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Discussione: Diritto romano

  1. #1
    Blut und Boden
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    Predefinito Diritto romano

    5/1/2009 (7:18) - PARADOSSI GIUDIZIARI - IL DELITTO PERFETTO
    L'assassino libero per legge

    Confessa dopo il processo: «Ho ucciso io mia moglie». Già assolto con sentenza definitiva non è punibile
    MARCO NEIROTTI
    FERRARA

    «Vorrei confessarmi». Ma non è una chiesa, è la questura. Dica, allora. «Ho ucciso mia moglie». Che ha fatto? «Mia moglie... l’ho uccisa io». Quando? Dove? «Nella sua casa». Sì, ma quando? «Quattro anni fa». Quando?? «Gliel’ho detto. Quattro anni fa. Era novembre 2004». L’ispettore e l’agente si guardano. Ha un documento? Ecco il documento. Si chiama Denis Occhi, 33 anni, muratore. Aveva già confessato una volta la stessa cosa. Lei era stata massacrata nella casa dove viveva con il nuovo compagno e Denis aveva ammesso, era stato condannato a vent’anni, però aveva ritrattato, in appello era stato assolto per prove non sufficienti e al suo legale il personale della questura ha specificato: «Non più giudicabile», per ricorso non presentato o respinto. Assolto per sempre. In queste feste tra Natale e l’Epifania ci ha pensato su. Dopo Capodanno va alla polizia e dice: «Sono tormentato perché sono stato io». Dopodiché firma il verbale e torna a casa.

    «Coscienza» e «diritto» viaggiano su sentieri che si incontrano davanti alle uniformi ma non possono più incidere l’un sull’altro. In «nome del popolo italiano» è innocente. In nome suo è un altro paio di maniche. «Avvocato, mi crederanno?». Si costituisce un po’ in ritardo, in piene festività. Chiamano un legale di turno perché lo assista d’ufficio. Giovanni Montalto si sta occupando di arte e musica, organizza un concerto jazz, lascia tutto e corre da questo strano cliente. Stilano una pagina e mezzo di quello che vuole dichiarare: «Ci penserò su. Chissà se è un tormento o è un condizionamento della propria vita, del carcere che ha fatto, di reminiscenze confuse o se è qualcosa che gli ha lavorato dentro». Una cosa è certa: Denis Occhi non sapeva di essere «esente» dalla prigione. «Adesso verranno a prendermi?», ha chiesto. No, nessuno verrà a prenderti. «Come mai?». Alla spiegazione tecnica non ha reagito: «Davvero funziona così?». Quando si sa della confessione nuova è presto circondato dai giornalisti: «Non so che dire. Ci ho pensato tanto. Ultimamente ci pensavo sempre. Dovevo liberarmi». Giù flash e domande. Alla fine ha avuto una crisi d’ansia, come se liberarsi avesse scatenato un inferno più incontrollabile e grande di quello delle toghe e delle aule di giustizia. Ha negato la confessione appena fatta e si è fatto accompagnare in ospedale, con una crisi d’ansia: «Era una cosa mia».

    Il replay di allora: «Sì, va bene, lo ammetto. Sono entrato nella casa...». Era il 25 novembre 2004. Giada Anteghini, 27 anni, con una figlia di 6 anni, si era decisa a lasciare il marito ed era andata a vivere a Jolanda di Savoia col nuovo compagno. Quando uno sconosciuto entra in casa, la bimba dorme in una stanzetta, lei in un’altra. Quasi non si accorge dell’irruzione, subito un’infinità di colpi d’accetta su tutto il corpo e alla testa. La portano via ancora viva, rimane in coma, 14 mesi di agonia in ospedale. Muore il 23 gennaio 2006. Fin dall’inizio le indagini dei carabinieri si chiudono a circonferenza intorno all’ex marito. Arrivano gli uomini del Ris da Parma, si confrontano rilievi, testimonianze. E Denis cede, confessa ai carabinieri di Comacchio: «Sì, sono stato io». Lo sottopongono a una perizia psichiatrica, che rileva un disturbo di personalità border line, che non significa automaticamente «incapacità di intendere e volere».

    Il 15 febbraio 2007, in primo grado, il pm Nicola Proto chiede - con il rito abbreviato - vent’anni di carcere. Il giudice per l’udienza preliminare Silvia Giorgi accoglie la richiesta: vent’anni, quattro da scontare in un istituto di cura, per omicidio volontario. Ma ci sono la ritrattazione e il ricorso in Corte d’appello, a Bologna. Dopo tre ore di camera di consiglio, il 27 febbraio 2008, il presidente Aldo Ranieri legge una sentenza che ribalta tutto: non ci sono prove a sufficienza. Ventiquattro ore dopo Occhi torna in libertà. E’ un po’ spaurito e disorientato, non sa bene come muoversi. Si presenta alla redazione del giornale locale, «La Nuova Ferrara»: «Mi hanno assolto, dice. Però la gente ha paura di me, non mi crede. Aiutatemi a far capire che io non faccio del male a nessuno, voglio solo fare la mia vita di muratore». Fine della vicenda giudiziaria.

    Il muratore di Migliaro, altro piccolo centro del Ferrarese, riprende la sua quotidianità, un po’ discosto dagli altri e un po’ tra gli altri per scrutare se gli credono o no, se lo temono, se parlano quando si allontana. E che dicono? Dicono che è stato lui? Questi pensieri lo pungono, lo trafiggono, lo avvolgono quando arriva Natale. Per i detenuti era un assassino, per quelli di fuori anche. Lo è anche per se stesso? Si è convinto o si è solo pentito di aver negato? Si è pentito di essere stato assolto per qualcosa che ha fatto davvero? L’avvocato Montalto non entra nel merito della sentenza: «L’ho assistito per questa spontanea confessione». Tutto lì? «In verità no. Mi ha impressionato, mi sono anche un po’ preoccupato dopo che è tornato a casa e l’ho risentito. Subito era come non toccato dalla sorpresa, dal fatto che non sarebbe successo nulla. Ma non come uno che l’abbia messa in conto. Come uno che ha fatto quel che riteneva meglio per star bene, vero o falso che sia. Come legale preferisco discorsi tecnici alle confessioni». Pensa che possa aver mentito adesso? «Lo conosco troppo poco. Certo è che è un soggetto molto fragile, facile alla confusione, al convincimento». A lei hanno confermato che non è più perseguibile? «Sì. Esatto». Denis Occhi, ma allora perché l’hai fatto? «E’ stato quel momento». Avevi ritrattato: «Ma ora mi sono liberato. Ho detto la verità. Dovevo dirla». E, confuso, va all’ospedale col fiato che manca ma per questo assedio, per le domande, per i fotografi che lo cercano, non per il 25 novembre 2004.

    http://www.lastampa.it/redazione/cms...9761girata.asp

  2. #2
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    "Bis de eadem re ne sit actio" (ne bis in idem) proprio di diritto romano si tratta, il titolo è dunque quello giusto.
    _
    P R I M O_M I N I S T R O_D I _P O L
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    Presidente di Progetto Liberale

  3. #3
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    Nel merito: diritto romano, reo assolto.
    Prima di tutto la forma, poi, se si vuole, la sostanza. In base alla sostanza in oggetto.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    5/1/2009 (7:18) - PARADOSSI GIUDIZIARI - IL DELITTO PERFETTO
    L'assassino libero per legge

    Confessa dopo il processo: «Ho ucciso io mia moglie». Già assolto con sentenza definitiva non è punibile
    In un paese dove le leggi le fanno quelli che sono sotto processo, non ci si deve stupire se la giustizia non esiste piu'.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Demogorgon Visualizza Messaggio
    In un paese dove le leggi le fanno quelli che sono sotto processo, non ci si deve stupire se la giustizia non esiste piu'.
    Da millenni.

  6. #6
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    9/1/2009 (19:20) - IL GIOVANE ERA ACCUSATO DI OMICIDIO VOLONTARIO PREMEDITATO
    Massacrò l'ex fidanzata in strada
    Delfino condannato a sedici anni


    Delfino uccise la ex con 40 coltellate al collo e al petto

    Uccise la ragazza 16 anni al killer di Sanremo

    Massacrata in carrozzina per la pensione

    I giudici riconoscono la semi infermità
    La rabbia della mamma della vittima
    «Così l'avete ammazzata due volte»
    GENOVA

    16 anni e 8 mesi di carcere, oltre a 5 anni di casa di cura: è una sentenza destinata a creare polemiche, quella emessa oggi pomeriggio dai giudici del tribunale di Sanremo che hanno riconosciuto la semi infermità mentale di Luca Delfino, l’uomo che, nell’agosto del 2007 a Sanremo, assassinò con quaranta coltellate la sua ex fidanzata Antonella Multari.

    Molti i dubbi, avanzati dal pubblico ministero e dalla parte civile, sull’effettiva infermità mentale dell’imputato, nessuno sulla dinamica dell’omicidio, ricostruita con chiarezza durante il processo: era il 10 agosto del 2007 quando Antonella, che stava uscendo da un centro estetico in compagnia di un’amica, è stata aggredita ed uccisa dal 32enne genovese, in via Volta a Sanremo, davanti agli occhi di molti testimoni.

    Delfino, arrestato pochi minuti dopo dalla polizia, con i vestiti e le mani ancora sporche di sangue, era già stato condannato ad una pena di 5 mesi per le molestie fatte alla ragazza pochi mesi prima dell’omicidio.

    Una personalità complessa e violenta, quella di Luca Delfino, capace di dare vita ad ogni sua apparizione in tribunale ad un vero e proprio show mediatico con insulti e affermazioni deliranti.

    In mattinata, nel corso della trasmissione televisiva Mattino Cinque, erano stati resi noti i contenuti inediti della perizia psichiatrica su Delfino. Secondo l’esame, Luca Delfino soffrirebbe di un gravissimo disturbo della personalità, in cui predominano tratti borderline, paranoidei, antisociali, narcisistici e sadici.

    Non una malattia psichiatrica, dunque, ma un vizio parziale di mente, come stabilito dai giudici del tribunale di Sanremo. Oltre che per l’omicidio di Antonella Multari, Delfino è indagato dal tribunale di Genova per un analogo delitto: l’assassinio di un’altra sua ex fidanzata, la ballerina Luciana Biggi, avvenuto nel centro storico di Genova nella notte fra il 27 e il 28 aprile del 2006. «L’avete ammazzata due volte» ha detto la mamma della vittima, svenuta al momento della lettura della sentenza. E il padre di Maria Antonietta, in lacrime, ha commentato «bisogna farsi giustizia da soli». La donna, soccorsa in tribunale, ha chiesto di essere condotta in ospedale con l’ambulanza della Croce Azzurra di Vallecrosia dedicata proprio alla figlia scomparsa.

    http://www.lastampa.it/redazione/cms...9900girata.asp

  7. #7
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    lo ha deciso il tribunale di sorveglianza di Roma

    Annullato il carcere duro per il boss Ganci

    Deve scontare diverse condanne all'ergastolo per più di 40 delitti. Caputo: «Scandaloso, troppa discrezionalità»

    ROMA - I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41 bis, ovvero il regime di carcere duro, al boss Mimmo Ganci, detenuto a Rebibbia dove sta scontando diverse condanne all'ergastolo, molte delle quali definitive, per alcune stragi (tra cui quella di Capaci del '92) e delitti eccellenti compiuti in Sicilia. Ganci è accusato di oltre 40 delitti. Erano stati i difensori del killer palermitano a chiedere nei mesi scorsi l'annullamento del carcere duro, accolto dal tribunale il 30 dicembre anche se la notizia è stata diffusa solo oggi. Domenico Ganci, detto Mimmo, ritenuto uno dei più pericolosi sicari di Cosa Nostra, è figlio del capomandamento della Noce Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina. È in carcere dal giugno 1993.
    CAPUTO (PDL): «SCANDALOSO» - Contro la revoca del 41 bis si scaglia Salvino Caputo, componente della commissione regionale antimafia di Palermo. «Bisogna sottrarre ai magistrati di sorveglianza la competenza a valutare la revoca del regime carcerario previsto dal 41 bis e affidarlo a un ufficio centrale unico. Troppa discrezionalità in capo ai singoli uffici giudiziari di tutta Italia». Caputo definisce la decisione «assurda e scandalosa». «Mentre in Sicilia la mafia si sta riorganizzando e tra i boss latitanti come Mimmo Raccuglia e Messina Denaro scoppia un forte contrasto per il controllo del territorio, un boss del calibro di Mimmo Ganci viene considerato da un Tribunale della Repubblica non più pericoloso. Bisogna porre subito un freno a questa totale discrezionalità affidata ai magistrati dei singoli uffici di sorveglianza, dove basta una semplice relazione favorevole da parte dei servizi sociali o del carcere per ottenere la possibilità di potere avere contatti con l’esterno privi dei rigorosi controlli del 41 bis». Caputo ha chiesto al ministro della Giustizia Alfano di lavorare a una riforma dei criteri per l'esame delle istanze di revoca del 41 bis.




    13 gennaio 2009 www.corriere.it

    http://www.corriere.it/cronache/09_g...4f02aabc.shtml

  8. #8
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    Como, rimesso in libertà con licenza di uccidere
    di Anna Savini

    Como - È grazie a una perizia medico legale del luglio 2008 che Emanuele Enrique Perino sabato era fuori dal carcere, libero di sparare due colpi di pistola all’ex carabiniere Vincenzo Di Maso, ora in gravissime condizioni. «Si segnala che l’attuale detenzione potrebbe attivare processi suicidiari. Viene quindi disposta la liberazione», è il giudizio del tribunale di sorveglianza di Varese del 31 luglio 2008. Perino non era ritenuto «idoneo» al carcere dai giudici, nonostante la condanna per stupro e la sentenza a quattro anni e quattro mesi di detenzione. È un ragazzo malato, come racconta la stessa sorella Rosaria: aveva mostrato problemi psichiatrici già a 15 anni. Era ritenuto pericoloso e aveva violentato una giovane quando aveva 18 anni. Malato, disturbato, con precedenti, eppure libero. «Emanuele Perino è affetto da disturbo delirante, di tipo ertomatico, sfumatamente persecutorio, come elementi depressivi in fase evolutiva», è scritto nel documento che ha garantito la libertà al ragazzo di 21 anni.

    Sabato, Emanuele ha sparato a Vincenzo Di Maso, padre di una ragazza già molestata in passato, riducendolo in fin di vita. A 17 è su un treno, si avvicina alla figlia di Di Maso. «Stai ferma o ti taglio il collo», le sussurra mentre le punta un coltello addosso e con l’altra mano tenta di violarla. «Non ho fatto niente», si scusa lui quando si trova con la prima denuncia. Un anno dopo, nel 2006, agisce alla luce del sole. È fuori da un ufficio postale a Cabiate. Avvicina una ragazza che ha solo vent’anni, le punta il coltello addosso. «Sali in auto», le ordina. E poi la costringe a guidare fino a un posto isolato dove le userà violenza. Arrestato e condannato, Perino finisce in carcere. Deve scontare quattro anni. Per l’esattezza, Vittorio Anghileri, il giudice delle udienze preliminari che lo ha giudicato in primo grado per la violenza sessuale fuori dalle poste di Cabiate, gli ha inflitto quattro anni e quattro mesi. Se non ci fosse il rito abbreviato, la pena sarebbe di quasi sette anni.

    Nel dicembre 2007 i giudici d’Appello di Milano, rifacendosi a una perizia che considerava Perino parzialmente incapace di intendere e volere, abbassano la pena portandola a due anni, undici mesi e qualche giorno di carcere. La pena scade a maggio. Eppure è già libero, «sotto osservazione psichiatrica», come ricorda il suo avvocato Enzo Pacia, lo stesso che difende Rosa e Olindo Romano. Libero intanto che si decide il da farsi. La scadenza è tra una settimana. Perino avrebbe dovuto presentarsi davanti al giudice di sorveglianza. Gli avrebbero detto che i quattro mesi che gli restavano doveva trascorrerli o in affidamento in prova ai servizi sociali, oppure ricoverato in una struttura sanitaria per essere curato. Ha sparato prima, beneficiando di un valzer di sconti di pena e favori.

    A luglio, la sentenza passa in giudicato e i carabinieri vanno a prelevarlo per portarlo al Bassone. Il primo agosto Perino esce. «Il carcere non fa per lui», dice il giudice di sorveglianza. Un decreto fa uscire il ragazzo e differisce l’esecuzione della pena in attesa di decidere se affidarlo in prova ai servizi sociali o ai domiciliari in una struttura sanitaria.

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=320730

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Demogorgon Visualizza Messaggio
    In un paese dove le leggi le fanno quelli che sono sotto processo, non ci si deve stupire se la giustizia non esiste piu'.
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  10. #10
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    Bhe, trovo incredibilmente scorretta questa discussione dove il concetto di giustizia e di diritto viene affrontato solo dal punto di vista scandalisitico della cronaca nera. Staremmo freschi se fosse così. E se fosse così non saremmo nemmeno una democrazia.
    Ma diritto e giustizia da noi hanno ancora valore, sicchè se uno spostato si accusa di un omicidio non è sufficiente per condannarlo in quanto la condanna presuppone delle prove. E succede anche che un omicida dopo 16 anni di carcere duro possa meritarsi di passare al carcere normale. Ma in democrazia e negli Stati di diritto succede che si riconosca chi ha problemi mentali e si stabilisca un percorso psichiatrico fatto anche di carcere psichiatrico.
    Ma così non è per i giustizialisti nè per la cronaca scandalistica per la quale (in fondo essa deve solo vendere e lo fà proprio in base ai titoli scandalistici) anche dopo aver passato tutta la vita in carcere la pena non è sufficiente.
    E non a caso questi titoli vengono infilati uno dopo l'altro dai media proprio in questo periodo nel quale la magistratura non gode certo di buona fama nè le viene riconosciuta correttezza nell'agire. Ma sarebbe auspicabile che della giustizia e del diritto si parlasse in altro modo.

 

 
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