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Discussione: Revisionismo

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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    http://andreacarancini.blogspot.com/

    lunedì 29 giugno 2009
    Vittoria totale per Bruno Gollnisch



    CONFERENZA STAMPA DI BRUNO GOLLNISCH – LIONE, 26 GIUGNO 2009[1]

    I - LA SENTENZA – UNA DECISIONE ECCEZIONALE…

    La Corte di Cassazione ha posto clamorosamente fine a circa cinque anni di persecuzioni politico-giudiziarie, che erano cominciate quando, l’11 Ottobre del 2004 - nella mia qualità di eletto nel distretto di Lione, di parlamentare europeo, di capo-gruppo al Consiglio regionale, e di responsabile politico della formazione alla quale appartengo [il Front National] - avevo tenuto con la stampa una prima colazione di riapertura [dell’attività politica]. Questo genere di riunioni è, più della dichiarazione o della semplice conferenza-stampa, un’occasione per discussioni a bocce ferme. Avevo parlato a lungo di CINQUE argomenti politici: la costituzione europea, l’adesione della Turchia, la questione degli ostaggi in Iraq (di cui avevo fatto una lunga precisazione sul ruolo di uno dei miei ex collaboratori), la ripresa delle attività politiche ed economiche, e infine il Rapporto Rousso sull’università di Lione, già ampiamente commentato sulla stampa nazionale e locale, al di là degli stessi ambiti universitari.

    Quest’ultimo punto aveva suscitato domande molto diverse, delle quali alcune sulla seconda guerra mondiale, i campi ecc. Tutte domande che avevo essenzialmente rimesso agli storici specializzati, reclamando solo la libertà di ricerca e la soppressione delle leggi che pretendono, con la minaccia di sanzioni penali, di enunciare la Storia.

    E’ a partire da queste risposte che si è messa in moto un’incredibile tempesta mediatica, che ha funto da base ad una metodica persecuzione politica, giudiziaria e professionale.

    La sentenza della Corte di Cassazione, che ha annullato le condanne ingiuste che mi avevano colpito per “contestazione” di crimini contro l’umanità, è non soltanto una vittoria del diritto ma anche del buon senso.

    Questa vittoria è tanto più schiacciante in quanto, fatto eccezionale, la massima giurisdizione, che, quando annulla una decisione, rinvia normalmente il processo a un’altra corte d’appello, questa volta ha cassato “senza rinvio”. Nella nostra storia giudiziaria, questa procedura eccezionale è stata utilizzata per la prima volta nell’affare Dreyfus.[2] Osservo che è stata utilizzata anche per il deputato Vanneste, accusato del “reato” di aver espresso una preferenza per la famiglia composta da un papà e da una mamma rispetto alle unioni omosessuali, e assolto da una sentenza senza rinvio della Cassazione il 12 Novembre del 2008.

    Cassazione senza rinvio: questo significa che non rimane nulla delle accuse rivolte contro di me. Le “parti civili”, associazioni stipendiate e golose di danni e di interessi devono rimborsare le decine di migliaia di euro che sono stati loro concessi.

    …PER UNA VICENDA ECCEZIONALE

    Questa decisione eccezionale mette un punto finale giudiziario a una vicenda eccezionale, nella quale non si contano le anomalie gravi, le manipolazioni, le violazioni del diritto:
    · Anomalie gravi: le distorsioni, le omissioni alle quali le mia affermazioni hanno dato luogo.
    · Manipolazioni: quando si è preteso, contro ogni verità, che io avrei programmato delle dichiarazioni sulla seconda guerra mondiale (cosa che rientrerebbe comunque nel mio diritto), quando le mie risposte sono state soltanto conseguenti alle domande dei giornalisti. O quando si è cercato di farmi passare per simpatizzante del regime nazionalsocialista, quando non avrei potuto esprimere più chiaramente la mia ripugnanza verso i due totalitarismi principali che hanno insanguinato il ventesimo secolo.
    · Ancora manipolazioni, tagli, falsificazioni, ad esempio quando si è cercato di far credere che quello che ho detto a proposito del massacro di Katyn, il solo fatto storico sul quale mi sia pronunciato, si applicava a Auschwitz: Le Monde e Libération hanno suonato esattamente questo spartito!
    · Violazioni del diritto: quando il giudice Schir decide di sottopormi a giudizio in presenza di un’[altra] istruttoria – un’istruttoria che stabilisce la mia innocenza – e per la quale, se essa viene fatta oggetto di appello, bisogna evidentemente astenersi dal sentenziare fino all’esito di tale appello, se non si vuol fare di Gollnisch il solo imputato giudicabile in Francia perseguito da due istruttorie differenti per i medesimi fatti!
    · Anomalie: gli appelli cinici alla repressione professionale e giudiziaria, di cui vengo fatto oggetto, provengono dagli stessi che si appellano ai diritti dell’uomo.

    Ugualmente, sul piano accademico:

    Abusi del diritto: quando sotto la pressione del potere esecutivo, rappresentato da un rettore minaccioso, un’istanza disciplinare persegue un parlamentare e docente universitario, non per quello che ha detto o fatto all’Università, ma per le risposte date a dei giornalisti durante una conferenza-stampa tenuta nella sua sede elettorale, quando essa poteva riferirsi ad eventuali mancanze solo nell’ambito delle sue attività di docente o di ricercatore.[3]
    Violazioni del diritto: quando il Rettore Morvan, che non ha neppure cercato di ascoltarmi per sapere qual’era a mio giudizio la portata delle mie affermazioni, si è fatto beffe della presunzione d’innocenza, al punto che il Consiglio di Stato – che durante tutto questo affare non si è certo mostrato favorevole alla mia causa – ha condannato il Ministro per il comportamento del Rettore!
    Violazioni del diritto: quando una sentenza mi condanna citando undici volte le mie “affermazioni” – “ha fatto delle affermazioni che…, delle affermazioni che…, ecc” – senza dire una sola volta in cosa consistessero le affermazioni controverse!
    Manipolazioni: quando, imbarazzato ad annullare la decisione scandalosa di Lione, il CNESER, composto da sindacalisti in maggioranza di sinistra e di estrema sinistra – in rappresentanza di organizzazioni che avevano preso pubblicamente posizione contro di me prima della procedura – la ribadisce senza neanche esaminare le conclusioni scritte dei miei avvocati, asserendo senza la minima prova che avrei ammesso pubblicamente le affermazioni imputatemi, cosa che i testimoni avevano smentito sotto giuramento!

    In breve, la sentenza della Corte di Cassazione riduce a zero gran parte di tutto ciò. Essa si unisce all’ordinanza di Chavot, vice-presidente del Tribunale di Lione, giudice istruttore che, dopo aver istruito il caso, aveva emesso una clamorosa ordinanza di non luogo, che parlava di montatura mediatica e concludeva che non c’erano gli estremi, né per rinviarmi davanti al Tribunale, e neppure per sottopormi ad indagine.
    Il testo della sentenza non è ancora pubblico. A quanto ne so, la Corte avrebbe considerato nulla un’incriminazione basata su frammenti di frase - riferiti dai giornalisti - tolti dal loro contesto e ricomposti per “ricostruire” una dichiarazione non – contrariamente a tutte le regole in materia di stampa – sulla base di articoli effettivamente pubblicati ma delle loro dichiarazioni [dei giornalisti] alla polizia criminale, ulteriore elemento sconcertante in questo affare in cui i fatti sconcertanti non mancano!

    Io l’ho detto, ringrazio in particolare i miei avvocati, Wallerand de Saint-Just e Bruno Le Griel, che hanno sempre creduto nella giustezza della mia causa, oltreché il rimpianto avvocato Pourchet, che è stato benevolmente il loro corrispondente lionese.

    Ringrazio egualmente i membri e i dirigenti del Fronte Nazionale che mi hanno sostenuto e più in generale, ben al di là della mia appartenenza politica, tutti coloro che mi hanno manifestato la loro simpatia o che semplicemente, come ha fatto Raymond Barre, non hanno voluto aggiungere la loro pietra alla mia lapidazione politico-mediatica, e che a loro volta sono stati attaccati dalla turba.

    A tutti costoro bisogna aggiungere la totalità dei miei studenti, di tutte le opinioni e di ogni colore, dai quali mi sono pervenute delle testimonianze spesso commoventi. Oltreché i membri del mio Comitato di Solidarietà, e specialmente diverse centinaia di giuristi di alto livello, magistrati in pensione, avvocati francesi o stranieri, universitari, ecc., presieduti da un autentico eroe della seconda guerra mondiale, Jean-Baptiste Biagi.

    Potrei accontentarmi di commentare e di assaporare questa vittoria. Ma non intendo fermarmi qui.

    CONSEGUENZE

    In effetti, non ci si può fermare qui: un uomo infangato nel corso degli anni, perseguitato, cacciato dall’Università che ha sempre servito con onore e con dignità, condannato a una pena infamante e a dei danni esorbitanti a profitto di associazioni stipendiate e, rispetto a tutto ciò, una decisione proveniente certo dalla giurisdizione suprema ma dieci volte, cento volte meno pubblicizzata di quanto non lo siano state le accuse portate contro l’interessato. Dopo di che si sente dire: “circolate, non c’è più niente da vedere”. Sarebbe troppo facile!
    Questa vicenda reclama dunque un certo numero di conseguenze, mediatiche, legali, accademiche e politiche, le une particolari, che mi riguardano (A), le altre generali, al di là del mio caso personale (B).

    A. CONSEGUENZE PARTICOLARI

    1. Sul piano accademico

    Mi sembra evidente che a dispetto del principio di autonomia del piano disciplinare – rispetto al piano penale – io debba essere reintrodotto integralmente nei miei diritti, anche in modo retroattivo. Avrò occasione prossimamente di rivolgermi al nuovo ministro dell’Educazione, Luc Chatel. L’affare è attualmente pendente davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a Strasburgo. Ma le autorità del mio paese possono e debbono ristabilire una giustizia. Poiché il principio dell’autonomia del piano disciplinare in rapporto al penale, citato da me e da un funzionario del ministero, ha i suoi limiti: non è possibile fondare un’inchiesta disciplinare su dei fatti considerati inesistenti dall’ordine giudiziario. Ora, due cose mi sono state rimproverate: l’aver chiamato in causa il signor Rousso a motivo delle sue origini, cosa che il Tribunale di Parigi – in un giudizio che ha condannato Olivier Duhamel per diffamazione nei miei confronti – ha dichiarato inesistente, e le mie presunte dichiarazioni che avrebbero infranto la legge penale, cosa che viene rovesciata dalla sentenza della Corte di Cassazione. Sarebbe assolutamente anormale se il Ministero non ne tenesse alcun conto.

    2. Sul piano giudiziario

    Spinto da una preoccupazione di giustizia, e non di vendetta, ho chiesto ai miei avvocati di esaminare la possibilità di chiamare in causa la responsabilità delle seguenti persone:
    a) Dominique Perben, ex ministro della giustizia, che sapeva perfettamente che le mie affermazioni non avevano infranto la legge, come gli aveva fatto sapere il Procuratore della Repubblica, che si appresta lunedì ad archiviare la vicenda, dopo l’inchiesta di polizia da lui ordinata (annuncio del giornale RTL delle 7 del mattino, Libération, Le Monde).
    b) Il signor Richaud, procuratore della Repubblica, che ha eseguito questo ordine di Perben in persona. Ordine che non attesta affatto la mia colpevolezza, e che al contrario fa presumere con ancora maggior forza la mia innocenza.
    c) Il signor Schir, giudice del tribunale di Lione che, con il suo zelo, in violazione flagrante della legge, come ha dovuto riconoscere la stessa Corte d’Appello, ha accordato dei succosi interessi a tute le associazioni che li avevano reclamati.
    d) L’ex rettore Morvan, di cui il Consiglio di Stato ha stigmatizzato il comportamento. Il signor Morvan, in seguito silurato, e che ha espresso il suo dispetto in un mediocre opuscolo, è stato ugualmente condannato per ingiurie contro di me.

    B. SUL PIANO LEGISLATIVO

    Che si condivida oppure no la mia opinione su questa vicenda, almeno una cosa è certa: le divergenze dei magistrati francesi dimostrano che la legge è malfatta, poiché essa è il campo delle intepretazioni più antitetiche. Il fatto è che la voluta imprecisione dei testi costituisce il campo di ogni arbitrio. La legge penale deve essere precisa; è una condizione essenziale delle libertà pubbliche. Per le stesse ragioni, la sua interpretazione deve essere restrittiva: è un principio universale.
    Ora, in materia di “polizia del pensiero”, abbiamo delle leggi imprecise e, soprattutto, interpretate in modo largo! Prendiamo ad esempio la famosa “istigazione all’odio razziale”; se io istigo a commettere un crimine o un reato contro qualcuno per via della sua razza o della sua religione, è naturale che venga condannato. Come nel caso di un istigazione all’omicidio. L’omicidio è un crimine; io istigo a commettere un crimine. Ma l’istigazione all’odio? Quand’è che la semplice critica diventa istigazione all’odio? L’odio è un sentimento, moralmente reprensibile, certo, ma perfettamente imponderabile! Chi non vede come sia sufficiente battezzare “discorso di giustizia e di amore” il discorso “politicamente corretto” e, al contrario, “discorso dell’odio e dell’esclusione” quello degli avversari demonizzati, e il gioco è fatto! Questo è quello che accade!
    E’ la stessa cosa per la “contestazione dei crimini contro l’umanità” che mi è stata imputata. Dove finisce la discussione legittima, e dove comincia la contestazione illecita? E allora, è a seconda delle circostanze! E’ la porta aperta a una giustizia in base ai favoritismi. Non sono io che lo dico, è un alto magistrato che non conosco, il signor Bilger, avvocato generale alla Corte di Parigi, autore di un’opera sulla libertà di espressione intitolata (senza dubbio per antifrasi) “J’ai le droit de tout dire” [Ho il diritto di dire tutto].
    E’ quindi evidente che queste leggi liberticide devono essere abrogate. Totalmente. Senza riserve. E che si deve ritornare ai soli limiti tradizionali della legge del 1881 sulla stampa: l’ingiuria e la diffamazione.
    Poiché sono in gioco le libertà:
    Innanzitutto quelle degli eletti: un deputato avvocato, medico, ecc; può essere perseguito per via disciplinare se mette in discussione la Giustizia o la Medicina? Se sì, il signor Montenbourg e qualcun altro dovrebbero essere preoccupati!
    Poi, quelle degli stessi giornalisti! Io non ho smesso di porre questa questione di principio: se il dibattito è illegale, hanno i giornalisti il diritto di iniziarlo? Se le risposte sono illegittime, è legittimo fare la domanda? Si tratta del lavoro del giornalista o del lavoro di un provocatore verso un atto delittuoso? Se, come penso, la domanda è legittima, allora la risposta deve essere libera. Se la risposta non è libera, anche la domanda deve essere proibita. O l’uno o l’altro. Personalmente, preferisco la libertà.
    Ugualmente, quelle degli universitari, le cui ricerche non possono essere compiute sotto la minaccia di queste leggi.
    E infine quelle di tutti i cittadini, poiché se l’evoluzione attuale continua, nulla sarà al riparo dalla dittatura del “politicamente corretto”.

    Molti, e di ogni idea politica, l’hanno compreso, a cominciare da Jacques Toubon, che qualificò di “staliniana” la legge Gayssot all’epoca della sua adozione…e poi non fece nulla. Bisogna agire.

    Questo è il senso dell’azione politica che intendo intraprendere sia presso la signora Alliot-Marie, nuovo Guardasigilli, che presso la Commissione europea.

    CONCLUSIONE

    A mo’ di conclusione, non posso che riprendere quello che dissi nell’Ottobre del 2004:

    “Nessuno deve farsi illusioni e, a giudicare dalle reazioni dell’opinione pubblica, nessuno se le fa. Ciascuno sa molto bene che l’emozione suscitata artificialmente riguardo alle mie affermazioni non ha lo scopo di ristabilire non so quale verità ufficiale (per utilizzare la strana definizione del signor Morvan). Ciascuno vede che si tratta in realtà, della moderna prassi abituale di demonizzazione mediatica e politica.

    Non ho commesso nessuna mancanza, né in una parola né in altre cento, né penale né deontologica. Parlamentare, capo-gruppo al Consiglio regionale, ho espresso – tra molti altri argomenti – nella mia veste di uomo politico, nelle sedi politiche, un giudizio politico su una persecuzione politica che dura da quindici anni contro un’Università che è una delle rare, in Francia, a essere davvero pluralista nelle opinioni degli insegnanti, e senza indottrinamento verso gli studenti.

    L’ignominia totalitaria non ha spazio nelle mie affermazioni. Essa si trova nella menzogna che mi viene contrapposta. Essa si trova nel linciaggio politico-mediatico di cui sono fatto oggetto, in uno strano clima di agitazione e di terrore, dove certi uomini politici che aggiungono pubblicamente la loro piccola pietra alla mia lapidazione si vengono a scusare con me in privato, spiegandomi che vi sono costretti dal clima attuale.

    Patriota francese, provo una simpatia senza riserve per le vittime degli orrori che hanno devastato il nostro pianeta nel secolo scorso, oltreché per quelli che, in buona fede, ne perpetuano con piena legittimità la memoria. Per contro, non ho che disprezzo per quelli che dirottano a loro profitto questa memoria e che si servono dell’emozione che essa suscita per infangare dei docenti irreprensibili o per abbattere un avversario politico”.

    [1] Traduzione di Andrea Carancini
    [2] Vedi per esempio su internet: http://www.dreyfus.culture.fr/fr/le-...ans_renvoi.htm . “Attendu, en dernière analyse, que de l'accusation portée contre Dreyfus, rien ne reste debout ; et que l'annulation du jugement du Conseil de guerre ne laisse rien subsister qui puisse à sa charge être qualifié crime ou délit ; dès lors, par application du paragraphe final de l'article 445 aucun renvoi ne doit être prononcé”.

    [3] Vedi l’articolo 66 della Costituzione del 1958; legge n°83-634 del 13 Luglio del 1983, sui diritti e i doveri dei funzionari, modificata dalla legge 2004-805 del 9 Agosto del 2004, e specialmente il suo articolo 7; articolo 57 della legge del 26 Gennaio del 1984).

  2. #92
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    http://www.politicamentecorretto.com...php?news=13918

    http://www.ladestra.info/?p=4870



    “La religione olocaustica, dove tutto il popolo giudaico moderno viene sacralizzato attraverso l'olocausto massimo della shoà, è la sintesi di un ben congegnato meccanismo di ricatto e mantenimento in perenne soggezione, delle masse occidentali in particolare. Mentre da un lato si rendono sacre solo le sofferenze dei giudei e non di altri popoli, dall'altro si pretende la perenne espiazione di colpe mai commesse da parte di popoli assogettati a sensi di colpa che non dovrebbero avere. Con questo ricatto e con questi falsi sensi di colpa, indotti da un esercito di nani e ballerine al servizio di Sion, stampa, editoria, cinema, finanzieri e politicanti, ed ahimè...purtroppo anche religiosi di Santa Romana Chiesa poco prudenti (ad essere gentili), se non proprio compiacenti (ad essere sinceri), Israele si è potuta permettere per oltre sessant'anni di agire impunita compiendo i peggiori crimini contro l'umanità, uccidendo, rubando, espropriando, imprigionando, rendendo la vita impossibile alla popolazione indigena arabo-palestinese, come a tutti i popoli confinanti. Io, che mi reco per motivi umanitari spesso in Palestina, ho potuto vedere e provare anche sulla mia pelle l'arroganza e la disumanità che guida le menti dei capi e dei gregari sionisti”. (Filippo Fortunato Pilato)


    CANZANO 1- I termini come ebraismo, giudaismo e sionismo, nonchè semitismo, perchè non devono essere confusi, specialmente oggi?

    PILATO – Perchè è nella confusione dei termini che si creano falsi ideologici, spingendo l'opinione pubblica ignara (più per cattiva volontà e distrazione, che per una reale incapacità d'intendere) a credere quel che gli si vuole far credere.
    Sinteticamente, se per ebraismo ci possiamo riferire al ceppo razziale veterotestamentario (quello, per sommi capi, delle 12 tribù), parlando di giudaismo si intende identificare piuttosto quella confessione religiosa che venne abbracciata succesivamente anche da popoli non di ceppo ebraico (è il caso delle popolazioni africane, falascia e sefarditiche in generale, come di quelle del nord caucasico meglio conosciute come kazare, convertitesi in massa nel primo millennio d.C.) non necessariamente definibili, o comprovabili razzialmente nel loro dna, come ebraiche. Il sionismo invece è un''ideologia politica, originariamente laica, scaturita dalla mente di alcuni membri della comunità giudaica verso fine '800. Esso, il sionismo, facendo leva sulla cultura settaria rabbinica, ben radicata e inculcata sin dalla tenera età nella mente dei membri della comunità, anche se non credenti e praticanti, è invece la giustificazione ideologica del colonialismo israeliano moderno, operante ben prima ancora che la religione olocaustica fosse imposta, come senso di colpa indotto, a tutti i popoli del pianeta. Infine il semitismo, che volontariamente i sionisti o filo-sionisti inducono ad essere co nfuso e parificato con i termini precedentemente citati, per poter poi criminalizzare come "razzista antisemita" chiunque osi criticare i crimini di guerra e contro l'umanità della colonia sionista in Terra Santa, è l'identificazione nel ceppo razziale originario semita comune a diversi popoli afro-orientali, tra cui gli Arabi, ma anche gli Accadi di Mesopotamia, gli Amorrei, gli Aramei, i Cananei, gli Ammoniti, i Moabiti, gli Idumei, ed infine gli ebrei.

    CANZANO 2- E’ vero che c'è un forte legame che unisce e rende dipendenti da un rapporto di causa-effetto il giudaismo e il sionismo?


    PILATO – Certamente. Hanno poco da raccontarci la storiella che il sionismo è un movimento laico, che i kibbutz erano e sono (anche se in calo vertiginoso in quanto ad attrattiva tra i giovani, e pure tra gli emigranti di madre giudea che preferiscono insediarsi nelle colonie, dove non fanno praticamente nulla a parte infastidire i contadini arabi e dove sono sicuri di poter contare su forti sovvenzioni statali e private) laici di matrice praticamente socialista, che l'aspetto religioso è indipendente da quello politico, e frottole del genere: tutto fumo negli occhi. La realtà è che senza l'indottrinamento rabbinico, che è alla base dell'etica deviata giudaica, anche di quella laica, gnostica o ateizzante, e senza la fissazione di essere "il popolo eletto", carnalmente, non esisterebbe una così radicata convinzione, da parte dei coloni come da parte delle autorità di Tel Aviv (che furono coloni anch'essi, e pure i primi fondatori di gruppi terroristici) che tutto ciò che fanno, anche le carognate peggiori ai danni della popolazione autoctona che lì vive e lavora da secoli ininterrottamente, è lecito e giustificato da una causa superiore, addirittura da Dio. La causa fondante del sionismo politico risiede nel giudaismo-rabbinico talmudico. Ho servizi fotografici interi di rabbini che benedicono carri armati, bombe e cannoni che saranno utilizzati per massacrare civili palestinesi e libanesi, come abbiamo testimonianza di come i rabbini capi d'Israele dessero, anche durante la recente carneficina di Gaza, a cavallo tra il 2008 ed il 2009, dispense e benedizioni per poter bombardare i villaggi palestinesi durante il sabato giudaico, lo shabbat shalom.



    CANZANO 3- Non esisterebbe il sionismo, come ideologia laica di Stato, senza le radici e le aspirazioni apocalittiche rabbinico-giudaiche (intese come espressione di un messianismo spurio) su cui fonda la sua ragion d'essere?

    PILATO – A questa domanda, involontariamente ho già dato parziale risposta precedentemente, ma posso aggiungere che il progetto originale sionista prevede solo come inizio tattico l'occupazione graduale di vaste porzioni di territorio arabo-palestinese, ma ciò a cui punta è in realtà l'estensione del controllo geografico a tutta quell'area compresa tra il Nilo e l'Eufrate, il così detto Eretz Israel, il Grande Israele biblico (che tale in realtà non fu mai, neppure nel tempo di massimo splendore e potere da parte delle tribù). Questo progetto venne compreso solo in ritardo dagli Stati arabi confinanti con la Palestina, che di fronte all'aggressivit& agrave; espansionista giudaico-sionista cercarono, maldestramente ed in ritardo, di porre rimedio e freno. Ma i capi sionisti, ben armati e organizzati in previsione di una reazione araba inevitabile al loro espansionismo, giocarono sempre d'anticipo. Senza una visione messianico-apocalittica (spuria, deviata) non si sarebbero potuti incitare gli animi di generazioni di emigranti giudei che con la terra di Palestina non avevano alcun tipo di relazione. Tutti gli emigranti giudei che provenivano, e provengono tutt'ora, dalla Russia, da paesi slavi, dal nord-Europa, dagli USA, dall'Africa, ecc., non hanno nulla nel loro dna o nel passato delle proprie famiglie, nei secoli, che li possa ricollegare in qualche modo alla Terra Santa di Palestina. Il collante è la follia millenarista giudaico-rabbinica della "terra promessa" e del "popolo eletto". Ed è tanto più evidente che si tratti di una fissazione paranoide, di un'illusione di massa, che persino gruppi cristiani, i cristianisti sionisti, americani e non, sostengono (specie quelli americani) il colonialismo sionista israeliano.

    CANZANO 4- La religione olocaustica risulta essere l'alibi teologico-razziale di questa falsa spiritualità materialistica, incarnata dal sionismo dello Stato d'Israele, che fa da collante appunto tra giudaismo "religioso" e sionismo "laico"?

    PILATO – La religione olocaustica, dove tutto il popolo giudaico moderno viene sacralizzato attraverso l'olocausto massimo della shoà, è la sintesi di un ben congegnato meccanismo di ricatto e mantenimento in perenne soggezione, delle masse occidentali in particolare. Mentre da un lato si rendono sacre solo le sofferenze dei giudei e non di altri popoli, dall'altro si pretende la perenne espiazione di colpe mai commesse da parte di popoli assogettati a sensi di colpa che non dovrebbero avere. Con questo ricatto e con questi falsi sensi di colpa, indotti da un esercito di nani e ballerine al servizio di Sion, stampa, editoria, cinema, finanzieri e politicanti, ed ahimè...purtroppo anche religiosi di Santa Romana Chiesa poco prudenti (ad essere gentili), se non proprio compiacenti (ad essere sinceri), Israele si è potuta permettere per oltre sessant'anni di agire impunita compiendo i peggiori crimini contro l'umanità, uccidendo, rubando, espropriando, imprigionando, rendendo la vita impossibile alla popolazione indigena arabo-palestinese, come a tutti i popoli confinanti. Io, che mi reco per motivi umanitari spesso in Palestina, ho potuto vedere e provare anche sulla mia pelle l'arroganza e la disumanità che guida le menti dei capi e dei gregari sionisti. Che nesso c'è poi tra le sofferenze dei giudei europei e la punizione collettiva della popolazione palestinese? La verità è che secondo la mentalità giudaico-rabbinica, solo loro possono essere considerati uomini veri, mentre il resto dei popoli del mondo sono solo animali-parlanti di cui servirsi senza scrupolo. Il Talmud in tal s enso è pieno di citazioni che confermano quanto appena detto.

    CANZANO 5- Essendosi perse le tracce certe del popolo ebraico, rappresentato dall'elite kazaro-askenazi attualmente dominante, è vero che l’ebraismo è diventato reperto archeologico?

    PILATO – Sicuramente parlare di "popolo ebraico" oggi è anacronistico. Dopo le migrazioni delle comunità ebraiche dalla Palestina, o esodi come qualcuno li definisce (ma ci sono anche diversi storici e studiosi giudei che smentiscono ci sia mai stato un vero esodo) verso est, verso nord, verso ovest e verso sud, nel corso di ben duemila anni, incontrandosi con mille popoli con i quali ci si è confusi e accoppiati, che in alcuni casi si sono convertiti in massa al giudaismo senza aver mai hanno messo piede in Palestina, come nel caso delle popolazioni nomadi dell'Impero Kazaro del Caucaso meridionale, si è perso quasi del tutto il carattere predominante del ceppo ebraico originario, per dare luogo ad una diversa tipologia antropologica, che è quella che lei ha giustamente individuato nell'elite skenazi (di chiara discendenza kazara mischiatasi con altre razze nord europee). Basta osservare i lineamenti dei coloni israeliti, o dei soldati delle milizie sioniste in perlustrazione dei villaggi o ai check-point, per riscontrare i caratteri somatici europei o afro-sefarditi. Giudei che parlano russo o inglese, con le facce da stranieri, che comandano, armi alla mano, in un luogo che non è casa loro, nè mai lo sarà, che non comprendono l'idioma della gente locale, alla quale si vorrebbe imporre di parlare...in inglese...e che spesso neppure parlano yiddish (è capitato a me, ad un check-point, in piena Palestina occupata, all'ingresso di Nablus, che un capitano israeliano, dall'accento californiano, dicesse all'amico arabo c he mi accompagnava, il quale gli si rivolgeva in perfetto yiddish, di parlargli in inglese). Il "popolo ebreo" veterotestamentario non esiste più da un pezzo, è archeologia. Al suo posto c'è un miscuglio di razze che si rifanno al giudaismo, per lo più di cultura rabbinico-talmudica, quando non si tratta proprio di falsi giudei (è il caso di molti cristiani ortodossi russi che si procurano documenti falsi, attestanti di avere una nonna o una mamma giudea, con il solo scopo di ottenere la cittadinanza israeliana e potersi insediare in qualche residence di qualche colonia nei territori occupati e beccarsi le sovvenzioni governative o un lavoro come security: gente che arriva da situazioni già disperate e che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare a fingersi "ebrea"). Che il "popolo ebreo" sia un falso ideologico non sono io a dirlo, ma, tra gli altri, un noto e rispettato storico israeliano, Shlo mo Sand, docente all'università di Tel Aviv, autore di "Comment le peuple juif fut inventé", del quale potete leggere:
    "Decostruzione di una storia mitica: come fu inventato il popolo ebraico"
    (http://www.terrasantalibera.org/
    DecostruzioneStoriaMitica.htm)



    CANZANO 6- Il semitismo, può conincidere con il sionismo?

    PILATO – No. Semitismo e sionismo sono vocaboli che esprimono diverse realtà, una razziale e biologica, l'altra politica e ideologica. Talvolta esse possono coincidere in alcune persone, ma non se ne può fare una regola. Si può essere semiti senza essere sionisti, o essere sionisti senza essere semiti. Una mia amica americana, di sicure origini semite e giudaiche, è fortemente antisionista, mentre capita di trovare perfetti trogloditi, sicuramente non semiti, che però sono ottusamente sionisti. Ma di una cosa possiamo essere certi: in Terra Santa di Palestina, quella che vorrebbero cancellare e sostituire sulle carte geografiche con la scritta "Israele ", chi è sicuramente semita è la popolazione autoctona arabo-palestinese: inconfondibilmente. Sfido qualsiasi antropologo a dimostrare il contrario: è impossibile. Il ceppo semita ismaelita è rimasto invariato e si è conservato e radicato nei millenni in quelle aree geografiche mediorientali: i lineamenti somatici arabi sono evidentemente semiti. Non si può dire lo stesso per gli "israeliani".

    CANZANO 7- Cosa significa oggi essere antisemiti?

    PILATO – Essere antisemiti oggi è essere sionisti. Giudei o giudaizzanti fa poca differenza all'atto concreto, perchè la discriminazione persecutoria islamofobica (aizzata ad arte dal potere mediatico USA-Israele) nei confronti della maggioranza semita araba è gravemente violenta, consapevole di restare impunita. I recenti massacri di Gaza e del Libano ne sono la prova provata: se a subire tali martellanti bombardamenti fosse stato Israele si sarebbe mobilitato il mondo intero per arrestare gli omicidi di massa. Ma siccome era Israele a bombardare, il massimo della mobilitazione da parte delle autorità internazionali è stata qualche frase di sdegno e condanna tiepida, per non irritare troppo il rabbinato, israeliano e internazionale: addirittura in pieno svolgimento delle recenti attività di bombardamento al fosforo bianco a Gaza (circa 1500 morti, di cui oltre 500 bambini) un nutrito gruppo di parlamentari italiani (di destra e sinistra quando c'è da dimostrare il proprio servilismo gli italiani fanno a gara a chi sia più miserabilmente vile) festeggiava e manifestava in favore degli assassini circoncisi in kippa. Israele uccideva una popolazione pressochè inerme con armi di distruzione di massa e questi codardi parassiti di Stato gioivano: che esempio di moralità e coraggio. Un vera vergogna nazionale, cosa per la quale ogni uomo non può che sentire profondo sdegno. Il sionismo oggi è la rappresentazione non solo della quintessenza dell'antisemitismo e della discriminazione razziale in generale, ma il pericolo maggiore, insieme all'anglo-americansimo, di dittatura globale.

    CANZANO 8- In conclusione?

    PILATO – In conclusione, se è incerto che il DNA, che è all'origine biologica e razziale degli emigranti americani o germano/russofoni, di confessione giudaica (o semplicemente appartenenti a famiglie di tradizioni giudaiche, anche se non praticanti), che abitano da qualche decennio nei territori palestinesi ribattezzati "Israele", sia ebraico semita, allora criticare o esprimere qualsiasi tipo di dissenso dalla teocrazia politico-religiosa israeliana non può essere definibile come "antisemita".
    La discriminazione che si fa nei loro confronti allora non è biologica, ma ideologica o teologica.
    È lecito dichiararsi ed esprimere idee che possano contrastare sia la politica d'Israele che la religione rabbinico-talmudica (mascherata come l'ideologia "sionista") che è alla base del suo operare strategico-militare geopolitico.
    Esprimere dissenso teologico o ideologico, analizzare e discernere su cause ed effetti di politiche catastrofiche e mortifere, opporvisi intellettualmente e con tutte le proprie forze, anche fisiche, è un dirittto-dovere di ogni uomo libero e che tale vuole restare (garantito da dichiarazioni internazionali delle Nazioni Unite).
    Diversamente, l'uccisione con armi di distruzione di massa (Gaza e Libano), l'uccisione per assedio e blocco economico, negando cure e prodotti, tecnologie e mezzi per sopravvivere (medicine, attrezzature mediche, depuratori d'acqua, ecc.), l'uccisione di civili a posti di blocco e di bambini nei loro letti e all'uscita dalle loro scuole, l'uccisione della vita della popolazione di Terra Santa nelle sue forme più elementari di speranza per un futuro migliore, l'occupazione di territori di pertinenza e proprietà arabi, l'imprigionamento di un'intera etnia, quella araba-palestinese, indubbiamente semita al 100% per non essersi mai mossa da quei luoghi nè mischiata con altre razze, in grandi prigioni a cielo aperto (Gaza e West Bank), ed il suo lento genocidio e pulizia etnica che gli israeliani stanno coscientemente compiendo da troppo tempo, è sicuramente qualificabile come "antisemitismo".
    Quando dico "gli israeliani" e non semplicemente "Israele", intendo dire che la popolazione d'Israele, nel suo complesso, dati i mezzi di comunicazione e di informazione moderni, non può non sapere, non può non capire quello che sta accadendo e che stanno facendo nel loro nome. I coloni anglosassoni, nella formazione degli USA, massacrando la popolazione autoctona e confinandola in riserve, fecero la stessa cosa. Ma oggi siamo nel terzo millennio e in un attimo si sa quello che succede nella parte opposta del pianeta. Gli immigrati giudei, così detti "israeliani", sono inescusabili. Essi sono i veri antisemiti della nostra era.


    BIOGRAFIA

    Filippo Fortunato Pilato, si occupa a tempo pieno e da diversi anni di rapporti con la Palestina e le sue "pietre vive", organizza viaggi/pellegrinaggi di testimonianza, raccoglie fondi per gli ospedali della Palestina occupata, intercetta le richieste per i casi più disperati di famiglie e bambini palestinesi a rischio di sopravvivenza ed insieme al gruppo della coalizione "Alleanza per la Terra Santa Libera", da lui fondata, porta personalmente solidarietà e supporto alla Palestina che soffre. Tra le forme di resistenza civile, oltre all'aiuto alle giovani vite a rischio, c'è anche il sostegno al lavoro artigiano palestinese, da Betlemme a Nablus.
    La controinformazione, punto cardine dell'azione antigiudaico-sionista, viene sviluppata attraverso il sito www.TerraSantaLibera.org e una rete di siti amici e solidali, anche se su posizioni personali, confessionali, politiche diverse.
    Organizza e partecipa spesso come relatore a conferenze in Italia, in Palestina ed Europa
    Filippo F.P. reputa di fondamentale importanza comprendere quale sia il maggior pericolo cui l'umanità sta andando incontro e creare una rete di opposizione, di formazione e controinformazione che sappia andare oltre i limiti personali di ognuno, per fronteggiare organicamente quello che egli considera il nemico numero uno: il giudaismo sionista, rabbinico-talmudico, massonico per eccellenza


    news@jerusalem-holy-land.org

  3. #93
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  4. #94
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    Citazione Originariamente Scritto da Verteidiger Visualizza Messaggio
    Sinceramente il revisionismo è triste che sia ancora legato alla politica e triste che non sia accettato se non con diffidenza nella pratica storiografica...
    Non è legato alla politica,ci sono revisionisti
    di varie estrazioni e parlano di storia non
    di politica.
    Riguardo il fatto che non sia accettato,è logico
    con una storiografia di regime...ma prima
    o poi la verità viene a galla.

  5. #95
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    Citazione Originariamente Scritto da fenix Visualizza Messaggio
    non si potrebbe semplicemente aprire questi siti in web hosts stranieri? L'Argentina per esempio.
    Argentina mai,l'unica affidabile può parere strano
    sono gli USA,fino a un certo punto si intende..
    però non scazzano troppo.

  6. #96
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    President Mahmoud Ahmadinejdad The Real Holocaust is in Palestine and Iraq

    http://www.youtube.com/watch?v=WgKo6...e=channel_page

  7. #97
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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Blog del Prof. Robert Faurisson

    ROBERT FAURISSON

  8. #98
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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Traduzione autorizzata di un testo importante, qui sotto ed in allegato "Word"; anche consultabile a


    La religione secolare dell'olocausto è un prodotto adulterato della società consumistica : OLODOGMA........"Biblioteca" alternativa alla vulgata olo-sterminazionista








    Robert FAURISSON 7 agosto 2008



    La religione secolare dell’ “Olocausto” è un prodotto – adulterato – della società consumistica



    La religione dell’ “Olocausto” è secolare: essa appartiene al mondo laico, è profana e dispone, di fatto, del braccio secolare, cioè un’autorità temporale dal potere temuto. Ha il proprio dogma, i suoi comandamenti, i suoi decreti, i suoi profeti ed i suoi gran sacerdoti. Così come lo fece notare un revisionista, questa religione ha la sua galleria di santi e di sante, fra i quali Sant’Anna (Frank), San Simone (Wiesenthal) e Sant’Elia (Wiesel). Ha i suoi luoghi santi, i suoi rituali ed i suoi pellegrinaggi. Ha i suoi edifici sacri (macabri) e le sue reliquie (sotto forma di saponette, scarpe, spazzolini da denti ecc.). Ha i suoi martiri, i suoi eroi, i suoi miracoli e miracolati (a milioni), la sua leggenda dorata ed i suoi giusti. Auschwitz è il suo Golgota. Per lei, Dio si chiama Jahweh, protettore del suo popolo eletto, che, come si precisa nel salmo 120 di Davide recentemente invocato da una procuratrice francese, Anne de Fontette, in occasione di un processo intentato ad un revisionista francese, punisce “le labbra false”. Per questa religione Satana si chiama Hitler, condannato, come Gesù nel Talmud, a bollire per l’eternità negli escrementi. Essa non conosce né pietà, né perdono, né clemenza ma soltanto il dovere di vendetta. Ammassa fortune grazie al ricatto e all’estorsione ed acquisisce inauditi privilegi. Essa detta la sua legge alle nazioni. Il suo cuore batte a Gerusalemme, al museo dello Yad Vashem, in un paese conquistato a spese dei locali; al riparo di un muro di 8 metri di altezza destinato a proteggere il suo popolo che è il sale della terra, i religionari dell’ “Olocausto” impongono sul “goy” una legge che è la più pura espressione del militarismo, del razzismo e del colonialismo.

    Una religione recentissima dallo sviluppo folgorante

    Anche se è in gran parte una metamorfosi della religione ebraica, la nuova religione è recentissima ed ha conosciuto uno sviluppo spettacolare. Per lo storico, il fenomeno è eccezionale. Il più delle volte una religione di taglia universale ha le sue radici nei tempi lontani e oscuri, ciò che rende arduo il compito dello storico delle idee e delle istituzioni religiose. Qui ecco però che, per fortuna dello storico, nello spazio di una cinquantina d’anni (1945-2000), sotto i nostri occhi, una nuova religione, quella dell’ “Olocausto”, ha improvvisamente preso piede per poi svilupparsi con una stupefacente velocità ed estendersi oggi un po’ ovunque. Essa ha conquistato l’Occidente ed intende imporsi nel resto del mondo. Ogni ricercatore che si interessa al fenomeno storico che costituisce la nascita, la vita e la morte di una religione dovrebbe quindi cogliere l’insperata occasione che si presenta nell’andare a studiare da vicino la nascita e la vita di questa nuova religione, per poi calcolarne le possibilità di sopravvivenza e le possibilità della sua scomparsa. Ogni polemologo in attesa dei segni premonitori di una conflagrazione dovrebbe stare attento ai rischi di una crociata guerriera nella quale può trascinarci questa religione conquistatrice.

    Una religione che sposa la società dei consumi

    Come regola generale, la società dei consumi mette in pericolo o compromette le religioni e le ideologie. Ogni anno, l’accrescimento della produzione industriale e dell’attività commerciale crea nelle coscienze nuovi bisogni e desideri, ben concreti, che allontanano gli uomini dalla sete dell’assoluto o dall’aspirazione all’ideale di cui si nutrono le religioni e le ideologie. Peraltro, i progressi della comunità scientifica rendono gli uomini sempre più scettici per quanto riguarda la veridicità dei racconti e delle promesse che queste ultime fanno loro. Paradossalmente, prospera soltanto la religione dell’ “Olocausto” che regna per così dire senza riserve e ottiene che si metta al bando dell’umanità gli scettici che agiscono a volto scoperto, che essa chiama “negazionisti” e che essi si definiscono “revisionisti”.

    Ai giorni nostri sono in crisi o talvolta in via di estinzione, le idee sia di patria, di nazionalismo che di razza, di comunismo e perfino di socialismo. Altrettanto in crisi sono le religioni del mondo occidentale, ivi compresa la religione giudaica e, a loro volta, ma in modo meno evidente, le religioni non occidentali, anch’esse messe alla prova dalla forza di attrazione della società dei consumi; indipendentemente da ciò che se ne può pensare, la religione musulmana non fa eccezione: il bazar attira le masse più della moschea e, in certi regni petroliferi, la società consumistica, nelle forme più stravaganti, lancia una sfida sempre più insolente alle regole di vita decretate dall’islam.

    Per quanto riguarda il cattolicesimo romano, questi è colpito da anemia; per riprendere le parole di Louis-Ferdinand Céline, è diventato “cristianemico”. Fra i cattolici ai quali si rivolge Benedetto XVI°, quanti ve ne sono che credono ancora alla verginità di Maria, ai miracoli di Gesù, alla resurrezione fisica dei morti, alla vita eterna, al paradiso, al purgatorio e all’inferno? Il discorso degli uomini di chiesa si limita di solito a ripetere con insistenza che “Dio è amore”. Le religioni protestanti o assimilate si diluiscono, con le loro dottrine, in un’infinità di sette e varianti. La religione giudaica vede i suoi fedeli, sempre più restii davanti all’obbligo di osservare tante prescrizioni e divieti così strampalati, disertare la sinagoga e, in numero sempre crescente, praticare il matrimonio misto.

    Ma, mentre le credenze o le convinzioni occidentali hanno perso molto della loro sostanza, la fede nell’ “Olocausto”, essa, si è rafforzata. Ha finito per creare un legame – una religione, quanto meno secondo l’etimologia corrente, è un legame (religat religio) – che permette a degli insiemi disparati di comunità e di nazioni di condividere una fede comune. In fin dei conti, cristiani ed ebrei cooperano oggi in blocco a propagare la fede olocaustica. Si vede anche un buon numero di agnostici o di atei riempire le fila sotto la bandiera dell’ “Olocausto”. “Auschwitz” realizza l’unione di tutti.

    È che questa nuova religione, nata in un epoca dove la società dei consumi prendeva il volo, ne porta il segno. Ne ha il vigore, l’abilità, l’inventiva. Sfrutta tutte le risorse del marketing e della comunicazione. Le infamie dello Shoah Business non sono che gli effetti secondari di una religione che non è altro, in modo intrinseco, che una pura invenzione. Partendo dai frammenti di una realtà storica, tutto sommato banale in tempo di guerra, come l’internamento di una buona parte degli ebrei europei in ghetti o in campi, i suoi promotori hanno costruito una gigantesca impostura storica: quella del preteso sterminio degli ebrei d’Europa, dei presunti campi dotati di camere a gas omicide e, infine, dei presunti sei milioni di vittime ebraiche.

    Una religione che sembra aver trovato la soluzione della questione ebraica

    Attraverso i millenni, gli ebrei, all’inizio generalmente ben accolti nei paesi che li ospitavano, hanno finito per suscitare un fenomeno di rigetto che ha portato alla loro espulsione ma, assai spesso, usciti dalla porta, rientravano da un’altra porta. In diverse nazioni dell’Europa continentale, verso la fine del XIX° secolo e agli inizi del XX° secolo, il fenomeno ha fatto la sua ricomparsa. “La questione ebraica” è stata posta particolarmente in Russia, in Polonia, in Romania, in Austria-Ungheria, in Germania e in Francia. Tutti, a partire dagli stessi ebrei, si sono messi a cercare “una soluzione” a questa “questione ebraica”. Per i sionisti, che furono in minoranza per molto tempo fra i loro correligionari, la soluzione non poteva essere che territoriale. Conveniva trovare, con l’accordo delle nazioni imperiali, un territorio dove avrebbero potuto trasferirsi i coloni ebrei. Questa colonia sarebbe stata individuata, ad esempio, in Palestina, in Madagascar, in Uganda, nel Sud America, in Siberia. La Polonia e la Francia preferivano la soluzione del Madagascar mentre in Unione Sovietica veniva creato nella Siberia meridionale il territorio autonomo del Birobigian. In quanto alla Germania nazionalsocialista, essa stava studiando la possibilità di un insediamento degli ebrei in Palestina ma finì per accorgersi, a partire dal 1937, dell’aspetto non realista di questa soluzione e del grave pregiudizio che sarebbe stato causato ai Palestinesi. In seguito, il III° Reich volle creare una colonia ebraica in una parte della Polonia (il Judenreservat di Nisko, a sud di Lublino), poi, nel 1940, auspicò seriamente la creazione di una colonia in Madagascar (il Madagaskar Projekt). Nella primavera 1942, in seguito alle necessità di condurre una guerra terrestre, marittima e aerea e preso dalle preoccupazioni sempre più angoscianti di dover salvare le città tedesche da un diluvio di fuoco, di salvaguardare la vita stessa del suo popolo, di mantenere in attività l’economia di tutto un continente così povero di materie prime, il Cancelliere Hitler fece sapere ai suoi collaboratori, in particolare al ministro del Reich e capo della Cancelleria del Reich Hans-Heinrich Lammers, di voler “rinviare a dopo la guerra la soluzione della questione ebraica”. Costituendo in suo seno una popolazione sicuramente ostile alla Germania in guerra, gli ebrei, o quanto meno una buona fetta di essi, dovettero essere deportati ed internati. Quelli che erano in grado erano destinati al lavoro, gli altri venivano confinati in campi di concentramento o di transito. Mai Hitler volle o autorizzò il massacro degli ebrei e le sue corti marziali sono arrivate perfino a punire con la pena di morte, anche in territorio sovietico, coloro che si resero colpevoli di eccessi contro degli ebrei. Lo Stato tedesco non auspicò mai, per quanto riguarda gli ebrei, qualcosa di diverso da “una soluzione finale territoriale della questione ebraica” (eine territoriale Endlösung der Judenfrage) e ci vuole tutta la disonestà dei nostri storici ortodossi per evocare continuamente “la soluzione finale della questione ebraica” omettendo deliberatamente l’aggettivo, così importante, di “territoriale”. Fino alla fine della guerra la Germania non cessò mai di proporre agli Alleati occidentali la consegna di ebrei internati ma a condizione che questi fossero sistemati, ad esempio, in Gran Bretagna e che non andassero ad invadere la Palestina per tormentarvi “il nobile e valente popolo arabo”. La sorte degli ebrei d’Europa, nel quadro generale, non ha avuto niente di eccezionale. Non avrebbe meritato più di una menzione in quello che è il grande libro della storia della seconda guerra mondiale. Abbiamo dunque il diritto di stupirci quando oggi la sorte degli ebrei viene fatta passare per essere stata l’elemento essenziale di questa guerra.

    Dopo la guerra, è appunto in terra di Palestina e a spese dei Palestinesi che i sostenitori della religione dell’ “Olocausto” hanno trovato, o hanno creduto di trovare, la soluzione finale territoriale della questione ebraica.

    Una religione che brancola nei suoi metodi di vendita (la palinodia di Raul Hilberg)

    Consiglio ai sociologi di avviare una storia della nuova religione esaminando con quali tecniche, estremamente variegate, questo “prodotto” è stato creato, lanciato e venduto nel corso degli anni 1945-2000. Essi misureranno la distanza che separa i procedimenti, spesso maldestri, dell’inizio della sofisticazione, alla fine, dei packagings dei nostri attuali spin doctors (storti esperti della “com”) nella loro presentazione dell’ “Olocausto” ormai trasformatosi in un prodotto kasher di consumo forzato.

    Nel 1961, Raul Hilberg, il primo degli storici dell’ “Olocausto”, “il papa” della scienza sterminazionista, pubblicò la prima versione della sua opera maggiore, The Destruction of the European Jews. Egli vi espresse dottoralmente la tesi seguente: Hitler aveva dato degli ordini in vista del massacro organizzato degli ebrei e tutto si spiegava partendo dai suoi ordini. Questo modo di presentare le cose doveva portare ad un fiasco. I revisionisti avendo chiesto di vedere questi ordini, Hilberg fu costretto ad ammettere che questi non erano mai esistiti. Dal 1982 al 1985, sotto la pressione degli stessi revisionisti che chiedevano di vedere a che cosa poteva assomigliare la tecnica delle magiche camere a gas omicide, egli fu costretto a rivedere la sua presentazione del soggetto olocaustico. Nel 1985, nell’edizione “rivista e definitiva” della sua stessa opera, invece di mostrarsi affermativo e secco col lettore o col cliente, cercò di circuirlo con ogni tipo di proposito astruso, facendo appello al suo presunto gusto per i misteri della parapsicologia e del paranormale. Egli espose la storia della distruzione degli ebrei d’Europa senza menzionare il benché minimo ordine, né di Hitler né di nessun altro, di sterminare gli ebrei. Egli spiegò tutto con una specie di diabolico mistero: spontaneamente i burocrati tedeschi si erano passati parola per uccidere tutti gli ebrei fino all’ultimo. “Innumerevoli decisori in seno ad un apparato amministrativo molto esteso” (countless decision makers in a far-flung bureaucratic machine) collaborano nell’impresa sterminatrice in conseguenza di un “meccanismo” (mechanism) e questo senza un “piano di base” (basic plan) (pag. 53); questi burocrati “crearono un clima che permise di fare progressivamente a meno della parola formale e scritta come modus operandi” (created an atmosphere in which the formal, written word could gradually be abandoned as a modus operandi) (pag. 54); ci furono delle “intese primarie fra responsabili producendo decisioni che non necessitavano né ordini precisi né spiegazioni” (basic understandings of officials resulting in decisions not requiring orders or explanations); “era una questione di stato d’animo, di comprensione condivisa, di consonanza e di sincronizzazione” (it was a matter of spirit, of shared comprehension, of consonance and synchronization); “non ci fu un’unica agenzia incaricata di tutta l’operazione” (no one agency was charged with the whole operation); non ci fu “alcun organismo centrale che dirigesse o coordinasse tutto l’insieme del processo” (no single organization directed or coordinated the entire process) (pag. 55). Per farla breve, secondo Hilberg, questo sterminio programmato era avvenuto ma senza che fosse possibile dimostrarlo veramente con documenti comprovanti alla mano. Due anni prima, nel febbraio 1983, in occasione di una conferenza svoltasi alla Avery Fischer Hall di New York, egli presentò questa tesi, stranamente fumosa, nella seguente forma: “Ciò che iniziò nel 1941 fu un processo di distruzione senza piano prestabilito, senza organizzazione centralizzatrice di alcuna agenzia. Non ci fu uno schema direttivo e nemmeno un bilancio di spesa per le misure di distruzione. Queste misure furono prese passo per passo, una alla volta. Si produsse quindi non tanto la realizzazione di un piano, quanto un incredibile incontro di menti, una consensuale trasmissione di pensiero realizzata nell’ambito di un’estesissima burocrazia”. Questa vasta impresa distruttrice si era realizzata, magicamente, con la telepatia e con l’operazione diabolica del genio burocratico “nazista”. Possiamo dire che, con Raul Hilberg, la scienza storica è diventata cabalistica o religiosa.

    Serge e Beate Klarsfeld, dal canto loro, hanno voluto impegnarsi sulla stessa strada della falsa scienza facendo appello al farmacista francese Jean-Claude Pressac. Per diversi anni il malcapitato ha tentato di vendere il prodotto adulterato sotto una forma pseudo-scientifica ma, avendo scoperto l’impostura, Pressac, nel 1995, fece un totale dietro-front ed ammise che, a conti fatti, il dossier dell’ “Olocausto” era “marcio” e buono solo “per le discariche della storia”; tali furono le sue parole. La notizia venne tenuta nascosta per cinque anni e fu rivelata soltanto nel 2000 alla fine di un opera di Valérie Igounet, altra venditrice della Shoah e autrice di Histoire du négationnisme en France (Parigi, Seuil; testo di Pressac alla pag. 652).

    Una religione che infine scopre le tecniche di vendita up to date

    Ed è qui che sono entrati in scena gli spin doctors. Essendo il prodotto diventato sospetto e avendo cominciato i potenziali clienti a porsi delle domande, fu necessario un’inversione di marcia, cioè rinunciare a difendere la merce con argomenti all’apparenza scientifici e adottare una procedura assolutamente moderna. I nuovi religionari hanno deciso di accordare la porzione congrua all’argomentazione logica e di sostituire la ricerca di fondo con il ricorso ai sentimenti e all’emozione, dunque all’arte, al cinema, al teatro, al romanzo storico, allo spettacolo, allo story telling (arte contemporanea di improvvisare un racconto o di inquadrare una “testimonianza”), al circo mediatico, alla scenografia di museo, alle cerimonie pubbliche, ai pellegrinaggi, all’adorazione delle (false) reliquie e dei (falsi) simboli (camere a gas simboliche, cifre simboliche, testimoni simbolici), all’incanto, alla musica e perfino al kitsch, il tutto accompagnato dai procedimenti di vendita forzata provvisti di minacce di ogni genere. Il cineasta Steven Spielberg, specialista della fiction scapigliata ed extraterrestre, è diventato il grande ispiratore sia dei film olocaustici che per il casting di 50.000 testimoni. Per meglio vendere il loro prodotto adulterato, i nostri falsi storici e veri mercanti hanno ottenuto di farlo pregustare agli alunni dalla scuola elementare, vantaggio enorme perché è nell’età più giovane dove si contraggono gli appetiti che fan sì che, più avanti, il cliente non ha più bisogno di essere sollecitato: sarà lui stesso a reclamare ciò che aveva così tanto gustato durante la sua infanzia, siano esse cose dolci o veleno. E fu così che si è presa in giro la storia e che ci si è messi al servizio soltanto di una certa Memoria, cioè di un guazzabuglio di chiacchiere, di leggende, di calunnie che procurano ai clienti il piacere di sentirsi buoni e bravi e di cantare tutti in coro le virtù del povero ebreo, di maledire i “nazisti” intrinsecamente perversi, di fare appello alla vendetta e di sputare sulle tombe dei vinti. Alla fine non resta altro che incassare un sacco di bei soldini e nuovi privilegi. Pierre Vidal-Naquet fu soltanto un principiante: innanzitutto, nel 1979, egli si mostrò troppo scontato, troppo brutale nella sua promozione dell’ “Olocausto”. Ad esempio, invitato dai revisionisti a spiegare come diavolo dopo un’operazione di gasazione con acido cianidrico (componente attivo dell’insetticida “Zyklon B”), una squadra di detenuti ebrei (Sonderkommando) poteva entrare impunemente in un locale ancora saturo di questo temibile gas per manipolarvi ed estrarre fino a migliaia di cadaveri impregnati di veleno, lui rispondeva, assieme ad altri 33 universitari, di non dover dare alcuna spiegazione. Spielberg, uomo più abile, mostrerà in un film una “camera a gas” dove, per una volta, “per miracolo”, i pomelli delle docce rilasceranno… acqua e non gas. In seguito, P. Vidal-Naquet aveva in modo maldestro tentato di rispondere ai revisionisti sul piano scientifico ma si rese ridicolo. Claude Lanzmann, dal canto suo, nel suo film Shoah, aveva cercato di esibire delle testimonianze o delle confessioni ma era apparso pesante, maldestro e ben poco convincente; per lo meno aveva capito che la cosa principale era “fare del cinema” ed essere in vista. Oggi più nessuno “storico” dell’ “Olocausto” si azzarda di provare la realtà dell’ “Olocausto” e delle sue magiche camere a gas. Tutti agiscono come Saul Friedländer nella sua ultima opera (Gli Anni dello Sterminio / la Germania Nazista e gli Ebrei: 1939-1945, Milano, Garzanti, 2009): danno ad intendere che tutto ciò sia realmente avvenuto. Con loro la storia si fa assiomatica, sebbene i loro assiomi non siano neanche formulati. Questi nuovi storici procedono con una sfrontatezza tale che il lettore, sbalordito, non si rende affatto conto del raggiro al quale è soggetto: gli imbonimentitori commentano a perdifiato un avvenimento del quale, per cominciare, non ne hanno nemmeno stabilito la semplice esistenza. Ed è così che il cliente, credendo di comperare una merce, acquista in realtà l'imbonimento di colui che gli ha vantato il proprio prodotto. Oggi, il campione del mondo di sbruffonata olocaustica è un goy di servizio, Padre Patrick Desbois, un dannato burlone le cui diverse pubblicazioni dedicate alla “Shoah per proiettili”, in particolare in Ucraina, sembrano attingere le cime del tam-tam pubblicitario giudeo-cristiano.

    Una success story delle grandi potenze

    In una vera success story nell’arte della vendita, l’impresa olocaustica si è guadagnata lo status di una lobby internazionale. Questa lobby si è confusa con la lobby ebraica americana (la cui organizzazione-guida è l’AIPAC), la quale essa stessa difende colle unghie e coi denti gli interessi dello Stato di Israele, di cui “l’Olocausto” è la spada e lo scudo. Le nazioni più potenti del globo non possono permettersi di contrariare un rete simile di gruppi di pressione che, dietro un manto di religiosità, è stata prima di tutto commerciale per diventare poi militar-commerciale e spingere ad un crescendo di avventure militari. Ne consegue che altre nazioni, dette emergenti, hanno interesse, se vogliono entrare nelle grazie del più forte di loro, a piegarsi ai desideri di quest’ultimo. Senza necessariamente professare la loro fede nell’ “Olocausto”, esse contribuiranno, se necessario, alla divulgazione dell’ “Olocausto” nonché alla repressione di coloro che ne contestano la veridicità. Ad esempio, i Cinesi, sebbene non abbiano nessun interesse per questa futilità in sé, si tengono alla larga da qualsiasi messa in dubbio del concetto di “Olocausto ebraico”, ciò che permette loro di presentarsi in qualità di “ebrei” nei confronti dei Giapponesi durante l’ultima guerra mondiale e di far valere il fatto che anch’essi sono stati vittime di un genocidio, il quale, come per gli ebrei – essi pensano – aprirà probabilmente la strada degli indennizzi finanziari e dei vantaggi politici.

    Una religione particolarmente mortale

    Il disagio per la religione dell’ “Olocausto” sta nel fatto che è troppo secolare. Pensiamo al Papato che, nei secoli passati, ha appoggiato la sua forza politica e militare su un potere temporale, il quale, alla fin dei conti, causò il suo stesso declino. La nuova religione è intimamente legata allo Stato d’Israele, agli Stati Uniti, all’Unione Europea, alla NATO, alla Russia, alle grandi banche (che lei fa piegare alla sua volontà quando, sull’esempio delle banche svizzere, queste sono recalcitranti), all’affarismo internazionale e alle lobby dei mercanti d’armi. A questo punto, chi può garantirle un vero futuro? Si è indebolita garantendo, di fatto, la politica di nazioni o di gruppi dagli appetiti smisurati, il cui spirito di crociata mondiale, come lo si può ben notare nel Vicino e nel Medio Oriente, è diventato avventurista.

    È successo che delle religioni scomparissero assieme agli imperi dove queste regnavano. Il fatto è che le religioni, come le civilizzazioni, sono mortali. Quella dell’ “Olocausto” è doppiamente mortale: essa incita alla crociata guerriera e corre verso la sua fine. Essa vi correrebbe comunque incontro anche se lo Stato ebraico dovesse scomparire dalla terra di Palestina. Gli ebrei che allora si disperderebbero nel resto del mondo non avranno più da fare, come ultima risorsa, che gridare ad un “Secondo Olocausto”.

    NB: Nel 1980 trattai già della “nuova religione” dell’ “Olocausto” nella mia Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire (Parigi, La Vieille Taupe, pag. 261-263). Nel 2006 ho redatto due articoli sul tema “Mémoire juive contre histoire (ou l’aversion juive pour tout examen critique de la Shoah)” e “Le prétendu « Holocauste » des juifs se révèle de plus en plus dangereux”; questi due articoli sono appena stati pubblicati negli Etudes Révisionnistes, vol. 5 (595 p.), pag. 61-71, 86-90, Edizioni Akribeia, 45/3 Route de Vourles, F-69230 ST GENIS-LAVAL, 35 Euro.

    Traduzione a cura di Pio de Martin

    7 agosto 2008

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    Predefinito Rif: Revisionismo

    L'equivoco del semitismo e dell'antisemitismo

    di Claudio Mutti

    Claudio Mutti


    "In una capra dal viso semita"
    (Umberto Saba, Ho parlato a una capra)

    Pare sia stato lo storico tedesco August Ludwig von Schlözer (1735-1809) a coniare per la prima volta, nel 1781, l'aggettivo semitisch, per indicare il gruppo delle lingue (siriaco, aramaico, arabo, ebraico, fenicio) parlate da quelle popolazioni che un passo biblico (Gen. 10, 21-31) fa discendere da Sem figlio di Noè. Il neologismo venne accolto dalla comunità dei linguisti, tant'è vero che lo troviamo nel 1890 nelle Lectures on the comparative Grammar of the Semitic Languages di W. Wright (1830-1889), nel 1898 nella Vergleichende Grammatik der semitischen Sprachen di Heinrich Zimmern (1862-1931), fra il 1908 e il 1913 nel Grundriss der vergleichenden Grammatik der semitischen Sprachen di Carl Brockelmann (1868-1956).
    L'aggettivo "semitico" si riferisce perciò propriamente ai Semiti, ossia ad una famiglia di popoli che si è diffusa nella zona compresa fra il Mediterraneo, i monti d'Armenia, il Tigri e l'Arabia meridionale, per poi estendersi anche all'Etiopia ed al Nordafrica; come aggettivo sostantivato ("il semitico"), esso indica il gruppo linguistico corrispondente, il quale si articola in tre sottogruppi: quello orientale o accadico (che nel II millennio si divise a sua volta in babilonese e assiro), quello nordoccidentale (cananeo, fenicio, ebraico, aramaico biblico, siriaco) e quello sudoccidentale (arabo ed etiopico).
    Del tutto improprio è dunque l'uso dei termini "semita" e "semitico" come sinonimi di "ebreo" e di "ebraico", esattamente come sarebbe improprio dire "ariano" o "indoeuropeo" in luogo di "italiano", "tedesco", "russo" o "persiano".
    Ne consegue che altrettanto errato è l'uso di "antisemita", allorché con tale termine si vuole designare chi è "reo di antisemitismo" (1), cioè di quel "reato" che un autorevole vocabolario definisce nei termini seguenti: "avversione nei confronti del popolo ebraico, maturatasi di volta in volta in forme di persecuzione o addirittura di mania collettiva di sterminio, da una base essenzialmente propagandistica, dovuta a degenerazione di pseudoconcetti storico-religiosi, o a ricerca di un capro espiatorio da parte di politici e classi politiche impotenti" (2). Se usato correttamente, infatti, il vocabolo "antisemitismo" - coniato nel 1879 dal giornalista viennese Wilhelm Marr (3) - dovrebbe indicare l'ostilità nei confronti dell'intera famiglia semitica, la quale ha oggi la sua componente più numerosa nelle popolazioni di lingua araba, sicché la qualifica di "antisemita" risulterebbe più adatta a designare chi nutre avversione nei confronti degli Arabi, piuttosto che i "rei" di ostilità antiebraica.
    Ma l'inconsistenza della suddetta sinonimia ("semita" = "ebreo") risulta ancora più evidente qualora si rifletta sul fatto che gli Ebrei odierni non possono essere qualificati come "semiti", e ancor meno come "popolo semitico". Infatti, se l'appartenenza di un gruppo umano ad una più vasta famiglia deve essere stabilita in base alla lingua parlata dal gruppo in questione, allora un popolo potrà essere considerato semitico soltanto nel caso in cui esso parli una delle lingue semitiche enumerate più sopra, col risultato che oggi avranno il diritto di essere definiti semiti a pieno titolo gli Arabi e gli Etiopi, ma non gli Ebrei.
    È vero che dal 1948 l'ebraico (il neoebraico) è diventato lingua ufficiale della colonia sionista insediatasi in Palestina ed è compreso dalla maggior parte degli Ebrei che attualmente vi risiedono, ma si tratta di una lingua che era morta da oltre venti secoli e che solo nel Novecento è stata artificiosamente richiamata in vita. Gli Ebrei della diaspora, oggi come in passato, parlano le lingue dei popoli in mezzo ai quali si trovano a vivere, lingue che sono per lo più indoeuropee (inglese, spagnolo, francese, italiano, russo, farsi ecc.). Lo stesso yiddish, che si formò nel XIII secolo nei paesi dell'Europa centrale sulla base di un dialetto medio-tedesco e diventò una sorta di lingua internazionale in seguito alle migrazioni ebraiche, era pur sempre un idioma tedesco (4), anche se, oltre ad un vocabolario di base tedesco e slavo, conteneva un tasso elevato di elementi lessicali ebraici e veniva scritto in caratteri ebraici.
    È dunque evidente che gli Ebrei non costituiscono affatto un gruppo che, sulla base dell'appartenenza linguistica, possa esser definito come semitico.
    Possiamo allora considerarli semiti sotto il profilo etnico? Per rispondere affermativamente, bisognerebbe essere in grado di ricostruire la genealogia degli Ebrei e di ricondurla fino a Sem figlio di Noè. Cosa praticamente impossibile.
    Un fatto è certo: all'etnogenesi ebraica hanno contribuito elementi razziali di varia provenienza, acquisiti attraverso il proselitismo e quei matrimoni misti ("i matrimoni con le figlie di un dio straniero") contro i quali tuonavano inutilmente i profeti d'Israele. "A partire dalle testimonianze e dalle tradizioni bibliche, - scrive uno studioso ebreo - si deduce che perfino agli esordi della formazione delle tribù d'Israele queste erano già composte di elementi razziali diversi (...). A quell'epoca troviamo in Asia Minore, in Siria e in Palestina molte razze: gli Amorrei, che erano biondi, dolicocefali e di alta statura; gli Ittiti, una razza di carnagione scura, probabilmente di tipo mongoloide; i Cusciti, una razza negroide; e parecchie altre ancora. Gli antichi Ebrei contrassero matrimoni con tutte queste stirpi, come si vede bene in molti passi della Bibbia" (5).
    Secondo un autorevole geografo ed etnologo italiano, Renato Biasutti (1878-1965), "la questione della posizione antropologica o composizione razziale degli Ebrei non è infatti meno complessa e oscura" (6) di tante altre. "Una delle cause di ciò - egli spiega - sta nella difficoltà di raccogliere informazioni adeguate sui caratteri somatici di un gruppo etnico tanto disperso" (7). Occorre poi distinguere tra i gruppi ebraici dell'Asia e quelli dell'Europa e dell'Africa e, in particolare, tra i Sefarditi (il ramo meridionale della diaspora) e gli Aschenaziti (il ramo orientale). Se i Sefarditi si sono diffusi dal Nordafrica e dall'Europa mediterranea fino all'Olanda e all'Inghilterra, gli Aschenaziti hanno popolato vaste aree della Russia meridionale, della Polonia, della Germania e dei Balcani ed hanno fornito il contingente più numeroso al movimento colonialistico che ha dato nascita all'entità politico-militare sionista.
    Se per gran parte dei Sefarditi si può ipotizzare un'origine parzialmente semitica, benché non necessariamente ebraica (8), per quanto riguarda gli Ebrei aschenaziti, che rappresentano i nove decimi dell'ebraismo mondiale, le cose stanno in tutt'altra maniera, poiché la maggioranza di coloro che in età medioevale professavano il giudaismo erano cazari e "gran parte di questa maggioranza emigrò in Polonia, Lituania, Ungheria e nei Balcani, dove fondò quella comunità ebraica orientale che a sua volta divenne la maggioranza predominante dell'ebraismo mondiale" (9).
    L'affermazione di questa verità storica ha conseguenze devastanti sul mito sionista del "ritorno" ebraico in Palestina. È evidente infatti che, se la maggioranza degli Ebrei attuali trae origine dai Cazari, la pretesa sionista viene destituita del suo fondamento, poiché i discendenti slavizzati di un popolo turcico originario dell'Asia centrale non possono certamente vantare alcun "diritto storico" su una regione del Vicino Oriente.


    1. Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione dal Reader's Digest, Milano 1967, vol. I, p. 146. E' interessante notare che, mentre l'antisemita è "reo", ossia "colpevole di un reato", secondo lo stesso Devoto-Oli non sono affatto rei coloro che nutrono avversione nei confronti di altri gruppi umani. "Anticristiano" infatti significa semplicemente "ostile ai cristiani o alle loro dottrine" (op. cit., vol. I, p. 142); "antitedesco", chi è "storicamente o politicamente avverso ai tedeschi" (op. cit., vol. I, p. 147); perfino "antidemocratico" è agg. e s. m. che designa, senza esprimere giudizio di condanna, ogni "persona, atteggiamento o movimento che ostacola la democrazia, i suoi principi sociali e politici" (op. cit., vol. I, p. 142).
    2. G. Devoto - G. C. Oli, op. cit., p. 146.
    3. P. G. J. Pulzer, The rise of political anti-Semitism in Germany and Austria, Wiley, New York 1964, pp. 49-52.
    4. Va detto però che alcuni studiosi contestano la matrice tedesca dello yiddish, ipotizzandone l'origine dalla rilessificazione di un dialetto sorabo parlato dai discendenti di nuclei balcanici (e probabilmente anche caucasici e slavo-avari) che si erano convertiti al giudaismo. "I do not accept - dichiara uno di loro - the common view that Yiddish is a form of German. I believe that Yiddish arose approximately between the 9th and 12th centuries when Jews in the mixed Germano-(Upper) Sorbian lands of present-day Germany 'relexified' their native Sorbian, a West slavic language" (Paul Wexler, Yiddish evidence for the Khazar component in the Ashkenazic ethnogenesis, in: The World of the Khazars. New Perspectives. Selected Papers from the Jerusalem 1999 International Khazar Colloquium hosted by the Ben Zvi Institute, edited by Peter B. Golden, Haggai Ben-Shammai and Andras Rona-Tas, Brill, Leiden-Boston, 2007, p. 388). A parere di Wexler, lo yiddish costituirebbe un'ulteriore conferma della presenza di una fondamentale componente cazara nell'etnogenesi aschenazita. Cfr. P. Wexler, The Ashkenazic Jews. A Slavo-Turkic people in search of a Jewish identity, Columbus, Ohio, 1993; Idem, Two-tiered relexification in Yiddish: the Jews, the Sorbs, the Khazars and the Kiev-Polessian dialect, Berlin-New York, 2002.
    5. M. Fishberg, The Jews: A Study of Race and Environment, The Walter Scott Publ. Co., London-New York, 1911, p. 181.
    6. Renato Biasutti, Le razze e i popoli della terra, vol. II (Europa - Asia), UTET, Torino, 1967, p. 563.
    7. Ibidem.
    8. Paul Wexler, The non-Jewish origins of the Sephardic Jews, Albany, 1996.
    9. Arthur Koestler, La tredicesima tribù, UTET, Torino 2003, p. 119. Circa il contributo determinante dato dall’elemento cazaro all’etnogenesi del “popolo ebraico”, cfr. C. Mutti, Chi sono gli antenati degli Ebrei?, “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici”, a. VI, n. 2, maggio-agosto 2009.

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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Le Figaro - Flash actu : Une librairie pro-palestinienne saccagée


    Une librairie pro-palestinienne saccagée

    AFP
    03/07/2009 | Mise à jour : 17:05 | Commentaires 22 | Ajouter à ma sélection
    Une librairie du XVIIème arrondissement de Paris, connue pour son engagement en faveur de la cause palestinienne, a été saccagée cet après-midi, a constaté un journaliste de l'AFP.Interrogés, les propriétaires de la librairie ont mis en cause un groupe de la Ligue de défense juive, organisation sioniste réputée pour ses actions violentes.

    "Peu après 14h00, un groupe de cinq hommes cagoulés en jogging sombre sont entrés en courant dans la librairie, armés de bouteilles d'huile et de bâtons", a dit à l'AFP un témoin présent dans la rue au moment de l'agression.Une fois dans le magasin, "les cinq hommes ont cassé la caisse et les ordinateurs, jeté les livres par terre et vidé leurs bouteilles d'huile sur le sol", a précisé la gérante de l'établissement, Olivia Zemor.

    "Avant de repartir, ils ont crié qu'ils étaient de la Ligue de défense juive", a-t-elle affirmé.
    La librairie visée par l'agression, située près de la station de métro Guy-Moquet, est connue pour son soutien à la cause palestinienne. Par le passé, elle a déjà fait l'objet de plusieurs attaques similaires, selon ses gérants. La Ligue de défense juive n'avait pu être jointe vers 17h00.

    -------

    Le site de la libraire en question Librairie Résistances - est aux abonnés absents

 

 
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