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Discussione: Tre Punti

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    PRIMO PUNTO. Luca Caracciolo in Medio Oriente, una tragedia domestica individua la specificità del conflitto israeliano-palestinese nella sua natura di conflitto permanente che ha una delle sue origini nella questione demografica : "Ci sono problemi che si possono risolvere e problemi insolubili. Da tempo gli apparati di sicurezza israeliani, più influenti dei governi anche perché più stabili, hanno deciso che la questione palestinese appartiene alla seconda categoria. Non ha soluzione. Quindi a rigore non è un problema. È una crisi permanente da gestire perché non diventi troppo acuta. Talvolta con terapie d'urto, come oggi a Gaza... Nel giro di pochi anni fra Mediterraneo e Giordano gli arabi saranno maggioranza. Ciò minaccia il carattere ebraico dello Stato di Israele, che non è negoziabile. Dunque o creiamo uno staterello palestinese a fianco del nostro, incapace di minacciarci, oppure dobbiamo tenere i palestinesi sotto controllo con la forza. E possibilmente divisi. La prima ipotesi resta il mantra della diplomazia ufficiale, la seconda corrisponde alle iniziative sul terreno, dall'espansione degli insediamenti alla caccia al terrorista nelle strade di Gaza City." Le affermazioni di Caracciolo trovano sostegno nei dati dell' Onu, secondo cui, la previsione di crescita demografica nel periodo 2005 -2010 registrerebbe in Israele un aumento dell' 1,7% a fronte di quello del 3,2% dei territori palestinesi occupati, cosa che fa prevedere al sociologo Sergio Della Pergola una diminuzione progressiva dell'etnia ebraica entro i confini dello stato di Israele, che si attesterebbe intorno al 47% nel 2020 per scendere al 37% entro il 2050 (Sergio Della Pergola - Israele e Palestina, la forza dei numeri-Il conflitto mediorientale fra demografia e politica, Il Mulino 2007). Al problema demografico, che in teoria potrebbe trovare una soluzione nella formula dei "due popoli due stati" si aggiunge quello della disparità economica che vede un rapporto nel Pil delle due comunità di 18 a 1 per Israele, cosa che finirebbe con il determinare inevitabilmente, nel caso della costituzione di due stati confinanti, un travaso di popolazione regolare e non dallo stato più povero a quello più ricco. La situazione di conflitto permanente appare, quindi, per l'establishment israeliano l'unica possibilità di non chiudere un conflitto che finirebbe per aprirne uno maggiore che minerebbe non l'esistenza di Israele come stato indipendente, ma d' Israele come nazione necessariamente a maggioranza ebraica, perché anche la sconfitta militare definitiva del nemico aprirebbe il problema del "che fare" dei vinti: sottometterli o integrarli e, in entrambi i casi, rischiare di mettere in forse l'attuale maggioranza etnica del paese. Quindi Israele attacca, attacca duramente, ma conta sulla richiesta di tregua che immancabilmente arriverà da parte della comunità internazionale e che gli impedirà di "vincere" definitivamente ancora una volta. Resta da chiedersi se la volontà di conservare, nell'epoca della globalizzazione e del superamento delle frontiere, uno stato a maggioranza etnica e religiosa non negoziabili, sottomettendo ad esso la pace e la democrazia, non sia un controsenso storico, visto che respingiamo con sdegno, in tutti gli altri casi, ogni politica che miri a preservare i "confini" etnici, religiosi e culturali di un paese.

    SECONDO PUNTO. Lo sdegno dei media che ha accompagnato in Italia le manifestazioni di immigrati che protestavano contro il massacro di Gaza (perché se da una parte ne muoiono 5 e dall'altra più di 600 non si può parlare di guerra) sono un tipico esempio di come utilizzare la politica estera a fini interni e viceversa: gli immigrati inginocchiati sul sagrato del Duomo di Milano avrebbero impedito ai milanesi di "fare shopping" (il vicesindaco De Corato) o avrebbero "impedito" a chi ne avesse avuto il desiderio di "entrare in chiesa" (Il Giornale e Libero). A chi ha visto in queste manifestazioni "un attacco all'occidente" contrappongo, invece, l'idea che queste manifestazioni si configurino come un momento di autentica integrazione che nasce ogniqualvolta un gruppo di persone si appropria del territorio in cui vive per manifestare per un'idea o per la difesa dei propri diritti. Suona anche piuttosto paradossale, oltre che falsa, l' indignazione di certi personaggi di fronte ad una bandiera bruciata, visto la noncuranza che dimostrano quando ad essere bruciate sono le persone, magari i barboni, e la disinvoltura con cui perseverano nel votare l'immunità parlamentare a tutti i loro colleghi inquisiti per fatti ben più gravi di mafia e corruzione.

    TERZO PUNTO. La deriva fondamentalista. Che Hamas nasconda le armi e i propri uomini tra la popolazione, sperando in questo modo di mimetizzarli e far cadere, nel contempo, il biasimo sul nemico quando questi bombarda i quartieri civili è risaputo. D'altra parte le tecniche della guerriglia non sono sconosciute agli stessi padri dello stato di Israele che si conquistarono una patria anche attraverso azioni terroristiche rivolte contro le istituzioni britanniche e gli arabi palestinesi che ne frenavano o si apponevano alla sua realizzazione, quindi nulla di nuovo da questo punto di vista. Il problema vero è il perdurare di una situazione di degrado e abbruttimento che colpisce la popolazione palestinese ormai generazione dopo generazione e che sembra non lasciare loro altra via che quella integralista, perchè gli ideali liberali difficilmente trovano alloggio tra il fango, i check point e le prevedibili angherie quotidiane a cui è inevitabilmente sottoposto chiunque sia obbligato a convivere con un esercito di occupazione. Meir Shalev, columnist del quotidiano israeliano Yedioth Aharonoth, in un'intervista rilasciata a Der Spiegel International afferma che Israele dovrebbe aprire le trattative con Hamas, perchè inevitabilmente finirà col farlo comunque nel giro di cinque anni, così come accadde in passato con l' OLP, che considerato inizialmente l'arcinemico è finito col diventare oggi l'interlocuotre privilegiato, ma, avverte, il giorno in cui Israele tratterà con Hamas sarà perché nel frattempo, quasi in un gioco perverso, all'orizzonte si sarà presentato un nuovo nemico con cui rifiutare di trattare. Sembra ritornare in qualche modo, tra le righe dell'intervista, il nodo effettivo del problema, la questione posta da Lucio Caracciolo, davvero la natura ebraica dello stato di Israele è da considerarsi non negoziabile ?


    da: http://bus18.splinder.com/post/19510690/TRE+PUNTI

  2. #2
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    ripostare nei 3d già aperti
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

 

 

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