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Discussione: dossier Guantanamo

  1. #41
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    grazie per il bellissimo aggiornamento, buccia!

  2. #42
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    In Italia i reclusi di Guantanamo? «Giusto essere disponibili»


    • da Corriere della Sera del 28 gennaio 2009, pag. 5

    di Maria Serena Natale

    Piero Fassino, Obama chiuderà Guantànamo entro un anno e potrebbe chiedere all’Europa di accogliere una sessantina di prigionieri non colpevoli di atti terroristici. Il ministro degli Esteri Frattini ha espresso la disponibilità italiana a studiare un numero limitato di casi. Quanti ex detenuti dovremmo prendere?
    «Non cominciamo con il solito referendum all’italiana. La questione è complessa e va fatto un ragionamento articolato».

    Prego.
    «Oggi tutto è globalizzato, consumi, lavoro, cultura. Tutto, tranne la sovranità politica, che resta incardinata sullo Stato nazionale, mentre gli Stati dovrebbero attivare sempre di più strumenti, anche giuridici, che consentano di costruire istituzioni sovranazionali forti. Penso alla Corte penale internazionale, il cui trattato istitutivo, lo Statuto di Roma, è stato già ratificato da 1o8 Nazioni ma non ancora da Usa, Russia, Turchia, Repubblica Ceca».

    E una sovranità politica globalizzata dovrebbe condividere la responsabilità del dopo-Guantànamo?
    «Con il discorso di insediamento e i primi decreti esecutivi, Obama ha voluto azzerare la contrapposizione tra lotta intransigente al terrorismo e piena tutela dei diritti umani e civili, segnando una svolta. Quando ci chiederà di collaborare, credo sia giusto che l’Europa esprima la propria disponibilità verificandone la praticabilità concreta».

    In che modo?
    «Il nodo politico non può essere sciolto senza risolvere il rebus giuridico. Che fare di algerini, yemeniti, uiguri cinesi, afghani che non possono tornare nei loro Paesi, non hanno cittadinanza europea, non sono stati giudicati da autorità giudiziarie europee? Non ho la risposta, dovranno occuparsene i ministeri competenti. In ogni caso è bene che se ne discuta».

    L’Unione europea ne ha discusso e si è subito spaccata...
    «Non drammatizzerei le divisioni, l’Ue resta un grande successo. La moneta unica, la libera circolazione di merci e persone, valori condivisi, l’impegno a costruire uno spazio giuridico comune, sono tutte scommesse vinte. L’integrazione è un processo necessariamente lento, politica e società hanno bisogno di metabolizzare i vantaggi di un ordinamento nel quale ciascuno sia disposto a cedere parte della propria sovranità per partecipare a una sovranità comune più larga. Di Guantànamo si è appena cominciato a parlare, diamo tempo alla diplomazia».

  3. #43
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    Il teatrino di Guantanamo


    • da Corriere della Sera del 28 gennaio 2009, pag. 1

    di Franco Venturini

    La richiesta più energicafu quella di Angela Merkel, in visita a Washington poco dopo essere diventata Cancelliere: la prigione di Guantanamo va chiusa, disse a uno stupefatto George Bush, perché la lotta al terrorismo non deve contraddire il rispetto dei diritti umani. Messaggi analoghi furono recapitati alla Casa Bianca da quasi tutti i governi europei, a tal punto che il campo di detenzione e gli abusi che vi si praticavano divennero una spina permanente nei rapporti transatlantici.

    Poi è venuto Obama. Un presidente molto diverso da Bush, che vuole riconciliare sicurezza e ideali e che come primo atto decide di chiudere Guantanamo. Europei in festa? Sì, ma anche prontissimi a voltarsi dall'altra parte.


    Obama deve affrontare questioni giuridiche complessee anche il malumore di una parte dell'opinione pubblica americana. Chiede allora informalmente agli europei di dargli una mano, accogliendo una sessantina di ex detenuti senza carichi pendenti che rischierebbero la tortura o la morte se fossero rimandati nei loro Paesi d'origine. Ed è qui che il teatrino di Bruxelles alza il sipario.

    La chiusura di Guantanamo? Benissimo, siamo tutti con Obama. Sessanta ex reclusi da accogliere? Un momento, non la pensiamo tutti allo stesso modo, esamineremo la questione, ti faremo sapere caro Obama, e dopotutto la tua richiesta non era ufficiale.


    La Francia, il Portogallo e l'Italiaguidano la pattuglia del «probabilmente sì». La Germania è divisa al suo interno. Londra dice di aver già dato. Il Nord Europa, l'Austria e i soci dell' Est sono tra i più scettici. E' vero, la chiusura di Guantanamo è eminentemente una «questione americana» come lo è stata la sua creazione. E' vero, negli Stati della Ue legislazioni e problemi di sicurezza sono diversi e consigliano una riflessione nazionale. Ma quel che è soprattutto vero è che per gli europei nulla potrebbe essere più autolesionista di una mancata solidarietà con Obama proprio ora che il nuovo presidente capovolge la posizione di Bush e si allinea con le richieste degli alleati. In realtà era stato facile prevederlo: dopo le trionfali accoglienze tributate a Obama, per l'Europa sarebbe giunta l'ora delle verifiche.

    Verranno i dissensi sul modo di affrontarela crisi economico-finanziaria e le sue ricadute, protezionismo compreso. Verranno le richieste di maggior impegno in Afghanistan.
    Verrà la sollecitazione a un fronte unito nei confronti di Medio Oriente, Iran e Russia, proprio per sostenere le intenzioni dialoganti di Washington. Si dovrà definire una linea verso la Cina. Il mondo in subbuglio, insomma, renderà appassionante ma non facile il rapporto con Obama. Ed è con questa consapevolezza che gli europei nicchiano o si tirano indietro su Guantanamo? Forse la vera riflessione la dovremmo spostare sullo stato dell'Europa. A 27, ormai, possono essere trovati soltanto compromessi di basso livello. E talvolta nemmeno quelli. Il Trattato di Lisbona, se mai entrerà in vigore, non potrà fare miracoli.


    Restano le coalizioni di Stati,le geometrie variabili guidate dai più forti, le ambizioni di taluni di contare sulla scena mondiale. Guantanamo è un'occasione per impostare realisticamente su questa base il rapporto con Obama. E non sarà né l'ultima né la più difficile.
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  4. #44
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    Al Qaida lo chiama resort


    • da Il Foglio del 30 gennaio 2009, pag. I

    di Christian Rocca

    Non ci crederete, ma una settimana dopo la decisione di Barack Obama di chiudere, entro un anno, il carcere extraterritoriale di Guantanamo c’è già chi spiega che l’idea non era poi così male e che le alternative a disposizione del nuovo presidente non è detto che siano migliori. A sostenere la tesi non sono (solo) amici di George W. Bush, politici di destra ed editorialisti conservatori, ma intellettuali, opinionisti e giornalisti di sinistra. Ha cominciato il New York Times, raccontando che il carcere americano di Bagram, in Afghanistan, su cui Obama non ha speso una parola, pone problemi decisamente maggiori rispetto a quelli di Guantanamo sia in termini di numero di detenuti (600 contro 245) sia di tecniche di interrogatorio (a Bagram è stato usato tre volte il "waterboarding", a Guantanamo mai) sia dì diritti (a Bagram non si fanno processi, a Guantanamo ci sono le corti speciali militari e i detenuti possono appellarsi ai giudici federali). Domenica scorsa è stato il turno del Washington Post con un lungo articolo di Karen J. Greenberg, direttore esecutivo del Centro sulla legge e sulla sicurezza della New York University e autrice di due libri sulle torture e su Abu Ghraib. Subito dopo, sul giornale online "Daily Beast" di Tina Brown, è intervenuto Dan Abrams, avvocato, capo degli analisti giuridici della Nbc ed ex conduttore di uno degli show televisivi più anti Bush della Msnbe. Entrambi sostengono che l’Amministrazione Bush abbia rovinato tutto, ma che l’idea del carcere militare fuori dai confini americani fosse più che buona, probabilmente la migliore.

    Abrams sostiene che "una nuova struttura fuori dagli Stati Uniti deve essere presa in considerazione per ospitare e detenere alcuni sospettati di terrorismo catturati all’estero". L’articolo della Greenberg sul Washington Post è intitolato "Quando Guantanamo era (relativamente) buono". La tesi è che nei primi cento giorni - peraltro quelli più discutibili per la mancanza di regole e per la rabbia post 11 settembre - il carcere era ben gestito, i detenuti trattati bene e le leggi rispettate. Sull’argomento, Greenberg sta per pubblicare anche un libro dal titolo "Il posto meno peggiore: i primi cento giorni di Guantanamo". L’ex colonnello dell’esercito Gordon Cucullu, invece, ha scritto un libro per Harper Collins che si intitola "Dentro Gitmo - La vera storia dietro i miti della baia di Guantanamo".

    Il paradosso per i sostenitori della tesi secondo cui "Guantanamo è il gulag dei nostri giorni" è che la struttura costruita sulla base navale a Cuba è probabilmente la prigione d’alta sicurezza più rispettosa dei diritti umani di sempre, specie se si considera la pericolosità, l’aggressività e la precisa volontà di condurre una guerra santa di gran parte dei suoi ospiti (il libro "Dentro Gitmo" racconta nel dettaglio come a essere vessati, insultati e picchiati siano quotidianamente le guardie, i medici e le infermiere e come nei pochi casi in cui glì agenti hanno reagito alle provocazioni siano stati puniti e degradati).

    Al di là della propaganda antibushiana di questi anni, secondo tutte le inchieste ufficiali, e anche a detta di alcuni ex detenuti, i prigionieri di Guantanamo sono trattati meglio rispetto agli ospiti di qualsiasi altro normale carcere americano. Guantanamo sconta la polemica politica, l’affievolimento del ricordo dell’U settembre, la diffidenza internazionale nei confronti della Casa Bianca di Bush e soprattutto lo scandalo di Abu Ghraib, il carcere iracheno dove negli anni scorsi è stata scoperta una serie di abusi sui detenuti. Abu Ghraib con Guantanamo non c’entra nulla, ma la potenza di quelle fotografie e la disumanità del sadismo gratuito di quei soldati hanno creato un legame indissolubile tra i due carceri, malgrado le immagini di Abu Ghraib non mostrassero torture per estorcere informazioni ai prigionieri, ma mascalzonate di gente che si divertiva ad abusare dei prigionieri.

    A Guantanamo la vita è diversa. Tre pasti al giorno per 4200 calorie quotidiane al costo di 34 dollari a persona per il contribuente americano, contro i 17 spesi per i militari impegnati in Iraq e Afghanistan. Menù che cambia di settimana in settimana e che rispetta le prescrizioni religiose e le richieste individuali dei detenuti. Annunci religiosi in tutte e diciassette le lingue dei prigionieri, luoghi di culto, Corano per tutti e indicazione della Mecca nelle celle e negli spazi comuni. I detenuti di Guantanamo possono contare su un’assistenza medica completa e specialistica, check up semestrali, farmaci antidepressivi (ne distribuiscono mille al giorno) e in carcere sono state curate malattie congenite, ernie, denti e in un paio di casi la struttura ospedaliera è stata pronta a impiantare bypass cardiaci (poi il detenuto s’è rifiutato e ogni volta il costo è stato di mezzo milione di dollari). I prigionieri che rispettano le regole, anche se non collaborano, hanno ampia libertà di movimento, ma l’isolamento non è mai totale nemmeno per i più aggressivi. La comunicazione con l’esterno è permessa, ai detenuti è consentito ricevere la posta e gli avvocati entrano ed escono, così come la Croce rossa internazionale che, salvo casi isolati di abusi fisici, ha lamentato soltanto l’assenza di status giuridico dei detenuti. A Guantanamo ci sono stati tre suicidi simultanei nel 2006 e centinaia sono stati i tentativi, scatenati da una precisa volontà di martirio e non dalle cattive condizioni di detenzione o dall’insopportabilità degli abusi. Centinaia di detenuti che si rifiutavano di mangiare sono stati nutriti forzosamente (e da qualcuno questa è stata considerata "tortura").

    C’è da distinguere tra le condizioni di vita nel carcere e gli interrogatori. La questione cruciale è quella delle modalità e delle tecniche di interrogatorio. E’ qui che è scattata l’accusa di aver autorizzato la tortura al fine di ottenere informazioni. Una valutazione attenta di oltre 24 mila sessioni di interrogatorio tenute a Guantanamo, contenuta in otto diversi rapporti (Taguba, Fay-Jor, es-Kerr, Schlesinger, Navy I.G., Army I.G., Jacoby, Ryder, Miller), ha svelato soltanto tre (3) violazioni sui detenuti, nessuna successiva al 2002. Un numero decisamente basso in generale e addirittura straordinario se si considerano il clima post 11 settembre, le pressioni politiche e l’ansia di raccogliere Informazioni per smantellare cellule terroristiche pronte ad attaccare ancora l’America.

    Soltanto due settimane fa, il 14 gennaio, s’è scoperto il primo e unico caso di tortura a Guantanamo (ma era già una delle tre violazioni di cui si era a conoscenza, solo che ora è stata valutata diversamente). Susan J. Crawford. nominata dall’Amministrazione Bush per presiedere le commissioni militari che hanno il compito di giudicare i detenuti, ha detto a Bob Woodward del Washington Post che il saudita Mohammed al Qahtani "è stato torturato", perché sottoposto a una combinazione di tecniche di interrogatorio ‘‘tutte autorizzate", ma "applicate in modo apertamente aggressivo e troppo accanito".

    Al Qahtani è stato tenuto in isolamento, sottoposto alla privazione del sonno, spogliato ed esposto in modo prolungato al freddo dell’aria condizionata. La Crawford ha specificato a Woodward che "quando si pensa alla tortura, si immaginano orrendi atti fisici su un individuo, ma in questo caso non c’è stato un atto particolare, soltanto la combinazione di cose che hanno avuto un impatto medico su di lui, che hanno fatto male alla sua salute".

    Guantanamo non è "al muntazah al-dini lilmujaheden al Muslimin", il resort religioso per i militanti islamici, come dicono scherzando gli stessi prigionieri, ma è il carcere più lontano possibile dall’idea di un gulag. L’unico vero punto oscuro di Guantanamo, fin dal primo giorno, è stato quello denunciato anche dalla Croce rossa, quello della definizione di "nemico combattente" e dello status giuridico dei prigionieri. La Casa Bianca ha scelto questa formula perché i terroristi di al Qaida non rientrano nella previsione della Commissione di Ginevra, in quanto non appartengono a un esercito regolare e non possono essere riconsegnati al paese di provenienza. Allo stesso tempo non possono essere giudicati con le regole della procedura penale valida per i comuni cittadini americani, perché le modalità della cattura in un campo di battaglia e la necessità di ottenere informazioni non si conciliano con le garanzie processuali previste in un processo ordinario.

    L’idea di trasferire in un unico carcere extraterritoriale i terroristi di al Qaeda serviva esattamente a questo: Guantanamo non è stato creato per punire o riabilitare i detenuti, ma per tenere questi guerrieri nemici lontani dai campi di battaglia.

    Guantanamo, però, ha violato o perlomeno ritardato il diritto alla revisione dei casi davanti a un giudice imparziale. Col passare dei mesi, però, si è posto rimedio anche a questo, prima unilateralmente e poi su doppia indicazione della Corte Suprema di Washington. L’Amministrazione Bush ha provato ad esercitare al massimo il proprio potere esecutivo, ma quando i giudici costituzionali hanno stabilito che la Casa Bianca era andata oltre si è rivolta al Congresso che, a grande maggioranza, ha istituito le corti militari che hanno avviato i processi. Obama ha chiesto la loro sospensione per 120 giorni, ma ieri un giudice militare ha giudicato la richiesta "non convincente" e ha stabilito che il processo contro il saudita Abd al Rahim al Nashiri, accusato di aver partecipato agli attacchi del 2000 contro la nave Uss Cole (17 morti), riprenderà il 9 febbraio. I detenuti possono anche appellarsi ai giudici federali per valutare le ragioni della loro detenzione ed è di due giorni fa la sentenza del giudice distrettuale Richard Leon nel caso "Al Bihani contro Bush", diventato automaticamente "Al Bihani contro Obama". Il detenuto Ghaleb Nassar Al Bihani, accusato di essere il cuoco dei talebani, secondo il giudice federale deve restare a Guantanamo.

    Obama ha chiesto a una task force speciale di valutare caso per caso i dossier dei detenuti e di suggerirgli entro sei mesi una soluzione che, secondo gli stessi obamiani, potrebbe essere una versione leggermente modificata delle corti speciali già esistenti, I critici del neo presidente temono invece che Obama stia cercando di far rientrare la lotta al terrorismo nel binario giuridico ordinario. In ogni caso, malgrado le critiche, non c’è mai stata una vera sospensione dell’habeas corpus. Il processo di revisione dei casi dei singoli detenuti è andato avanti e ha funzionato abbastanza bene, se sì considera che circa 400 detenuti sono stati rilasciati o consegnati alla giustizia dei paesi di provenienza e in alcuni casi a paesi terzi. Altri sessanta sono pronti per il rilascio da almeno un anno, ma c’è il rischio che una volta rimpatriati vengano torturati o uccisi. Da tempo c’è in corso una serrata attività diplomatica del Dipartimento di Stato per convincere i paesi alleati a prendersi cura di questi detenuti, ma soltanto negli ultimi giorni della presidenza Bush sono cominciate ad arrivare risposte positive e ora sarà compito di Obama convincere i paesi europei.

    Se Obama ci riuscirà, come è possibile, l’Amministrazione avrà fatto un passo avanti verso la chiusura di Guantanamo. ma il problema non è affatto risolto. Ci sarà comunque da trovare la soluzione per i circa 165 detenuti duri e puri, tra cui gli architetti degli attacchi dell’U settembre, che gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di rilasciare. Il Washington Post ha scritto che il team Obama ha già cominciato a rendersi conto che "la nuova revisione raggiungerà la stessa conclusione di quella precedente: la maggior parte dei detenuti non può essere rilasciata e nemmeno facilmente processata in questo paese".

    Il neo presidente Obama, inoltre, ha disposto con un altro decreto esecutivo la chiusura delle prigioni segrete della Cia, ma con un’eccezione che, di fatto, non cancella le strutture clandestine: "Il termine struttura di detenzione nel comma 4(a) di questo decreto non si riferisce alle strutture usate soltanto per detenzioni a breve termine, su base transitoria".

  5. #45
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    Guantanamo, Fidel attacca Obama "E' terra cubana dovete andare via"


    • da Repubblica.it del 30 gennaio 2009


    "Mantenere una base militare a Cuba contro la volontà del suo popolo viola i più elementari principi del diritto internazionale. Non rispettare la volontà cubana è un atto di arroganza, e un abuso di un immenso potere a danno di un piccolo paese". Con queste parole, scritte per la rubricaReflexionesche tiene sul sito governativowww.cubadebate.cu, Fidel Castro intima al presidente degli Stati Uniti Barack Obama di restituire Guantanamo all'Avana.

    Dopo l'insediamento alla Casa Bianca, Obama, che pochi giorni fa annunciato la chiusura del carcere speciale per terroristi installato nella base entro la fine dell'anno, ha dichiarato che Guantanamo rimarrà agli Usa qualora se ne individui una qualunque utilità sotto il profilo militare, che non ci saranno in cambio concessioni all'Avana e che un'eventuale restituzione della Baia sarebbe comunque stata subordinata a un cambiamento di sistema politico a Cuba. Ecco perché, incalza l'ex leader cubano, "non è poi troppo difficile decifrare il pensiero" del successore di George W. Bush, dal momento che "non è mutato il carattere abusivo del potere imperiale".

    A sostegno della posizione cubana sono scesi in campo nei giorni scorsi anche altri due leader latinoamericani. Il presidente del Venezuela Hugo Chavez aveva elogiato Obama per la decisione di chiudere il super-carcere ma, aveva sottolineato, "ora deve rendere Guantanamo e la sua Baia ai cubani, perché quello è territorio di Cuba". Stessa valutazione dal presidente del Paraguay Fernando Lugo: "Guantanamo è cubana, e deve tornare alle sue radici".


    Recentemente nei rapporti tra Usa e Cuba si erano intravisti degli spiragli distensivi e lo stessolider maximoaveva definito il nuovo inquilino della Casa Bianca un uomo "nobile" e "onesto", auspicando un prossimo miglioramento delle relazioni bilaterali tra i due stati, ma ora la nuova polemica rialza i toni del confronto.

    Anche perché nello stesso messaggio Fidel ha accusato Obama e il suo vice Joe Biden di coinvolgimento nel "genocidio dei palestinesi", in quanto colpevoli di aver optato per "appoggiare risolutamente il rapporto tra Stati Uniti e Israele", ritenendo che "l'irrefutabile accordo in Medio Oriente debba imperniarsi sulla sicurezza israeliana".
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