Un intervento su un blog del Gennaio 2012, interessante, specie da leggere dopo un paio d'anni:
Il nuovo secolo americano
17 gennaio 2012 IDEM
Avete sentito? L’America è in declino. Questa volta sul serio. Il debito pubblico è stato declassato. L’economia è crollata. La leadership globale è svanita. A questo giro tocca alla Cina chiudere l’Era dell’Impero Americano. Due decenni fa spettava al Giappone o forse alla Germania. Per cinquant’anni è stata l’Unione Sovietica sul punto di ribaltare le gerarchie mondiali e cancellare il mondo occidentale a guida yankee. Anche gli arabi produttori di petrolio sono stati, negli anni Settanta, a un passo dal ridimensionare il ruolo degli Stati Uniti. Addirittura c’è stato chi pensava che prima o poi sarebbe stata l’Europa a prendere il sopravvento.
Sappiamo com’è andata a finire. In un modo o in un altro, l’America ha sempre superato sfide, minacce e decenni per poi ritrovarsi più forte e dominante di prima. Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo è diventato unipolare. Definire l’America una “superpotenza” non è stato più sufficiente, tanto che il ministro degli Esteri francese Hubert Védrine ha dovuto coniare il termine “iperpotenza” per descrivere, con orrore, la superiorità economica, militare e tecnologica degli Stati Uniti.Il film Il declino dell’impero americano è del 1986. Il saggio The rise and fall of the Great Powers, dello storico Paul Kennedy, è dell’anno successivo. Are we Rome? The fall of an Empire and the fate of America è stato il libro da leggere nel 2007. Se si entra in una libreria adesso, anno domini 2011, i saggi sulla fine del secolo americano sono più numerosi dei romanzi di Andrea Camilleri o delle carte giudiziarie rimpaginate in bello stile da Marco Travaglio.In generale non è mai prudente annunciare la fine di qualcosa in un titolo di un libro. Ne sanno qualcosa Daniel Bell e Francis Fukuyama, autori di The End of Ideology (1960) e di The End of History (1992), pubblicati poco prima che le ideologie e la storia tornassero rumorosamente a farsi sentire.La saggistica catastrofista agli editori piace molto e probabilmente anche al pubblico dei lettori, spesso attratto dalle teorie millenariste e dai complotti. The End of Free Market, la fine del libero mercato, di Ian Bremmer, studioso dell’Eurasia Group di New York, è tra le ultime funeste previsioni. Del resto con la crisi del 2008 il capitalismo è crollato. O no?Il socialismo in effetti è ridiventato cool, ma è stato sufficiente un gruppo di militanti dei Tea Party a bilanciare in chiave liberista l’economia, la società e la politica.Sul secolo americano, dunque, meglio guardare i fondamentali prima di scommettere sulla sua fine. Lo stratega George Friedman, direttore di Stratfor e autore di The next 100 years, invita ad approfondire la geografia, a studiare la storia, a leggere i dati demografici prima di avventurarsi in previsioni azzardate. A guardare bene, sostiene Friedman, siamo soltanto all’inizio dell’Era americana. Questo sarà ancora il secolo americano.Gli Stati Uniti non possono essere attaccati né via mare né via terra, al contrario dei grandi imperi del passato. Controllano gli oceani, lo spazio, il commercio. Guidano un sistema di alleanze internazionali che raggruppa il 70 per cento del potere economico mondiale. I principali competitor, la Russia e la Cina, non vanno oltre la Bielorussia e la Corea del Nord.Gli Stati Uniti occupano un continente fertile, naturalmente ben collegato e ancora scarsamente popolato. La Cina, invece, è circondata da regioni cuscinetto, come la Manciuria, la Mongolia, lo Xinjiang e il Tibet, senza le quali sarebbe vulnerabile. Geograficamente la Cina è una regione chiusa, circondata da giungle, dall’Himalaya, dalla steppa, dalla Siberia e sovrappopolata intorno alla costa. Soprattutto non controlla i mari del sud, mentre la Russia è chiusa tra i paesi dell’Alleanza atlantica, la polveriera islamica e l’Asia cinese.Gli Stati Uniti non rischieranno niente finché controlleranno i mari e difenderanno il commercio globale, ormai diviso a metà sul versante Atlantico tra l’America e l’Europa e per l’altra metà sul versante Pacifico tra l’America e l’Asia. Il mondo è americanocentrico, scrive Friedman, e perché rimanga tale è sufficiente che i potenziali sfidanti asiatici, europei dell’est e arabo-petroliferi abbiano da risolvere grane interne o regionali.I declinisti tendono a ignorare i punti di forza del sistema americano: il dinamismo, la competitività, la capacità di rischiare, l’immensa flessibilità, la volontà di cambiare, di inventare e di crescere. Già Alexis de Tocqueville aveva individuato in alcune caratteristiche dell’esperienza americana – libertà, individualismo, uguaglianza, populismo, libero commercio – l’eccezionalità di un paese rivoluzionario. L’America, poi, è un paese che cresce demograficamente e non invecchia, al contrario dei nuovi competitor globali.La Cina, per esempio. Sembrava pronta a superare l’America, ma è probabili che finisca come i precedenti sfidanti. Le analisi sulla possibile crisi cinese – immobiliare, demografica, previdenziale, politica – sono ormai argomento di dibattito nelle cancellerie internazionali e dei paper degli economisti. Nouriel Roubini, lo studioso che ha previsto la crisi del 2008, sostiene che già nel 2013 esploderanno le contraddizioni cinesi e si capirà l’insostenibilità del modello economico di Pechino. Gli imprenditori globalizzati cominciano a trovare meno convenienti gli investimenti in Cina a causa della crescita del costo del lavoro e dell’inflazione. L’arretramento dell’economia globale rischia di fare più danni alla Cina che al mondo industrializzato. Lo stimolo pubblico del governo di Pechino ha tenuto artificialmente altra la crescita economica e in particolare l’espansione urbanistica, ma la bolla immobiliare non è detto che possa gonfiarsi all’infinito. La politica demografica del figlio unico sta invecchiando la società e porterà all’insostenibilità del sistema politico e sociale. Il mondo peraltro si chiede se la Cina sia un concorrente, un avversario o un nemico degli Stati Uniti. Lo studioso Zachary Karabell sostiene che America e Cina in realtà siano un’unica ipereconomia integrata e interdipendente, un’entità singola da cui dipende il benessere del mondo. I due paesi on sono né concorrenti, né avversari, né nemici. La superfusione tra i due paesi, scrive Karabell in Superfusion (Simon & Schuster), è permanente, irreversibile e positiva. Assieme sono come un’Unione europea involontaria, creata nonostante le scelte dei due governi e i desideri dei due popoli. Ma a guidare c’è l’America, come dimostra l’allergia cinese a prendersi cura dei problemi globali.Questo non vuol dire negare il momento di crisi degli Stati Uniti, ma non si possono nemmeno ignorare gli altrettanto gravi problemi interni ed esterni dei concorrenti. Ecco perché, anche in questa situazione difficile, l’America resta comunque il paese dove milioni di persone sognano di vivere e continuano ad arrivare, arricchendo la società, la cultura e l’economia. Il paese con le migliori università, con le più grandi opportunità, con i maggiori investimenti in ricerca e sviluppo.Il tema del declino è una costante della cultura e della politica americana perlomeno dagli anni Cinquanta, se non addirittura da prima della fondazione stessa degli Stati Uniti. Una volta è stato il lancio nello spazio dello Sputnik sovietico a segnalare la fine certa del dominio americano post Seconda guerra mondiale. Poi la debacle in Vietnam. Anche lo shock petrolifero ha fatto scrivere molti necrologi. Ultimamente è stato l’11 settembre. Infine le guerre di Bush, la nuova Grande Recessione e ora la debolezza di Obama.L’America, insomma, si trova da sempre in uno stato di perenne quasi-declino, come ha scritto la columnist economica dell’Atlantic Megan McArdle. La storia si ripete. Ogni volta gli avversari sono sempre più forti, più organizzati, più determinati. Le debolezze interne sono sempre le stesse: bilanci in rosso, deficit commerciale, cattiva istruzione primaria e secondaria, arroganza imperiale. Il sistema capitalistico ha fallito, si dice. Si dice anche che il modello competitivo impedisce la programmazione di lungo termine, come potevano permettersi in modo lungimirante prima i sovietici e ora i cinesi. I consumatori americani sono troppo spendaccioni. Wall Street è il regno dell’avidità. E così via. I soliti presagi dell’imminente catastrofe americana che poi non si verifica mai. Tanto che oggi, a un passo dalla supposta fine del secolo americano, gli investitori internazionali fanno la fila per comprare come bene rifugio, sicuro e certo i titoli di Stato a dieci anni emessi dal governo di Washington.Christian RoccaOra che Robert Kagan ha scritto un libro sul mito del declino dell’America, torna utile questo mio lungo articolo per la rivista IDEM, di ottobre. Idem
Camillo » Archivio » Il nuovo secolo americano




Rispondi Citando
