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Discussione: Sano e malato

  1. #1
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    Predefinito Sano e malato

    Nel corso degli anni mi sono rinchiuso nella mente. Questo continuo pensare ha comportato sempre un minor agire e talvolta persino un “falso” sentire. Perché puoi perfino convincerti col ragionamento che una tua emozione è sbagliata e puoi arrivare a reprimerla. Puoi dimenticare il tuo corpo, negarlo, persino brutalizzarlo.

    Se nasci mentale ciò ti sembrerà logico e naturale e non ti comporterà nessun problema. Ma può anche capitare che un emotivo si rinchiuda nella mente per… vergogna. Una vergogna che nasce come timidezza e viene vissuta come colpa per via di problematiche interazioni sociali. Quando il tuo sistema va da una parte e la società spinge dall’altra la forza di quest’ultima è più forte e spinge a farti ritenere che il problema sei tu, è tua madre o tuo padre, è la Chiesa, e non i tuoi compagni, gli insegnanti, le istituzioni.

    Allora tu accetti di considerarti un malato, vai da un pazzo che si chiama psicologo e sprofondi.

    Oppure fuggi dalla realtà e ti rinchiudi nella tua mente. Inizi a razionalizzare te e gli altri, ad evitare ogni problema e rischi di sprofondare anche così.

    Poi magari ti capita di leggere un libro che ti dice quello che dentro di te hai sempre pensato e che non osavi affermare. E cioè che il problema non sta in te ma fuori di te. Il problema è la società, questa società che ti impone come giusti determinati valori a discapito di altri e favorisce determinati comportamenti a discapito di altri. E che decide cosa è sano e cosa non lo è. Sano è il vivace, l’indipendente, l’intraprendente. Malato è il timido, il dipendente, il tradizionalista. Ma questa (psic) analisi non è oggettiva e men che meno scientifica. Questa è il frutto di un’ideologia politica. Tu pensi di andare da un medico, ma vai da un marxista che giudica i tuoi problemi facendo magari appello alla “personalità autoritaria” di Adorno.

    E’ bene avere chiaro in mente il contesto sociale-culturale. Che non è neutro, ma politico. E’ un contesto di parte che ti giudica secondo i suoi valori. Tant’è che una persona che negli USA potrebbe essere considerata “malata” in altre parti del mondo o in tempi diversi dal nostro sarebbe considerata sanissima e persino virtuosa.
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Re: Sano e malato

    ci stai dicendo che ti senti molto solo?

  3. #3
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    Predefinito Re: Sano e malato

    ma pensa alla fica


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    "Scribacchini di regime." (su Nazim Hikmet e Pablo Neruda)
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  4. #4
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    Predefinito Re: Sano e malato

    Sto dicendo che c'è la persona e c'è la società. E ciò che è bene per la persona non è detto sia un bene per la società. E viceversa.
    Io mi reputo una persona sana che vive in una società malata. Malata di esibizionismo, competizione, individualismo.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Sano e malato

    Comunisti e liberali, alla fine, sono la stessa cosa.
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  6. #6
    ___La Causa del Popolo___
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    Predefinito Re: Sano e malato

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Comunisti e liberali, alla fine, sono la stessa cosa.
    e dopo i nazicom i libcom...
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  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Comunisti e liberali, alla fine, sono la stessa cosa.
    sono anni che lo dico e cerco di convincere i comunisti a saltare il fosso


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  8. #8
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    Predefinito Re: Sano e malato

    Citazione Originariamente Scritto da Felipe K. Visualizza Messaggio
    sono anni che lo dico e cerco di convincere i comunisti a saltare il fosso


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  9. #9
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    Predefinito Re: Sano e malato

    Citazione Originariamente Scritto da Aldo Raine Visualizza Messaggio
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    tra una e l'altra mi rimane tempo per pensare alla filosofia


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  10. #10
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    Predefinito Re: Sano e malato

    Mi raccomando, leggetevi questo scritto. Non fosse altro che per la fatica che ci ho messo a trascriverlo.



    Iniziamo qui un breve viaggio attorno alla timidezza. Il punto di vista che viene presentato si discosta, forse, da quello che ci si potrebbe aspettare, perché le cose che verranno dette in questo libro si fondano prevalentemente sulla ricerca psicologica e neuropsicologica più recente. (…) L’idea che viene qui proposta è che se vogliamo parlare seriamente di timidezza dobbiamo tenere presente che esistono tre elementi del problema: l’individuo, l’ambiente e i processi di mediazione individuo-ambiente, che possono essere riassunti nel concetto di adattamento alla cultura di appartenenza. (…)

    La ricerca ci dice che la timidezza è una variante della condizione umana, una variante molto utile dal punto di vista biologico. Se una specie vuole sopravvivere in ogni sorta di ambiente, la cosa migliore è avere una grande variabilità interna. Così, servono individui poco sensibili alla paura, capaci di lottare e portare cambiamenti, ma servono anche individui capaci di inviduare in fretta i pericoli, capaci di spaventarsi molto e, di conseguenza, capaci di proteggere se stessi e gli altri. (…)

    (…) per gli esseri umani, sono le caratteristiche sociali e culturali dell’ambiente che favoriscono o sfavoriscono alcuni particolari tipi umani. In questo libro, verrà spesso sottolineato il fatto che culture tra loro distanti nello spazio o nel tempo considerano la timidezza in modo profondamente diverso, ad esempio in maniera negativa oppure, al contrario, positiva. Di conseguenza l’adattamento sociale e culturale della persona timida in alcuni contesti è molto difficile, in altri contesti è un problema che non si pone neppure. (…) Esistono ambienti che agiscono attivamente contro i timidi e li penalizzano ed esistono ambienti che sono perfetti per i timidi. (…)

    La timidezza, la paura delle situazioni sociali sconosciute e imbarazzanti, si presta a giocare ruoli diversi secondo il “mito sociale” prevalente in una certa società. (…) Tutti i miti, anche i più nobili, sono tentativi di omologazione. Se il mito corrente richiede di essere aristocraticamente riservati, timidi, rispettosi, timorosi della novità e tradizionalisti, gli innovatori se la cavano piuttosto male. Pensate a Darwin o Freud, che hanno cambiato il modo di vedere le cose delle generazioni di un intero secolo e che sono stati quasi espulsi dalle loro società. Se il mito corrente impone di affermare se stessi ad ogni costo e di lasciare mano libera all’avidità, le persone riservate, rispettose, di animo nobile, gentile e facilmente impaurito dalle persone sconosciute sono nei guai. Spero, almeno, che trovino conforto in questo mio modo di presentare la timidezza, così fuori dal coro, e riscoprano il valore del loro tipo umano. Noi viviamo in un mondo che, come tutti i mondi che ci hanno preceduto o che vivono solo un po’ più in là, ha costruito suoi miti particolari. Uno dei nostri miti più diffusi è il fatto che la paura sia un sentimento meschino, da evitare come la peste e che solo alcuni poveretti sfavoriti dalla sorte provino queste miserande emozioni. (…) pochi ammetterebbero francamente che la nostra vita quotidiana è intessuta di paura. Molti reagirebbero con un “Beh, ansia d’accordo, ma paura proprio no”. Come se l‘ansia non fosse una forma della paura. Essere in ansia ha un che di nobile e il problema può essere gestito attraverso l’assunzione degli “ansiolitici” più diffusi: farmaci veri e propri, alcool, sesso o cioccolato. E’ avere paura che non è permesso. Ma perché si può parlare di ansia (e trangugiare ansiolitici come se fossero popcorn) e non si può parlare di paura che, quasi ad ogni effetto pratico, è la stessa cosa?

    Perché nella nostra società ciascuno di noi ha l’obbligo morale di assumersi molti rischi personali per migliorare la propria condizione sociale e economica, per aumentare le proprie competenze professionali, per guadagnarsi il favore di amici influenti, per ottenere il grande amore, o molti amori. Come tutte le persone sane di mente sanno fin dalla più tenera nascita, i rischi fanno paura. E’ giusto che sia così, perché è in gran parte per merito della paura che a noi, come a gran parte del mondo animale, viene garantita la sopravvivenza. Gli eroi sono più famosi per l’assenza di paura che per il loro tasso di sopravvivenza. Nel mondo quotidiano, a noi tutti è richiesto di mettere da parte la paura e di accettare con il sorriso sulle labbra una gran quantità di rischi personali, allo scopo di ottenere tutte quelle belle cose legate all’affermazione individuale di cui abbiamo parlato sopra (soldi, status, amore, professione, perfino divertimento).

    Non tutte le società occidentali hanno sempre avuto questo mito. Per esempio, nell’America puritana o nell’Inghilterra vittoriana la paura era un bene prezioso. Il timore di Dio era essenziale per controllare il desiderio di fama, ricchezza o piacere sessuale. Il mito di allora proponeva una vita quieta, fondata sul timore, con poco spazio per l’avidità, la competitività e la lussuria, con poco spazio, cioè, per l’affermazione dell’individuo. (…) La paura era una grande alleata e la timidezza a quel tempo era segno sicuro di virtù; era altamente apprezzata nelle donne, ma anche negli uomini. (…)

    Come si diceva, noi siamo piuttosto lontani dalle mitologie vittoriane e a noi è richiesto esattamente il contrario di quanto veniva richiesto alle famiglie puritane. E’ nostro dovere acquisire beni in questo mondo e affermare noi stessi, costi quel che costi. La paura, lungi dall’essere nostra alleata, è la nostra peggiore nemica.




    Giovanna Axa, La timidezza. Una dote assolutamente preziosa nel patrimonio genetico umano, Il Mulino 1999 (pagg. 7-9, 21-23)
    Ultima modifica di Florian; 24-08-14 alle 14:42
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