



Andrea Carancini
sabato 30 maggio 2009
Un libro che chiede l'abolizione della legge Gayssot!
Buona notizia per i revisionisti di lingua francese: è uscito un libro che chiede chiaramente l’abolizione della legge Gayssot!
E che libro! Un libro che spaventa i distributori…Autore: Paul-Eric Blanrue, Sarkozy, Israël et les juifs, pubblicato in Belgio dalle edizioni Marco Pietteur, nella collezione “Oser dire”. Ecco un estratto della presentazione fatta dall’editore:
“Storico specializzato nello studio delle mistificazioni, Paul-Eric Blanrue si rifiuta di ingabbiare il proprio pensiero. L’obbiettivo del suo libro è di contribuire alla presa di coscienza del pericolo che rappresenta la nuova politica estera francese.
Paul-Eric Blanrue ci apre gli occhi sugli aspetti già datati della politica estera di Nicolas Sarkozy. Rivela il motivo per il quale il presidente francese si è impegnato in una direzione contraria agli interessi del suo paese e che rischia di trascinare presto la Francia in conflitti più gravi, in Libano, in Iran e altrove.
Descrive una per una le reti pro-israeliane che coadiuvano questa strategia, dimostra la loro forza, segnala il loro accecamento e fornisce i nomi delle principali personalità che ne fanno parte. Rifiuta l’assimilazione fatta sistematicamente tra giudaismo e sionismo. Chiede agli ebrei francesi di disfarsi con urgenza dei loro portavoce ufficiali, che rappresentano al massimo la sesta parte di essi, e li incoraggia a ribellarsi a una politica che, alla fine, si rivelerà disastrosa per loro come per tutti i francesi.
L’autore avanza infine delle proposte che fanno rivivere l’audacia tradizionale del pensiero critico francese e che potrebbero riunire di nuovo i francesi in un progetto generoso, per farla finita con il comunitarismo importato imprudentemente dagli Stati Uniti”.
E’ possibile ordinare il libro sul sito dell’editore belga al seguente indirizzo: OSER DIRE - Sarkozy Israël et les Juifs
Si potrà ascoltare con interesse la breve intervista concessa dall’autore il 23 Maggio al seguente indirizzo: YouTube - "SARKOZY, ISRAEL ET LES JUIFS" : LE LIVRE QUI EFFRAYE LES DIFFUSEURS !
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domenica 31 maggio 2009
Sarkozy, Israele e gli ebrei
Ci permettiamo di tornare sull’opera di cui abbiamo parlato ieri: Sarkozy, Israël et les juifs. Ecco il comunicato che abbiamo ricevuto e che diffondiamo molto volentieri:
COMUNICATO DEL COLLETTIVO “SOSTEGNO AL LIBRO SARKOZY, ISRAEL ET LES JUIFS”.
DA DIFFONDERE DOVUNQUE
Lo storico Paul-Eric Blanrue, collaboratore della rivista “Historia”, ha scritto un libro intitolato Sarkozy, Israël et les juifs (Marco Pietteur editore, collezione “Oser dire”, Maggio 2009).
Benchè l’autore avesse già scritto una decina di libri (uno dei quali si trovava nel 2008 nell’elenco dei bestseller dell’Express per la categoria “saggi”) nessuno degli editori francesi contattati ha voluto pubblicarlo. Peggio: il distributore del suo editore belga si è rifiutato di distribuirlo in Francia.
Anche se non è stato fatto oggetto di alcuna proibizione, tale libro è dunque disponibile nelle librerie del Belgio e del Canada, ma non in Francia!
Quello che Blanrue rivela nel suo libro è così tremendo per le autorità costituite? C’è da crederlo!
Per rispondere a questa censura, è stato creato un gruppo su facebook, che ha raccolto in meno di una settimana circa 1.000 persone, fra cui 15 avvocati, che chiedono un distributore per la Francia.
Ecco cosa ha detto a proposito di quest’opera esplosiva il saggista Jean Bricmont:
“Il libro di Blanrue, se arriverà a essere distribuito, farà epoca, perché è il primo a puntare i riflettori su questi gruppi di pressione che a quanto pare vogliono agire nell’ombra, anche se la loro influenza diventa sempre più evidente dopo l’elezione di Sarkozy, influenza che spinge la Francia verso un allineamento sempre maggiore con gli Stati Uniti e Israele.
Questo libro dovrà essere diffuso non solo dagli amici della Palestina ma da tutti gli amici di una Francia indipendente e sovrana”.
Ecco alcuni indirizzi in cui si parla di questo affare:
Paul-Éric Blanrue : « Sarkozy a renversé les valeurs de notre République » [Voltaire]
YouTube - "SARKOZY, ISRAEL ET LES JUIFS" : LE LIVRE QUI EFFRAYE LES DIFFUSEURS !
Sarkozy, Israël et les juifs
Paul-Eric Blanrue, le site officiel
http://www.facebook.com/home.php#/gr...0966851&ref=mf
Si può ordinare il libro (16 euro, 208 pagine, 500 note) presso l’editore:
OSER DIRE - Accueil


Un texte magistral, qu'on peut qualifier de manifeste révisionniste. A cause des filtrages il est difficile à trouver sur Internet :
Introduction aux Écrits Révisionnistes (1974 - 1998)
ROBERT FAURISSON: Introduction aux “Écrits Révisionnistes (1974 - 1998)”


ANTIZOG
i casi degli avvocati
Erick Delcroix (Francia)
Edoardo Longo(I-ta-lya)
prof. Frederick Toeben (Australia)
http://files.splinder.com/7f8bd3b1ec...3852efd4be.pdf
L’ INAUDITO CASO DI SYLVIA STOLZ : IN GERMANIA UN AVVOCATO E’ IN
CARCERE PERCHE’ DIFENDE I REVISIONISTI.


Intervista all’autore di «Sarkozy, Israël et les juifs» :: Thierry Meyssan :: Eurasia
Intervista all’autore di «Sarkozy, Israël et les juifs»
:::: 3 Giugno 2009 :::: 12:40 T.U. :::: Interviste - scontro di Civiltà :::: Thierry Meyssan
di Thierry Meyssan*
L’ultimo libro dello storico francese Paul-Éric Blanrue non sarà disponibile presso le librerie francesi, non perché per il suo contenuto abbia subito una condanna penale o amministrativa, ma perché il distributore del suo editore, nel disprezzo totale della libertà d’espressione, ha semplicemente deciso di non diffonderlo. Il fatto è che l’argomento è esplosivo; esso tratta i legami tra il presidente della Repubblica francese e la colonia ebraica in Palestina. A causa della concentrazione economica nel campo editoriale, la censura politica non passa più attraverso le istituzioni pubbliche, ma attraverso i grandi gruppi privati.
Réseau Voltaire ha intervistato l’autore ed h deciso di diffondere il suo libro per corrispondenza
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Thierry Meyssan : Paul-Éric Blanrue, buongiorno. Lei ha appena pubblicato Sarkozy, Israël et les juifs [1]. Nella prefazione paragona il suo lavoro con quello di John Mearsheimer e Stephen Walt, La Israel Lobby e la politica estera [2]. Eppure questi due libri hanno un approccio diverso: la loro ricerca tenta di chiarire che cosa sia la lobby pro-Israele, e quale influenza eserciti a Washington, mentre lei tratta l’argomento da un’altra direzione. Lei dimostra come Nicolas Sarkozy sia al servizio di una lobby che lei si astiene dal definire in dettaglio. Perché ha scelto questo punto di vista?
Paul-Éric Blanrue : Buongiorno e grazie per le sue domande. I due libri sono effettivamente diversi, ma il loro scopo è in fondo lo stesso: dimostrare che gli USA, per Mearsheimer et Walt, e la Francia, per me, sono sottoposti ad una forte influenza pro-israeliana che può, in ultima analisi, rivelarsi pericolosa per i due paesi. Tuttavia, in Francia, la situazione non è affatto identica a quella degli Stati Uniti.
Là, la storia della formazione della lobby pro-israeliana è tale che la sua presenza è garantita da un gran numero di persone, al punto da essere oggetto di studio da parte di eminenti universitari…anche se non tutti sono d’accordo sull’influenza che essa gioca: Chomsky, ad esempio, nega alla lobby pro-israeliana il suo potere, giacché ritiene che l’ideale sionista è diffuso in parti eguali in tutti i partiti e in tutti i settori della società statunitense!
Oltreatlantico, comunque, l’alleanza con Israele è diventata, dopo Eisenhower, un fenomeno banale. Il segretario di Stato è, si potrebbe dire, obbligatoriamente sionista, per tradizione. Da noi, è ( o era!) differente. Io dimostro che, ancora di recente, non c’era totale unanimità, tra i rappresentati della comunità ebraica, nel rapportarsi a Israele. Non tutti si allineavano sotto la bandiera dello stato ebraico come dei bravi soldatini. C’erano alcune resistenze; anche ai livelli più elevati delle loro organizzazioni. Si ricordi di Théo Klein; quando costui ricopriva la carica di presidente del CRIF [3], negli anni ottanta, dichiarava una posizione così moderata su Israele, del quale peraltro non voleva essere considerato alla stregua di un ambasciatore, che alcuni tra i suoi successori hanno potuto tacciarlo di collaborazionismo con i Palestinesi!
Ma c’è dell’altro: in Francia, quelle che io chiamo “le reti pro-israeliane” si sono scontrate, fino al 2007, con un grande problema: noi abbiamo già vissuto sotto un regime “gollista” (anche se sono consapevole delle virgolette che bisogna mettere intorno a questo termine, se si pensa alle circostanze dell’arrivo di François Mitterrand all’Eliseo, per esempio…)
Tuttavia : la resistenza del potere politico, a cominciare dal Quai d’Orsay, alle rivendicazioni delle reti sioniste costituiva una realtà. Roland Dumas o Hubert Védrine erano i fieri sostenitori di una posizione equilibrata nel Vicino e Medio Oriente. Come non ricordare che nel 2003, il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon, ha rifiutato di incontrare Dominique de Villepin, allora capo della diplomazia francese, perché aveva dichiarato che avrebbe visitato Yasser Arafat a Ramallah!
Questa resistenza, che costituiva una vera preoccupazione, le reti sioniste sono riusciti a superarla solo dopo l’arrivo al potere di Sarkozy.
A differenza delle pratiche americane, Sarkozy non è stato costretto a diventare il «loro» uomo, né il loro «bene rifugio»: egli si è messo al loro servizio soltanto perché lo aveva deciso, per volontà e per strategie politiche deliberate. Dopo la seconda Intifada, nel 2000, egli si è accorto del potere acquisto dalla lobby pro-israeliana americana. Ritenendo la Francia come un’America in divenire, ha cercato di farsi investire dalla lobby pro-israeliana, importando quelle pratiche qui. Ha anche giocato sulla paura del “pericolo periferie”, pensando di poter associare, nell’immaginario dei Francesi (ebrei e non ebrei) gli immigrati (in particolare quelli musulmani) a potenziali terroristi.
E’ questa una delle ragioni per cui ha invitato poliziotti israeliani in Francia per far spiegare ai loro colleghi come sedare i disordini nelle periferie, quasi si trattasse di “territori occupati”!
Per fare tutto questo, nella sua strategia di ascesa al potere, egli ha impiegato il vocabolario e l’ideologia dei rappresentanti sionisti, per i quali, oggi, “pro-israeliano” e “ebreo” sono due sinonimi. Era un modo per galvanizzare l’elettorato ebraico, che in Francia è uno dei più importanti del mondo, tanto da far dire a Christian Estrosi dell’UMP che Sarkozy era “il candidato naturale degli ebrei”. Ora, da un punto di vista oggettivo e storico, ricordo che il giudaismo è una religione, mentre il sionismo è un’ideologia politica. Si può essere ebreo e oppositore del sionismo, come lo sono stati e lo sono numerosi rabbini o numerose personalità di origine ebraica (esiste anche un sito internet dove i sionisti li denunciano), e si può essere sionista e non-ebreo, basta pensare a Bush! In breve, tutte queste differenze spiegano che non ho trattato il problema nel mio libro come hanno fatto i miei colleghi americani.
Thierry Meyssan : Lei ha avuto cura di attenersi ad informazioni note, già rese pubbliche e non contestate; di non basarsi su scoop che potrebbero essere controversi, tali da inficiare gli elementi del suo ragionamento e renderlo discutibile. Contemporaneamente, lei si è preso la briga di chiarire tutte le parole o espressioni che possono provocare reazioni epidermiche tali da mettere fine al dibattito. Questo metodo prudente è sufficiente ad assicurare un’accoglienza ragionevole al suo lavoro?
Paul-Éric Blanrue : Per prima cosa, ritengo che un libro debba per principio basarsi su solide fondamenta, al fine di essere inattaccabile. Per me questa è una costante; controllate la mia bibliografia che comprende una dozzina di opere. E’ anche un rispetto che devo ai miei lettori, i quali mi leggono perché sanno quanto io tenga a fornire loro informazioni attendibili. Come fondatore, e presidente per 10 anni, di un’associazione scettica che si chiama Cercle zététique (dal greco zetein: cercare), ho condotto numerose inchieste nel corso delle quali ho sempre tentato di separare i fatti verificabili dalle voci e dalle menzogne. Ora ho potuto costatare, durante la mia carriera, che numerosi “scoop” risiedono sui “si dice” e sono in realtà dei “bidoni” destinati a diventare dei best-seller a basso costo: quindi ne diffido per istinto.
Secondariamente, non cerco di chiare tanto per chiarire, Se lei fa allusione, per esempio, al fatto che non impiego l’espressione “lobby ebraica” per caratterizzare le modalità d’azione dei sionisti in Francia, è perché, come Mearscheimer et Walt, o Pascal Boniface [4], non credo realmente all’esistenza di questa pretesa lobby, che è, secondo me, sia un abuso del linguaggio, sia un termine provocatore. In ambedue i casi, occorre evitarla. Ancor più grave, per me, è il fatto di associare ebrei e sionisti, due realtà distinte come ho già precisato. Lei avrà notato che non parlo neanche di «lobby sionista», giacché la realtà francese è differente da quella americana, anche se questa differenza tende a ridursi sempre di più. Faccio l’inventario di numerose organizzazioni sioniste, indico i loro punti comuni, le loro differenze e talvolta anche le loro contraddizioni: è il motivo per il quale preferisco parlare di “reti” pro-israeliane o pro-sioniste, essendo per me questi due termini equivalenti.
Quanto a sapere quale accoglienza sarà riservata al mio lavoro, lo ignoro, non essendo Élizabeth Teissier [5]… Da parte mia, ad ogni modo, ho fatto del mio meglio affinché questo libro possa essere una base di discussione ragionevole tra i due campi opposti. Occorre che la situazione si sblocchi, altrimenti si a sbattere dritti contro il muro.
Thierry Meyssan : Lei, trattando un argomento tabù, ha già dimostrato il suo coraggio. Non teme di essere definitivamente messo sulla graticola rispondendo alle mie domande?
Paul-Éric Blanrue : Sono fatto così (per la mia educazione cattolica, forserispondo sempre a chi mi interroga, senza cercare di sondare il suo cuore o i suoi reni. Generalmente, mi guardo bene dal giudicare le persone, a cominciare da coloro che lottano contro un sistema che ci schiaccia. Da parte mia, come lei sa, non sono mai stato quello che può essere definito un “complottista”, ma rivendico per tutti il diritto alla libera ricerca e alla libera pubblicazione. E’ probabile che il mio libro sia oggetto di un black out totale, come è successo per uno dei miei precedenti libri, Le Monde contre soi – Anthologie des propos contre les juifs, le sionisme et le judaïsme [6], che non ha beneficiato neanche una riga nei maggiori giornali parigini, ma che, molto curiosamente mi è valso l’invito al salone degli scrittori del B’naï Brith! Occorrerà che questa volta io tenti di superare con tutti i mezzi la strategia del silenzio di coloro che si oppongono alla sua diffusione per diversi motivi. Non si può vivere sotto la dittatura del pensiero unico senza reagire, altrimenti si è pronti per lo schiavismo. E’ tempo di rassenerare il dibattito e soprattutto di fermare la demonizzazione dei contradditori.
Thierry Meyssan : Il suo editore belga, Marco Pietteur, sembra essere sorpreso dalla reazione delle reti di ditribuzione che rifiutano di piazzare il suo libro nelle librerie francesi.
Questo tipo di censura è già iniziato con la pubblicazione del mio libro sul rimodellamento del Grande Medio Oriente, L’Effroyable imposture 2 [7].
All’epoca, i più grandi editori hanno rinunciata a pubblicarlo a causa delle minacce dei distributori Alla fine, Jean-Paul Bertrand e Antoine Gallimard hanno dovuto giocare d’astuzia per superare questo ostacolo. Invece di interdire il contenuto del libro, se ne impedisce la presenza in libreria. La lobby pro-israeliana è intervenuta per dissuadere i grandi media dal menzionare l’esistenza del mio libro, sia negli articoli sia nella pubblicità pagante. Questo trattamento è stato perseguito anche per censurare il suo lavoro? E’ riuscita ad identificare le persone e i gruppi che l’hanno messo in moto?
Paul-Éric Blanrue : Per il momento non posso dire granché, perché mi sto occupando della promozione del mio libro: no è un periodo propizio per le inchieste. Diciamo che mi sono fatto un’idea sulla questione, dovrò approfondirla. Arriverà il tempo della riflessione e allora, mi creda, dirò quello che so. In attesa, noti, la prego, una cosa sorprendente: un anno e mozzo fa scrivevo con il mio amico Chris Laffaille, di Paris-Match, un libro sul matrimonio di Nicolas Sarkozy con Carla Bruni, che s’intitolava Carla et Nicolas, Chronique d’une liaison dangereuse [8]. Già allora mi ero reso conto di un certo numero di fatti, benché non in maniera diretta. Ora questo libro è stato classificato tra i più venduti da L’Express, in prima pagina su Technikart e tradotto all’estero. Al FNAC des Ternes era esposto in una vetrina intera. Oggi, ho dovuto far editare il mio libro in Belgio e il distributore del mio editore, Marco Pietteur, è talmente spaventato che si rifiuta di distribuirlo in Francia!
Il fatto è notevole e sintomatico dello stato d’animo che regna qui, dopo l’arrivo al potere di Nicolas Sarkozy. La gente è terrorizzata. La si può capire. Noto con gioia che alcuni iniziano a reagire: su face book è stato creato un gruppo che comprende parecchie centinaia di membri, francesi e non, i quali chiedono che il mio libro sia venduto nelle librerie francesi. Il gruppo si chiama : « Sarkozy, Israël et les juifs : le livre qui fait peur aux diffuseurs ! » (Sarkozy, Israele e gli ebrei : il libro che mette paura ai distributori). E’ molto visitato. Scommetto che i suoi lettori raggiungeranno questo gruppo di franchi-tiratori. La Francia è caduta così in basso che non si osa più diffondere un’opera che sarà disponibile in parecchi paesi stranieri senza alcun problema e che sta per essere tradotta in tre lingue?
Thierry Meyssan: Lei fa una sintesi molto completa dei legami che uniscono Nicolas Sarkozy a Israele, compresi i dati biografici e psicologici. Ciò non le impedisce di trattare le sue relazioni con gli USA. Lei ha scelto di eludere i suoi stretti legami con la CIA; ha citato il falso documento della DGSE diffuso in seno ai servizi che lo accusano di essere un agente del Mossad. Il suo studio non deforma la realtà focalizzandosi sulla subordinazione di Nicolas Sarkozy all’agenda israeliana e lasciando nell’ombra i legami forse molto più stretti di quelli che intrattiene con gli USA?
Paul-Éric Blanrue : Il terzo capitolo s’intitola (parlo di Nicolas Sarkozy) « L’homme des réseaux américains »… Penso dunque di aver notato tutta l’importanza che rivestono per lui gli USA. Ciò detto, lei ha ragione, ho trattato essenzialmente della sua investitura da parte della lobby pro-israeliana americana, come la American Jewish Commitee (AJC). Ma era l’argomento del mio libro ad esigerlo. Ci sarebbe un altro lavoro da consacrare ai legami stretti tra il presidente francese e gli USA. Ma io volevo dimostrare in che cosa fosse cambiata la politica estera verso Israele. Su questo punto, gli USA, come la Francia di Sarkozy, si allineano in maniera quasi incondizionata dalla parte israeliana, malgrado alcune riserve di circostanza destinate a non dispiacere l’opinione pubblica, preoccupata della sorte dei Palestinesi. Ora Nicolas Sarkozy è passato dagli USA per andare verso Israele, e non l’inverso.
Si comprende molto bene oggi che, avendo perduto un po’ di credibilità presso Obama, è sempre più pro-israeliano di quanto lo fosse durante la campagna elettorale.
Quando, il 24 gennaio del 2009, la Francia ha inviato la fregata Germinal per impedire il rifornimento di armi alla resistenza palestinese, per quanto sia a mia conoscenza, gli USA non hanno gocato un ruolo diretto: l’operazione venne realizzata tra Israele, l’Egitto e la Francia.
D’altra parte, Sarkozy non ha bisogno degli USA per dichiarsi “ partigiano incondizionato della sicurezza di Israele”, anche se è evidente che questo riavvicinamento partecipa di una “atlanticizzazione” più generale (invio di truppe in Afghnistan, ritorno nella NATO, etc.).
Per riassure, il mio libro in realtà è solo un capitolo di una storia più grande ancora da scrivere, ma io credo che esso si situi nel cuore del problema: noi siamo di fronte a un ribaltamento totale dei principi sui quali la nostra Repubblica poggia. E’ per questo che mi è sembrato urgente scriverlo. Prima che sia troppo tardi fare marcia indietro.
Thierry Meyssan : Il suo libro ci ricorda una gran quantità di avvenimenti dimenticati – giacché nei giornali una ne scaccia un’altra – La lettura della sua narrazione, nonostante l’abbondanza di documentazione, risulta sempre piacevole. Ma questa qualità letteraria non impedisce di organizzare per priorità le cose che scrive. Per esempio, lei evoca un legame amichevole con la banca Rothschild, ma non dice nulla sulle attività dell’avvocato di affari di Nicolas Sarkozy, né su François Pérol, un socio di Rothschild diventato segretario aggiunto dell’Eliseo, poi presidente di Natixis in dubbie circostanze. Come ha selezionato gli avvenimento che riporta?
Paul-Éric Blanrue : Prima di tutto grazie per i complimenti. Ma ahimè non si può dire tutto ; soprattutto in un libro destinato al grande pubblico e che quindi ho voluto « leggibile » nonostante sia una argomento molto complesso. Osservi che, per in un testo di 200 pagine, ho utilizzato un apparato critico di 500 note, cosa non comune nell’editoria francese attuale. Lei ha certamente ragione nel dire che le informazioni sono dimenticate dall’opinione pubblica, e che il loro l’accumulo nei giornali, lungi d’alimentare le menti dei nostri contemporanei, contribuisce a comprimere i dati in strati sedimentari inferiori. Meglio ancora: l’abbondanza di informazioni fa dimenticare il senso generale della storia che svolge davanti a noi. Ho quindi voluto “rinfrescare la memoria” dell’opinione pubblica, organizzando il lavoro secondo un piano che dia un senso all’attualità più scottante. Il mio punto di partenza è Sarkozy, l’uomo attraverso il quale arriva la frattura. In seguito tento di spiegare il motivo per il quale egli sia arrivato là e perché la Francia si trovi in una situazione di stallo dalla quale è necessario che un bel giorno esca.
Thierry Meyssan : Nell’ultimo capitolo, lei allarga il soggetto agli ambienti culturali. Ma una trentina di pagine è sia molto per risvegliare la curiosità sia troppo poco per fornire una visione d’insieme del fenomeno. Per fare presto, lei ha dovuto trattare velocemente alcune personalità, come Tariq Ramadan, giacché ciò richiederebbe la descrizione dei contesti. Poiché lascia i suoi lettori “affamati”, ha intenzione di approfondire questa questione in un altro volume?
Paul-Éric Blanrue : Ho citato il caso di Tariq Ramadan durante il suo scontro televisivo con Sarkozy, con lo scopo di dimostrare come quest’ultimo abbia integrato nei suoi discorsi l’attuale retorica sionista, questo dogma ripieno di dinamite che esige l’equivalenza “ebreo=pro-israeliano”. Per il resto mi dedico all’essenziale: la descrizione delle reti sioniste francesi e il modo con cui l’attuale presidenza risponde alle loro attese, oppure le precede. Passo in rassegna casi noti e meno noti: qual è il percorso del patron della LICRA? Chi sono i principali “pesci pilota” d’Israele in francia? Quali associazioni intentano sistematicamente processi a ricercatori indipendenti che criticano Israele? In quale misura la legge Gayssot è la chiave di volta della dittatura del pensiero unico attuale? Per rispondere esattamente alla sua domanda: sì, attualmente ho in preparazione non uno, ma altri due libri che approfondiranno in maniera notevole quello che ho già scritto in questo qui. Penso che i suoi lettori ne rimarranno sorpresi. E’ solo l’inizio!
Thierry Meyssan : Terminiamo con una nota personale. Nel corso di questa intervista, lei ha risposto alle mie domande citando con orgoglio il lavoro che ha precedentemente svolto. I suoi primi libri trattavano la storia della famiglia francese ed erano pubblicati da editori tradizionalisti. In seguito si è appassionato allo studio delle superstizioni ed ha creato il Cercle zététique. Infine,si è occupato di attualità. Carla Bruni e Jérôme Kerviel. Qual è stato il suo atteggiamento durante questo percorso ? Che cosa la motiva oggi?
Paul-Éric Blanrue : Ciò che mi interessa, in primo luogo, è poter pubblicare il risultato delle mie ricerche. Per me, ogni editore, fintanto che si muove nella legalità, che esegue correttamente il suo lavoro di promozione e che remunera convenientemente i suoi autori, è rispettabile. Poiché sono un uomo di vedute aperte, le sue idee politiche o filosofiche non mi interessano, fintanto che mi permetta di pubblicare quello che desidero, senza censurarmi. Lei conosce l’adagio “publish or perish”…Un autore esiste solo attraverso i lavori pubblicati, letti, assimilati e commentati dagli altri. L’editore “tradizionalista” cui lei fa riferimento mi ha permesso di pubblicare, molto tempo fa, le mie scoperte stupefacenti sul conte de Chambord (frutto di una tesi universitaria in storia), che altri editori più classici aveva rifiutato di fare per motivi ideologici. A sua volta, non ha pubblicato, per motivi ideologici le mie conclusioni sulla storia della Sindone di Torino, che mi è stato prima pubblicato da una casa editrice comunista in condizione con dei cattolici di sinistra, poi da una casa del gruppo Flammarion, Pygmalion. Il mio libro antologico sulle espressioni contro gli ebrei è stato pubblicato da un editore conosciuto per le sue collane editoriali erotiche… Il mio opus su Kerviel è apparso per i tipi di una casa specializzata in musica rock, la qual cosa non mi ha impedito di annunciare la crisi finanziaria di settembre del 2008 sei mesi prima degli “esperti” de Le Monde!
In breve, tutta la mia vita editoriale è così! Trovo tutto ciò divertente. Si ha la tendenza ad irreggimentarmi nella categoria degli “inclassificabili” cui preferisco il termine di “irrecuperabili”, che non permette, a rigore, nessuna sorta di “inquadramento”. Le mie case editrici cambiano in funzione della loro capacità di pubblicare i miei libri, cioè in funzione delle loro norme ideologiche e non delle mie. Ora, può vedere, sono costretto a far pubblicare in Belgio un libro che tratta della politica francese…Sono l’”ebreo errante” dell’edizione!
Non è per caso che passi una parte della mia vita a Venezia, la città del primo ghetto, che è anche la città dei labirinti, delle maschere, dei riflessi e degli specchi nascosti. Quanto ai miei soggetti preferiti, nonostante una evoluzione di superficie, essi possiedono tutti un punto in comune: il monitoraggio delle mistificazioni, delle menzogne, degli errori di ogni ordine e grado, diffusi in abbondanza presso il grande pubblico. La storia vera è sempre quella da ricercare sotto la patina della propaganda, non le insegno nulla. Non smetto quindi di interessarmi alle imposture, quali che siano, storiche, scientifiche, politiche, ideologiche, religiose. Perché? Perché viviamo! Nasciamo e moriamo contornati lucciole che prendiamo per lanterne. Alcune imposture sono innocenti, altre meno, giacché esse orientano la nostra vita e quella dei nostri contemporanei. Col passar del tempo mi sono concentrato sulle questioni che sembrano essere più gravi. Per tutta la mia esistenza, ho tentato di mettermi nel solco dei Lumi: Voltaire, Diderot, d’Holbach (e il grande Casanova) sono stati capaci di scrivere su tutti gli argomenti, piccoli o grandi, religiosi o mondani, con lo stesso spirito critico. Ecco quello che cerco di fare, controvento, a modo mio. Mi resta difficile nasconderle di sperare che le conseguenze dei miei libri saranno comparabili a quelle che hanno suscitato i grandi spiriti cui mi richiamo. Tutti gli autori sono un po’ “megalomani”, no? Ma se non si crede al proprio potere trasformare le mentalità, chi ci crederà? In ogni caso la ragione per cui l’ultimo capitolo di « Sarkozy, Israël et les juifs » è intitolato “« Pour une nouvelle nuit du 4 août » è in riferimento all’abolizione dei privilegi della nobiltà per la nobiltà, nel 1789. Come Max Gallo, Dominique de Villepin o François Bayrou, penso che ci troviamo in una situazione prerivoluzionaria. La Francia sta per entrare in agitazione. Il mio libro è preventivo: quelli che lo criticano sono quelli che dovrebbero trovarne motivo d’ispirazione. A meno che non siano pronti ad affrontare un nuovo 1793? Tanto da evitarlo, non è vero?
*Thierry Meyssan , Analista politico, fondatore di Réseau Voltaire.
Ultima opera pubblicata: L’Effroyable imposture 2 (il rimodellamento del Vicino Oriente e la guerra israeliana contro il Libano).
[1] Sarkozy, Israël et les juifs, éditions Marco Pietteur, collection « Oser dire » (mai 2009), 205 pp. Presentazione del libro alla pagina:
Sarkozy, Israël et les Juifs, un libro di Paul-Éric Blanrue :: <a href="http://www.oserdire.eu">http://www.oserdire.eu</a> :: Eurasia .
Recensione di Jean Bricmont alla pagina:
Recensione di Jean Bricmont a Sarkozy, Israël et les Juifs di Paul-Éric Blanrue :: Jean Bricmont :: Eurasia .
[2] Le lobby pro-israélien et la politique étrangère américaine, John Mearsheimer, Stephen Walt, La Découverte, 2007, 500 pp. La Israel Lobby e la politica estera americana, Mondadori, 2007.
[3] CRIF : Conseil représentatif des institutions juives de France.
[4] Vedere Est-il permis de critiquer Israël ?, Pascal Boniface, éd. Robert Laffont (2003), 239 pp.
[5] Élizabeth Teissier è una famosa astrologa che fu vicina a François Mitterrand.
[6] Le Monde contre soi – Anthologie des propos contre les juifs, le sionisme et le judaïsme, Paul-Éric Blanrue, prefazione di Yann Moix, Éditons Blanche, 2007, 318 pp.
[7] L’Effroyable imposture 2, Thierry Meyssan, éd Alphée-Jean-Paul Bertrand (2007), 400 pp.
[8] Carla et Nicolas, Chronique d’une liaison dangereuse, Paul-Éric Blanrue, Chris Lafaille, Éditions Scali, 2008, 155 pp.
Fonte: Réseau Voltaire


IL MITO DELLA ‘GUERRA GIUSTA’ DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
Postato il Martedì, 02 giugno @ 19:00:00 CDT di davide
ComeDonChisciotte - IL MITO DELLA ‘GUERRA GIUSTA’ DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
DI MARK WEBER
ihr.org
La Seconda Guerra Mondiale non fu solo il più grande conflitto militare della storia, ma anche la più importante guerra americana del ventesimo secolo. Essa portò cambiamenti sociali, governativi e culturali profondi e permanenti negli Stati Uniti, ed ebbe un grande impatto sul modo in cui gli Americani vedono loro stessi e la posizione della loro nazione nel mondo.
Questo scontro globale – con gli USA e gli altri ‘Alleati’ da una parte e, dall’altra, la Germania nazista, il Giappone imperialista e gli altri paesi dell’Asse – viene ritratto normalmente negli Stati Uniti come la ‘guerra giusta’, un conflitto moralmente ben definito tra il Bene e il Male.
Dal punto di vista dello scrittore e storico britannico Paul Addison, “la guerra servì ad una generazione di britannici e americani come un mito che rappresentasse la loro purezza essenziale, una parabola del bene e del male”. Dwight Eisenhower, Comandante Supremo delle forze americane in Europa e in seguito presidente degli Stati Uniti per otto anni, denominò il combattimento contro i nazisti ‘la Grande Crociata’.
Il presidente Bill Clinton disse che nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti “salvarono il mondo dalla tirannia”. Agli americani viene raccontato che essa fu una guerra necessaria e inevitabile, che gli Usa dovettero dichiarare per evitare di farsi schiavizzare da crudeli e spietati dittatori.
Quantunque gli americani possano aver avuto dubbi o timori riguardo il ruolo della loro nazione in Iraq, Vietnam, o altri conflitti oltremare, la maggior parte accetta il fatto che i sacrifici fatti dagli USA nella Seconda Guerra Mondiale, specialmente nello sconfiggere la Germania di Hitler, fossero interamente giustificati e lodevoli.
Per più di sessant’anni, tale visione è stata rinforzata tramite un’infinità di film, la televisione, gli insegnanti, i libri di testo, e dai leader politici. La maniera riverente con cui il ruolo degli Stati Uniti è stato disegnato ha indotto Bruce Russett, professore di Scienze politiche all’Università di Yale, a scrivere:
“La partecipazione alla guerra contro Hitler rimane quasi interamente sacrosanta, quasi nel campo della teologia… Nonostante critiche alla politica americana nel ventesimo secolo vengano messe in circolazione, la partecipazione degli Stati Uniti alla Seconda Guerra Mondiale rimane quasi interamente immune. Secondo la nostra mitologia nazionale, quella fu una ‘guerra giusta’, una delle poche in cui i benefici ebbero chiaramente maggior peso rispetto ai costi. Tranne che per pochi libri pubblicati subito dopo la guerra e velocemente dimenticati, tale ortodossia sostanzialmente non è stata sfidata”.
Quanto è accurata questo venerata rappresentazione del ruolo americano nella Seconda Guerra Mondiale? Come possiamo vedere, non regge se sottoposta ad un esame ravvicinato.
Prima di tutto, diamo uno sguardo allo scoppio della guerra in Europa.
Quando i leader della Gran Bretagna e della Francia dichiararono guerra alla Germania il 3 settembre 1939, essi annunciarono che lo stavano facendo perché le forze militari tedesche avevano attaccato la Polonia, minacciando così l’indipendenza polacca. Nell’andare in guerra contro la Germania, i leader francesi e inglesi trasformarono ciò che era un conflitto, limitato geograficamente e della durata di due giorni, tra Germania e Polonia, in un conflitto esteso in tutta Europa.
Divenne presto ovvio che la giustificazione anglo-francese per andare in guerra non fosse sincera. Quando le forze sovietiche attaccarono la Polonia dall’est due settimane più tardi, occupando sostanzialmente un territorio più grande rispetto a quanto aveva fatto la Germania, i capi britannici e francesi non dichiararono guerra all’Unione Sovietica. E nonostante la Gran Bretagna e la Francia fossero entrate in guerra per proteggere, in teoria, l’indipendenza polacca, alla fine del conflitto nel 1945 – e dopo cinque anni e mezzo di orribili lotte, morti e sofferenze – la Polonia non era ancora libera, ma si trovava invece sotto il dominio brutale della Unione Sovietica.
Sir Basil Liddell Hart, un eminente storico militare inglese del ventesimo secolo, pone la questione in questo modo: “Gli alleati occidentali entrarono in guerra con un doppio obiettivo. Lo scopo immediato era di mantenere la loro promessa di preservare l’indipendenza della Polonia. Lo scopo finale consisteva nel rimuovere una potenziale minaccia per loro stessi, e garantire perciò la loro sicurezza. In fin dei conti, essi fallirono entrambi gli obiettivi. In primo luogo, non solo non ebbero successo nel prevenire che la Polonia venisse sopraffatta, e divisa tra Russia e Germania, ma dopo sei anni di guerra che terminò con un’apparente vittoria furono forzati a riconoscere la dominazione russa sulla Polonia – abbandonando le promesse fatte ai polacchi che avevano combattuto dalla loro parte”.
Nel 1940, subito dopo essere stato nominato Primo Ministro, Winston Churchill spiegò, in due discorsi spesso riportati, le sue ragioni per continuare la guerra contro la Germania. Nel suo famoso discorso ‘Sangue, sudore e lacrime’, il grande leader britannico affermò che a meno che la Germania non fosse stata sconfitta, “non ci sarebbe stata possibilità di sopravvivenza per l’impero britannico, nessuna possibilità di sopravvivenza per tutto ciò che l’impero britannico aveva significato…”. Poche settimane dopo, nel suo discorso sulla ‘Ora migliore’, Churchill disse: “Da questa battaglia dipende la sopravvivenza della civiltà cristiana. Da essa dipendono la nostra vita e la continuità delle nostre istituzioni e del nostro Impero”.
Come suonano strane oggi queste parole. Nonostante la Gran Bretagna abbia in teoria ‘vinto’, o almeno stesse dalla parte dei vincitori, l’allora potente impero britannico è svanito nella storia. Nessun leader britannico oggi oserebbe difendere la spesso brutale documentazione dell’imperialismo britannico, che comprende uccisioni e bombardamenti allo scopo di mantenere uno stato di sfruttamento coloniale su milioni di persone in Africa e Asia. Nessun leader britannico oserebbe neppure giustificare le uccisioni allo scopo di sostenere la ‘civiltà cristiana’, non ultimo per paura di offendere la grande e crescente popolazione non cristiana della Gran Bretagna.
Gli americani amano credere che i ‘bravi ragazzi’ vincono, e i ‘cattivi ragazzi’ perdono e, negli affari internazionali, che le nazioni ‘buone’ vincono le guerre, e le nazioni ‘cattive’ le perdono. Mantenendo tale visione, gli americani vengono incoraggiati a credere che il ruolo avuto dagli USA nella sconfitta della Germania e del Giappone dimostrò la correttezza del ‘modello americano’, e la superiorità della nostra forma di governo e società.
Tuttavia, se tale visione avesse una qualche validità, sarebbe molto più accurato affermare che il risultato della guerra mostrò la correttezza del ‘modello sovietico’, e la superiorità della forma di governo e società del comunismo sovietico. Infatti, tale fu per decenni un’orgogliosa richiesta dei leader di Mosca. Come afferma un libro di storia ufficiale sovietico, pubblicato nel 1970:
“La guerra dimostrò la superiorità del sistema sociale e statale sovietico… La guerra dimostrò inoltre l’unità politica e sociale del popolo sovietico… Ancora una volta essa sottolinea il significato del ruolo avuto dal partito comunista nell’organizzare e guidare la società. Il partito comunista compattò milioni di persone nel combattimento contro gli aggressori fascisti… La dedizione altruistica dimostrata dal partito comunista durante gli anni della guerra solidificò ulteriormente la fiducia, il rispetto e l’amore nel popolo sovietico”.
Infatti, la Germania di Hitler fu sconfitta, prima di tutto, dall’Unione Sovietica. Circa il 70-80 percento delle forze tedesche fu sconfitto dall’esercito sovietico sul fronte orientale. Lo sbarco del D-Day in Francia effettuato dalle forze americane e britanniche, che viene spesso ritratto negli Stati Uniti come un importante colpo militare contro la Germania nazista, fu lanciato nel giugno 1944 – cioè, meno di un anno prima della fine della guerra in Europa, e mesi dopo le grandi vittorie dell’esercito sovietico a Stalingrado e Kursk, che furono decisive per la sconfitta della Germania. Quali erano gli obiettivi nella Seconda Guerra Mondiale, e quanto successo ebbero gli USA nel raggiungerli? Nel 1941 il presidente Franklin Roosevelt, insieme al primo ministro britannico Winston Churchill, pubblicò una formale dichiarazione degli obiettivi di guerra degli Alleati, la tanto pubblicizzata ‘Carta Atlantica’. In essa, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dichiaravano di non ricercare “nessun cambiamento territoriale che non si accordi con i desideri liberamente espressi dalle persone coinvolte”, che essi avrebbero “ rispettato il diritto di tutti i popoli a scegliere le forme di governo sotto le quali essi avrebbero vissuto”, e che si sarebbero sforzati “di vedere restaurati i diritti di sovranità e di autogoverno per coloro che ne erano stati privati con la forza”.
Divenne presto chiaro, invece, che tale solenne dichiarazione di libertà e autogoverno per ‘tutti i popoli’ era poco più che vuota propaganda. Ciò difficilmente sorprende, considerato che i due alleati militari più importanti durante la guerra erano la Gran Bretagna e l’Unione sovietica – vale a dire il principale potere imperialista mondiale e la tirannia più crudele al mondo.
Allo scoppio della guerra nel 1939, la Gran Bretagna comandava il più grande impero coloniale della storia, contenente il maggior numero di persone (milioni) governate contro la loro volontà rispetto a qualsiasi altro regime mai esistito fino ad allora. Questo vasto impero includeva quelli che adesso sono l’India, il Pakistan, il Bangladesh, la Malesia, la Nigeria, il Ghana, il Kenya, l’Uganda, la Tanzania e il Sudafrica.
L’altro grande alleato dell’America in tempo di guerra, l’Unione Sovietica, fu, in misura obiettiva, il regime più tirannico e oppressivo del suo tempo, e un dispotismo largamente più crudele di quello della Germania di Hitler. Come riconoscono gli storici, le vittime del dittatore sovietico Stalin superano largamente coloro che perirono grazie alle politiche di Hitler. Robert Conquest, un importante studioso della storia della Russia nel ventesimo secolo, stima il numero di coloro che persero la vita in conseguenza delle politiche di Stalin come “non meno di venti milioni”.
Durante la guerra gli Stati Uniti contribuirono sostanzialmente a mantenere la tirannia di Stalin, e ad aiutare l’Unione Sovietica nell’oppressione di milioni di altri europei, e allo stesso tempo aiutarono la Gran Bretagna a mantenere o ristabilire il suo ordinamento imperiale nei confronti di milioni di persone in Africa e Asia.
Paul Fussell, un professore all’Università della Pennsylvania che partecipò alla Seconda Guerra Mondiale come luogotenente dell’esercito statunitense, scrisse nel suo acclamato libro ‘Wartime’ [Tempo di guerra, ndt] che “la guerra degli Alleati è stata ripulita e romanzaticizzata oltre ogni modo dai sentimentali, dai patriottici pazzi, dagli ignoranti e dai sanguinari”.
Una caratteristica importante di tale visione ‘ripulita’ è la credenza che mentre il regime nazista fu responsabile di molti crimini di guerra e atrocità terribili, gli Alleati, e specialmente gli Stati Uniti, condussero la guerra umanamente. Infatti, la documentazione dei misfatti compiuti dagli alleati è lunga, e include i bombardamenti anglo-americani delle città tedesche, una campagna terroristica che tolse la vita a più di mezzo milione di civili, la ‘pulizia etnica’ di milioni di civili in Europa centrale e orientale, e il maltrattamento su larga scala dei prigionieri tedeschi dopo la guerra.
Dopo “quaranta mesi di guerra e cinque grandi battaglie” in cui Edgar L. Jones fungeva da “autista d’ambulanza, marinaio commerciante, storico dell’esercito e corrispondente di guerra”, egli scrisse un articolo che dissipava alcuni miti riguardanti il ruolo degli americani nella guerra. “Che tipo di guerra suppongono i civili che combattessimo?” chiese mensilmente ai lettori di ‘The Atlantic’. “Sparavamo ai prigionieri a sangue freddo, distruggevamo gli ospedali, mitragliavamo le scialuppe, uccidevamo o maltrattavamo i civili nemici, finivamo i nemici feriti, gettavamo i moribondi in un buco con i morti, e nel Pacifico bollivamo la carne dai teschi nemici per fare ornamenti da tavolo per gli innamorati, o scolpivamo le loro ossa per farne dei tagliacarte”.
Appena dopo la fine della guerra, i poteri vincitori processarono i capi tedeschi per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Facendo ciò, gli USA e gli alleati posero i capi tedeschi su un livello che essi stessi non avevano rispettato. Robert Jackson, membro della Corte Suprema di Giustizia statunitense, non fu l’unico ufficiale americano d’alto rango che riconobbe, almeno in privato, che la dichiarazione sulla correttezza degli Alleati fosse un mero pretesto. In una lettera al presidente, scritta mentre svolgeva la funzione di Pubblico Ministero al grande processo di Norimberga nel 1945-46, Jackson riconobbe che gli Alleati “hanno fatto o stanno facendo alcune delle cose per le quali stiamo processando i tedeschi. I Francesi stanno violando la convenzione di Ginevra nel trattare i prigionieri di guerra [tedeschi], che il nostro comando sta riprendendosi i prigionieri inviati loro [ai lavori forzati]. Stiamo processando i saccheggi e i nostri Alleati li praticano. Diciamo che la guerra aggressiva è un crimine e uno dei nostri alleati afferma la sua sovranità sugli stati baltici in base a nessun titolo, se non la conquista”.
Alla conclusione del processo di Norimberga del 1945-46, il rispettabile settimanale britannico ‘Economist’ citò i crimini sovietici e aggiunse poi “il mondo occidentale non dovrebbe consolarsi del fatto che solo i Russi vengano condannati alla sbarra della giustizia degli Alleati”. L’editoriale dell’ ‘Economist’ proseguiva:
“… Tra i crimini contro l’umanità ci stanno anche i bombardamenti indiscriminati delle popolazioni civili. Possono gli americani che lanciarono la bomba atomica e i britannici che distrussero le città della Germania occidentale ritenersi ‘non colpevoli’? I crimini contro l’umanità comprendono anche le espulsioni di massa delle popolazioni. Possono i leader anglosassoni, che a Potsdam passarono sopra all’espulsione di milioni di tedeschi dalle loro case ritenersi completamente innocenti? … Le nazioni che giudicano [a Norimberga] si sono chiaramente proclamati esenti dalla legge che essi stessi hanno amministrato”.
Un altro assunto popolare in America consiste nel fatto che questi nemici della nazione nella Seconda Guerra Mondiale fossero tutte dittature non democratiche. In realtà, in ogni parte c’erano regimi repressivi o dittatoriali, così come governi che avevano un ampio supporto pubblico. Molte delle nazioni alleate degli USA erano capeggiate da governi che erano oppressivi, dittatoriali, o comunque non democratici. La Finlandia, una repubblica democratica, era un importante partner della Germania di Hitler.
Violando grossolanamente i loro principi proclamati solennemente, gli statisti statunitensi, britannici e sovietici si sbarazzarono di decine di milioni di persone senza considerare i loro desideri. L’inganno e il cinismo dei leader Alleati furono probabilmente mostrati più sfacciatamente nell’infame ‘accordo delle percentuali’ anglo-russo per dividersi il l’Europa sud-orientale. In un incontro con Stalin nel 1944, Churchill avanzò la proposta che in Romania i sovietici avessero il 90 percento di influenza o autorità e il 75 percento in Bulgaria, mentre la Gran Bretagna dovesse avere il 90 percento di influenza o controllo in Grecia. In Ungheria e Jugoslavia, suggerì il capo britannico, ognuno avrebbe dovuto avere il 50 percento. Churchill scrisse tutto ciò su un pezzo di carta, che passò a Stalin, il quale lo contrassegnò e lo ritornò al mittente. Churchill disse in seguito: “Non si potrebbe pensare che sia piuttosto cinico se sembrasse che ci siamo sbarazzati di tali problemi, fatidici per milioni di persone, in maniera così superficiale? Bruciamo la carta”. “No, tienila” replicò Stalin.
Per solidificare la coalizione alleata – che era formalmente conosciuta come le ‘Nazioni Unite’ – il presidente Roosevelt, il primo ministro britannico e il premier sovietico Stalin si incontrarono in due occasioni: nel novembre 1943 a Teheran, nell’Iran occupato, e nel febbraio 1945 a Yalta, in Crimea. I tre leader alleati realizzarono ciò di cui accusavano i leader dell’Asse di Germania, Italia e Giappone, di cospirare di voler raggiungere: la dominazione del mondo.
Durante un incontro nel 1942 a Washington il presidente Roosevelt raccontò candidamente al Ministro degli Esteri sovietico che “gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Russia, e forse la Cina, dovrebbero sorvegliare il mondo e rafforzare il disarmo [di tutti gli altri] compiendo delle ispezioni”.
Per consolidare il comando globale di poteri vittoriosi dopo la guerra, i ‘Tre Grandi’ leader degli Alleati fondarono l’ONU, perché fungesse da forza di polizia mondiale permanente. Una volta che la Germania e il Giappone furono sconfitti, però, gli USA e l’Unione Sovietica combatterono l’una contro l’altra, ciò che rese impossibile per le Nazioni Unite funzionare come il presidente Roosevelt aveva inteso. Mentre gli USA e l’Unione Sovietica cercarono per decenni di assicurare l’egemonia nelle rispettive sfere di influenza, i due ‘superpoteri’ furono anche rivali in una lotta decennale per la supremazia globale.
Nel suo libro, ‘Storia del popolo degli Stati Uniti’, lo storico Howard Zinn scrisse:
“I vincitori furono l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti (anche Inghilterra, Francia e la Cina nazionalista, le quali erano però deboli). Entrambe queste nazioni ora lavoravano – senza svastiche o a passo d’oca, o razzismo dichiarato ufficialmente, ma sotto la copertura del ‘socialismo’ da un parte e della ‘democrazia’ dall’altra, per crearsi le loro zone d’influenza. Essi procedettero nel condividere e contestare l’uno contro l’altro il dominio del mondo, per costruire macchine militari molto più grandi di quanto non avessero fatto le nazioni fasciste, per controllare i destini di molte più nazioni di quanto Hitler, Mussolini e il Giappone fossero stati capaci. Essi agirono anche per controllare le loro stesse popolazioni, ciascuna nazione con le proprie tecniche – crude nell’Unione Sovietica, sofisticate negli Stati Uniti – per consolidare il loro comando”.
Gli Stati Uniti entrarono ufficialmente in guerra in seguito all’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbour nelle Hawaii, avvenuto il 7 dicembre 1941. Fino allora, gli USA erano ufficialmente una nazione neutra, e la maggior parte degli americani voleva starsene alla larga dalla guerra che stava allora imperversando in Europa e Asia. Nonostante lo status neutrale della nazione, il presidente Roosevelt e la sua amministrazione, insieme a molti media statunitensi, incitarono il popolo americano a supportare la guerra contro la Germania. Una campagna di propaganda su larga scala fu montata per persuadere gli americani che Hitler e i suoi ‘tirapiedi’ o ‘orde’ stavano facendo tutto ciò che era in loro potere per prendere il controllo e ‘schiavizzare’ l’intero mondo, e che la guerra contro la Germania di Hitler era inevitabile.
Come parte di tale sforzo, il presidente e altri ufficiali di alto rango americani diffusero fantastiche bugie riguardanti teorici piani di Hitler e del suo governo per attaccare gli Stati Uniti e imporre una dittatura globale.
La documentazione delle bugie del presidente Roosevelt è riconosciuta perfino dai suoi ammiratori. Tra coloro che hanno cercato di giustificare la sua politica c’è l’eminente storico americano Thomas A. Bailey, che scrisse:
“Franklin Roosevelt ingannò ripetutamente il popolo americano nel periodo precedente Pearl Harbour… Si comportava come il medico che deve raccontare delle bugie al paziente per il suo bene… La nazione era decisamente non-interventista il giorno di Pearl Harbour, e un aperto tentativo di trascinare le persone in guerra sarebbe conseguito in un fallimento certo e in un quasi certo allontanamento di Roosevelt nel 1940, con una completa sconfitta dei suoi obiettivi finali”.
Il professor Bailey proseguì nell’offrire una visione cinica della democrazia americana:
“Un presidente che non è capace di dare fiducia al popolo con la verità tradisce una certa mancanza di fede nei principi basilari della democrazia. Tuttavia, siccome le masse sono notoriamente miopi e generalmente non sono capaci di vedere il pericolo se non quando è arrivato alla loro gola, i nostri statisti sono costretti a ingannarli, nella consapevolezza dei loro interessi a lungo termine. Questo è ciò che Roosevelt dovette fare chiaramente, e chi dice che i posteri non lo ringrazieranno per questo?”
Come parte della campagna degli USA per incitare alla guerra, il presidente Roosevelt ordinò nel 1941 alla Marina statunitense di aiutare le forze britanniche ad attaccare le navi tedesche nell’oceano Atlantico. Ciò fu rinforzato dall’ordine presidenziale dato alla Marina di ‘sparare a vista’ contro le navi italiane e tedesche. L’obiettivo di Roosevelt era di provocare un ‘incidente’ che fornisse un pretesto per una guerra aperta. Hitler, dal canto suo, era ansioso di evitare il conflitto con gli Stati Uniti. Il leader tedesco rispose alle provocazioni sfrontatamente illegali del governo statunitense ordinando ai suoi comandanti delle navi di evitare scontri con le navi statunitensi.
Violando grossolanamente la legislazione internazionale, l’ufficialmente neutrale governo USA fornì massicci ‘aiuti’ ai nemici dei tedeschi, specialmente la Gran Bretagna e il suo impero, così come all’Unione Sovietica.
Due eminenti storici americani, Allan Nevins e Henry Steele Commager, hanno osservato che:
“Questa misura [‘prestiti’ del 1941] era chiaramente non neutrale, ma gli Stati Uniti, impegnati ora nella sconfitta della Germania, non erano più intenzionati a rispettare la legislazione internazionale. Altre azioni egualmente non neutrali seguirono – la confisca di navi dell’Asse, il congelamento dei fondi dell’Asse, il trasferimento di navi cisterna in Gran Bretagna, l’occupazione della Groenlandia e, in seguito, dell’Islanda, l’estensione di prestiti al nuovo alleato, la Russia, e… l’ordine presidenziale di ‘sparare a vista’ ai sottomarini nemici”.
v Secondo lo storico britannico J.F.C. Fuller, il presidente Roosevelt “non lasciò nessuna pietra al suo posto pur di provocare Hitler per dichiarare guerra proprio a quel popolo a cui aveva così ardentemente promesso la pace. Fornì la Gran Bretagna cacciatorpediniere americani, fece atterrare truppe americane in Islanda e dispose di pattugliare le vie marine dell’Atlantico allo scopo di salvaguardare i convogli britannici; tutti questi furono atti di guerra… In barba alle sue molteplici enunciazioni di tenere gli Stati Uniti fuori dalla guerra, fu costretto a provocare alcuni incidenti che li avrebbero coinvolti [nella guerra, ndt]”.
Le politiche amministrative di Roosevelt furono così belligeranti e illegali che l’ammiraglio Harold R. Stark, capo delle operazioni navali statunitensi, riconobbe in un promemoria confidenziale, rivolto al presidente, nel settembre 1941: “Egli [Hitler] avrebbe tutte le scuse del mondo per dichiararci guerra ora, se volesse”.
v In Europa e in Asia, la Seconda Guerra Mondiale causò distruzioni di massa, la morte di decine di milioni di uomini, donne e bambini, e grandi sofferenze a molti altre persone. Agli americani, invece, furono risparmiati gli orrori dei bombardamenti su larga scala, i combattimenti sul proprio terreno o l’occupazione da parte di eserciti stranieri. Alla fine della guerra gli Stati Uniti erano la sola grande nazione che non fosse stata ridotta in frantumi dal conflitto globale. Emersero come il principale potere economico, militare e finanziario del mondo. Per gli Stati Uniti, il mezzo secolo che va dal 1945 alla metà degli anni novanta fu un era di spettacolare crescita economica e di incomparabile statura globale.
Lewis H. Lapham, autore e per anni editore della rivista ‘Harper’s’, la mette in questo modo:
“Nel 1945 gli Stati Uniti ereditarono la Terra… alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ciò che rimaneva della civiltà occidentale passò sul conto americano. La guerra aveva preparato anche la nazione ad inventare una macchina economica miracolosa che sembrava garantire tanti desideri quanti gliene venivano chiesti. Gli Stati Uniti continentali erano sfuggiti alla piaga della guerra, perciò fu abbastanza semplice per gli eredi credere di essere stati consacrati da Dio”.
Ma sarebbe stato realmente meglio se gli Americani fossero rimasti fuori dalla Seconda Guerra Mondiale? Tra coloro che non hanno pensato questo c’è il professor Bruce Russett, che ha scritto:
“La partecipazione americana alla Seconda Guerra Mondiale ebbe un effetto molto ristretto sulla struttura essenziale della politica internazionale seguente, e probabilmente fece anche poco per far progredire il benessere materiale della maggior parte degli Americani o per rassicurare la nazione da minacce militari straniere… Infatti, la maggior parte degli Americani probabilmente non sarebbe stata peggio, e forse anche un po’ meglio, se gli Stati Uniti non fossero diventati belligeranti…”
“Personalmente trovo difficile sviluppare una preferenza empatica per la Russia stalinista rispetto alla Germania hitleriana… In termini realisti e a sangue freddo, il nazismo come ideologia fu quasi certamente meno pericoloso per gli Stati Uniti rispetto al comunismo”.


(segue da sopra) Sebbene il Terzo Reich tedesco e il Giappone imperiale siano stati distrutti, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fallirono il raggiungimento degli obiettivi politici proclamati dai loro leader. Nell’agosto 1945, il prestigioso settimanale britannico, l’Economist, osservò: “Alla fine di una potente guerra combattuta per sconfiggere l’hitlerianesimo, gli Alleati stanno costruendo una pace hitleriana. Questa è la misura reale del loro fallimento”.
Tra coloro che non furono contenti del risultato della guerra ci fu lo storico britannico Basil Liddel Hart, che scrisse: “… Tutti gli sforzi profusi nella distruzione della Germania hitleriana ebbero come conseguenza un’Europa così devastata e indebolita che il suo potere di resistenza fu molto ridotto di fronte ad una fresca e più grande minaccia – e la Gran Bretagna, così come i suoi vicini europei, divenne una povera dipendente degli Stati Uniti. Questi sono i duri fatti sottolineanti la vittoria che era stata così speranzosamente perseguita e così dolorosamente raggiunta – dopo che il peso colossale di Russia e America era stato posto sulla bilancia contro la Germania. Il risultato fece svanire la persistente illusione popolare che la ‘vittoria’ scrivesse la pace. Esso confermò gli avvertimenti dell’esperienza passata secondo cui la vittoria è un ‘miraggio nel deserto’ – il deserto creato da una lunga guerra, quando viene condotta con armi moderne e metodi senza limiti”.
v Perfino Winston Churchill ebbe dei dubbi riguardo il risultato della guerra. Tre anni dopo la fine del combattimento, scrisse:
“La tragedia umana [della guerra] raggiunge il suo climax nel fatto che, in seguito a tutti gli sforzi e i sacrifici compiuti da centinaia di milioni di persone e le vittorie della Giusta Causa, non abbiamo ancora trovato la Pace e la Sicurezza, e che ci troviamo nella morsa di pericoli perfino peggiori di quelli che abbiamo superato”.
Alla fine della guerra, l’Europa, per la prima volta nella sua storia, non era più padrona del suo destino, ma si trovava invece sotto la dominazione di due grandi poteri esterni, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, i quali per ragioni politiche ed economiche non avevano particolare interesse riguardo, o non c’entravano con, la cultura europea o la civiltà occidentale.
Secondo Charles A. Lindbergh, il famoso autore ed aviatore, la guerra fu una grande sconfitta per l’Occidente.
Venticinque anni dopo la fine del conflitto scrisse:
“Vincemmo la guerra in senso militare; ma in un senso più ampio mi sembra che la perdemmo, perché la nostra civiltà occidentale è meno rispettata e meno sicura di quanto non fosse precedentemente. Allo scopo di sconfiggere la Germania e il Giappone supportammo le non meno grandi minacce di Russia e Cina – che ora ci affrontano nell’era delle armi nucleari. La Polonia non fu salvata… Gran parte della nostra cultura occidentale fu distrutta. Perdemmo l’eredità genetica formata attraverso milioni di anni con i milioni di vittime… E’ possibile, in maniera allarmante, che la Seconda Guerra Mondiale abbia segnato l’inizio del crollo della nostra civiltà occidentale, così come essa segna il crollo del più grande impero mai costruito dall’uomo”.
Il risultato del ruolo avuto da Stati Uniti e Gran Bretagna nella guerra ha indotto lo storico britannico J.F.C. Fuller a scrivere:
“Che cosa li persuase [Roosevelt e Churchill] ad adottare un politica così fatale? Ci azzardiamo a rispondere – odio cieco! I loro cuori fuggirono con le loro teste e le loro emozioni annebbiarono la loro ragione. Per loro la guerra non fu un conflitto politico nel senso normale delle parole, ma una competizione manichea tra il Bene e il Male, e portando i loro popoli con loro essi scatenarono una propaganda al vetriolo contro il diavolo da loro invocato”.
Perfino a distanza di così tanti anni, tale odio è perdurato. Le scuole americane, i mass media statunitensi, le agenzie governative e i leader politici hanno portato avanti per decenni una campagna carica di emozioni, una propaganda a senso unico per sostenere la mitologia nazionale della Seconda Guerra Mondiale.
Come una nazione vede il passato non è un mero o triviale esercizio accademico. La nostra prospettiva sulla storia forma profondamente le nostre azioni nel presente, spesso con gravi conseguenze per il futuro. Nel disegnare delle conclusioni partendo dal nostro modo di comprendere il passato supportiamo o adottiamo politiche che hanno un grande impatto su molte persone. La rappresentazione familiare dell’America della Seconda Guerra Mondiale, e la mitologia della ‘guerra giusta’ riguardante il ruolo che hanno avuto gli Stati Uniti, non rappresenta semplicemente cattiva storia. Essa ha contribuito ampiamente a supportare e giustificare una serie di arroganti avventure di politica estera statunitensi, con conseguenze dannose sia per l’America che per il mondo.
“La Seconda Guerra Mondiale ha distorto il nostro attuale modo di vedere le cose”, affermò l’ammiraglio di divisione della marina statunitense Gene R. LaRoque, che prestò servizio in tredici grandi battaglie durante la guerra. “Vediamo le cose nei termini indicati da quella guerra, che in un senso fu una guerra giusta. Ma la memoria distorta riguardo tale guerra incoraggia gli uomini della mia generazione a volere, quasi ad essere ansiosi, di utilizzare la forza militare ovunque nel mondo”.
Sin dal 1945, i presidenti americani hanno ripetutamente cercato di giustificare le azioni dell’esercito statunitense nelle nazioni straniere richiamandosi alla ‘guerra giusta’ e, in particolare, al ruolo avuto dagli USA nella sconfitta della Germania. Negli anni sessanta, il presidente Lyndon Johnson cercò di ottenere il supporto per la sua politica di guerra nel Vietnam utilizzando interpretazioni storicamente false della Seconda Guerra Mondiale e della Germania di Hitler.
Ciò spinse lo storico Murray Rothbard scrivere nel 1968:
“… Quello della Seconda Guerra Mondiale è l’ultimo mito di guerra rimasto, il mito a cui la Vecchia Sinistra si aggrappa con disperazione. Il mito che qui, almeno, ci fu una guerra giusta, qui c’era una guerra nel quale l’America stava nel giusto. La Seconda Guerra Mondiale è la guerra che ci è stata gettata in faccia dall’establishment costruttore di guerre il quale prova, in ogni guerra che affrontiamo, ad avvolgersi nel mantello della giusta Seconda Guerra Mondiale”. In anni recenti, i leader politici americani hanno tentato di guadagnare supporto per la guerra contro l’Iraq e l’Iran disegnando paralleli storici tra Hitler e i leader dei due stati mediorientali.
Molti americani sono comprensibilmente indignati dall’inganno e dalle falsità utilizzati dal presidente George W. Bush e della sua amministrazione nel cercare consenso pubblico per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma, come abbiamo visto, gli inganni presidenziali per giustificare guerre non sono iniziati con loro. Gli americani che esprimono ammirazione per il ruolo degli USA nella Seconda Guerra Mondiale, e per la leadership presidenziale di Franklin Roosevelt, hanno ben poco diritto morale a lamentarsi quando i presidenti seguono il suo esempio e trascinano la nazione in guerra violando la legge, sovvertendo la Costituzione e mentendo al popolo.
Se la storia delle guerre e dei conflitti ci insegna qualcosa, ciò è rappresentato dal pericolo dell’arroganza – cioè il pericolo di andare in guerra perché i leader di una nazione sono convinti della loro correttezza, o hanno persuaso loro stessi e il pubblico che una nazione debba essere attaccata perché il suo governo o la sua società non sono semplicemente alieni, ostili o minacciosi, ma rappresentano il ‘Male’”.
Questa è probabilmente l’eredità più dannosa della mitologia nazionale riguardo la Seconda Guerra Mondiale – la nozione che guerre meritevoli o giustificabili vengono combattute contro nazioni capeggiate da supposti regimi ‘maligni’. Ed è proprio questa prospettiva che mosse il presidente George W. Bush a riferirsi alla sua ‘guerra al terrorismo’ come ad una ‘crociata’ e, in un famoso discorso, a proclamare la politica estera statunitense dedicata a “far terminare la tirannia nel mondo”.
Una nazione dovrebbe entrare in guerra solo in seguito a prudenti considerazioni, dopo aver attentamente valutato il peso delle possibili conseguenze, e solo per le ragioni più convincenti, solo dopo che le altre alternative si sono esaurite, e come ultima risorsa. Ciò risulta particolarmente vero considerato l’incredibile potere distruttivo della armi moderne, e perché – come attesta tragicamente la Seconda Guerra Mondiale, la ‘Guerra giusta’, - le guerre raramente vanno nella direzione che qualcuno si aspetta.
Mark Weber è il direttore dell’Institute for Historical Review. Ha studiato storia all’Università dell’Illinois (Chicago), all’Università di Monaco, alla Università statale di Portland e all’Università dell’Indiana (M.A., 1977). Questo articolo fu presentato ad un meeting dell’IHR a Costa Mesa, in California, il 24 maggio 2008.
Fonte: Institute for Historical Review
Link: The 'Good War' Myth of World War Two
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURO SACCOL


(segue da sopra) Sebbene il Terzo Reich tedesco e il Giappone imperiale siano stati distrutti, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fallirono il raggiungimento degli obiettivi politici proclamati dai loro leader. Nell’agosto 1945, il prestigioso settimanale britannico, l’Economist, osservò: “Alla fine di una potente guerra combattuta per sconfiggere l’hitlerianesimo, gli Alleati stanno costruendo una pace hitleriana. Questa è la misura reale del loro fallimento”.
Tra coloro che non furono contenti del risultato della guerra ci fu lo storico britannico Basil Liddel Hart, che scrisse: “… Tutti gli sforzi profusi nella distruzione della Germania hitleriana ebbero come conseguenza un’Europa così devastata e indebolita che il suo potere di resistenza fu molto ridotto di fronte ad una fresca e più grande minaccia – e la Gran Bretagna, così come i suoi vicini europei, divenne una povera dipendente degli Stati Uniti. Questi sono i duri fatti sottolineanti la vittoria che era stata così speranzosamente perseguita e così dolorosamente raggiunta – dopo che il peso colossale di Russia e America era stato posto sulla bilancia contro la Germania. Il risultato fece svanire la persistente illusione popolare che la ‘vittoria’ scrivesse la pace. Esso confermò gli avvertimenti dell’esperienza passata secondo cui la vittoria è un ‘miraggio nel deserto’ – il deserto creato da una lunga guerra, quando viene condotta con armi moderne e metodi senza limiti”.
v Perfino Winston Churchill ebbe dei dubbi riguardo il risultato della guerra. Tre anni dopo la fine del combattimento, scrisse:
“La tragedia umana [della guerra] raggiunge il suo climax nel fatto che, in seguito a tutti gli sforzi e i sacrifici compiuti da centinaia di milioni di persone e le vittorie della Giusta Causa, non abbiamo ancora trovato la Pace e la Sicurezza, e che ci troviamo nella morsa di pericoli perfino peggiori di quelli che abbiamo superato”.
Alla fine della guerra, l’Europa, per la prima volta nella sua storia, non era più padrona del suo destino, ma si trovava invece sotto la dominazione di due grandi poteri esterni, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, i quali per ragioni politiche ed economiche non avevano particolare interesse riguardo, o non c’entravano con, la cultura europea o la civiltà occidentale.
Secondo Charles A. Lindbergh, il famoso autore ed aviatore, la guerra fu una grande sconfitta per l’Occidente.
Venticinque anni dopo la fine del conflitto scrisse:
“Vincemmo la guerra in senso militare; ma in un senso più ampio mi sembra che la perdemmo, perché la nostra civiltà occidentale è meno rispettata e meno sicura di quanto non fosse precedentemente. Allo scopo di sconfiggere la Germania e il Giappone supportammo le non meno grandi minacce di Russia e Cina – che ora ci affrontano nell’era delle armi nucleari. La Polonia non fu salvata… Gran parte della nostra cultura occidentale fu distrutta. Perdemmo l’eredità genetica formata attraverso milioni di anni con i milioni di vittime… E’ possibile, in maniera allarmante, che la Seconda Guerra Mondiale abbia segnato l’inizio del crollo della nostra civiltà occidentale, così come essa segna il crollo del più grande impero mai costruito dall’uomo”.
Il risultato del ruolo avuto da Stati Uniti e Gran Bretagna nella guerra ha indotto lo storico britannico J.F.C. Fuller a scrivere:
“Che cosa li persuase [Roosevelt e Churchill] ad adottare un politica così fatale? Ci azzardiamo a rispondere – odio cieco! I loro cuori fuggirono con le loro teste e le loro emozioni annebbiarono la loro ragione. Per loro la guerra non fu un conflitto politico nel senso normale delle parole, ma una competizione manichea tra il Bene e il Male, e portando i loro popoli con loro essi scatenarono una propaganda al vetriolo contro il diavolo da loro invocato”.
Perfino a distanza di così tanti anni, tale odio è perdurato. Le scuole americane, i mass media statunitensi, le agenzie governative e i leader politici hanno portato avanti per decenni una campagna carica di emozioni, una propaganda a senso unico per sostenere la mitologia nazionale della Seconda Guerra Mondiale.
Come una nazione vede il passato non è un mero o triviale esercizio accademico. La nostra prospettiva sulla storia forma profondamente le nostre azioni nel presente, spesso con gravi conseguenze per il futuro. Nel disegnare delle conclusioni partendo dal nostro modo di comprendere il passato supportiamo o adottiamo politiche che hanno un grande impatto su molte persone. La rappresentazione familiare dell’America della Seconda Guerra Mondiale, e la mitologia della ‘guerra giusta’ riguardante il ruolo che hanno avuto gli Stati Uniti, non rappresenta semplicemente cattiva storia. Essa ha contribuito ampiamente a supportare e giustificare una serie di arroganti avventure di politica estera statunitensi, con conseguenze dannose sia per l’America che per il mondo.
“La Seconda Guerra Mondiale ha distorto il nostro attuale modo di vedere le cose”, affermò l’ammiraglio di divisione della marina statunitense Gene R. LaRoque, che prestò servizio in tredici grandi battaglie durante la guerra. “Vediamo le cose nei termini indicati da quella guerra, che in un senso fu una guerra giusta. Ma la memoria distorta riguardo tale guerra incoraggia gli uomini della mia generazione a volere, quasi ad essere ansiosi, di utilizzare la forza militare ovunque nel mondo”.
Sin dal 1945, i presidenti americani hanno ripetutamente cercato di giustificare le azioni dell’esercito statunitense nelle nazioni straniere richiamandosi alla ‘guerra giusta’ e, in particolare, al ruolo avuto dagli USA nella sconfitta della Germania. Negli anni sessanta, il presidente Lyndon Johnson cercò di ottenere il supporto per la sua politica di guerra nel Vietnam utilizzando interpretazioni storicamente false della Seconda Guerra Mondiale e della Germania di Hitler.
Ciò spinse lo storico Murray Rothbard scrivere nel 1968:
“… Quello della Seconda Guerra Mondiale è l’ultimo mito di guerra rimasto, il mito a cui la Vecchia Sinistra si aggrappa con disperazione. Il mito che qui, almeno, ci fu una guerra giusta, qui c’era una guerra nel quale l’America stava nel giusto. La Seconda Guerra Mondiale è la guerra che ci è stata gettata in faccia dall’establishment costruttore di guerre il quale prova, in ogni guerra che affrontiamo, ad avvolgersi nel mantello della giusta Seconda Guerra Mondiale”. In anni recenti, i leader politici americani hanno tentato di guadagnare supporto per la guerra contro l’Iraq e l’Iran disegnando paralleli storici tra Hitler e i leader dei due stati mediorientali.
Molti americani sono comprensibilmente indignati dall’inganno e dalle falsità utilizzati dal presidente George W. Bush e della sua amministrazione nel cercare consenso pubblico per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma, come abbiamo visto, gli inganni presidenziali per giustificare guerre non sono iniziati con loro. Gli americani che esprimono ammirazione per il ruolo degli USA nella Seconda Guerra Mondiale, e per la leadership presidenziale di Franklin Roosevelt, hanno ben poco diritto morale a lamentarsi quando i presidenti seguono il suo esempio e trascinano la nazione in guerra violando la legge, sovvertendo la Costituzione e mentendo al popolo.
Se la storia delle guerre e dei conflitti ci insegna qualcosa, ciò è rappresentato dal pericolo dell’arroganza – cioè il pericolo di andare in guerra perché i leader di una nazione sono convinti della loro correttezza, o hanno persuaso loro stessi e il pubblico che una nazione debba essere attaccata perché il suo governo o la sua società non sono semplicemente alieni, ostili o minacciosi, ma rappresentano il ‘Male’”.
Questa è probabilmente l’eredità più dannosa della mitologia nazionale riguardo la Seconda Guerra Mondiale – la nozione che guerre meritevoli o giustificabili vengono combattute contro nazioni capeggiate da supposti regimi ‘maligni’. Ed è proprio questa prospettiva che mosse il presidente George W. Bush a riferirsi alla sua ‘guerra al terrorismo’ come ad una ‘crociata’ e, in un famoso discorso, a proclamare la politica estera statunitense dedicata a “far terminare la tirannia nel mondo”.
Una nazione dovrebbe entrare in guerra solo in seguito a prudenti considerazioni, dopo aver attentamente valutato il peso delle possibili conseguenze, e solo per le ragioni più convincenti, solo dopo che le altre alternative si sono esaurite, e come ultima risorsa. Ciò risulta particolarmente vero considerato l’incredibile potere distruttivo della armi moderne, e perché – come attesta tragicamente la Seconda Guerra Mondiale, la ‘Guerra giusta’, - le guerre raramente vanno nella direzione che qualcuno si aspetta.
Mark Weber è il direttore dell’Institute for Historical Review. Ha studiato storia all’Università dell’Illinois (Chicago), all’Università di Monaco, alla Università statale di Portland e all’Università dell’Indiana (M.A., 1977). Questo articolo fu presentato ad un meeting dell’IHR a Costa Mesa, in California, il 24 maggio 2008.
Fonte: Institute for Historical Review
Link: The 'Good War' Myth of World War Two
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURO SACCOL


Newsletter n.30 di ControStoria.it del 28/05/2009
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Nella sezione Libreria ho inserito la recensione del bel libro su Sergio Bresciani 'Il cucciolo della Leonessa'.
Nella sezione Immagini ho inserito le fotografie scattate presso 'Il sacrario militare dei Paracadutisti di Tradate'.
Nell'area 'Seconda Guerra Mondiale' è presente un nuovo articolo di Max Afiero su 'La battaglia per Vilnius'.
Nella sezione Viaggi ho inserito il reportage del mio nuovo viaggio lungo la linea del fronte ad El Alamein.
Nell'area tematica 'ARMIR - L'Armata italiana in Russia: gli uomini, la storia, il viaggio' ho inserito l'elenco completo dei decorati del CSIR prima e dell'ARMIR dopo, consultabile direttamente dal sito.
Nella nuova area tematica 'Pillole di storia: guida alle guerre mondiali' ho inserito il paragrafo relativo alla Marcia su Roma.
ControStoria: il sito di riferimento sulla storia della Seconda Guerra Mondiale


La LICRA satisfaite de l'annonce de l'ouverture d'une enquête préliminaire à l'encontre de Dieudonné,UPJF.org - Union des Patrons et des Professionnels Juifs de France,upjf, désinformation, antisémitisme, juif, rac
Incitation à la haine
La LICRA satisfaite de l'annonce de l'ouverture d'une enquête préliminaire à l'encontre de Dieudonné
Il faut savoir gré à notre ami Ajax d'avoir signalé immédiatement et fait connaître largement ces propos innommables[*]. C'est ainsi qu'il faut travailler, sans coup bas, sans rhétorique enflammée, à l'aide de faits undiscutables. Merci à lui. Je lui souhaite beaucoup d'émules. (Menahem Macina).
04/06/09
DIEUDONNE - ANTISEMITISME - JUSTICE
LA LICRA SATISFAITE DES POURSUITES ENGAGEES
04/06/2009
Dans un communiqué publié aujourd´hui par l´AFP, le Parquet de Paris a annoncé l´ouverture d´une enquête préliminaire à l´encontre de Dieudonné.
La LICRA se félicite de cette décision qui fait suite à sa demande d´une action judiciaire par le gouvernement de la République au sujet, entre autres, des propos tenus par Dieudonné (vidéos diffusées sur YouTube ou Dailymotion).
Dans l´une d´elles, Dieudonné, leader de la liste antisioniste, associe les mots « youpins » et « sionistes ».
Au regard de ces propos, pour la LICRA, il est clair que le Parti Anti Sioniste (P.A.S.) de Yahia Gouasmi et de Dieudonné est, à l´évidence, un parti raciste, antijuif déguisé, tombant sous le coup de la loi.
La LICRA demande que la loi soit appliquée, avec la plus extrême rigueur, au récidiviste Dieudonné, et que le gouvernement envisage la dissolution de ce parti raciste.
La LICRA espère que l´ouverture de lenquête préliminaire aura une suite judiciaire au-delà de leffet d'annonce.