



Se ho ben inteso la tua domanda, stai chiedendo se sia possibile considerare questi concetti come manifestazioni, nonostante nel loro significato condiviso siano associati alla mancanza di qualcosa?
Se è così, penso che la risposta ti sia già stata data, in quanto essi sono la manifestazione di ''qualcosa'' nella nostra mente. Una manifestazione che, a mio avviso, avviene entro i limiti di un codice condiviso (un codice culturale) senza il quale non potremmo dar loro una interpretazione o lettura.
Non so se sto uscendo ot, ma mi viene da dire che tra l'essere umano (inteso come soggetto conoscente) e la conoscenza del reale, si frappone un'inevitabile filtro sensibile, che è la sua mente *
Per cui, quando conosciamo qualsiasi cosa, come il buio, il nero, il silenzio etc, non possiamo parlare di non-essere in quanto stiamo constatando qualcosa che ci appare, un fenomeno; ma al contempo non possiamo nemmeno parlare di essere, qualunque sia l'oggetto preso in considerazione, perchè quel filtro che si frappone fra noi e la realtà non ci permette di giungere ad una conoscenza oggettiva, intesa come propria dell'oggetto della nostra conoscenza.
Qui però mi sto addentrando in un territorio di cui non sono veramente esperto.
Quello che cerco di dire è che alle cose in sè - ammesso che esse partecipino di un qualche Essere - alla loro essenza, quindi, non potremmo mai arrivare attraverso una conoscenza sensibile (e forse nemmeno non-sensibile) della realtà.
Il problema metafisico ed ontologico della conoscenza delle cose, sempre che stiamo dibattendo di questo visto che mi sono intromesso in medias res, trova questo ostacolo logico e dovuto alle contingenze.
O almeno credo O_o
*con 'mente' intendo sempre 'cultura'
Ultima modifica di Demostene; 30-05-10 alle 06:59


Se ho capito, è come chiedersi se quella cosa che ci appare ''gialla, lunga, a pois, o invereconda'', privata degli attributi che le riconosciamo come suoi (o come stanti ad essa), per noi non sarebbe. Non esisterebbe.
Sto fraintendendo?
Se così fosse, a questo punto mi viene da interrogarmi sulla stretta correlazione tra essere e manifestazione (potrebbe essere corretto dire ''apprenza''?).
Se fosse vero che l'essere, privato dei suoi attributi non può essere concepito, allora esso non ha quel senso rivelatore e autorivelatore che è stato prima tirato in causa.
In effetti, per la nostra conoscenza, non sarebbe essenziale a questo punto, che le manifestazioni siano essere di per sè e per sè. Se mai questo Essere ci fosse, sarebbe inconoscibile.
Probabilmente la nostra capacità di conoscere la realtà, non si rifà ad un essere delle cose, ma anzi è molto autoreferenziale, in quanto attinge a delle percezioni condivise entro una cultura, un tempo, una storia, che plasmano la realtà e le sue manifestazioni ai nostri occhi.
Noi non vediamo le cose come esse sono ma vediamo le cose come noi siamo
Sto divagando :sofico:


Non sei ot e hai perfettamente compreso la questione. Per me è sempre qualcosa che si manifesta alla mia percezione, fosse anche il vuoto di uno spazio o l'assenza di suono o di luce, non è mai il nulla che diventa essere.
Cioè l'assenza di qualcosa genera laltri esseri. Concordo infine circa il fatto che per la psicologia umana sia impossibile la manifestazione del non essere (inteso come inesistente)...






Io credo di no. Più che altro penso sia possibile studiarla separando gli attributi. Emblematico è il caso della meccanica classica e della meccanica quantistica..... Che studiano (in un certo senso) la stessa cosa ma giungono a conclusioni opposte e incompatibili.....




Neppure io sono ferrato in materia, però conosco quel poco che mi basta per affermare che già solo studiando qualcoscoa "al macroscopico" e "al microscopico" si hanno conoscenze e teorie diverse, figurarsi in senso metafisco.... Pensa solo alla terra vista dallo spazio e vista dalla terra stessa che differenza enorme.....