Dal paradiso all'inferno e ritorno, le tante vite di Jelena
di
Claudia Fusani

Sorride, finalmente, Jelena Dokic. E’ lì ferma, in piedi, sulla superficie azzurra verde della Rod Laver Arena, il centrale nobile degli Australian Open. Guarda smarrita i 15 mila in delirio per lei. Scrolla la testa. La rialza. Guarda intorno, sorride ancora. E non c’è più un briciolo di paura. Dentro di sè è un pezzo che ha smesso di avere paura. Adesso lo sanno tutti, anche chi non la conosceva prima, quando era la numero 4 del mondo, il 2001, una vita fa in uno sport come il tennis che macina talenti, fisici e sistemi nervosi.
C’è sempre un momento in cui si ricomincia. Per Jelena Dokic questo momento è lì, scritto sul tabellone elettronico della Rod Laver Arena, 3/6-6/1-6/2 in meno di due ore alla testa di serie numero 12, la diciottenne danese Caroline Wozniacki, una vittoria che garantisce il quarto turno del primo slam dell’anno a lei che è la n.187 del mondo e l’anno scorso era precipitata oltre il quattrocentesimo posto. Nell’intervista dopo il match dice poche ma significative parole. Al pubblico: «Grazie, è stata una grande serata, non la dimenticherò mai». E a Craig Tiley, il direttore degli Australian open che nonostante gli anni di polemiche e di insulti ha scommesso su di lei e le ha dato un’occasione. «Grazie Craig e scusami se ti ho dato dolore». Dice proprio così, dolore. E lo spiega, al microfono, ai quindicimila della Rod Laver Arena: «Abbiamo attraversato molto brutte situazioni, lo sappiamo tutti qui, ho reso tutto difficile per me innanzitutto, per il tennis australiano e per Craig. Non ci sono scuse per questo, nonostante quello che stessi passando. Ho fatto molte cose di cui non posso essere orgogliosa, ma ormai le ho fatte, non posso cambiarle, lo dico a tutti voi. Quello che posso fare è andare oltre, guardare al futuro e lavorare per questo».
Parla un minuto, forse due, Jelena Dokic, i fotogrammi della sua vita scorrono negli occhi e nella memoria di molti. A cominciare dei suoi. Nel 1994 Jelena ha undici anni, usa la rachetta e picchia la pallina come se ne avesse sedici, favorita dal fisico ma soprattutto da una grinta e un senso tattico stupefacenti. C’è la guerra nella ex Jugoslavia, la Croazia non ha neppure una federazione e allenarsi è un problema. Papà Damir - segnatevi questo nome - professione camionista e la mamma commessa decidono di scommettere tutto sulla piccola Jelena. Si trasferiscono in Australia. Significa che quella famiglia scommette tutto su una promessa. Che quella promessa non può sbagliare. E che papà Damir di mestiere farà il coach della figlia. Nel 1999 arrivano i primi risultati e l’apoteosi quando Jelena elimina la Hingis al primo turno di Wimbledon. E’ nata una stella. E finisce subito all’inferno.
L’inferno è quello di papà Damir. Gianni Clerici, cantore del circuito tennistico, lo definisce «un orco» uno di quelli che il tennis, specie femminile, ogni tanto sa rivelare al mondo vedi Mary Pierce o Andrea Jaeger che addirittura è diventata suora pur di tagliare i ponti col padre. Qualche assaggio del Damir-pensiero: «La Wta è gestita da criminali e fascisti»; «Arbitro nazista»; «L’Australia, con l’aiuto della Croazia e del Vaticano, ha fatto il lavaggio del cervello a mia figlia»; «Ho pensato di lanciare un’atomica su Sidney ma non avrei ottenuto nulla». Siamo nel 2001, Jelena è n.4 del mondo, ha vinto Roma, il padre le lancia i piatti e alza le mani se non gioca come dice lui. Nello stesso anno Jelena lascia la federazione australiana e la nazionalità perchè, proprio agli Australian open, al primo turno dovrà vedersela con la n.1 Davenport. «Sorteggio truccato» accusa il padre. E la porta via. Vanno a Belgrado. Diventa serba. E’ il tracollo.
Dal 2002 non arriva più un risultato. Il padre, alcolizzato, la picchia. Lei precipita in una terribile depressione. Non riesce più a giocare. Nel 2005 si libera del padre con tanto di sentenza della Wta: non potrà più accedere ai campi da tennis, meno che mai al seguito della figlia. Cominciano due anni di depressione. Nel 2006 torna in Australia, ci riprova. E’ dura. E’ ingrassata, non ha più la testa. Gioca nei tornei minori, perde. Il tunnel. Nel 2008 ci riprova, col fidanzato e il fratello come coach. Si presenta alle qualificazioni di tornei da 10 mila dollari. Tutto pur di guadagnare. Perchè anche questo va detto: Jelena non ha più soldi. Molti se li è tenuti il padre.
Ognuno di noi può avere molte vite. Sempre che si abbia la voglia di viverle. E che si sappia cogliere l’occasione. Il volto racconta la storia di una persona. Quando quel volto è pubblico e per di più di uno sportivo, si sfiora talvolta la dimensione eroica. Ecco a voi Jelena. Giocherà domenica contro la russa Alisa Kleybanova che ha eliminato Ana Ivanovic. Può perdere. Ma lei non si perde più.