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Discussione: Iraq - Focus

  1. #531
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    dov'è l'ambasciata dell'ISIL? Voglio rivolgere una protesta ufficiale perchè non ci vogliono nel loro califfato!
    http://www.repstatic.it/content/nazi...9606a680f1.jpg
    cioè, la Spagna sì, persino la Grecia fallita sì, l'Africa nera più miserabile Sì, e noi no? COME SI PERMETTONO?
    PRETENDO DI ESSERE TERRA DI CONQUISTA DELL'ISIL!

  2. #532
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Citazione Originariamente Scritto da Halberdier Visualizza Messaggio
    E allora cosa mi parli del fatto che sono stati da essi occupati giacimenti petroliferi?

    Risulta che siano stati occupate alcune raffinerie.

    I giacimenti di petrolio stanno nel kurdistan.

  3. #533
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    dov'è l'ambasciata dell'ISIL? Voglio rivolgere una protesta ufficiale perchè non ci vogliono nel loro califfato!
    http://www.repstatic.it/content/nazi...9606a680f1.jpg
    cioè, la Spagna sì, persino la Grecia fallita sì, l'Africa nera più miserabile Sì, e noi no? COME SI PERMETTONO?
    PRETENDO DI ESSERE TERRA DI CONQUISTA DELL'ISIL!
    Strano che sia così. Perfino Israele è stato compreso...
    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Risulta che siano stati occupate alcune raffinerie.

    I giacimenti di petrolio stanno nel kurdistan.
    E allora che c'entra se « Hanno gia occupato aree che si trovano prospicienti giacimenti petroliferi. » ?
    Ultima modifica di Halberdier; 30-06-14 alle 22:24

  4. #534
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Iraq, la disfatta di un esercito costato 130 miliardi di dollari | Daniele Mastrogiacomo
    Iraq, la disfatta di un esercito costato 130 miliardi di dollari


    Pubblicato: 23/06/2014 17:42 CEST Aggiornato: 23/06/2014 17:42 CEST
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    Per Nuri al Maliki, la conquista di al Waleed è stata una doccia fredda. È il secondo posto di frontiera iracheno con la Siria. Il primo ministro non se l'aspettava. Ma soprattutto si tratta di una tappa fondamentale nella lunga corsa dei jihadisti dell'Isis (Stato islamico della Siria e dell'Iraq) alla conquista del nuovo Emirato salafita del Medio Oriente. Il premier ha chiesto aggiornamenti e quando gli hanno confermato che i soldati addetti ai confini si erano dileguati senza neanche sparare un colpo, ha cercato con un certo imbarazzo di rassicurare il suo interlocutore. Chi era presente, racconta di un John Kerry teso e contratto. Il Segretario di Stato Usa è arrivato a Baghdad senza alcun preavviso. Motivi di sicurezza. Ma l'effetto sorpresa puntava a capire, senza le solite mediazioni, l'effettiva capacità operativa dell'esercito iracheno. Per addestrarlo, gli americani hanno speso 130 miliardi di dollari.
    L'impressione è stata pessima. I timori della vigilia sono stati confermati con la presa di Al Waleed. Dopo Qaim, lungo la direttrice con Falluja, dopo Trebil, che unisce l'Iraq alla Giordania, questa enclave sciita nel nord del paese rappresentava l'ultima barriera al flusso di armi e uomini che arrivano, come un fiume in piena, dalla Siria. Adesso l'intera area nord-ovest dell'Iraq è nella mani della nuova al Qaeda: un terzo del paese. L'assedio di Baghdad è solo questione di giorni. Per il momento l'Isis preferisce consolidare le posizioni conquistate.
    Barack Obama è contrario ad un intervento diretto. Il presidente americano non può permettersi l'invio di altre truppe. Il primo ministro al Maliki lo sa bene. Sa anche che il suo esercito, formato teoricamente da 800 mila uomini, è demotivato, mal pagato, corrotto, impreparato, e formato in maggioranza da sciiti. Nel giro di due settimane ha perso città importanti, come Mosul, Bajii, Tikrit, Hawija, la provincia di Kirkuk. Con le sue banche, e i suoi soldi, le centrali elettriche, le dighe, le caserme, le centrali della polizia. Lungo la sua incredibile avanzata, l'Isis ha raccolto centinaia di cannoni, tank, carri armati, mortai, fucili abbandonati dai soldati dell'esercito regolare. Ha liberato migliaia di detenuti, per la maggioranza prigionieri sunniti: 800 ad Abu Ghraib, 2500 a Badoosh, vicino a Mosul. Ha assaltato roccaforti militari. Si è impossessato del secondo più importante sito di stoccaggio di munizioni del paese. Ha graziato chi si univa agli jihadisti. Ha catturato, torturato, ucciso, decapitato chi si opponeva.
    La nuova al Qaeda non è sola. È guidata da comandanti militari che da due anni combattono nel nord della Siria. Ma sostenuta anche da ex ufficiali dell'esercito di Saddam, rimasti ai margini della resistenza continuata in tutti questi anni, e adesso tornati sul campo. Conoscono bene il loro paese, sanno dove ci sono i depositi di armi importanti, sono esperti nelle tecniche di intelligence. Hanno un forte desiderio di riscatto. Vedono finalmente la possibilità di riconquistare il potere perduto con la sconfitta di Saddam Hussein.
    Nouri al Maliki non può neanche chiedere aiuto all'Iran. Sarebbe la più palese dimostrazione di quanto dipende dal regime degli ayatollah. Teheran ha già detto che non interferirà. Si limiterà a difendere i luoghi santi degli sciiti: Samarra, Najaf e Kerbala. Per il resto, il primo ministro può contare solo sui gruppi di élite e le squadre speciali antiterrorismo. L'esercito ufficiale non è preparato. Cinque delle 14 divisioni, secondo specialisti americani, sono "inadatte al combattimento". Mancano le armi strategiche. Dei tre aerei Cessna che trasportavano missili Hellfire ne sono rimasti solo due. Ma sono senza razzi. Gli Usa ne forniranno nuovi. Non si sa quando. Per il momento bisogna fare i conti con 10 mila combattenti, 6.000 dell'Isis e 4.000 sunniti. Le sfilate con le "brigate della pace" di Moqtada al Sadr e l'arruolamento di massa nei quartieri sciiti di Bagdad servono più che altro a sollevare il morale delle truppe. Molte delle reclute non hanno neanche raggiunto le basi di destinazione: sono state sorprese lungo la strada e massacrate dagli uomini dell'Isis.

  5. #535
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Su25 contro ISIS




    In: russiaasiacentrale 30Jun2014 Data pubblicazione By Antonio Albanese Visite: 261


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    Italia - Roma 30/06/2014. Se fino ad oggi la situazione in Iraq non è stata una grande preoccupazione per Mosca, le cose potrebbero cambiare a breve. I mass media russi non hanno dato grande rilievo alla crisi irachena, occupati come sono a a seguire l’Ucraina e la politica interna; una simile musica sembra essere suonata dagli apparati di Mosca, anche se Putin ha espresso "pieno sostegno" a Nouri al-Maliki per combattere Isis. È anche vero però che Mosca ha importanti interessi in Iraq e in Medio Oriente, e che la sua posizione e presenza in teatro è tornata a farsi sentire. Lo sfaldamento iracheno è, agli occhi di Mosca, la continuazione di quanto sta avvenendo in Siria, teatro in cui, agli gli occhi russi, gli occidentali hanno appoggiato, direttamente o indirettamente, le forze ribelli” poi rivelatesi allineate, in tutto o in parte, con la rete di al Qaeda, innescando una spirale di violenza “terrorista” di cui non si vede lontanamente la fine. Quello che, oggi, il Cremlino è disposto a fare di fronte all'instabilità in Iraq non è molto chiaro. La Russia certamente preferisce un Iraq stabile con Maliki rispetto a Isis e ha un ruolo significativo nel settore petrolifero iracheno attraverso il giacimento West Qurna-2. Oggi, la Russia ha riferito venduto una dozzina di caccia Su-25 (a destra i primi arrivi a Baghdad) di epoca sovietica all’Iraq, di cui alcuni già consegnati. Esperti russi li starebbero preparando pe ril’utilizzo i a Baghdad. È stato lo stesso Maliki a dire che l'Iraq era «deluso» dal processo necessario per comprare aerei da guerra dagli Stati Uniti. Visto poi che i piloti iracheni hanno già esperienza di volo con i Su-25, i jet dovrebbero essere in grado di prendere il volo a breve. La vendita di aerei russi rappresenta essenzialmente la continuazione della politica di Mosca in Siria, stavolta però dall'altra parte del confine. Nel breve periodo, però, un coinvolgimento più ampio di Mosca nella crisi irachena potrebbe non prendere corpo visto il suo ampio e diretto coinvolgimento in Ucraina che mette a nudo la sua impossibilità di poter agire su diversi scenari contemporaneamente. In pratica, la politica estera della Russia in Medio Oriente resta per gran parte difensiva. Nonostante la volontà di mettere in sicurezza I propri interessi economici e politici nel Medio Oriente, regione che tocca la sua periferia, la proiezione geopolitica di Mosca, nei decenni post-sovietici, ha raramente superato il livello di protezione dei propri interessi di sicurezza e di espansione dei suoi legami commerciali. Tenendo conto però che gli interessi economici di Mosca in Medio Oriente sono relativamente piccoli rispetto a quelli in regioni limitrofe (Europa e Asia), che l'instabilità in Iraq o in Siria hanno conseguenze indirette per la sicurezza della Russia; che il Medio Oriente offre molte più opportunità rispetto all'Europa, all'Asia o all’Africa, bisognerà vedere dopo i Su-25 quale scelta farà Mosca di fronte all’”immobilismo” statunitense e all’avanzata di Isis e de suo neonato Califfato in territorio iracheno.Share this post


  6. #536
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Per addestrarlo, gli americani hanno speso 130 miliardi di dollari.

    I numeri a lotto !!

  7. #537
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Citazione Originariamente Scritto da Metabo Visualizza Messaggio
    Roma 30/06/2014. Se fino ad oggi la situazione in Iraq non è stata una grande preoccupazione per Mosca, le cose potrebbero cambiare a breve. I mass media russi non hanno dato grande rilievo alla crisi irachena, occupati come sono a a seguire l’Ucraina e la politica interna; una simile musica sembra essere suonata dagli apparati di Mosca, anche se Putin ha espresso "pieno sostegno" a Nouri al-Maliki per combattere Isis.
    forse a Putin dell'Iraq non gliene frega un cazzo, semplicemente ha trovato un'opportunità di prendere due o tre piccioni con una fava, e l'ha colta.
    1) non si parla più solo di Ucraina sui media russi
    2) dà l'impressione di avere capacità di proiezione su più fronti (di cui uno è in pratica una colonia yankee, e quindi dà l'ulteriore impressione di essere ancora capace di rompere i c...i agli yankee in "casa" loro)
    3) ripulisce le basi aeree dai veicoli più vecchi, e ci fa pure qualche solo sopra...

    Diciamo che è una buona mano di poker, ma la partita è solo all'inizio.

  8. #538
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Obama tentenna. A difendere Baghdad dai qaedisti ci pensano russi e iraniani

    La Casa Bianca esita e a combattere il Califfato jihadista arrivano pasdaran e piloti di Mosca: l'analisi


    Un cacciabombardiere Sukhoi 25 dell'aeronautica irachena all'epoca del regime di Saddam Hussein (Credits: US Department of Defense)

    Le vere cause del tracollo dell'esercito iracheno

    di Gianandrea Gaiani

    Mentre Abui Bakr al-Baghdadi proclama il Califfato e fonda un vero Stato islamista che si estende dalla città siriana di Aleppo a quella irachena di Dyala, a Baghdad è ormai chiaro a tutti, specie al governo sciita di Nouri al-Maliki, che gli Stati Uniti non muoveranno un dito per difendere l’Iraq dall’avanzata dei miliziani qaedisti.
    Certo, Obama ha promesso di accelerare la consegna di armi e munizioni per compensare i consumi bellici e le tremende perdite subite dall’esercito a Mosul e Tikrit e nella provincia di al-Anbar, ha inviato in Iraq circa 200 consiglieri militari (altri cento sono in arrivo) e sta facendo sorvolare i campi di battaglia dai droni armati. Consiglieri e droni non sono però autorizzati a combattere a conferma dell’ambiguità di Washington che sembra puntare soprattutto a seguire da vicino lo sviluppo del conflitto anche per evacuare per tempo le migliaia di residente americani più che ad aiutare militarmente Baghdad.
    Al-Maliki si è quindi rivolto all’Iran che ha inviato droni, armi e qualche battaglione di pasdaran della Divisione al-Quds pronti oggi a morire per difendere la capitale irachena in un’operazione paradossale se si pensa al milione di morti nel conflitto che tra il 1980 e il 1988 oppose Iran e Iraq.
    Il contributo militare qualitativamente più importante alla guerra di Baghdad contro l’offensiva qaedista giunge però da Mosca, ancora una volta postasi come paladina della lotta contro l’estremismo islamico. Dopo aver sostenuto con forniture belliche e aiuti economici la Siria di Bashar Assad e l’Egitto del generale al-Sisi, la Russia di Vladimir Putin ha consegnato in pochi giorni all’aeronautica irachena 7 cacciabombardieri Sukhoi 25 nell’ambito di un pacchetto da mezzo miliardo di dollari che comprende 12 velivoli e un gruppo di consiglieri militari con tecnici e forse piloti.
    L’obiettivo dichiarato da al-Maliki è poter utilizzare i rustici ma potenti aerei russi per sostenere il contrattacco dei governativi in atto a Tikrit e per difendere Baghdad in attesa che si concretizzi la commessa a lungo termine per 36 cacciabombardieri americani F-16 di cui i primi due verranno consegnati solo il prossimo autunno. “Sarò franco a dire che eravamo illusi quando abbiamo firmato il contratto con gli statunitensi – ha affermato al-Maliki alla BBC – se avessimo avuto copertura aerea avremmo potuto impedire quanto finora è successo al nostro paese”.
    Il premier ha poi aggiunto che col senno di poi l’Iraq non avrebbe avuto problemi ad acquistare aerei da combattimento dagli inglesi, dai francesi e dai russi.
    Gli aerei russi, tutti di seconda mano potrebbero venire affiancati da altri 6 velivoli Sukhoi 30 , anch’essi acquistati usati dopo anni di servizio con le forze aeree indiane e dopo essere stati revisionati in Bielorussia. L’ipotesi che Mosca fornisca anche i piloti è più che probabile: l’Iraq ha avuto in servizio diversi Sukhoi 25 ai tempi del regime di Saddam Hussein ma certo non dispone oggi di piloti addestrati ad impiegarli in combattimento.
    I jet non rappresentano la prima commessa russa per l’Iraq. Mosca nell’ottobre del 2012 acquistò per 4,3 miliardi di dollari un ampio arsenale mai del tutto reso noto ma comprendente una cinquantina di elicotteri d’attacco Mi-35M e Mil Mi-28NE, tutti già consegnati.

    Obama tentenna. A difendere Baghdad dai qaedisti ci pensano russi e iraniani - Panorama

  9. #539
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    forse a Putin dell'Iraq non gliene frega un cazzo, semplicemente ha trovato un'opportunità di prendere due o tre piccioni con una fava, e l'ha colta.
    1) non si parla più solo di Ucraina sui media russi
    2) dà l'impressione di avere capacità di proiezione su più fronti (di cui uno è in pratica una colonia yankee, e quindi dà l'ulteriore impressione di essere ancora capace di rompere i c...i agli yankee in "casa" loro)
    3) ripulisce le basi aeree dai veicoli più vecchi, e ci fa pure qualche solo sopra...

    Diciamo che è una buona mano di poker, ma la partita è solo all'inizio.
    La prima, ora gli americani sono occupati visto che hanno la gigantesca ambasciata a bagdad a rischio.
    La seconda, ci pensano da soli gli yankee
    La terza, i russi hanno in svilluppo i Su 39, evoluzione del su25, quindi ormai i vecchi li regalano.
    Ultima modifica di Metabo; 30-06-14 alle 23:05

  10. #540
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Le vere cause del tracollo dell'esercito iracheno - Panorama
    Le vere cause del tracollo dell'esercito iracheno


    Dal ritiro degli istruttori americani l'esercito di Baghdad è privo di addestramento - Obama manda in Iraq 275 uomini

    • 17-06-201498

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    Soldati dell'esercito iracheno
    Credits: ANSA FOTO

    Tag: ESERCITO IRACHENO Iraq
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    Caos in Iraq, il premier al Maliki somiglia a Saddam

    di Gianandrea Gaiani

    È passato meno di un mese da quando Nouri al-Maliki ha vinto le elezioni politiche conquistando il suo terzo mandato da premier iracheno con le congratulazioni di tutto il mondo occidentale, Stati Uniti in testa. Gli stessi Paesi che nell’ultima settimana hanno chiesto al premier di cambiare politica, di aprire alla minoranza sunnita che proprio Maliki aveva emarginato chiedendo aperture alle quali Washington oggi condiziona quegli aiuti militari forniti fino a ieri senza alcuna contropartita.
    A far mutare l’atteggiamento degli Stati Uniti non sono stati fattori politici ma puramente militari: l’invasione del nord del Paese da parte delle milizie qaediste dello Stato Islamico di Iraq e Sham (ISIS) e soprattutto il tracollo dell’esercito iracheno sbandato su tutti i fronti.
    Intere brigate si sono ritirate da Mosul, Tikrit e altri centri del nord-ovest senza combattere e abbandonando al nemico armi, mezzi ed equipaggiamenti inclusi una ventina di carri armati T-55 e centinaia di veicoli Hummer ceduti dagli americani alle forze di Baghdad. Nella provincia di al-Anbar è stata registrata un'incursione dei miliziani islamisti siriani del Fronte al-Nusrah che hanno sconfinato in Iraq per attaccare un reparto della 14a divisione irachena sottraendo loro armi, munizioni e veicoli per poi riparare di nuovo nella base dei jihadisti di Abukamal, in territorio siriano.
    Il collasso dell’esercito iracheno, che sta oggi costringendo il governo ad armare i civili e ad affidare la difesa di Baghdad alle milizie dei gruppi radicali sciiti, non costituisce però un evento improvviso. Quando a gennaio le forze dell’ISIS provenienti dalla Siria espugnarono Fallujah e Ramadi le truppe irachene non riuscirono a sconfiggerle pur schierando sul campo 42 mila dei 270 mila soldati che componevano l’esercito di Baghdad pima degli ultimi rovesci. Migliaia di soldati, soprattutto sunniti, disertarono a un ritmo ritenuto preoccupante da un rapporto pubblicato nel maggio scorso dal Washington Post che citava fonti irachene. Se i soldati sunniti non intendevano combattere per uno Stato che li emarginava anche le reclute sciite inviate a rimpiazzarli si sono date spesso alla fuga dopo i primi scontri con gli esperti miliziani dell’ISIS, veterani di mille battaglie.
    L’esercito iracheno, disciolto dagli americani dopo la caduta di Saddam, Hussein e ricostituito nel 2004 è stato formato dagli istruttori alleati (anche italiani) come forza anti-guerriglia e come tale ha operato con crescente successo fino al ritiro delle truppe UUSA e Nato, alla fine del 2011. Da allora le forze armate hanno assunto le caratteristiche di tutta la pubblica amministrazione irachena caratterizzata da corruzione, inefficienza e clientelismo. I fondi per l’addestramento dei reparti sono finiti in molti casi nelle tasche dei generali spesso nominati per amicizie e intese tra i clan sciiti mentre è stata spesa una fortuna per acquisire in Russia, Ucraina e Stati Uniti missili, aerei, carri armati ed elicotteri che nessun militare iracheno sa impiegare.
    La spaccatura tra sciiti e sunniti, accentuata dalla politica di al-Maliki, ha ingigantito il fenomeno delle diserzioni, oggi punite con la morte, e ha indotto molte tribù sunnite ad appoggiare l’offensiva dell’ISIS pur non condividendo l’integralismo islamico dei qaedisti. Il mondo si è accorto solo con la caduta improvvisa di Mosul e l’avanzata dell’ISIS verso Baghdad di quanto drammatica fosse la situazione militare in Iraq ma gli indizi erano evidenti già in aprile quando il governo chiuse il supercarcere di Abu Ghraib, situato ad appena 40 chilometri dalla capitale, non per ragioni umanitarie ma perché la zona era già in mano ai ribelli che avrebbero potuto cercare di liberare i 2.400 qaedisti detenuti.
    Onu, Stati Uniti e Australia hanno già iniziato a sgomberare ambasciate e uffici di rappresentanza da Baghdad a conferma di quanto la situazione rischi di assomigliare al tracollo del Sud Vietnam nel 1975 . Nonostante gli appelli di Washington e Riad a Maliki perché apra a un governo allargato ai sunniti non sembra essere questo il momento per soluzioni politiche. La difesa di Baghdad è oggi una questione prettamente militare e la mobilitazione di milizie sciite da contrapporre a quelle sunnite non potrà che favorire lo scoppio di quella guerra civile e confessionale su vasta scala che era l’obiettivo principale dei qaedisti in Iraq fin da quando erano guidati da Abu Musab al-Zarqawi.

 

 
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