Pagina 1 di 26 1211 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 252

Discussione: Chi sa cos'è il TTIP?

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    08 Apr 2009
    Località
    Cyborg nazzysta teleguidato da Casaleggio
    Messaggi
    26,843
     Likes dati
    664
     Like avuti
    3,823
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Chi sa cos'è il TTIP?

    Mentre Fonzie si balocca con fantasmagoriche riforme che non esistono, qualcuno ci prepara la bara dove riposeremo definitivamente.

    Ah non è economia è politica, quella vera, non gli spot pubblicitari.

    Per inteso, sul suddetto accordo ad oggi in 15 mesi ci sono stati 130 meeting a porte chiuse: 119 erano con imprese o lobbisti

    Il TTIP e noi

    Fillippomaria Pontani spiega con parole sue cos'è il Trattato Atlantico in ballo tra Europa e Stati Uniti e perché bisognerebbe preoccuparsene un po' di più


    30 marzo 2014








    Nei lunghi colloqui riservati che hanno punteggiato il desolante teatrino della catàbasi romana di Barack Obama, è da pensare che siano state chieste e date rassicurazioni circa l’impegno dell’Italia a guidare nel semestre di presidenza europea il processo di adesione al trattato commerciale atlantico noto come TTIP o TAFTA, un oggetto misterioso i cui veri contorni sono ancora coperti dal segreto delle stanze dei bottoni, ma si possono forse arguire da qualche statement interlocutorio, da qualche analisi smaliziata, dall’incrocio dei panegirici e dei crucifige. La pertinenza del tema alla visita di ieri sta nel fatto che Giorgio Napolitano aveva esplicitamente dichiarato l’urgenza di questo patto durante la sua visita americana del gennaio 2013, Obama l’aveva sbandierata con forza nel discorso alla nazione del 13 febbraio, ed Enrico Letta (qualunque cosa facesse nell’ambasciata inglese in quegli stessi giorni prima delle elezioni) si era convinto della causa al punto di garantire a ripetizione, da premier (l’ultima volta in Germania nel novembre scorso), ogni sforzo per arrivare alla firma entro il 2014 (le trattative sono iniziate a luglio 2013, e dureranno ancora qualche mese). In ragione dell’importanza economica e simbolica della questione, che in un Paese normale dovrebbe essere al centro dell’imminente campagna per le elezioni europee e invece ne latita totalmente, delineo qui in breve la materia del contendere.
    Il Trasatlantic Trade and Investment Partnership (altrimenti noto come TAFTA, acronimo esemplato sull’omologo NAFTA oggi in vigore nell’America del Nord) dovrebbe agire essenzialmente in due direzioni convergenti:
    - aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, abbattendo i dazi doganali per tutte le merci;
    - uniformare e semplificare le normative tra le due sponde dell’Atlantico, abbattendo le divergenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB) e consentendo così una sana competizione priva di vincoli o lacciuoli.
    I cantori dell’accordo, dal Center for Economic Policy Research di Londra all’Aspen Institute, sottolineano che questa mossa aumenterebbe di molto il volume degli scambi e in particolare le esportazioni europee verso gli USA (si dice, di un buon 28%, con speciale incremento nel settore automobilistico), creerebbe un clima d’entusiasmo sull’Atlantico e una potentissima rete mondiale che costringerebbe la Cina a più miti consigli, farebbe crescere il PIL mondiale e in particolare la ricchezza degli Stati (si parla di un aumento del PIL tra lo 0.5 e l’1%, e si stimano 545 euro l’anno in più a famiglia), e favorirebbe – tramite una vera competizione – l’innovazione e il miglioramento tecnologico. Si tratterebbe insomma di un perfezionamento, di una entelechìa dei principi ispiratori del WTO.
    Chi si oppone all’accordo, dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni costituite in apposito comitato (ma non mancano dure prese di posizione di Slow Food, senza contare le perplessità dell’ufficio studi di Nomisma e perfino le obiezioni da destra in chiave nazionalistica; l’analisi più chiara è questa), da un lato contesta il metodo per nulla trasparente dei negoziati (in mano essenzialmente alle lobby, e la dimensione fasulla dei benefici ventilati, che andrebbero ridotti realisticamente di almeno 10 volte, senza che (NAFTA docet) ci si possa attendere alcuna ricaduta positiva sull’occupazione (si osserva tra l’altro che il sullodato Center londinese è finanziato da grandi banche internazionali che detengono grandi interessi in bottega); dall’altro prospetta le seguenti conseguenze sulla nostra vita associata:
    - sul piano economico, l’agricoltura europea, frammentata in 13 milioni di piccole aziende (contro i 2 milioni degli interi Stati Uniti) e non più protetta dai dazi doganali, finirebbe in breve tempo per soccombere alle portaerei d’Oltreoceano, soprattutto se – condizione controversa – venisse dato il via libera alle colture OGM; con tanti saluti alla biodiversità e all’agricoltura a chilometro zero;
    - sul piano industriale, in molti settori (dalla siderurgia all’alimentare) la concorrenza delle multinazionali sarebbe esiziale per qualunque realtà di calibro medio o piccolo, talché l’unica salvezza sarebbe creare joint ventures transatlantiche con inevitabile preminenza degli Americani (il modello FIAT in questo senso è istruttivo), e con un sicuro peggioramento delle condizioni dei lavoratori (si pensi semplicemente al diverso ruolo delle tutele sindacali qui e lì, all’uso o all’assenza di contratti collettivi, etc.);
    - sul piano del welfare, settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione, la salute verrebbero esposti alla libera concorrenza, in barba a tutti i discorsi che in questi anni si sono sviluppati attorno all’idea di “beni comuni”; come corollario, i diritti sulla proprietà intellettuale verrebbero rinforzati e la loro disciplina completamente stravolta (già ci si era provato nel 2012 con l’ACTA, che limitava il libero accesso alla cultura e attentava fra l’altro alla stessa libertà di espressione sul web), e la protezione dei dati personali sensibili (già messa a dura prova in tempi recenti dalle famigerate incursioni della NSA) risulterebbe di fatto impossibile – anche se va detto che ambedue queste questioni sono state stralciate dal corpaccione dell’accordo in occasione degli incontri di dicembre;
    - sul piano della salute e dell’ambiente, verrebbe imposto un drastico accordo al ribasso su alcune garanzie essenziali: oltre alla questione degli OGM, si pensi all’uso dei pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, alle soglie per la valutazione del danno ambientale delle imprese, all’uso indiscriminato del fracking per estrarre il gas di scisto, alla protezione dei brevetti farmaceutici – tutti àmbiti nei quali la legislazione europea offre al cittadino-consumatore tutele inesistenti negli USA;
    - sul piano finanziario, i servizi internazionali verrebbero liberalizzati al punto di favorire ogni sorta di opacità, in barba a tutti i (peraltro assai timidi) programmi di “imbrigliamento” dello strapotere della finanza sbandierati all’indomani della crisi del 2008;
    - su tutti i piani testè menzionati, è facile prevedere che s’instaurerebbe un predominio de facto delle multinazionali, non più arginato da governi e Parlamenti ormai impotenti o con le mani legate dalle clausole-capestro (gli eventuali contenziosi sarebbero trattati dinanzi a tribunali internazionali speciali appositamente creati all’uopo), e dal terrore delle astronomiche cause giudiziarie (basti pensare al processo milionario intentato dalla Philip Morris contro l’Uruguay per il divieto del fumo, o quello della Vattenfall contro la Germania per l’abbandono del nucleare, o quello della Lone Pine contro il Canada per lo stop all’estrazione dello shale gas): diventerebbe prevalente il condizionamento delle politiche in materia di difesa della salute, di tutela ambientale, di arginamento della finanza.
    Alcune di queste obiezioni sono state timidamente avanzate anche dal Parlamento europeo e dall’attuale Commissione: ma a decidere sarà ovviamente la prossima, e per esempio anche il candidato socialista Martin Schulz, al di là di qualche cautela di facciata, pare un fan convinto dell’accordo, ad onta delle perplessità avanzate anche da Paul Krugman circa i possibili benefici. Le perplessità non sono intese in senso protezionistico o nazionalistico: procedono piuttosto da una qualche diffidenza nei confronti dei poteri taumaturgici dell’autoregolazione dei mercati, e dalla convinzione che il TTIP rappresenti una mossa assai utile per l’estensione e il rafforzamento del pericolante dominio americano (minacciato ormai, e soprattutto in Europa, dalla concorrenza russa e cinese), ma destinata a spogliare il continente di ogni autonomia d’iniziativa economica e geopolitica, in specie per quanto riguarda il rapporto con i Paesi emergenti. Soprattutto, l’allarme nasce dall’impressione che in cambio di debolissime e malcerte promesse di crescita ci si prepari a svendere un’intera idea di sviluppo economico, e ad aderire alla logica rottamatrice secondo la quale ogni realtà che non sia propizia alla pura circolazione delle merci e al miraggio di una “crescita” infinita (dalle misure ambientali al principio di solidarietà alle stesse procedure democratiche) appartenga al reame del “superfluo” e del “burocratico”. Le parole, anche nel nostro Paese, hanno un peso.
    Un più meditato giudizio sarà possibile se e quando i termini di questo importantissimo e per ora segretissimo accordo verranno messi con chiarezza dinanzi alla pubblica opinione. Per ora, mentre in altri Paesi (per esempio la Francia, che rappresenta in Europa l’ostacolo maggiore alla firma, e che però soffre assai della sua attuale debolezza politica) la questione è trattata con una certa evidenza nel discorso pubblico, da noi colpisce che ne parlino in pochi: al di fuori dei due unici giornali militanti di opposizione del Paese, il “Manifesto“, e il “Fatto quotidiano” (che alberga le ragioni di Paolo Ferrero), e degli articoli di Gallino su “Repubblica”, si odono per lo più voci di alto plauso, da Giuliano Amato ad Angelo Panebianco a Timothy Garton Ash. E l’ex premier Letta, che s’immagina esprimesse la linea irrevocabile del Partito democratico, era come s’è detto incondizionatamente favorevole. Propongo dunque, sommessamente, una riflessione di carattere più generale.
    Vi è un’ormai non piccola frangia di studiosi che identifica la radice delle presenti difficoltà economiche nella natura stessa della liberalizzazione del movimento dei capitali varata in Europa tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, insomma in quella parabola che porta dalla commissione Delors ai trattati di Maastricht. Diversi rispettabili economisti (da Giulio Marcon e Mario Pianta, Sbilanciamo l’economia, Laterza 2013, fino a Roberto Schiattarella in un ampio articolo in uscita su Teoria politica 2013 e presentato giorni fa alla Fondazione Basso) individuano nelle scelte compiute tra l’89 e il ’92 la causa diretta dell’indebolimento dell’economia reale a vantaggio di quella finanziaria (anche per quanto riguarda le priorità politiche dei singoli Stati), l’origine degli squilibri tra centro e periferia che hanno portato nel medio periodo ai quasi-default, allo spread e all’approfondimento delle disuguaglianze interne al continente, e la genesi remota della redistribuzione della ricchezza verso i possessori di capitali – tutti fenomeni la cui portata è, credo, sotto gli occhi di tutti.
    Non mi dilungo su questi annosi processi, che negli studi citati sono trattati in extenso, e con dovizia di dati: nel nostro Paese (“un Paese fermo da vent’anni”, si ode dire spesso, e la colpa viene attribuita ora a Berlusconi ora a Riina ora a Di Pietro…) le politiche in oggetto, ancorché palesemente influenzate dall’ipoteca neoliberale di Reagan e Thatcher, furono portate avanti con determinazione, e con diverso intento, per lo più da governi di centro-sinistra, dai Ciampi, dai Prodi, dai Padoa Schioppa, fino a coloro che hanno avuto il compito di raccogliere i cocci approfondendo le ferite (dall’austerity al fiscal compact), come Monti, Letta e ora Renzi. Il disegno odierno del TTIP, nei termini fin qui descritti, rappresenta una palese apoteosi di quella medesima linea neoliberista che – spesso con la scusa della crescita e della competitività internazionale – ha portato a un’evidente impasse: sarebbe dunque forse opportuna una riflessione più ponderata, tesa a evitare il tramonto definitivo in Italia della stessa ragione sociale di un pensiero di sinistra – un fenomeno che in altri Paesi della periferia dell’Impero sta già portando a esiti elettorali e d’ordine pubblico a dir poco inquietanti, e peraltro largamente previsti (si veda ad esempio L. Gallino, Finanzcapitalismo, Torino 2011).
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    08 Apr 2009
    Località
    Cyborg nazzysta teleguidato da Casaleggio
    Messaggi
    26,843
     Likes dati
    664
     Like avuti
    3,823
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Ttip, tutte le bugie sul trattato segreto Usa-Ue

    — Thomas Fazi, 19.4.2014


    La "Nato economica". Altro che 545 euro a famiglia come sostiene il Sole 24 Ore. Secondo i ricercatori austriaci i gravi rischi per le piccole imprese e i lavoratori superano i pochi benefici



    Col recente articolo uscito sul Sole 24 Ore («Ecco perché l’accordo commerciale UeUsa ‘regala’ 545 euro a ogni famiglia europea») possiamo considerare ufficialmente inaugurata la campagna di propaganda a favore del Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip), l’accordo di libero scambio e investimento che Unione Europea e Stati Uniti stanno negoziando in gran segreto. A sentire l’autore – che cita uno studio realizzato dal Centre for Economic Policy Research (Cepr) di Londra per la Commissione Europea – il Ttip rappresenterebbe una manna dal cielo per le asfittiche economie Ue.

    E naturalmente anche per quella italiana: più esportazioni per tutti (Pmi comprese); più crescita (addirittura 119 miliardi l’anno per l’Ue, pari a 545 euro per famiglia), non solo per l’Europa e per gli Usa ma per l’economia globale nel suo complesso; meno burocrazia e controlli; ecc.
    Il messaggio è chiaro: col Ttip ci lasceremmo finalmente la crisi alle spalle. Peccato che tale ottimismo sia mentito anche dalla valutazione d’impatto sull’Italia commissionata dal governo all’istituto di ricerca Prometeia, che giudica positivamente l’accordo (e questo non sorprende) ma sottolinea che i benefici economici delle liberalizzazioni si manifesterebbero non prima di 3 anni dall’entrata in vigore, in una misura che va da un guadagno pari a zero in uno scenario di liberalizzazione limitata ad uno 0.5% di Pil in più in uno scenario – definito «ottimistico» ma improbabile dagli autori dello studio – di liberalizzazione totale. La conclusione è più o meno in linea con quella dei quattro studi “ufficiali” che hanno finora dettato il tono del dibattito pubblico in Europa, suggerendo che l’accordo apporterebbe numerosi benefici all’Ue, tanto più se lo scenario è quello di una «liberalizzazione profonda».

    Gli studi in questione, perlopiù commissionati dalla Commissione Europea, sono quello sopracitato del Cepr, quello dell’Ecorys, quello del Cepii e quello di Bertelsmann/ifo. E le conclusioni sono più o meno le stesse di quelle enunciate nell’articolo del Sole: più crescita, più esportazioni, più occupazione, meno «lacci e lacciuoli», ecc. E gli eventuali effetti collaterali? Zero.

    Diametralmente opposta, invece, è l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci. Secondo il rapporto dell’istituto viennese, commissionato dal gruppo parlamentare europeo del Gue/Ngl, tutti gli studi proTtip presentano gravi omissioni ed errori metodologici che enfatizzano i presunti benefici dell’accordo, ignorandone invece i rischi.

    Partiamo dagli effetti sulla crescita. Gli aumenti in termini di Pil e di salari reali, secondo i quattro paper sopracitati, vanno dallo 0.3 all’1.3% nel corso di un «periodo di transizione» di 10–20 anni. Anche prendendo come valide queste stime, stiamo parlando di una crescita annuale che va dallo 0.03 allo 0.13% l’anno. Briciole. Sul fronte dell’impiego, gli studi «ufficiali» prevedono che la disoccupazione rimarrà stabile, o al massimo scenderà di uno 0,42%. Una stima (già poco allettante di suo) che l’Öfse definisce «del tutto irrealistica», prevedendo invece un aumento significativo della disoccupazione (anche a lungo termine) durante il periodo di transizione a causa della riorganizzazione dei mercati del lavoro nazionali.

    Per quanto riguarda l’impatto del Ttip sul volume degli scambi commerciali, l’Öfse riconosce che è prevedibile un aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso, ma sottolinea che a beneficiare di questo incremento saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi.

    L’Italia è un caso esemplare: secondo i dati forniti dall’Organizzazione mondiale del commercio le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72% delle esportazioni nazionali – e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intraeuropeo (addirittura fino al 30%), a scapito soprattutto delle economie meno exportoriented, che subirebbero un probabile deterioramento delle loro bilance commerciali.

    Viene inoltre categoricamente smentita la tesi, sostenuta anche dal Sole, secondo cui la liberalizzazione degli scambi tra Usa ed Ue «non avverrebbe a scapito del resto del mondo». Secondo l’Öfse, il Ttip impatterebbe negativamente le esportazioni e il Pil dei paesi meno sviluppati, in violazione degli impegni dell’Ue a promuovere la Coerenza delle Politiche per lo Sviluppo.

    Ampio spazio è poi dedicato ai costi sociali ed economici derivanti dall’eliminazione delle cosiddette «barriere non tariffarie» – sarebbe a dire tutte le regole e gli standard che ci siamo dati in materia di normativa ambientale, diritti dei lavoratori, sicurezza alimentare, ecc. –, su cui si gioca effettivamente la partita del Ttip (visto che le barriere tariffarie tra Ue ed Usa sono già ai livelli minimi).

    Tutti gli studi mainstream sul Ttip considerano l’eliminazione di queste «barriere» un fatto welfareenhancing, di benessere per la società. «Ma questo è semplicemente falso», dice Werner Raza, uno degli autori del rapporto Öfse. «Queste regole sono state create precisamente per migliorare il benessere della collettività, e la loro eliminazione avrebbe un costo sociale molto alto».

    Infine, lo studio dell’Öfse prende in considerazione un aspetto del tutto sottaciuto dagli altri istituti di ricerca: l’impatto che l’eliminazione degli introiti derivanti dalle barriere tariffarie rimanenti avrebbe sul budget europeo, pari a una perdita di 2,6 miliardi di euro l’anno. L’ultima cosa di cui l’Europa ha bisogno in un momento in cui le finanze pubbliche sono già messe a dura prova dalle politiche di austerity. «Pochi i benefici economici, molti i rischi e i costi potenziali» è in sostanza il giudizio che l’Öfse dà del Ttip. Impossibile allora non domandarsi: perché il nostro governo ha abbracciato il progetto con tanto entusiasmo?
    Ultima modifica di Fuori_schema; 23-04-14 alle 12:17
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    08 Apr 2009
    Località
    Cyborg nazzysta teleguidato da Casaleggio
    Messaggi
    26,843
     Likes dati
    664
     Like avuti
    3,823
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Molto occhio a questo tizio qui:



    Molto casualmente è un politico Belga (curiosamente il Belgio è al centro del piu' inquietante affaire sui T-Bond Statunitensi in quanto il Belgio risulta "improvvisamente" compratore di oltre 200 miliardi di dollari con un PIL di poco superiore) (e chi ci crede? ) , molto casualmente è dentro fino al collo all'affare Fortis e quello BNP-Paribas, e molto casualmente è il commissario europeo per il commercio delegato al suddetto accordo in itinere.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    08 Apr 2009
    Località
    Cyborg nazzysta teleguidato da Casaleggio
    Messaggi
    26,843
     Likes dati
    664
     Like avuti
    3,823
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Terrei a precisare che il suddetto "trattato" dovrebbe essere al centro di qualunque discussione riguardanti le elezioni europee e invece NON SE NE PARLA PROPRIO.

    MI STO SERIAMENTE INCAZZANDO

    Trattato transatlantico, un uragano che minaccia gli europei


    Approfondimenti

    PIANTA Il patto atlantico dei capitali
    DI SISTO La Nato del commercio

    Avviati nel 2008, i negoziati sull’accordo di libero scambio tra Canada e Unione europea sono terminati il 18 ottobre. Un buon segnale per il governo statunitense, che spera di concludere con il Vecchio continente una partnership di questo tipo. Negoziato in segreto, tale progetto fortemente sostenuto dalle multinazionali permetterebbe loro di citare in giudizio gli stati che non si piegano alle leggi del liberismo.

    di Lori Wallach*, da Le Monde diplomatique


    Possiamo immaginare delle multinazionali trascinare in giudizio i governi i cui orientamenti politici avessero come effetto la diminuzione dei loro profitti? Si può concepire il fatto che queste possano reclamare – e ottenere! – una generosa compensazione per il mancato guadagno indotto da un diritto del lavoro troppo vincolante o da una legislazione ambientale troppo rigorosa? Per quanto inverosimile possa apparire, questo scenario non risale a ieri. Esso compariva già a chiare lettere nel progetto di accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) negoziato segretamente tra il 1995 e il 1997 dai ventinove stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) (1).

    Divulgato in extremis, in particolare da Le Monde diplomatique, il documento sollevò un’ondata di proteste senza precedenti, costringendo i suoi promotori ad accantonarlo. Quindici anni più tardi, essa fa il suo ritorno sotto nuove sembianze. L’accordo di partenariato transatlantico (Ttip) negoziato a partire dal luglio 2013 tra Stati uniti e Unione europea è una versione modificata del Mai. Esso prevede che le legislazioni in vigore sulle due coste dell’Atlantico si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi, sotto pena di sanzioni commerciali per il paese trasgressore, o di una riparazione di diversi milioni di euro a favore dei querelanti.

    Secondo il calendario ufficiale, i negoziati non dovrebbero concludersi che entro due anni. Il Ttip unisce aggravandoli gli elementi più nefasti degli accordi conclusi in passato. Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. Impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, esso si applicherebbe per amore o per forza poiché le sue disposizioni potrebbero essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari. Ciò riprodurrebbe in Europa lo spirito e le modalità del suo modello asiatico, l’Accordo di partenariato transpacifico (Trans-pacific partnership, Tpp), attualmente in corso di adozione in dodici paesi dopo essere stato fortemente promosso dagli ambienti d’affari.

    Insieme, il Ttip e il Tpp formerebbero un impero economico capace di dettare le proprie condizioni al di fuori delle sue frontiere: qualunque paese cercasse di tessere relazioni commerciali con gli Stati uniti e l’Unione europea si troverebbe costretto ad adottare tali e quali le regole vigenti all’interno del loro mercato comune.

    Tribunali appositamente creati

    Dato che mirano a liquidare interi compartimenti del settore non mercantile, i negoziati intorno al Ttip e al Tpp si svolgono a porte chiuse. Le delegazioni statunitensi contano più di seicento consulenti delegati dalle multinazionali, che dispongono di un accesso illimitato ai documenti preparatori e ai rappresentanti dell’amministrazione. Nulla deve sfuggire. Sono state date istruzioni di lasciare giornalisti e cittadini ai margini delle discussioni: essi saranno informati in tempo utile, alla firma del trattato, quando sarà troppo tardi per reagire. In uno slancio di candore, l’ex ministro del commercio statunitense Ronald («Ron») Kirk ha fatto valere l’interesse «pratico» di «mantenere un certo grado di discrezione di confidenzialità (2)». Ha sottolineato che l’ultima volta che la bozza di un accordo in corso di formalizzazione è stata resa pubblica, i negoziati sono falliti – un’allusione alla Zona di libero scambio delle Americhe (Ftaa), versione estesa dell’Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta). Il progetto, difeso accanitamente da George W. Bush, fu svelato sul sito internet dell’amministrazione nel 2001. A Kirk, la senatrice Elizabeth Warren ribatte che un accordo negoziato senza alcun esame democratico non dovrebbe mai essere firmato (3).

    L’imperiosa volontà di sottrarre il cantiere del trattato statunitense-europeo all’attenzione del pubblico si comprende facilmente. Meglio prendere tempo prima di annunciare al paese gli effetti che esso produrrà a tutti i livelli: dal vertice dello Stato federale fino ai consigli municipali passando per i governatorati e le assemblee locali, gli eletti dovranno ridefinire da cima a fondo le loro politiche pubbliche per soddisfare gli appetiti del privato nei settori che in parte gli sfuggono ancora. Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione: non c’è una sfera di interesse generale che non passerà sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato. L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare presso le aziende o i loro mandatari locali le briciole di sovranità che questi vorranno concedere loro. È già stipulato che i paesi firmatari assicureranno la «messa in conformità delle loro leggi, dei loro regolamenti e delle loro procedure» con le disposizioni del trattato. Non vi è dubbio che essi vigileranno scrupolosamente per onorare tale impegno. In caso contrario, potranno essere l’oggetto di denunce davanti a uno dei tribunali appositamente creati per arbitrare i litigi tra investitori e Stati, e dotati del potere di emettere sanzioni commerciali contro questi ultimi.

    L’idea può sembrare inverosimile: si inscrive tuttavia nella filosofia dei trattati commerciali già in vigore. Lo scorso anno, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha condannato gli Stati uniti per le loro scatole di tonno etichettate «senza pericolo per i delfini», per l’indicazione del paese d’origine sulle carni importate, e ancora per il divieto del tabacco aromatizzato alla caramella, dal momento che tali misure di tutela sono state considerate degli ostacoli al libero scambio. Il Wto ha inflitto anche all’Unione europea delle penalità di diverse centinaia di milioni di euro per il suo rifiuto di importare organismi geneticamente modificati (Ogm).

    La novità introdotta dal Ttip e dal Tpp consiste nel permettere alle multinazionali di denunciare a loro nome un paese firmatario la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sulla loro vitalità commerciale. Sotto un tale regime, le aziende sarebbero in grado di opporsi alle politiche sanitarie, di protezione dell’ambiente e di regolamentazione della finanza attivate in questo o quel paese reclamando danni e interessi davanti a tribunali extragiudiziari. Composte da tre avvocati d’affari, queste corti speciali rispondenti alle leggi della Banca mondiale e dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) sarebbero abilitate a condannare il contribuente a pesanti riparazioni qualora la sua legislazione riducesse i «futuri profitti sperati» di una società. Questo sistema «investitore contro stato», che sembrava essere stato cancellato dopo l’abbandono del Mai nel 1998, è stato restaurato di soppiatto nel corso degli anni. In virtù di numerosi accordi commerciali firmati da Washington, 400 milioni di dollari sono passati dalle tasche del contribuente a quelle delle multinazionali a causa del divieto di prodotti tossici, delle normative sull’utilizzo dell’acqua, del suolo o del legname ecc. (4).

    Sotto l’egida di questi stessi trattati, le procedure attualmente in corso – nelle questioni di interesse generale come i brevetti medici, la lotta all’inquinamento e le leggi sul clima e sulle energie fossili – fanno schizzare le richieste di danni e interessi a 14 miliardi di dollari. Il Ttip aggraverebbe ulteriormente il peso di questa estorsione legalizzata, tenuto conto degli interessi in gioco nel commercio transatlantico. Sul suolo statunitense sono presenti tremilatrecento aziende europee con ventiquattromila filiali, ciascuna delle quali può ritenere di avere buone ragioni per chiedere, un giorno o l’altro, riparazione per un pregiudizio commerciale. Un tale effetto a cascata supererebbe di gran lunga i costi causati dai trattati precedenti. Dal canto loro, i paesi membri dell’Unione europea si vedrebbero esposti a un rischio finanziario ancora più grande, sapendo che 14.400 compagnie statunitensi dispongono in Europa di una rete di 50.800 filiali. In totale, sono 75.000 le società che potrebbero gettarsi nella caccia ai tesori pubblici.

    Ufficialmente, questo regime doveva servire inizialmente a consolidare la posizione degli investitori nei paesi in via di sviluppo sprovvisti di un sistema giuridico affidabile; esso avrebbe permesso di fare valere i loro diritti in caso di esproprio. Ma l’Unione europea e gli Stati uniti non sono esattamente delle zone di non-diritto; al contrario, dispongono di una giustizia funzionale e pienamente rispettosa del diritto di proprietà. Ponendoli malgrado tutto sotto la tutela di tribunali speciali, il Ttip dimostra che il suo obiettivo non è quello di proteggere gli investitori ma di aumentare il potere delle multinazionali.

    Processo per aumento del salario minimo

    Ovviamente gli avvocati che compongono questi tribunali non devono rendere conto a nessun elettorato. Invertendo allegramente i ruoli, possono sia fungere da giudici che perorare la causa dei loro potenti clienti (5). Quello dei giuristi degli investimenti internazionali è un piccolo mondo: sono solo quindici a dividersi il 55% delle questioni trattate fino a oggi. Evidentemente, le loro decisioni sono inappellabili. I «diritti» che essi hanno il compito di proteggere sono formulati in modo deliberatamente approssimativo, e la loro interpretazione raramente tutela gli interessi della maggioranza. Come quello accordato all’investitore di beneficiare di un quadro normativo conforme alle sue «previsioni» – per il quale va inteso che il governo si vieterà di modificare la propria politica una volta che l’investimento ha avuto luogo. Quanto al diritto di ottenere una compensazione in caso di «espropriazione indiretta», ciò significa che i poteri pubblici dovranno mettere mano al portafoglio se la loro legislazione ha per effetto la riduzione del valore di un investimento, anche quando questa stessa legislazione si applica alle aziende locali.

    I tribunali riconoscono anche il diritto del capitale ad acquistare sempre più terre, risorse naturali, strutture, fabbriche, ecc. Non vi è nessuna contropartita da parte delle multinazionali: queste non hanno alcun obbligo verso gli Stati e possono avviare delle cause dove e quando preferiscono. Alcuni investitori hanno una concezione molto estesa dei loro diritti inalienabili. Si è potuto recentemente vedere società europee avviare cause contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazioni delle emissioni tossiche in Perú, dato che il Nafta serve in quest’ultimo caso a proteggere il diritto a inquinare del gruppo statunitense Renco (6). Un altro esempio: il gigante delle sigarette Philip Morris, contrariato dalla legislazione antitabacco dell’Uruguay e dell’Australia, ha portato i due paesi davanti a un tribunale speciale. Il gruppo farmaceutico americano Eli Lilly intende farsi giustizia contro il Canada, colpevole di avere posto in essere un sistema di brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili. Il fornitore svedese di elettricità Vattenfall esige diversi miliardi di euro dalla Germania per la sua «svolta energetica», che norma più severamente le centrali a carbone e promette un’uscita dal nucleare.

    Non ci sono limiti alle pene che un tribunale può infliggere a uno Stato a beneficio di una multinazionale. Un anno fa, l’Ecuador si è visto condannato a versare la somma record di 2 miliardi di euro a una compagnia petrolifera (7). Anche quando i governi vincono il processo, essi devono farsi carico delle spese giudiziarie e di varie commissioni che ammontano mediamente a 8 milioni di dollari per caso, dilapidati a discapito del cittadino. Calcolando ciò, i poteri pubblici preferiscono spesso negoziare con il querelante piuttosto che perorare la propria causa davanti al tribunale. Lo stato canadese si è così risparmiato una convocazione alla sbarra abrogando velocemente il divieto di un additivo tossico utilizzato dall’industria petrolifera.

    Eppure, i reclami continuano a crescere. Secondo la Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), a partire dal 2000 il numero di questioni sottoposte ai tribunali speciali è decuplicato. Se il sistema di arbitraggio commerciale è stato concepito negli anni ’50, non ha mai servito gli interessi privati quanto a partire dal 2012, anno eccezionale in termini di depositi di pratiche. Questo boom ha creato un fiorente vivaio di consulenti finanziari e avvocati d’affari. Il progetto di un grande mercato americano-europeo è sostenuto da lungo tempo da Dialogo economico transatlantico (Trans-atlantic business dialogue, Tabd), una lobby meglio conosciuta con il nome di Trans-atlantic business council (Tabc). Creata nel 1995 con il patrocinio della Commissione europea e del ministero del commercio americano, questo raggruppamento di ricchi imprenditori è impegnato per un «dialogo» altamente costruttivo tra le élite economiche dei due continenti, l’amministrazione di Washington e i commissari di Bruxelles. Il Tabc è un forum permanente che permette alle multinazionali di coordinare i loro attacchi contro le politiche di interesse generale che restano ancora in piedi sulle due coste dell’Atlantico. Il suo obiettivo, pubblicamente dichiarato, è di eliminare quelle che definisce come «discordie commerciali» (trade irritants), vale a dire di operare sui due continenti secondo le stesse regole e senza interferenze da parte dei poteri pubblici.

    «Convergenza regolativa» e «riconoscimento reciproco» fanno parte dei quadri semantici che Tabc brandisce per incitare i governi ad autorizzare i prodotti e i servizi che trasgrediscono le legislazioni locali. Ma invece di auspicare un semplice ammorbidimento delle leggi esistenti, gli attivisti del mercato transatlantico si propongono senza mezzi termini di riscriverle loro stessi. La Camera americana di commercio e BusinessEurope, due tra le più grandi organizzazioni imprenditoriali del pianeta, hanno richiesto ai negoziatori del Ttip di riunire attorno a un tavolo di lavoro un campionario di grossi azionisti e di responsabili politici affinché questi «redigano insieme i testi di regolamentazione» che avranno successivamente forza di legge negli Stati uniti e in Unione europea. C’è da chiedersi, del resto, se la presenza dei politici in questo laboratorio di scrittura commerciale sia veramente indispensabile…

    Di fatto, le multinazionali mostrano una notevole franchezza nell’esporre le loro intenzioni. Sulla questione degli Ogm, ad esempio. Mentre negli Stati uniti uno stato su due pensa di rendere obbligatoria un’etichetta indicante la presenza di organismi geneticamente modificati in un alimento – misura auspicata dall’80% dei consumatori del paese –, gli industriali del settore agroalimentare, là come in Europa, spingono per l’interdizione di questo tipo di etichettatura. L’Associazione nazionale dei confettieri non usa mezzi termini: «L’industria statunitense vorrebbe che il Ttip progredisse su tale questione sopprimendo l’etichettatura Ogm e le norme relative alla tracciabilità». L’influente Associazione dell’industria biotecnologica (Biotechnology industry organization, Bio), di cui fa parte il colosso Monsanto, dal canto suo si indigna perché alcuni prodotti contenenti Ogm e venduti negli Stati uniti possano subire un rifiuto sul mercato europeo. Essa desidera di conseguenza che il «baratro che si è scavato tra la deregolamentazione dei nuovi prodotti biotecnologici negli Stati uniti e la loro accoglienza in Europa» sia presto colmato (8). Monsanto e i suoi amici non nascondono la speranza che la zona di libero scambio transatlantico permetta di imporre agli europei il loro «catalogo ricco di prodotti Ogm in attesa di approvazione e di utilizzo (9)».

    Le rivelazioni sul Datagate

    L’offensiva non è meno vigorosa sul fronte della privacy. La Coalizione del commercio digitale (Digital Trade Coalition, Dtc), che raggruppa industriali del Net e del hi-tech, preme sui negoziatori del Ttip per togliere le barriere che impediscono ai flussi di dati personali di riversarsi liberamente dall’Europa verso gli Stati uniti (si legga l’articolo a pagina 20). I lobbisti si spazientiscono: «L’attuale punto di vista dell’Unione, secondo cui gli Stati uniti non forniscono una protezione “adeguata” della privacy, non è ragionevole».

    Alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul sistema di spionaggio dell’Agenzia nazionale di sicurezza (National security agency, Nsa), tale opinione risoluta è certo interessante. Tuttavia, non eguaglia la dichiarazione dell’Us council for international business (Uscib), un gruppo di società che, seguendo l’esempio di Verizon, ha massicciamente rifornito la Nsa di dati personali: «L’accordo dovrebbe cercare di circoscrivere le eccezioni, come la sicurezza e la privacy, al fine di assicurarsi che esse non siano ostacoli cammuffati al commercio».

    Anche le norme sulla qualità nell’alimentazione sono prese di mira. L’industria statunitense della carne vuole ottenere la soppressione della regola europea che vieta i polli disinfettati al cloro. All’avanguardia di questa battaglia, il gruppo Yum!, proprietario della catena di fast food Kentucky fried chicken (Kfc), può contare sulla forza d’urto delle organizzazioni imprenditoriali. L’Associazione nordamericana della carne protesta: «L’Unione autorizza soltanto l’uso di acqua e vapore sulle carcasse». Un altro gruppo di pressione, l’Istituto americano della carne, deplora «il rifiuto ingiustificato [da parte di Bruxelles] delle carni addizionate di beta-agonisti, come il cloridrato di ractopamina». La ractopamina è un medicinale utilizzato per gonfiare il tasso di carne magra di suini e bovini. A causa dei rischi per la salute degli animali e dei consumatori, è stata bandita in centosessanta paesi, tra cui gli stati membri dell’Unione, la Russia e la Cina. Per la filiera statunitense del suino, tale misura di protezione costituisce una distorsione della libera concorrenza a cui il Ttip deve urgentemente porre fine. Il Consiglio nazionale dei produttori di suino (National pork producers council, Nppc) minaccia: «I produttori americani di carne di suino non accetteranno altro risultato che non sia la rimozione del divieto europeo della ractopamina».

    Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, gli industriali raggruppati in BusinessEurope, denunciano le «barriere che colpiscono le esportazioni europee verso gli Stati uniti, come la legge americana sulla sicurezza alimentare». Dal 2011, essa autorizza infatti i servizi di controllo a ritirare dal mercato i prodotti d’importazione contaminati. Anche in questo caso, i negoziatori del Ttip sono pregati di fare tabula rasa. Si ripete lo stesso con i gas a effetto serra. L’organizzazione Airlines for America (A4A), braccio armato dei trasportatori aerei statunitensi, ha steso una lista di «regolamenti inutili che portano un pregiudizio considerevole alla [loro] industria» e che il Ttip, ovviamente, ha la missione di cancellare. Al primo posto di questa lista compare il sistema europeo di scambio di quote di emissioni, che obbliga le compagnie aeree a pagare per il loro inquinamento a carbone. Bruxelles ha provvisoriamente sospeso questo programma; A4A esige la sua soppressione definitiva in nome del «progresso».

    Ma è nel settore della finanza che la crociata dei mercati è più virulenta, Cinque anni dopo l’esplosione della crisi dei subprime, i negoziatori americani ed europei si sono trovati d’accordo sul fatto che le velleità di regolamentazione dell’industria finanziaria avevano fatto il loro tempo. Il quadro che essi vogliono delineare prevede di levare tutti i paletti in materia di investimenti a rischio e di impedire ai governi di controllare il volume, la natura e l’origine dei prodotti finanziari messi sul mercato. Insomma si tratta puramente e semplicemente di cancellare la parola «regolamentazione».

    Da dove viene questo stravagante ritorno alle vecchie idee thatcheriane? Esso risponde in particolare ai desideri dell’Associazione delle banche tedesche, che non manca di esprimere le sue «inquietudini» a proposito della tuttavia timida riforma di Wall street adottata all’indomani della crisi del 2008. Uno dei suoi membri più intraprendenti sul tema è la Deutsche bank, che ha tuttavia ricevuto nel 2009 centinaia di miliardi di dollari dalla Federal reserve statunitense in cambio di titoli addossati a crediti ipotecari (10). Il mastodonte tedesco vuole farla finita con la regolamentazione Volcker, chiave di volta della riforma di Wall street, che a suo avviso sovraccarica un «peso troppo grave sulle banche non statunitensi». Insurance Europe, punta di lancia delle società assicurative europee, dal canto suo auspica che il Ttip «sopprima» le garanzie collaterali che dissuadono il settore dall’avventurarsi negli investimenti ad alto rischio. Quanto al Forum dei servizi europei (l’organizzazione padronale di cui fa parte la Deutsche bank), questi si agita dietro le quinte delle trattative transatlantiche affinché le autorità di controllo statunitensi cessino di ficcare il naso negli affari delle grandi banche straniere operanti sul loro territorio.

    Da parte degli Usa, si spera soprattutto che il Ttip affossi davvero il progetto europeo di tassare le transazioni finanziarie. La questione pare essere già intesa, dal momento che la stessa Commissione europea ha giudicato tale tassa non conforme alle regole del Wto (11). Nella misura in cui la zona di libero scambio transatlantica promette un liberismo ancora più sfrenato di quello del Wto, e dato che il Fondo monetario internazionale (Fmi) si oppone a qualunque forma di controllo sui movimenti di capitali, negli Stati uniti la debole «Tobin tax» non preoccupa più nessuno.

    Ma le sirene della deregolamentazione non si fanno ascoltare solo nell’industria finanziaria. Il Ttip intende aprire alla concorrenza tutti i settori «invisibili» e di interesse generale. Gli stati firmatari si vedranno costretti non soltanto a sottomettere i loro servizi pubblici alla logica del mercato, ma anche a rinunciare a qualunque intervento sui fornitori stranieri di servizi che ambiscono ai loro mercati. I margini politici di manovra in materia di sanità, energia, educazione, acqua e trasporti si ridurrebbero progressivamente.

    La febbre commerciale non risparmia nemmeno l’immigrazione, poiché gli istigatori del Ttip si arrogano il potere di stabilire una politica comune alle frontiere – senza dubbio per facilitare l’ingresso di un bene o un servizio da vendere, a svantaggio degli altri.

    Da qualche mese si è intensificato il ritmo dei negoziati. A Washington, si hanno buone ragioni di credere che i dirigenti europei siano pronti a qualunque cosa per ravvivare una crescita economica moribonda, anche a costo di rinnegare il loro patto sociale. L’argomento dei promotori del Ttip, secondo cui il libero scambio deregolamentato faciliterebbe i commerci e sarebbe dunque creatore di impieghi, apparentemente ha maggior peso del timore di uno scisma sociale. Le barriere doganali che sussistono ancora tra l’Europa e gli Stati uniti sono tuttavia già «abbastanza basse», come riconosce il rappresentante statunitense al commercio (12). I fautori del Ttip ammettono che il loro principale obiettivo non è quello di alleggerire i vincoli doganali, comunque insignificanti, ma di imporre «l’eliminazione, la riduzione e la prevenzione di politiche nazionali superflue (13)», dal momento che viene considerato «superfluo» tutto ciò che rallenta la circolazione delle merci, come la regolazione della finanza, la lotta contro il riscaldamento climatico o l’esercizio della democrazia. In realtà i rari studi dedicati alle conseguenze del Ttip non si attardano per nulla sulle sue ricadute sociali ed economiche.

    Un rapporto frequentemente citato, proveniente dal Centro europeo di economia politica internazionale (European centre for international political economy, Ecipe), afferma con l’autorevolezza di un Nostradamus da scuola commerciale che il Ttip darà alla popolazione del mercato transatlantico un aumento di ricchezza di 3 centesimi pro-capite al giorno… a partire dal 2029 (14). A dispetto del suo ottimismo, lo stesso studio valuta ad appena 0,06% l’aumento del prodotto interno lordo (Pil) in Europa e negli Stati uniti in seguito all’entrata in vigore del Ttip. Ancora, un tale «impatto» è decisamente non realistico dato che i suoi autori postulano che il libero scambio «dinamizza» la crescita economica: una teoria regolarmente confutata dai fatti. Un aumento così infinitesimale sarebbe d’altronde impercettibile. A titolo di paragone, la quinta versione dell’iPhone di Apple ha generato negli Stati uniti una crescita del Pil otto volte più importante.

    Pressoché tutti gli studi sul Ttip sono stati finanziati da istituzioni favorevoli al libero scambio o da organizzazioni imprenditoriali, ragione per cui i costi sociali del trattato non appaiono mai, così come le sue vittime dirette, che potrebbero tuttavia ammontare a centinaia di milioni. Ma i giochi non sono ancora conclusi. Come hanno mostrato le disavventure del Mai, del Ftaa e alcuni cicli di negoziati del Wto, l’utilizzo del «commercio» come cavallo di Troia per smantellare le protezioni sociali e instaurare una giunta di incaricati d’affari in passato ha fallito a più riprese. Nulla ci dice che non possa succedere la stessa cosa anche questa volta.

    * Direttrice del Public Citizen’s Global Trade Watch, Washington, DC, Public Citizen Home Page.

    NOTE

    (1) Si legga « Il nuovo manifesto del capitalismo mondiale », Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 1998.
    (2) «Some secrecy needed in trade talks : Ron Kirk», Reuters, 13 maggio 2012.
    (3) Zach Carter, «Elizabeth Warren opposing Obama trade nominee Michael Froman», 19 giugno 2013, Huffingtonpost.com
    (4) «Table of foreign investor-state cases and claims under Nafta and other Us «trade» deals», Public Citizen, agosto 2013, Public Citizen Home Page
    (5) Andrew Martin, «Treaty disputes roiled by bias charges», 10 luglio 2013, Bloomberg.com
    (6) «Renco uses Us-Peru Fta to evade justice for La Oroya pollution», Public Citizen, 28 novembre 2012.
    (7) «Ecuador to fight oil dispute fine», Agence France-Presse, 13 ottobre 2012.
    (8) Commenti all’accordo di partenariato transatlantico, documento del Bio, Washington, DC, mai 2013.
    (9) «Eu-Us high level working group on jobs and growth. Response to consultation by EuropaBio and Bio», Homepage - European Commission.
    (10) Shahien Nasiripour, «Fed opens books, revealing European megabanks were biggest beneficiaries», 10 gennaio 2012, Huffingtonpost.com.
    (11) «Europe admits speculation taxes a Wto problem», Public Citizen, 30 aprile 2010.
    (12) Messaggio di Demetrios Marantis, rappresentante americano al commercio, a John Boehner, portavoce repubblicano alla Camera dei rappresentanti, Washington, DC, 20 marzo 2013, Homepage - European Commission.
    (13) «Final report. High level working group on jobs and growth», 11 febbraio 2013, Homepage - European Commission.
    (14) «Tafta’s trade benefit: A candy bar», Public Citizen, 11 luglio 2013. (Traduzione di Al. Ma.)
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  5. #5
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    20 Mar 2013
    Località
    VERONA
    Messaggi
    14,104
     Likes dati
    1,712
     Like avuti
    5,166
    Mentioned
    26 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Ah....ecco perchè c'è casino in ucraina.....
    All I need is love and a M134 minigun

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    08 Apr 2009
    Località
    Cyborg nazzysta teleguidato da Casaleggio
    Messaggi
    26,843
     Likes dati
    664
     Like avuti
    3,823
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    I re dormienti d’Europa

    di Barbara Spinelli, da Repubblica, 23 aprile 2014

    Raggruppati in un'Unione che non ha niente da dire in politica estera – né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull'alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare – i governi europei s'aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.

    L'ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano. S'aggrappano a un'Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda.

    Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta. Non c'è evento, non c'è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s'insabbia. Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l'Unione, sia per la Russia. Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell'Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l'Unione le sta fallendo tutte.

    Le sta fallendo in Ucraina, perché l'Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.

    L'Europa sta a guardare, persuasa che bastino i piani di austerità proposti da Fondo Monetario e Commissione europea, se Kiev entrerà nella sua orbita. Questo è infatti lo scettro, l'unico che l'Unione sappia oggi impugnare: non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito, scrive lo storico russo Dmitri Trenin che dirige a Mosca il Carnegie Endowment for International Peace. Quasi che il dramma degli Stati fallimentari, nel mondo, fosse soltanto finanziario.

    La risposta politica a tali fallimenti è affidata a Obama, e per forza gli sbagli commessi dagli Europei si ripetono (basti ricordare l'errore madornale di Kohl, quando disse negli anni '90 che la Slovenia "meritava l'indipendenza", essendo "etnicamente omogenea"). Depoliticizzata, l'Europa subisce il ritorno anacronistico del duopolio russo-americano. È Washington a decidere se Kiev debba essere il nuovo scudo orientale della Nato, nonostante il popolo ucraino preferisca evidentemente la neutralità. Per quasi mezzo secolo l'avamposto fu la Germania Ovest, poi sostituita dalla Polonia: ora Varsavia spera che al proprio posto s'erga un'Ucraina occidentalizzata d'imperio, frantumabile come lo fu la Jugoslavia. Mosca chiede che il paese diventi una Federazione, anziché un agglomerato babelico di risentimenti nazionalisti. Strano che non sia l'Europa, con le sue esperienze, a domandarlo.

    La seconda prova è il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell'Europa rischiano d'esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici. Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l'Unione s'è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell'ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l'assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost.

    Sono in pericolo anche tasse cui l'Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c'è. Nell'incontro a Roma con Obama, Renzi ha auspicato l'accelerazione del negoziato senza chiedere alcunché, né per noi né per l'Europa.

    Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all'anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l'Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L'istituto Prometeia, pur favorevole all'accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L'istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali. Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe.

    Tutto questo in nome della "semplificazione burocratica": parola d'ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette "barriere non tariffarie", un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora.

    Non per ultimo, la terza prova: il caso Snowden, l'informatico dei servizi Usa che portò alla luce un sistema di sorveglianza tentacolare, predisposto dai servizi americani con la scusa di prevenire attentati terroristici. Grazie a Snowden si è saputo che erano intercettati perfino i cellulari di leader europei (tra cui Angela Merkel), non si sa per quali ragioni di sicurezza. I governi dell'Unione hanno protestato, ma ciascuno per conto suo e sempre più flebilmente. In un messaggio al Parlamento europeo, il 7 marzo, Snowden ha ironizzato sulle sovranità presunte dei singoli Stati, spiegando come sia assurdo il compiacimento di governi che immaginano di poter fermare il Datagate senza mobilitare l'Unione intera.

    La vicenda Snowden è anche questione di civiltà democratica. L'esistenza di smascheratori di misfatti - non spie ma whistleblower, denunziatori di reati commessi dalla propria organizzazione - potenzia la democrazia. È un bruttissimo segno e paradossale che i giornalisti implicati nel Datagate a fianco di Snowden abbiano ricevuto il Premio Pulitzer (uno schiaffo per Obama), e che lui stesso, il soffiatore di fischietto, abbia trovato riparo non in un'Europa che promette nella sua Carta la "libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera", ma nella Russia di Putin.
    Ultima modifica di Fuori_schema; 30-04-14 alle 16:13
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  7. #7
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    20 Mar 2013
    Località
    VERONA
    Messaggi
    14,104
     Likes dati
    1,712
     Like avuti
    5,166
    Mentioned
    26 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Quoto tutto!
    Non contenti della pompata da dietro rifilata a Lisbona e Maastricht....ce ne rifileranno un'altra.
    Che figata....e sai....ce la rifilano sicura come la morte!
    All I need is love and a M134 minigun

  8. #8
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Parole al vento, adesso arriveranno i troll piddini e ti diranno: gomblotto! Bimbumbamberg! 80 euro!

    Come sostengo da anni, siamo fottuti! Potete/possiamo votare per chi volete/vogliamo, ma il risultato è uno solo: siamo fottuti!
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  9. #9
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Vogliamo parlare del Ttip? - Formiche

    La rilevanza, sottovalutata, del prossimo accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea
    C’è un’incompetenza nascosta, che si nota meno, o non si nota affatto, ma rischia di avere conseguenze ancora più gravi della prima. Un esempio? Da due anni è in discussione un importante trattato sui futuri rapporti commerciali, economici e sociali tra gli Stati Uniti e l’Unione europea.
    CHE COS’È
    La sua sigla è Ttip, e sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership. Si tratta di un dossier di migliaia di pagine che, sul piano formale, mira a istituire un Partenariato Usa-Eu sul commercio e sugli investimenti, facendo degli Stati Uniti e dell’Unione europea un unico grande mercato comune, una «free zone» di merci e servizi, eliminando non solo le residue barriere tariffarie, ma anche le «barriere non tariffarie», vale a dire le differenti normative che rendono difficili gli scambi economici tra le due sponde dell’Atlantico.
    GLI INTERESSI DELLE MULTINAZIONALI
    In particolare, si tratta di quelle regole che riguardano gli standard di sicurezza e di qualità della vita presenti nei 28 Paesi dell’Unione europea, frutto di oltre un secolo di politiche di welfare. Normative che non esistono negli Stati Uniti e sono considerate, soprattutto dalle multinazionali Usa, sempre più un ostacolo all’affermarsi di un liberismo economico senza regole, dalla finanza alle banche, dalla salute all’agricoltura, dall’energia ai servizi pubblici, fino alle pensioni e ai diritti del lavoro.
    LA RILEVANZA DEL TRATTATO
    Mantenere in vita o abolire per il futuro certe «barriere non tariffarie» quali sono agli occhi delle multinazionali gli attuali sistemi pensionistici europei, i servizi sanitari universali, i livelli salariali dignitosi, le norme anti-Ogm per la tutela dell’agricoltura, dei vini e degli alimenti prodotti con metodi che ne certificano la qualità, dipenderà da questo nuovo trattato, che in buona sostanza finirà per incidere sulla vita di circa 800 milioni di persone, sommando quelle che vivono nei 28 Paesi dell’Ue e negli Usa. Dunque, un Trattato di importanza storica, la cui bozza finale – a sentire alcune fonti – potrebbe essere pronta per la ratifica verso al fine di quest’anno.
    IL FORCING OBAMIANO
    Gli Stati Uniti non vedono l’ora di firmarlo. Il presidente Usa, Barack Obama, nel suo recente viaggio in Europa, avrebbe caldeggiato una rapida conclusione delle trattative. Nulla si sa, invece, di cosa ne pensino i governi dei maggiori Paesi europei e la Commissione Ue, che formalmente è stata incaricata della trattativa con gli Usa. Quanto al Parlamento europeo, che sarà tenuto alla ratifica finale, si può soltanto dire che finora non se n’è mai occupato. Una ignoranza a dir poco irresponsabile, che sta trovando piena conferma nell’attuale vigilia del rinnovo del Parlamento europeo: in Italia non c’è un solo leader politico, né un uomo di governo, compreso il premier Matteo Renzi, che abbia mai fatto riferimento a questo tema, sia pure di sfuggita, in vista del voto del 25 maggio.
    LO SFORZO AMERICANO
    A loro parziale giustificazione, c’è che il dossier Ttip è un segreto tra i meglio custoditi in Europa. Secondo una recente ricostruzione di Paolo Raffone, la conduzione del negoziato è stata assai diversa sulle due sponde dell’Atlantico. La delegazione Usa ha schierato più di 600 consulenti delegati dalle multinazionali, i quali dispongono dell’accesso ai documenti preparatori e ne possono così condizionare la stesura finale.
    UNA CERTA ATARASSIA EUROPEA
    Per l’Ue invece il negoziato sarebbe condotto da un ristretto gruppo di lavoro di 6-7 persone (nessun italiano), guidato dal tedesco Paul Nemitz, che fa parte della Direzione Generale Giustizia della Commissione Ue. Anche se può sembrare incredibile, Nemitz è l’unico autorizzato ad avere voce in capitolo, tanto che nessun membro del gabinetto di Manuel Barroso è stato autorizzato a partecipare alle riunioni bilaterali. Non solo. Nemitz si sarebbe finora preoccupato di salvaguardare soprattutto gli interessi tedeschi, in stretto raccordo con il governo di Angela Merkel a Berlino, senza mai rivelare ad altri esponenti europei i contenuti del dossier.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  10. #10
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: Chi sa cos'è il TTIP?

    Citazione Originariamente Scritto da Azael Visualizza Messaggio
    Ah....ecco perchè c'è casino in ucraina.....
    Certamente in Ucraina non si combatte una guerra per la libertà del popolo ucraino, i popoli, come di consueto, non contano un capzo.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 
Pagina 1 di 26 1211 ... UltimaUltima

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito