Pd in allarme: siamo conservatori - LASTAMPA.it
Sondaggio chiesto da Bersani: solo Berlusconi percepito come innovatore. Oggi l'assemblea
FABIO MARTINI
ROMA
In quel preciso momento anche i più distratti hanno avuto un fremito di sorpresa. E’ l’ora di pranzo, i senatori del Pd sono riuniti a porte chiuse per ascoltare in anteprima i dossier con i quali i vertici intendono rilanciare il partito e ad un certo punto il vicesegretario unico, Enrico Letta, rivela: «Abbiamo commissionato alla Ipsos di Nando Pagnoncelli una importante ricerca nella quale, tra l’altro, è stato chiesto agli italiani di posizionare i partiti lungo il «continuum» conservazione-innovazione. Ebbene, noi del Pd siamo finiti schiacciati sulla conservazione, mentre i nostri avversari sono percepiti come innovatori...». Alla vigilia della Assemblea nazionale del Pd (in programma oggi e domani alla Fiera di Roma), chiamata a rilanciare l’azione del Pd, è dunque questa l’immagine che i democratici sanno di portare in giro per il Paese: quella di un partito di conservatori.
Certo, il leader del Pd Pier Luigi Bersani continua a ripetere ai suoi che occorre impostare un lavoro di lunga lena, di non essere personalmente «ossessionato dall’idea di diventare il candidato premier», che sarebbe assurdo «preparare una macchina mediatica tutta finalizzata alla leadership», che il «partito non è un vuoto a perdere». E che quel che conta davvero è avere un progetto per l’Italia e trasmettere un messaggio di «rassicurazione», sentimento che non sarà particolarmente innovatore, ma che - sia pure con una semantica diversa («la forza tranquilla») - è stato il motore della rivincita di un grande leader della sinistra europea come Francois Mitterrand. Eppure, ritrovarsi percepiti dagli italiani come degli incalliti conservatori è una sentenza poco gratificante per una formazione che si autodefinisce riformista.
Nelle settimane scorse, secondo il pragmatico imput bersaniano, nel Pd si è lavorato sodo all’elaborazione di alcuni dossier (etica, istituzioni, green economy, giustizia, lavoro) che oggi e domani dovrebbero essere al centro del dibattito del "parlamentino" democratico. Un’impostazione così proiettata sul futuribile da suscitare le ironie della minoranza interna, a cominciare da Paolo Gentiloni: «Siamo un partito o un focus group?». E’ ancora presto per capire il tenore e la caratura innovatrice dei testi che saranno approvati e soprattutto la loro capacità di "parlare" alla parte del Paese più distratta rispetto alla predicazione democratica. Ma sicuramente l’Assemblea nazionale è destinata a fotografare una progressiva destrutturazione delle due aree che finora si sono fronteggiate. Nella maggioranza, raccolta attorno al segretario Bersani, sono sempre più divaricati i due ex democristiani chiamati a garantire cultura di governo e continuità "ulivista" della maggioranza. Rosy Bindi, oramai presidia il confine di sinistra del partito, sparando a zero («Si cercano pretesti per litigare») sulle proposte di stampo anglosassone («presentiamo una contromanovra») suggerite da esponenti della minoranza come Enrico Morando e Beppe Fioroni.
Mentre Enrico Letta, cresciuto alla scuola di un cattolico liberale e anticonformista come Beniamino Andreatta, non ha ancora trovato l’occasione per esprimere la cultura delle sue origini. E dentro la maggioranza restano profonde differenze anche su temi caldi, come il disegno di legge sulle intercettazioni. Nell’assemblea dei senatori Pd di martedì scorso, l’impostazione fortemente contraria della presidente Anna Finocchiaro, è stata contestata non solo dai senatori della minoranza (Ceccanti, Morando), ma anche da un dalemiano doc come Nicola Latorre, tutti con lo stesso argomento: garantire ai magistrati lo strumento decisivo delle intercettazioni non vuol dire consentire la violazione indiscriminata dalla privacy delle persone coinvolte.
E d’altra parte anche la minoranza, appena uscita da una sorta di congresso interno che sembrava averla compattata, non dimostra una tenuta granitica. La suggestione proposta da Dario Franceschini su un ipotetico governo d’emergenza senza la guida di Silvio Berlusconi, pur lanciata senza particolari intenzionalità, ha finito per entrare in collisione con quanto detto e predicato dall’altro ex segretario del Pd, Walter Veltroni.




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