



Essendo una rielaborazione di conoscenze precedenti, si può ben presumere che costituiscano uno sviluppo positivo, cioè un aumento di conoscenza o di analisi dei fenomeni, rispetto al passato, supportati da una buona dose di evidenza empirica.
Anche la relatività, che ha già circa un secolo non è conosciuta e interiorizzata dalla maggiorparte delle persone comuni, eppure è sicuramente una teoria corretta, salvo sviluppi futuri.




Infiniti sicuramente no, ma notevoli.
La discussione se ci sia uno stato "naturale" che venga represso, oppure tale stato non esista per niente, rimanda alla discussione accademica tra la concezione freudiana (l'ipotesi repressiva, oggi ampiamente superata) e quella di Foucault (predominante).
personalmente la corrente che si ispira a Foucault mi sembra più sensata, dato che dal momento in cui si nasce si è soggetti, in ogni tempo e luogo, all'imposizione di regole, idee, concetti e linguaggio, che determinano le forme di pensare ed agire di qualunque essere umano, senza possibilità di sottrarsi, se non entro un limite minimo.


La domanda era riferita, mi pare, ai costi per il settore pubblico. Che non ne avrebbe, ricadrebbero come scrivi sui soggetti "socialmente ed economicamente più deboli". Ed io lo trovo giustissimo, il diritto di essere liberi si paga con l'incomodo di assumersi le proprie responsabilità.


Solo le pecore hanno bisogno di leader. La Democrazia richiede partecipazione diretta e assunzione di responsabilità.
Se non stai attento, i mass media ti faranno odiare gli oppressi e amare le persone che opprimono.


La scientificità delle scienze sociali è meno determinabile oggettivamente rispetto a quella delle scienze fisiche. Cmq non contesto ciò che scrivi, sostengo che non questa nuova tendenza non sia universalmente accettata, né è certo che fra cinquant'anni goda dello stessa favore che ha oggi. Va senz'altro considerata, ma non vale più di quelle che sostengono il contrario.


Scritto in origine da MariaVittoria C![]()
Sono anche favorevole a educare i maschi a diventare padri, e le femmine a diventare madri, in concordia e in modo socialmente utile.
Sono d'accordo con entrambe, il problema, o se preferite il dibattito, è individuare quale sia il percorso che permetta alla famiglia di evolversi positivamente.


Che brutto ragionamento questo: la dipendenza non è un parametro considerabile per definire una vita. Nemmeno un neonato né un lattante sono indipendenti. E nemmeno un bambino fino ai...boh, non so fino a che età si è dipendenti dagli altri. Anzi, penso che tutti siamo dipendenti dagli altri (solo che con la maturità lo siamo sempre meno e con la vecchiaia lo diventiamo sempre di più...rimbambiamo insomma!).
Bisognerebbe porre qualche base comune per affrontare il discorso. La vita intrauterina è la prima fase della storia di ogni essere umano. L'embrione, dalla fecondazione in poi, è una entità a sé stante. Non è più cellula della madre, non è più cellula del padre.
Il momento dal quale considerare organismo quel gruppetto di cellule può essere d'aiuto per la discussione. Alcuni "paletti" potrebbero essere:
- La fecondazione, ovvero il momento in cui le due membrane plasmatiche dei gameti si fondono. Questo corrisponderebbe al concetto di morte cellulare come rottura della membrana plasmatica, evento oggi considerato irreversibile.
- La fusione dei pronuclei, ovvero la fusione delle membrane nucleari degli zigoti che dà origine ad un nuovo (unico o più o meno) patrimonio genetico. In questa fase l'ovocita termina la meiosi che fino a tal momento è rimasta bloccata in metafase II.
- L'impianto della blastocisti nella mucosa uterina (quando va bene è quella uterina)
- La nascita, ovvero l'uscita del feto dal ventre materno. Curioso però come si possa "nascere morti"...già questo può far capire come la nascita non sia un criterio così saldo nel definire quando comincia una vita.
- Il primo respiro, che provoca un notevole passo avanti nella "storia personale" di un organismo umano. E' un gran bello sconvongilmento.
...etc etc...ne sono stati proposti altri anche qui nel TD.
Tenendo sempre presente che zigote/madre, embrione/madre, feto/madre, neonato/madre, lattante/madre etc sono sempre un sistema in continua interazione. E nella vita intrauterina la madre è il "filtro" che media qualsiasi contatto con l'ambiente.
Personalmente considererei che in gioco ci sono due entità: lo zigote/embrione/feto da un lato, la madre dall'altro. Ambo le parti sono chiamate in causa e credo vadano "tutelate".
Detto questo, non sono contrario all'aborto in senso assoluto, ma porrei forti limitazioni (almeno in linea di principio) alla indicazioni di questo. Tra queste le gravidanze impossibili (es: extrauterine), gravi malformazioni incompatibili con la vita extrauterina (es: idrope fetale), gravi malformazioni (es: acefalie), gravi patologie che condannano ad una breve e atroce (es Gaucher tipo A). Atroci dal mio punto di vista, non so dal punto di vista del bimbo diretto interessato. Insomma, un concetto "stretto" di aborto terapeutico. Stretto perché ad oggi le indicazioni all'aborto sono le più svariate, anche patologie o condizioni perfettamente compatibili con una buona qualità di vita.
Dal punto di vista della madre, anche un rifiuto categorico di questa alla gravidanza ritengo sia un motivo valido (vedi le violenze sessuali oggi tristemente alla ribalta sui media), scelte socio-familiari obbligate (quante donne ricevono l'autaut "o abortisci o...").
Ahimè, però, sono ancora comuni i "capricci" e i motivi non sufficientemente convincenti per far ritenere accettabile il rapporto rischio-beneficio di tale atto. Visto che il rischio sarebbe quello di perdere una vita e il beneficio quello di non farsi "sconvolgere" la vita da una nascita. Non è una scelta facile abortire, ma a volte non si analizza a sufficienza il proprio gesto. Comunque, ogni caso è unico, ogni caso ha una sua storia...


Questo avrebbe senso se tutti avessero anche uguali opportunità in partenza.
E anche in questo caso lo riterrei ingiusto, dato che non siamo tutti uguali, ma tutti diversi.
Quindi tu ritieni che se uno nasce disabile debba arrangiarsi da solo e la società non debba aiutarlo ?