West Bank. Qualunque reporter che abbia il coraggio di riportare una notizia in grado di avere riflessi negativi su Abbas o i suoi più stretti collaboratori riceve telefonate minacciose dall’ufficio del presidente, da parte di membri delle forze di sicurezza palestinese.
Una delle prime azioni di Arafat, dopo essere entrato nella West Bank e nella Striscia di Gaza nel 1994, è stata quella di ordinare dure misure di repressione nei confronti dei media palestinesi, per essere sicuro che tutti coloro che lavoravano in quel campo gli fossero fedeli al 100%. Questo atteggiamento ha fatto sì che la maggior parte dei reporter palestinesi avesse troppi timori nel riportare notizie o trattare argomenti relativi alla corruzione finanziaria e alle violazioni dei diritti umani nell’era arafattiana.
L’aspetto più inquietante di tutta questa vicenda è il fatto che i giornalisti occidentali che si trovano in Israele tendono a chiudere un occhio riguardo alla situazione dei loro colleghi palestinesi. Alcuni di questi reporter stranieri ammettono di aver paura delle possibili ripercussioni qualora osino far arrabbiare Abbas o Hamas. Altri dichiarano che i propri direttori sono interessati a storie del genere soltanto nel caso in cui i responsabili siano soldati israeliani. Come sottolineato recentemente da un corrispondente straniero: “Più storie anti-Israele invio al mio giornale, più sono le probabilità che la mia popolarità cresca e che aumentino le mie possibilità di vincere un premio”.
Ma quello che i giornalisti occidentali devono capire è che la campagna contro i giornalisti palestinesi sta colpendo anche il loro lavoro. Tutti i reporter stranieri dipendono fortemente dai loro colleghi palestinesi quando è il momento di trattare questioni palestinesi. E così quando un giornalista palestinese ha paura o si sente minacciato, ci penserà due volte prima di riferire ai corrispondenti occidentali quello che sa.
Traduzione di Benedetta Mangano
Tratto da Hudson New York


Hamas ammette una grave violazione del Diritto: donne e bambini come scudi umani
Scritto da Noemi Cabitza - 20 marzo 2008
Che Hamas usasse donne e bambini come scudi umani lo si sapeva da un po’. Diverse testimonianze di palestinesi che si erano rifiutati di frapporsi tra l’esercito israeliano e i miliziani armati lo confermavano, ma erano solo poche voci strozzate comunque dalla paura.
Pochi giorni fa, invece, è stato un parlamentare di Hamas ad ammetterlo, tale Fathi Hammad, facendolo addirittura in TV e più precisamente su Al-Aksa, la TV di Hamas. Fathi Hammad ha detto testualmente che “per il popolo palestinese, la morte è diventata un’industria, nella quale hanno la meglio le donne, come del resto tutte le persone che vivono in questa terra. Gli anziani eccellono in questo, come pure i mujahideen ed i bambini” aggiungendo che “è questa la ragione per la quale hanno trasformato in scudi umani, le donne, i bambini, gli anziani e i mujahideen con il chiaro obiettivo di sfidare la macchina dei bombardamenti israeliani. E’ come se dicessero al nemico sionista: noi vogliamo la morte allo stesso modo in cui voi volete la vita”.
Il problema è però capire quanti di quegli i scudi umani sono realmente volontari e quanti invece non lo sono affatto. Secondo alcune testimonianze la grande maggioranza di loro non lo fa volontariamente ma è costretta dai miliziani di Hamas, pena la morte, a posizionarsi sui tetti delle case dove soggiornano i capi del movimento islamico e intorno alle aree da dove vengono lanciati i missili Quassam su Israele.
Secondo quanto ammesso dallo stesso Fathi Hammad, sarebbero quindi i miliziani di Hamas i veri responsabili della morte di molti civili solo che lui dice che i “martiri” sono volontari, mentre questo non corrisponde a verità secondo le diverse testimonianze di palestinesi fuoriusciti da Gaza.
Adesso ci aspettiamo che gli stessi che hanno condannato gli israeliani per aver provocato vittime civili, condannino anche Hamas per l’uso indiscriminato di scudi umani che fa quotidianamente, ci aspettiamo una severa condanna dal Consiglio per Diritti Umani delle Nazioni Unite, sempre pronto a condannare Israele. Vediamola l’imparzialità di cui si vantano.
Intendiamoci, questo non significa che l’esercito israeliano è giustificato se spara sugli scudi umani, non lo è affatto, ma è bene che si sappia che è la “cultura della morte” imposta da Hamas a provocare la maggioranza delle vittime civili.
Noemi Cabitza






Attenzione perché quando devono sparare i razzi Kassam devono mettersi a meno di 10 chilometri dal confine con Israele e lì non hanno scudi umani a proteggerli. Possibile che Israele sia capace solo di andare a Gaza a bombardare le case di presunti militanti di Hamas e non di beccare quelli in campo aperto vicino al loro confine che piazzano i razzi? E i visori notturni e termici che li hanno a fare?