L’ombra del nocchiere
Io non sono partito da Nantucket e non vado a caccia di balene. Non ho mai costeggiato l’isola di Sumatra, né ho avuto la fortuna di raggiungere Rapa Nui e di scorgere un grande Moai. Chiamatemi pure con il nome che preferite, uno qualsiasi. Io il mio nome vero non me lo ricordo più. E poi, avrebbe importanza? Le notizie che ho di me e che posso darvi, che sto per darvi, sono scarse. Non sono più nessuno. Neppure ricordo se nella mia storia sono sfuggito ad un gigante accecato, se ho grugnito nel porcile di una maga o se ho diviso con lei il suo letto. E neanche so dirvi per quale ragione, se mai ve ne fu una, abbia deciso di partire. Di una cosa però sono sicuro: se state leggendo queste righe significa che avete trovato la bottiglia che ho appena gettato in mare, ben chiusa con sughero e cera. Prima del mio messaggio, conteneva del vino liquoroso toscano che ho bevuto mangiando il mio forse ultimo tozzo di pane e scrivendo queste poche righe.
Non ho memoria precisa di quando salii su questo vascello, del giorno esatto in cui salpò, solo qualche vago ricordo. Al porto, la fila per l’imbarco era lunga, proseguiva per tutto il molo fino alla darsena e da lì sin quasi al centro della città. C’era un impiegato della biglietteria, incaricato dalla società di viaggi, che girava in mezzo alla folla. Chiedeva a chi stava per partire, su quale tipo di nave desiderasse imbarcarsi. I prezzi erano variabili a seconda del tipo di barca: paranze, tartane, feluche erano le più economiche. Sulle navi più grandi costava di più. Io salii su un vascello che mi dissero essere abbastanza solido, realizzato da un abile armatore, costruito con vecchie querce dell’Appennino laziale e solidi cedri del Libano.
Il cielo era sereno e, a parte qualche breve temporale, tale rimase per molto tempo. Splendeva un gran sole e di notte chi aveva una certa conoscenza delle stelle facilmente poteva intuire la rotta che stavamo seguendo. Tuttavia, il nocchiere, che pare sia un vecchio avventuriero grande e grosso con i baffi e la barba, non ha rinunciato a cambiarla tutte le volte che ne ha avuto voglia. Ho detto: “pare che sia…” invece di: “è”, perché nessuno è mai riuscito ad avvicinarlo, a conoscerlo, ad avere notizie precise di lui, a sapere con un po’d’anticipo quali sarebbero state le sue intenzioni. Al massimo, qualcuno fra i viaggiatori ha scorto la sua ombra mentre impugna il timone della nave. Forse pecco di superbia, ma credo di essere stato fra questi pochi fortunati. Successe d’estate, di sera durante un temporale. In quell’occasione, il vento di Mezzogiorno non riuscì a smuovere il mare la cui superficie si mantenne perfettamente piatta, liscia. Ma mentre quel forte ostro soffiava da sud, piovere, pioveva forte. Io ero uscito sul ponte della nave, bagnato dalla pioggia tiepida e rosa di sabbia sahariana; con me c’era un’insegnante di canto, un’aristocratica vestita sempre con un abito bianco di lino o di seta, che perdeva spesso la lucidità mentale a causa di una cisti benigna che le comprimeva il cervello. Ogni tanto, in preda a quel delirio credeva di essere la Callas e cantava in modo divino. Ci tenevamo per mano ed entrambi osservavamo stupefatti quel mare privo di onde. Di fronte a quello spettacolo onirico, lei fu colta da uno dei suoi raptus di pazzia canora ed intonò l’Ave Maria di Schubert, rendendo religiosa l’atmosfera. Fra le gocce che cadevano battenti, un colpo di vento più forte degli altri spinse in cielo quelle sacre parole: “Ave Maria, gràtia plena, Dòminus tècum, benedicta tu in mulièribus….” a cercare l’amato destinatario. E fu allora che vedemmo il fulmine cadere sull’acqua sfiorando la polena, il volto velato di una vestale scolpito nella quercia, e udimmo, quasi istantaneo, giungere il tuono. Lei svenne. Mentre la sorreggevo tra le mie braccia, l’ultimo chiarore lasciato da quel ramo luminoso disceso dalle nuvole mi permise di scorgere controluce l’ombra del nocchiere. Comprendete bene, spero, che non posso neanche dirvi: “Lo vidi e lo riconobbi durante e malgrado una tempesta”, perché il mare era in bonaccia.
D’altra parte, non c’è mai stato un motivo preciso per mettere in dubbio la capacità del nostro misterioso timoniere, ed il regolamento vieta espressamente di disturbarlo. Inoltre, per un certo periodo la vita sulla nave si svolse in modo, almeno per me, tranquillo.
Un giorno, però, alcune novità sconvolsero quella quiete. Gli avvenimenti si succedettero in questo modo. Un po’ di tempo dopo la partenza, mentre a poppa osservavo come il mare si ricomponesse cancellando rapidamente la scia lasciata dalla nave, le deboli tracce della nostra navigazione, una persona si avvicinò a me e si presentò dicendomi di essere un anziano viaggiatore. Parlammo un po’ del più e del meno finché, giunti al punto in cui di solito ci si congeda salutandosi, il mio interlocutore mi domandò invece se avevo qualche idea circa quanto stava accadendo sulla nave.
“A che cosa in particolare si riferisce?” gli chiesi a mia volta.
“Ma, caro signore, non ha notato che alcuni viaggiatori che avevano il biglietto per l’intera tratta sono scomparsi?” ribatté l’anziano sconosciuto.
Cascai dalle nuvole. Devo confessare che sono un tipo un po’ schivo, che difficilmente vengo coinvolto in discussioni, uno che non dà l’impressione di voler partecipare al quotidiano “chiacchiericcio”, anzi che regolarmente lo sfugge. Perciò se non mi ero accorto di nulla, gran parte della colpa era mia, di questo mio modo, forse eccessivo, di essere discreto.
Provai a dire: “Veramente non mi sono mai preoccupato delle destinazioni altrui”.
Ma nel tono della risposta traspariva il mio imbarazzo, che dipendeva proprio dalla mia difficoltà a trattare in pubblico argomenti che mi erano sempre sembrati riservati.
Il vecchio viaggiatore riprese allora subito a parlare: “Ha provato, quando le è stato consegnato, ad osservare il suo biglietto? Ha controllato se è ben precisato il luogo del suo scalo?”
Un’angoscia mi invase. Presi subito il portafogli dalla tasca interna della giacca. Ricordai che avevo messo il biglietto del viaggio tra un paio di fotografie di famiglia che porto sempre con me. Lì lo trovai e lo osservai bene. Non si comprendevano più la data d’arrivo e la destinazione, l’inchiostro delle scritte era quasi del tutto sfumato, svanito. Lo mostrai sconcertato al mio interlocutore.
“Vede caro signore?” disse lui, quasi sarcastico, come se già lo sapesse, sorridendo “Il suo biglietto è proprio come il mio, uguale a quello degli altri passeggeri”. Poi assumendo un’aria più severa continuò a bassa voce: “Ma il problema vero è un altro. Le persone scomparse non sono legate da alcunché se non dall’essere passeggeri di questa nave. Questi fatti, queste sparizioni quasi certamente sono di natura criminosa. Ormai tutti convengono che ci sia di mezzo un assassino, un maniaco omicida o forse un killer ben prezzolato che ci sta facendo fuori uno per uno senza pensarci troppo. Domani o già oggi, potrebbe essere il mio turno o magari, scusi se mi permetto, il suo. E le dirò di più: secondo me, il nostro misterioso nocchiere non è estraneo a questi fatti delittuosi. Sembra che egli stesso sia l’armatore e forse addirittura anche il principale azionista della società di viaggi”. Sussurrò queste ultime frasi, mentre il suo atteggiamento si era fatto circospetto.
Confesso che queste cose mi erano del tutto estranee, ma le parole di quell’uomo e la condizione del mio biglietto mi ci avevano catapultato dentro. Ripensai al giorno del temporale a quando avevo visto l’ombra del timoniere e devo riconoscere che non ebbi difficoltà ad associare quell’immagine oscura, che subito mi aveva tanto affascinato, a qualcosa di terribile, ad una trama disumana.
“Ma noi che cosa dobbiamo o possiamo fare?” domandai quasi sconvolto.
“C’è in programma una riunione segreta fra i passeggeri della nave, dove decideremo come comportarci. Se vuole ci andremo insieme. Domattina alle otto in punto passi a chiamarmi al mio posto letto, questo è il numero”. Così dicendo mi diede un foglietto. “Io sarò lì ad aspettarla. Mi raccomando, venga di sicuro. Per individuare “il sicario” e scoprire in che mani siamo, c’è bisogno della collaborazione di tutti” concluse e si allontanò.
Pensavo che per quel giorno le novità fossero finite, invece durante il pomeriggio successe un’altra cosa importante. Suonò la sirena dell’allarme e in pochi minuti tutti i passeggeri si ritrovarono sul ponte di coperta. Sollevato su una struttura metallica, in alto, un grande megafono era sistemato vicino al cassero. Una voce anonima annunciava che il mozzo di bordo avrebbe parlato ai passeggeri. Era, costui, una specie di secondo, un aiutante di bordo, che dipendeva direttamente dal capitano, l’unico che gli si rivolgeva di persona. Alcuni fra i passeggeri adunati stavano discorrendo del suo potere, della sua capacità di trattare col timoniere, ed altri mormoravano che si fosse arricchito vendendo oppio ai naviganti. Quando s’udì la voce del mozzo tutti fecero silenzio.
“Signori passeggeri,” disse “circolano voci infondate e soprattutto funeste relative a quanto accade quotidianamente sulla nave. Sappiate che la situazione è sotto controllo. Non c’è da temere alcunché, si tratta di fatti naturali che avvengono su tutte le imbarcazioni. Il nocchiere chiede personalmente ad ognuno di voi di aver fiducia in lui sino al vostro scalo che avverrà regolarmente. Le date e le destinazioni mancanti sui vostri biglietti sono dovute ad una partita di inchiostro difettoso, senza fissante”.
Le parole del mozzo un poco mi tranquillizzarono, ma ugualmente decisi che la mattina del giorno successivo mi sarei recato all’appuntamento stabilito.
E così feci. Mi svegliai molto presto e per sicurezza mi recai diversi minuti prima al punto indicatomi. Una ragazza del personale addetta alle pulizie stava sistemando la cuccetta. Domandai cos’era successo, se c’era stato un cambio di posto letto. La ragazza mi rispose che la sera precedente aveva ricevuto la disposizione di sistemare a nuovo quella cuccetta in quanto, così le avevano detto, si era definitivamente liberata.
Non ebbi più dubbi. Rientrai immediatamente nella mia piccola cameretta. Mi resi conto che l’assassino, killer o maniaco in quel momento poco m’importava, aveva colpito di nuovo, e forse la scomparsa improvvisa del mio interlocutore era dovuta proprio al fatto che aveva deciso d’indagare. E, inoltre, poche ore prima aveva parlato proprio con me cercando di coinvolgermi.
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Ho trascorso in preda ad un paura crescente, a momenti terrore, tutto il periodo successivo. Per alcuni giorni evitando altri incontri, e tenendo sempre la mano destra in tasca, su un piccolo coltello a scatto che ho sempre con me, pronto a difendermi. Fra le persone che ogni tanto mi è capitato di incrociare lungo le scalette o sui diversi ponti della nave, chiunque poteva essere l’assassino. Ed ho l’impressione che anche gli altri nutrano gli stessi sospetti fra di loro, e abbiano fatto lo stesso con me. Ma non ho voluto fidarmi e durante quest’ultima settimana, non ho più avuto contatti con nessuno.
Ora sono qui, solo. Questa notte non mi sento bene. Si tratta di un dolore insopportabile al torace, che mi dà delle forti fitte improvvise. Prima una strana ombra dall’oblò ha oscurato il chiarore della luna. Che fosse lui? Forse l’assassino si era calato con una corda, altrimenti come faceva ad essere appeso sul fianco della barca? Poi, poco più di mezz’ora fa, ho sentito dei passi fuori dalla porta… forse sta controllando i miei movimenti. Non posso neanche sapere con precisione da dove arriverà.
Ora il dolore al torace è più persistente. Sciogliere sulla lingua un amaro pezzo di pane bevendo un ultimo sorso di vino, mi dà l’impressione che lo attenui un poco. Ma le forze mi mancano e se l’assassino entrasse adesso non sarei in grado di fermarlo, di impedirgli di compiere il suo misfatto.
Ho scritto questo messaggio con le ultime energie che mi sono rimaste. E’ assolutamente necessario che prima o poi qualcuno catturi il colpevole – o forse i colpevoli, se di più d’uno si tratta - e che venga punito. Lo dico a te che stai leggendo la mia lettera raccolta dalle acque dell’oceano. Se non hai notizia che sia già stato fatto, corri subito ad informare le autorità competenti di quanto sta succedendo qui, in modo che sulla nave si ritorni alla legalità e che venga resa giustizia.
Un’ultima cosa. Se hai dei dubbi su come comportarti, sappi che quando leggerai le mie parole, questa specie di testimonianza, in un modo o nell’altro, quasi sicuramente io non ci sarò già più. Perciò ricorda: ciò che ti chiedo di fare, se sceglierai di farlo, non sarà per me, ma per amore della Verità.