il 2002-10-14 19:00

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ERO UN BALIL.LA - 1944-45
La situazione che trovammo a Milano a fine settembre del '44 era certamente peggiore di quella di due mesi prima.
C'era stata l'esecuzione a Piazzale Loreto di quindici ostaggi da parte della Muti di Milano, a seguito dell'attentato gappista in viale degli Abruzzi contro gente che riceveva dai tedeschi verdura e avanzi di cucina delle loro caserme. C'era uno stillicidio di azioni partigiane, in città e fuori.
Della caduta di Firenze non ricordo nulla, però rammento molto bene la bomba notturna di PIPPO che uccise un intera famiglia in viale Piceno.
Essendo prossima la riapertura delle scuole, e non potendo io più tornare nel Collegio a Clusone, si pose il problema di dove finire le medie. A Milano le scuole erano pressoché chiuse, e gli alunni erano istruiti svolgendo i programmi tramite lezioni saltuarie e con compiti a casa. Tale sistema era già stato d'attualità anche a Clusone, il passato inverno. Mia madre scoprì che l'unica scuola funzionante con regolarità era quella dei Gesuiti, il Collegio Leone XIII, e io vi fui iscritto come esterno. Gli interni erano già andati via da Milano, e stavano in una dipendenza del Collegio a Triuggio, in Brianza.
Fu così che, verso i primi di ottobre, fui convocato in segreteria per le pratiche usuali, e ci andai arrivando dai bastioni. Il Leone XIII stava in un un palazzo ottocentesco, sito all'inizio di corso di Porta Nuova venendo da via Fratebenefratelli, sulla sinistra.
Arrivando, notai una gruppo di ragazzi sul marciapiedi opposto all'ingresso del Collegio, che guardavano proprio verso il quest'ultimo. Girato lo sguardo, vidi che il marciapiede era ingombro di detriti. Mi avvicinai e seppi dai ragazzi che, nella notte, il Collegio era stato colpito da una o due bombe lanciate da Pippo. Non era crollato, ma la "dondolata" era stata notevole. Devo dire, e Voi ne sarete certamente scandalizzati, che i ragazzi erano letteralmente festanti. A nessuno di loro andava giù di essere gli unici scolari regolari, o quasi, in Milano.
Poco dopo, uscì dal collegio uno dei padri. Era un giovane prefetto, con capelli scuri e accento meridionale. Potrei anche sbaglare ma, secondo me, era proprio il Rev. Padre De Rosa, oggi anziano condirettore delle Rivista ufficiale della Chiesa "LA CIVILTA' CATTOLICA".
Semplicemente ci disse che il collegio, causa Pippo, era inagibile e che avremmo ricevuto a casa comunicazione su come si sarebbe affrontato l'anno scolastico. Noi ce ne andammo, sicuri che per noi l'anno scolastico fosse già terminato e si sarebbe proseguito con il sistema dei compiti a casa e lezioni saltuarie.
Non fu così. I reverendi padri Gesuiti affittarono lo stabile della vicina Via Parini, dove si trovava il Collegio delle Orsoline, anche loro trasferitesi, con le alunne, fuori Milano. Era pure quello uno stabile ottocentesco, dotato di Chiesa, refettorio palestra e di tutto quanto serviva; li ci presentammo che doveva essere il 18 o 19 ottobre del 1944. Notammo che a due passi, in piazzale Fiume angolo con quella che oggi è via Turati, c'era il comando della Decima Mas. La zona era circondata da filo spinato, che tagliava a metà via Parini all'ìncrocio con via Appiani.
Era il 20 ottobre, circa le 11, quando suono' il GRANDE ALLARME. Il rettore ci disse di uscire dal Collegio, che non aveva un rifugio antiaereo neanche appena affidabile, e di cercare posto in qualche casa vicina. Lo trovammo in una di Via Appiani, casa recente dotata di rifugio regolamentare, e insieme al nostro Prefetto Padre Dossi scendemmo nel rifugio. Ma qui avemmo una brutta sorpresa: gli inquilini dissero al Padre che quello era un rifugio privato e che, pertanto, dovevamo andarcene in uno pubblico.
Le preghiere di Padre Dossi non sortirono nessun effetto e noi, tutti e quindici della terza media, ci ritrovamnmo in strada. Da allora ho sempre avuto l'idea che, molte volte, la cosiddetta gente bene (quelle era una casa di benestanti, in un quartiere della Milano "su", come si dice ) fosse molto meno bene di quanto apparisse. Non so perché, collegai questo fatto a quanto avevo visto sul Lago Maggiore giu' a Solcio, con tanta brava gente che sembrava neppure accorgersi di quanto succedeva intorno.
Eravamo li sul marciapiede, incerti sul da farsi, quando sopra di noi sentimmo un rumore fortissimo, assordante, di motori. Pochi secondi e sbucò dai tetti una formazione di aerei americani. Volavano bassissimo, non piu' di 200/250 metri forse meno, e si vedeva benissimo la stella bianca sulla fusoliera. Erano
quadrimotori con ala alta, che piu' tardi seppi essere "Liberators B-24". Io sentivo lo sfintere aprirsi. Se quelli mollavano le bombe (eravamo vicinissimi alla Decima Mas), noi eravamo fritti.
Fortunatamente gli aerei proseguirono e noi ci incamminammo per tornare in Collegio, ma saranno trascorsi uno o due minuti, non di più, quando sentimmo fortissime esplosioni provenire grosso modo dalla Stazione Centrale. Continuarono per almeno un minuto.
A mezzogiorno, con il cessato allarme, tornai a casa e nulla seppi fino all'indomani quando, venendo a scuola, fui informato che era stata bombardata una frazione di Milano, Gorla, con centinaia di morti inclusi duecento e più bambini delle elementari.
Un mio compagno di scuola, un certo Dellorto, che abitava a Precotto (frazione di Milano contigua a Gorla) mi disse che, quella mattina, rientrando aveva trovato sul marciapiedi di casa un piede di donna ancora dentro la scarpa.
Questo fu l'inizio dell'anno di scuola 1944-1945.
Un saluto.
Per i piu' giovani: guardate che scrivo soprattutto per Voi, per darVi l'idea del nostro mondo di allora, che forse neppure immaginate cosa fosse.