Citazione Originariamente Scritto da JohnPollock Visualizza Messaggio
Al post iniziale, quello di apertura. Indicami quali sono le fabbriche che avete intenzione di assalire.
Te lo reincollo perchè forse non mi hai capito bene. Si tratta come comunisti di assistere i lavoratori su due piani. Il primo sull'occupazione delle fabbriche magari trasformandole in cooperative, il secondo sul piano dei consumi creando GAP che fanno sì che possano avere beni di prima necessità al minor costo possibile. Soprattutto tu parli di aziende distrutte dalle tasse. Io ti evidenzio questo dall'articolo:
Infatti la fabbrica, produttrice di componenti di plastica per batterie d’auto, aveva sempre chiuso con un fatturato di 35 milioni annui e con un attivo del 25%.
Cioè la fabbrica se ne va in attivo. E poi tutta questa demagogia seconda la quale i commercianti, gli imprenditori sono costretti a chiudere a causa delle tasse deve finire. Perchè negli ultimi 20 anni si sono arricchiti a dismisura sulle spalle del lavoro dipendente e dei pensionati come indicano tutte le statistiche. Tutte. Non ce n'è una che dica diversamente. Adesso che c'è la crisi non possono salutare tutti e dire goobye. Devono continuare ad investire nelle loro aziende e resistere anche se questo comporterà loro di perdere parte delle immense ricchezze che hanno accumulato in questi anni. Di questo si sta parlando. O lo fanno di propria spontanea volontà o glielo facciamo fare prendendo i forconi.

Daramic, una fabbrica autogestita.
La multinazionale americana chiude l’impianto e se ne va. E gli operai occupano per salvare il lavoro Nascono anche i Gruppi di acquisto
popolare. Per combattere il carovita
di Giacomo Russo Spena

La multinazionale arriva, investe e se ne va. Malgrado i profitti, chiude i battenti. All’improvviso. Delocalizzando in altri
paesi del mondo, dove ci sono nuovi mercati e la manodopera costa meno. E i lavoratori? Prima messi in cassaintegrazione a zero ore e dopo in mobilità. Ovvero disoccupazione. A meno che l’azienda venga autogestita dagli operai stessi. Per continuare la produzione dell’impianto.
«Siamo a Potenza ma guardiamo con interesse il modello argentino, alle fabbriche governate dai lavoratori (come la Zanon di Buenos Aires)», dice Rosario Chiacchio, iscritto alla Cgil Filcem ed ormai ex dipendente della Daramic, multinazionale appartenente al gruppo statunitense Polypore che da quasi quindici anni aveva avviato l’attività nel capoluogo lucano. Prima dell’inaspettata chiusura. Ad ottobre. «Nessun segno premonitore», riferiscono i 147 dipendenti messi ora in cassaintegrazione. Infatti la fabbrica, produttrice di componenti di plastica per batterie d’auto, aveva sempre chiuso con un fatturato di 35 milioni annui e con un attivo del 25%. La Polypore inoltre la aveva premiata come il migliore sito produttivo tra gli stabilimenti localizzati nel mondo. Arrivata la doccia fredda gli operai, quasi tutti iscritti alla Cgil, decidono di occupare l’impianto, di intraprendere una
vertenza, come raccontano, «organizzata in maniera spontanea, con le decisioni che vengono prese giorno dopo giorno». A muoverli la disperazione di aver perso il lavoro e l’esigenza di arrivare a fine mese: la loro entrata passa dalle 1600 euro mensili alle 800-1000 (dipende dal carico familiare) della cassaintegrazione. Un reddito dimezzato per famiglie
ora sul lastrico. Il 20 dicembre viene disoccupato l’impianto ma la loro presenza si sposta solo di qualche metro: improvvisano una
tendopoli davanti ai cancelli. Intorno alla mobilitazione creano consenso. Costruiscono anche un sito per diffondere la vertenza. Il vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, dà solidarietà «agli operai in lotta», celebrando il primo gennaio una santa messa «contro la crisi e per arginare le povertà». La regione Basilicata apre un tavolo con i lavoratori
per capire il destino dell’impianto chiuso. Si cerca una nuova proprietà capace di investire il denaro sufficiente per la riapertura. «Ci vogliono nuovi finanziamenti», spiega Chiacchio che guarda con interesse all’esperienza di una «cooperativa operaia»: «Siamo disposti a giocarci questa carta fino in fondo, non vogliamo perdere il lavoro». Anche il governo, suo malgrado, viene coinvolto nella chiusura della Daramic. Nel 2005 il ministero dell’Ambiente aveva aperto un contenzioso con la proprietà per «problemi d’inquinamento dell’area limitrofa» e l’azienda, ad oggi, deve
ancora bonificare il sito, inquinato dalle scorie della produzione. «Il tavolo spero dia risultati» affermano i lavoratori che intanto per far fronte alla crisi quotidiana hanno aperto un Gruppo d’acquisto popolare (Gap). Coordinandosi col progetto nazionale ideato da Rifondazione Comunista, il partito al momento più sensibile al futuro di questi 147 operai. Trattano con un produttore locale per ottenere un chilo di pane e pasta a due euro. Abbattendo così la speculazione e accorciando la filiera. «Dobbiamo imparare di nuovo ad affrontare le cose in modo collettivo e mutualistico» riferiscono gli operai che puntano in breve tempo nello «strappare», coi Gap, un paniere di bene primari.«La lista di acquisto ti permette di solidarizzare anche su altri problemi. Ti permette di riconfrontarti su quello che c’è da fare in fabbrica e fuori e di farlo insieme, da soggetto sociale», esclama con enfasi la potentina Angela Lombardi della direzione nazionale del Prc, forte che il modello dei «gap di fabbrica» arriva anche alla Sata di Melfi. Altra azienda
(collegata alla Fiat) in crisi, con quasi cinquemila lavoratori in cassa integrazione. E i dipendenti delle due fabbriche si scambiano i prodotti alimentari. «E’ un modo per contrastare il carovita», conclude Lombardi in polemica con chi dentro il suo partito non vede un
progetto politico nella distribuzione del pane.