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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-17 11:40:40

    ERO UN BALILLA - 1937/1939
    Dello scoppio della guerra io seppi solo il 2 settembre 1939, mentre mi trovavo con la mamma, incinta di mia sorella, a Moltrasio, sul Lago di Como; e lo seppi da mio padre che, acquistata la nuova Fiat 500 detta "TOPOLINO", era andato a fare un giro in Germania (Baviera) e in Austria. Raccontò che aveva avuto difficoltà a reperire il carburante, dato che era scoppiata la guerra, e che a Vienna aveva visto mettere in postazione mitragliatrici antiaeere sui tetti di alcuni palazzi. Non ricordo, però, che la cosa mi abbia turbato più di tanto.

    Quello che mi aveva colpito di più era che subito, a cena, papà aveva detto che, a Vienna, tutto quello che per noi erano state sconfitte là erano invece vittorie; aveva visto strade intitolate a Novara, Custoza e Lissa, oltre a un monumento all'ammiraglio qui vincitore.
    Disse a mia madre: "Luisa, tuta la storia al cuntrari!" (!Tutta la storia al contrario!!). E formulò anche qualche considerazione sulla relatività della storia stessa.

    Ricordo che noi lo guardammo costernati e muti: non potevamo credere che si potesse fare un simile affronto, in particolare a noi, milanesi e di Porta Vittoria per giunta. In ogni caso, ciò rafforzava i sentimenti antitedeschi di tutti che, ricordo benissimo, aumentavano di giorno in giorno. La gente, per lo meno a Milano, non ammetteva la nostra alleanza con questi loro.

    E' vero che mio papà aveva la tessera del Fascio. Era, però, un fascista sui generis e non partecipava alla vita politica. Aveva la tessera e basta. Ciò, soprattutto, in conseguenza di quanto avvenuto nel suo quartiere nel 1922. Era una domenica e lui, sedici anni, si pavoneggiava con il primo vestito con i pantaloni lunghi e la magiostrina (cappello di paglia) - nonché con il bastoncino nero appeso al braccio sinistro – quando, da un’ osteria, erano usciti alcuni avventori che, avendolo accusato di essere "un sciur" (un signore), lo avevano parecchio malmenato... "L'è un sciur: bott!"

    La cosa fu riferita a un "ardito" del quartiere che, subito, decise di punire i "sovversivi" tirando una bomba a mano dentro il locale. Mia padre l'aveva ostacolato in tutti i modi e, con l'aiuto di altri, aveva impedito che la bomba a mano, già estratta, fosse lanciata. Ricordo che insisteva sempre, nel suo racconto, sul fatto che, ancora in sicura, sfuggiva di mano ora all'energumeno ora agli intervenuti, balzellando con suono sordo e metallico sul marciapiede. Alla fine erano riusciti a far desistere il pazzo dall'insano proposito ma, da allora, nel quartiere mio padre era stato classificato come fascista e come fascista tesserato.

    Come ho già detto sopra la guerra era scoppiata e, per dir la verità, io non sapevo al momento neppure fra chi. Era chiaro, comunque, che la cosa era piuttosto importante e anche non del tutto attesa; ma non riguardava l'Italia, che subito si era messa in disparte. Per la prima volta udii le parole "non belligeranti", e tutti si misero tranquilli. Non belligeranti! Noi eravamo a posto e la fiducia nel Duce riprendeva.

    Ma io ero in partenza per Roma, dove mio nonno Ambrogio mi avrebbe portato come premio del brillante passaggio alla terza elementare. Qui restammo otto giorni, e così io visitai con lui tutte le cose più rimarchevoli della città, che mi illustrava unitamente a episodi della storia antica.

    Fu così che, con grande emozione, salii sull'Altare dalla Patria, dove però mi seccai parecchio in quanto constatavo che i romani - che al Risorgimento avevano contribuito poco o nulla - possedevano una tale opera mentre noi - che con le Cinque Giornate lo avevamo “fatto” - solo un misero monumentino. Lì mio nonno mi fece scattare una bella foto ricordo, ma si vede benissimo che ero nero come "un scurbnatt", che in milanese vuol dire “scarafaggio”. Come ricordo ebbi inoltre una Lupa di Roma in metallo su basamento di alabastro, che conservo ancora.

    Iniziò così l'anno scolastico 1939-1940 e, per quel che ricordo, fu allora che da Figlio della Lupa passai a Balilla; così mi spettava di diritto la nuova divisa con mantellina grigio-verde e potevo, pure di diritto, cantare la canzone "Fischia il Sasso, il nome squilla, del ragazzo di Portoria, che l'intrepido Balilla, sta gigante della storia... fuori il petto... fiero il passo ... ma il ragazzo fu d'acciaio e la madre liberò..." (scusate le lacune, ma gli anni sono tanti).

    Un saluto.
    ...

  2. #52
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-19 1768


    ERO UN BALILLA - OTTOBRE 1939/10 GIUGNO 1940

    E così, il 15 ottobre, cominciai la terza elementare. Stessa classe, stessa maestra.

    Ricordo che, essendo passato da Figlio della Lupa a Balilla, mia madre mi portò al negozio dell'Unione Militare specializzato in divise per comprare quella nuova: calzoni grigio-verde, fascia nera per trattenerli, camicia nera, cappello con la "M" di latta sul davanti, calze grigio-verde, scarpe nere. E, in più, una bella mantellina grigio-verde, con le borchie a forma di leone al bavero per allacciarla.

    La guerra tra Germania a Polonia era in atto, ma non è che ciò influisse sulla nostra vita più di tanto. Mio padre doveva essere molto fiducioso nell'avvenire dato che aveva iniziato a farsi costruire un palazzo a sei piani in Milano, con ben tredici appartamenti di cui due per noi, nonno compreso, e undici per eventuali inquilini. Fu fortunato perché la casa si salvò dai bombardamenti e e questo, a fine guerra, gli permise di ripartire avendo qualcosa di solido da offrire in garanzia alle banche.

    Ricordi esatti ne ho relativamente, però era chiaro che non c'era più l'atmosfera di uno-due anni prima. Ho la sensazione che l'entusiasmo del 1936-1937-1938 si fosse come incrinato e, anche se dopo le fasi iniziali in Polonia la guerra guerreggiata non c'era più, purtuttavia qualcosa non quadrava come prima. I discorsi in casa erano sempre incentrati sull'avversione per i tedeschi.

    Mi sembra fossero di quei mesi alcuni provvedimenti che suscitarono una sensazione di stanchezza. Quelli che ricordo furono:
    a) proibizione di uso di parole straniere laddove vi fosse un corrispondente vocabolo italiano. Questo provvedimento non interessò molto, anche perché allora non vi era l'abuso di inglese che abbiamo oggi quando neppure si traducono i titoli del film;
    b) abolizione della stretta di mano, che doveva essere soppiantata dal saluto fascista. Non mi sembra fosse rispettato neanche un po'.
    c) abolizione del "Lei", che doveva essere sostituito dal "Voi" nella normale conversazione. Questo fu un provvedimento che apparve non poco cervellotico e che colpì anche noi, bambini e ragazzini, perché incideva sulle nostre abitudini. L'adozione del "Voi" era, fra l'altro, impossibile per chi si esprimeva in dialetto milanese, come i miei, perché si dice "vialter" e cioè "voialtri".

    In sostanza, via via che i mesi procedevano, la tensione aumentava, anche se l'Italia in pratica si era dichiarata NON BELLIGERANTE. Ho l'impressione come di una parentesi, fino al maggio 1940. Solita vita, solite sfilate, solite musiche e canzoni.

    Di quel periodo ho molto vivo il ricordo di quando mia papà mi portò per la prima volta a San Siro, per vedere il Milan. Lo stadio era nuovo. Ricordo una gran rigore di Boffi, con il portiere che si rannicchiava invece di tentare la parata. Questo era dovuto al fatto che Boffi aveva il tiro "proibito".

    E' anche di quel periodo, inizio del 1940, la prima volta in cui sentii parlare dell'Albania. Venne in classe la nostra direttrice e ci disse: "Ragazzi, domani verranno a scuola con Voi tre ragazzi albanesi; trattateli come Vostri fratelli!".

    Infatti, il giorno dopo, vennero tre ragazzini con le facce da... morti di fame. Appresi così, con qualche mese di ritardo, che l'Italia si era annessa l'Albania; ma non è che la cosa, per quel che ricordo, destasse entusiasmo. L'ETiOPIA ERA STATA TUTT'ALTRA COSA. I ragazzi albanesi e le loro famiglia abitavano nel quartiere di Case Popolari dette "Case Minime", perché costruite con criteri minimalistici ma molto razionali e di costo bassissimo. Ci sono ancora oggi!

    Ricordo anche l'introduzione, nelle nostre marce, del cosiddetto "passo romano", sul quale dovemmo subito esercitarci. Era piuttosto faticoso e richiedeva una distanza tra le file maggiore di prima; ciò perché occorreva tenersi a debita distanza da quelli che seguivano, onde non prendersi una bella pedata là dove non splende il sole. Cosa successa più o meno a tutti, all'inizio. Che male lo scarponcino altrui!

    In quel periodo avevo anche cominciato ad andare al cinema; soprattutto film western. Forse era di allora (o forse di un anno dopo) "Ombre Rosse". Spesso, al pomeriggio della domenica, mio nonno mi mandava al cinema insieme alla zia Mariuccia, che però sceglieva, in pratica, solo pellicole francesi. Fu così che io anch’io vidi "Il Bandito della Casbah", poi "Alba Tragica" e, mi sembra, anche "Il porto delle nebbie". Mia zia impazziva per Jean Gabin. Allora non c'erano divieti e così con mia zia entravo anch'io che, per dir la verità, avrei preferito tutt'altro genere di film.

    Solo molti anni dopo mia madre disse che il nonno mi mandava al cinema con la zia perché io le stessi tra i piedi, onde impedire... mia zia doveva essere un poco puttanella!

    A casa, solite frequentazioni con la mia banda: avevamo anche una specie di piscina nostra, costituita dallo slargo di una roggia che attraversava i campi all'esterno del nostro quartiere. Tutti nudi, ci divertivamo un mondo: con nulla!


    Regali di Natale del 1939 furono una bella biciclettina Velox e l'”Enciclopedia dei ragazzi” Mondadori, che mi accompagnerà per anni.

    Il nonno mi portava spesso con lui, e così conobbi il famoso teatro della marionette GEROLAMO e il bellissimo planetario Hoepli, ai giardini pubblici, inaugurato qualche anno prima.

    Ma stava per scoppiare la bufera. Noi cantavamo le canzoni dei Balilla: "Sole che sorgi libero e giocondo... tu non vedrai più bella cosa al mondo, maggior di Roma..." oppure "Fuoco di vesta... noi siamo la speranza di una nuova età...".

    E così siamo al maggio 1940, quando all'improvviso tutto precipita e, in casa, i volti cominciano a scurirsi.

    Fine del messaggio (SEGUE S&O, cioè salvo errori e omissioni. Ragazzi, sto parlando di cose di oltre sessanta anni fa. Era un altro mondo!).

    Chi ha qualcosa da chiedere non si faccia riguardi. Anzi, mi aiuta a ricordare!

    Un saluto a tutti dall'ex Balilla Ferruccio.
    ..-

  3. #53
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-21 1141


    Nella mia memoria, del periodo ottobre 1939-maggio 1940 c'è la sensazione che si sia trattato come di un interludio... uno strano interludio.

    Passato il mese di settembre, e cessata la guerra guerreggiata, i discorsi in casa, anche quelli normalmente antitedeschi, si erano come attenuati. Ho il ricordo solo dell’occupazione tedesca della Norvegia, a causa di un disegno sulla Domenica del Corriere riguardo il colpo di mano germanico in quel paese.

    La casa nuova che mio padre stava costruendo cominciava a venire su e il lavoro non mancava.

    Noi Balilla eravamo abbastanza impegnati. Delle canzoni di quel tempo ricordo soprattutto "Fuoco di vesta... erompe la giovinezza va... mostra la spada quando tu lo vuoi... gagliardetti al vento... va la giovinezza va... una maschia gioventù con romana volontà combatterà". Solo parole smozzicate mi sono rimaste, ma la musica la ricordo ancora benissimo; e ricordo anche un certo "orpellismo", in varie occasioni. Mi è rimasta l'impressione di una ricerca di immagine del regime, e anche di una fuga dalla realtà tipo "otto milioni di baionette". L'Italia era debole, ma voleva accreditarsi di fronte a tutti un’immagine di forza. "Facite a faccia feroce!", avrebbero detto al tempo dei Borbone.

    A maggio, improvvisamente, l'atmosfera cambiò e ripresero più che mai i discorsi antitedeschi di mio padre e mia madre. Chiaro: i francesi cominciavano a prenderle di santa ragione e, anche se eravamo "non belligeranti", l'alleanza con la Germania era sentita come un qualcosa di non naturale, soprattutto per noi milanesi.

    I discorsi in famiglia tradivano una gran delusione, l'esercito francese arretrava e chi aveva pensato che fosse come quello della prima guerra mondiale doveva ricredersi.

    Il "poilus" non era imbattibile. Tutt'altro. La delusione doveva essere molto forte. Stranamente, però, da quello che ho letto nei decenni seguenti ciò che succedeva in una famiglia come la mia non era differente da quanto, in realtà, succedeva a Palazzo Venezia. Tutta la politica italiana, compresa quella praticamente di neutralità, si reggeva sulla fiducia che l'esercito francese tenesse o che, comunque, ci sarebbe stato se non un miracolo della Marna almeno un miracolo Maginot. E invece i tedeschi la Linea Maginot se l’erano messa in tasca, e puntavano dritto su Parigi e sulle Alpi.

    E' strano che fossero passati tutti quei mesi con i tedeschi e i francesi a guardarsi negli occhi e financo a giocare a pallone tra la Maginot e la Sigfrido. "Drôle de guerre" era stata chiamata dai francesi quelle guerra, e "Phone war" dagli inglesi. Ora appare chiaro che i tedeschi non si erano mossi perché speravano che un armistizio chiudesse la partita e che un successivo trattato di pace sancisse il nuovo ordine in Europa con le clausole di Versailles annullate, soprattutto quelle territoriali.

    Oggi come oggi, penso proprio che quel lungo periodo di "Drôle de guerre" dimostri come la Germania NON VOLESSE la guerra generalizzata in Europa, soprattutto contro i francesi e gli inglesi, e che l'operazione contro la Polonia avesse obiettivi territoriali e nulla più. Altrimenti la Germania avrebbe attaccato ben prima, già nell'ottobre del '39, dovendo tra l'altro battere il solo esercito francese dato che di inglesi, fino ad allora, se ne erano visti pochini. Ben diversi gli intendimenti degli inglesi, che erano i veri battitori del gioco avendo trascinato i francesi in una brutta avventura; e qui aveva ben contribuito quella nullità di Ciano, comunicando ai francesi di star tranquilli che noi non li avremmo mai attaccati sulle Alpi, il che convinse il governo di Parigi a dichiarare guerra alla Germania. E' molto probabile che, se i francesi avessero solo paventato un intervento italiano, se ne sarebbero stati tranquilli, mentre gli inglesi si sarebbero trovati a fare una guerra soltanto navale.

    Tutto questo si rivelò poi esiziale per l'Italia: se la Francia non si fosse messa nei pasticci non ci sarebbe stata guerra guerreggiata in Europa e non ci sarebbe stata, di conseguenza, un'avanzata tedesca verso Parigi e le Alpi. Cioè non ci sarebbe stato il collasso francese che fu all'origine del nostro ingresso nel conflitto, nel giugno 1940.

    Racconta Jas Gavronsky che sua madre, sposata a un diplomatico polacco, andava spesso a Palazzo Venezia per motivi d'ufficio e trovava Mussolini sempre più terrorizzato dalla potenza tedesca e timoroso di una prevalenza tedesca sul continente. Ma ci sono molte altre testimonianze. Mussolini aveva le carte del fronte francese nello studio e fu sentito più volte gridare: "Ma che fa quel cretino di Gamelin? Cosa aspetta a contrattaccare?".

    Scusate la mia quasi divagazione. La dichiarazione di guerra non fu accolta bene, in casa mia. I ricordi del 1915-18 erano molto vivi. L'Italia non poteva e non doveva stare con i tedeschi. Era una visione assai semplicistica di tutte quelle vicende e della nostra storia passata e recente. Che la Francia ci avesse adoperato nel primo conflitto mondiale, dandoci poi un bel calcio nel sedere e mettendoci a fianco perfino una Jugoslavia a romperci le scatole, o che ci avesse chiuso le porta in faccia in Tunisia, o che per poco non ci avesse fatto fallire l'intero Risorgimento solo che a Sedan fosse andata diversamente, non contava nulla. Contavano solo Solferino e il miracolo della Marna.

    In una delle prime notti facemmo la conoscenza con i bombardamenti aerei. Furono i francesi a colpire per primi Milano, mentre gli inglesi li effettuarono su Torino e Genova. Danni da poco, ma grande l'impressione. Ho in mente l’immagine di mia madre che scende nella cantina della nostra villetta con in braccio mia sorellina di sette mesi. Il giorno dopo, tutti a vedere i danni al Parco Ravizza. Qualche buco in una facciata e piastrelle di clinker rotte. Una bomba inesplosa nel parco.

    Avremmo visto ben di peggio. La guerra era cominciata! Mio padre, come tesserato del Partito Nazionale Fascista, fu richiamato nelle contraerea, cosa che lo fece imbestialire. Ne fece quasi una tragedia, dato che doveva trascurare il lavoro; e poi tutta l'organizzazione, i cannoni inefficaci, il comandante superficialotto e ignorante lo indisponevano. Non ne voleva proprio sapere. Malediceva tutto e tutti. Si ricrederà tanti anni dopo, al tempo dei fatti d'Ungheria del 1956, quando davanti a tutti, vedendo l'insurrezione di Budapest nelle cronache televisive insieme all'ultimatum americano ai francesi e inglesi a Suez, esclamò: "G'aveum capi' nagott!" ("Non avevamo capito nulla!").

    Fine del messaggio (SEGUE).
    ....

  4. #54
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-23 15:40:44

    ERO UN BALILLA 1940/1941

    Non ho particolari ricordi legati alla scuola che, come sempre, terminò anche quell'anno il 15 giugno, pochi giorni dopo l'inizio della guerra per l'Italia.

    Durante l'estate andai dai nonni materni, nel Lodigiano, e ricordo bene l'altoparlante piazzato su un balcone del Municipio per trasmettere il bollettino di guerra che noi ascoltavamo stando appoggiati alla parete opposta della piazza. Ricordo anche mia nonna Luisa che dice: "L'Italia vincerà anche questa volta perché ha sempre vinto!". Anche allora mi sembrò un eccesso di ottimismo.

    In casa avevo una pianta dell'Africa e lì mettevo le bandierine che indicavano la nostra avanzata. Ricordo, però, che a un certo punto le bandierine non andarono più avanti. E quando si cominciò ad andare indietro non le misi più.

    Ho però come la sensazione che, tra il giugno 1940 e i primi bollettini, si sia aperto un secondo interludio che durò più o meno fino alla ripresa delle scuole.

    Non rammento grandi entusiasmi di alcun tipo. Vi erano le solite cerimonie scolastico-patriottiche, ma un po’ in sordina.

    Mio padre era stato riformato a causa dei suoi denti, e così non partì per Lampedusa con la sua batteria antiaerea. Non era partito per l'Etiopia né partì per la Spagna, come non seguirà più tardi né la resistenza né la Repubblica. Era a casa e si faceva gli affari suoi. Ricordo che, nell'inverno 1940-1941, tornò da Cortina dicendo che i tedeschi sfottevano a causa dei nostri insuccessi in Grecia (c'erano stati i campionati europei di sci).

    A fine ottobre 1940 il disastro di Taranto, di cui si seppe qualcosa. Ricordo che mio papà disse che al caffè dove andava tutte le domeniche pomeriggio un tale si era fregato pubblicamente le mani alla notizia dì di quella catastrofe. Non gli era sembrato un bel gesto, ma nessuno aveva reagito.

    A casa, mio fratello e io giocavamo quasi sempre con i soldatini. Lunghe battaglie tra italiani e nemici. Tema: l'assalto italiano a un fortino di cartapesta. Vinceva chi faceva cadere tutti i soldatini nemici. Per questo era molto ambita l'assegnazione di un soldatino che sparava stando steso sulla pancia e che era quanto mai difficile abbattere.

    I bollettini di guerra cominciarono a lasciar intendere che, in Africa, le cose non andavano bene e che i tedeschi erano arrivati per aiutarci.

    Avevamo imparato bene la canzone "Vincere, vincere, vincere... e vinceremo in cielo, in terra e in mare. E' la parola d'ordine di una suprema volontà...".

    Pressoché tutti i brani di quel tempo erano composte da cantautori del momento. Canzoni cosiddette "spontanee" non ne ricordo. La prima del tempo di guerra fu quella degli Alpini: "Sul ponte di Perati bandiera nera, la meglio gioventù che va sottoterra...", sul motivo musicale della canzone del primo conflitto mondiale "Sul Ponte di Bassano". Non infondeva precisamente ottimismo o entusiasmo.

    L'unica vera canzone spontanea del '40-'45 resterà sempre, per me, "Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera... dicon tutte che noi siamo da catene, dicon tutte che noi siamo da galera...", ma questa è tutta un'altra storia e un altro periodo della guerra.

    Non ho altri ricordi speciali di allora. Tutto è avvolto nella coltre di un passato che è difficile penetrare. Quel che so è che, alla fine dell'anno scolastico 1940-1941, la mia vita ebbe un cambiamento radicale, ma questo lo racconterò la prossima volta.

    Comparvero anche, nel '40, le tessere annonarie, e ricordo bene quei fogli con i quadrati dei bollini per i vari generi di consumo. Scomparvero, tra l'altro, tutti i formaggi, per far posto a uno strano prodotto fuso, il "ROMA", ben poco appetibile. Ci sarà stato ancora almeno il grana? Non ricordo.

    Segue.

    RIPETO L'INVITO A FARE QUALCHE DOMANDA PER AIUTARE LA MIA MEMORIA, SEMPRE CHE A QUALCUNO INTERESSI TUTTO CIO'.

    Un saluto a tutti. Magari tra Voi c'è qualche "redivivo" della guerra e di quel tempo che mi può aiutare.

    ....

  5. #55
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-24 16:46:12

    Il 1941 fu per me un anno memorabile, in negativo, per altri motivi. A fine maggio traslocammo nella casa nuova, che stava in tutt'altra zona di Milano, e così di botto persi tutti i miei amici di quartiere. Fu uno shock, come si dice oggi.

    D'improvviso mi ritrovai in un nuovo quartiere, dove non conoscevo nessuno. Tutto mi era estraneo.

    Per una quindicina di giorni, fino al 15 giugno, frequentai la mia vecchia scuola, impiegando circa un'ora di tram all'andata e una al ritorno. Poi, più nulla.

    Ma non fu il solo shock di quell'anno. Ve ne fu un altro ancora peggiore.

    “Un bombardiere tedesco con un carico di xx quintali di bombe ne lascia cadere xxxx chili su Londra e le restanti le lascia cadere su Coventry. Quante gliene restano da far cadere su Liverpool?". Così diceva, più o meno, il problemino di aritmetica che il nuovo maestro Sabbadini mi aveva assegnato da svolgere a casa.

    Mio padre andò su tutte le furie. Decise di togliermi dalla scuola pubblica e, anche in considerazione della guerra incombente e dei primi bombardamenti, decise insieme a mia madre di mandarmi in collegio. Fu scelto l’Angelo Mai di Clusone, filiale del S. Alessandro di Bergamo.

    L'atmosfera generale, intanto, si faceva sempre più preoccupante. Iniziò la guerra in Russia, ma io non ho ricordi particolari né in casa rammento specifici discorsi o atteggiamenti.
    Ricordo solo una lunga villeggiatura a Nervi, dove andavo spesso sulla bellissima passeggiata a mare.

    Poi, a metà ottobre, mi portarono a Clusone. Il Collegio era tenuto dai preti e subito mi fecero rinnovare la tessera dei Balilla. Ma c'era una novità: mi avevano fatto anche quella dell'Azione Cattolica.

    Era un lugubre edificio derivato dalla trasformazione di un vecchio convento del '400, con tanto di chiostro con porticato e chiesa. Corridoi molto bui, tutti storti, e grandi camerate come dormitori.
    Consumavamo i pasti nel vecchio refettorio dei frati; e del monastero era anche rimasta l'abitudine di sentire la lettura delle Sacre Scritture fino alla distribuzione del secondo piatto, dopo di che si poteva parlare. Prima e dopo, inoltre, una preghiera di ringraziamento.

    I riscaldamenti erano molto scarsi e occorreva pagare per avere a sera, nel letto, la boule dell'acqua calda; oppure, ancora con supplemento, il cosiddetto "prete", cioè una specie di slitta che conteneva al suo interno un vaso di metallo con braci dei fuochi di cucina.

    La scuola elementare (facevo la quinta) era interna. Non più sfilate e niente bollettini di guerra. Questa, da Clusone, sembrava pressoché sparita. Nel corso dell'inverno 1941-1942 una parte del collegio fu occupata da un reparto di fanteria che effettuava esercitazioni prima di partire per il fronte. Una sera udii due soldati che parlavano e uno chiese all'altro: "Ma tu pensi che lo dovremo usare davvero questo fucile in Russia?" E indicava il suo moschetto 91! La scena mi e' rimasta impressa, perché ebbi come un presagio di sventura.

    A casa tornavo solo per la vacanze estive e a Natale; e talvolta, per arrivare alla stazione, usavamo una carrozza coperta chiamata giardiniera con un solo cavallo. Infatti, a un certo momento, il treno cominciò a doversi fermare un paio di stazioni prima di quella di Clusone in quanto, a causa del combustibile, non ce la faceva più ad arrivare fin lassù. Ci capitò anche di dover scendere dal treno nel tornare in Collegio; solo così il trenino riusciva ad arrivare, alimentato a legna e non più a carbone.

    Finita la quinta elementare, nell'autunno del '42 cominciai a frequentare la prima media, che però era quella pubblica esterna; così un po’ ripresi contatto con il mondo esterno.

    Ma ormai il tempo dei Balilla, delle sfilate e dei canti della Patria era finito. Arrivavano tempi molto, molto duri.

    (SEGUE)

    Un saluto a tutti.
    .....

  6. #56
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-26 186:15

    ERO UN BALILLA - 1941/1943

    Anche alle scuole medie esterne, dei Balilla non si parlava pressoché più. Nel frattempo la vita in Collegio peggiorava; faceva difetto soprattutto il cibo. Approvvigionare almeno duecento ragazzi, a quei tempi, non era facile, e ciascuno si arrangiava con ciò che veniva mandato da casa come biscotti, marmellata, ecc.

    Pagando un supplemento si poteva avere, per esempio, un uovo al tegamino, ma chi lo riceveva doveva poi mangiarlo con sopra gli occhi di quelli che non se lo potevano permettere. Il che avrebbe turbato anche per un ragazzino. Ci rinunciai.

    Spesso, durante l’inverno, non era possibile lavarsi, poiché l'acqua gelava nei tubi. Era già tanto se, il sabato pomeriggio, si poteva fare una doccia calda, ma dopo bisognava asciugarsi al freddo perché di riscaldamento, nelle camerate e nei bagni, non se ne parlava proprio. E così fecero la loro comparsa i pidocchi!

    Si tornava a casa per la per Pasqua, per le vacanze estive e per quelle natalizie. L'atmosfera a Milano era sempre più pesante, sia per le ristrettezze dovute alla guerra sia per l'andamento sfavorevole della stessa sia per qualche bombardamento che, pur privo dell'intensità che avrebbero caratterizzato quelli del '43, già dimostrava l'inadeguatezza delle nostre difese antiaeree. Ricordo che, nel '42, comparvero alcune batterie tedesche, nei pressi di casa mia, con cannoni da 120.

    I ricordi veramente rimarchevoli, tuttavia, arrivano con il 1943. Ero a Milano, a luglio, quando si verificarono le "dimissioni" di Mussolini.

    A quel tempo prendevo lezioni di fisarmonica da una maestro che stava al settimo piano, e così dovevo portare lo strumento per mezza città e salire le scale. Una pena. La prima conseguenza del venticinque luglio fu che mia madre non mi fece più andare, causa la situazione dell'ordine pubblico. Che sollievo!

    Le "dimissioni" di Mussolini furono accolte come se il conflitto fosse ormai terminato e ricordo che mio padre prese molto male la frase di Badoglio "la guerra continua"; nessuno capì che si trattava di un ennesimo inganno per i tedeschi. Nel frattempo, dopo lo sbarco, gli alleati stavano dilagando in tutta la Sicilia e, chiaramente, ormai per tutti noi la vicenda bellica volgeva al triste epilogo. Il cosiddetto “fronte interno” non esisteva più, e in tutti vi era ormai uno spirito di rassegnazione. Una nuova Caporetto, senza però il Piave. L'ascolto di Radio Londra era generalizzato e veniva presa per oro colato tutta la propaganda inglese e americana (soprattutto la prima, con il famigerato Colonnello Stevens).

    La guerra psicologica era altrettanto spietatamente condotta; anzi, ai fini bellici, era addirittura più importante di quella militare. Tristi ricordi.

    Era impressionante vedere come, all'improvviso, tutti si dichiarassero contro il Duce e nessuno fosse più fascista. Era lo spettacolo di una trasformazione troppo repentina per non essere di pura convenienza.

    Bandiere con stemma sabaudo ai balconi e alle finestre. Il Re era ancora un punto di riferimento. Ricordo in piazza del Duomo, dove io ero andato a curiosare, un ufficiale tedesco seguito da gente con bastoni, che si allontanava tallonato da questa.

    Ricordo anche, in corso Buenos Aires, l'esercito che disperdeva la folla assembrata per un qualcosa che, anni dopo, seppi essere stato un comizio comunista. C'era anche uno di quei cingolati piccoli piccoli, che faticava perfino a salire sul marciapiede e che mi fece pensare che, forse, il nostro armamento non era stato molto adeguato.

    Si arrivò così all'otto settembre. Fu allora che allora ebbe inizio la vera tragedia.

    (SEGUE)

    Un saluto a tutti.
    ....

  7. #57
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-09-30 0993

    ERO UN BALILLA - AGOSTO/SETTEMBRE 1943

    I miei ricordi dell’estate 1943 prendono a manifestarsi quasi sotto forma di immagini: come se sfogliassi un album.

    Visione di un articolo del Corriere della Sera dove si parla della vita privata del Duce e del suo legame con la Petacci. Conserverò sempre una speciale avversione per questo giornale.

    Bombardamento di Milano, otto agosto. Colpi fortissimi dal pavimento del rifugio antiaereo.

    Bombardamento di Milano, otto agosto. Una ragazza emerge dalle macerie della sua casa in Via Hayez tirandosi dietro un catino con relativo treppiede e grida felice: "E' mio! L'ho trovato!".

    Visione di un signore che mi dice: "In via Maiocchi non si può andare perché ci sono sessanta morti in una cantina colpita da una bomba!".

    Da Cittiglio, sopra Como, dove eravamo sfollati, visione di Milano durante i bombardamenti. Nessun rumore, ma solo grande luce rossa cangiante. Dietro di noi i bagliori di Chiasso, parte svizzera.

    A Milano grido ai miei che non hanno il coraggio di guardare se la nostra casa è rimasta in piedi: "C'è ancora! C'è ancora!". Non avevano neppure terminato di pagarla!

    Mio nonno simile a un barbone, che era rimasto a custodire la casa sotto i bombardamenti. Ha sparato contro alcuni ladri e una porta mostra i segni delle revolverate.

    Visione di piazza San Carlo. Le colonne stanno in mezzo e si è formata una collinetta di macerie, sulla quale transito. Una voce, indicando l'ex cinema Ambasciatori che brucia: "C'è dentro il portinaio!". Io rispondo: "Come si fa a entrare? Sta bruciando tutto!".

    Visione della mia famiglia in bicicletta, alla sera, uscendo da Milano
    in mezzo al fumo dei nebbiogeni.

    Di mattina presto. rumore di un crollo. E' una casa vicina, già colpita in agosto, che si affloscia completamente.

    Visione di case distrutte nel mio quartiere, angolo via Sangallo.

    Otto settembre: assembramento di gente attorno a un'edicola dove distribuiscono il giornale "L'Italia Libera". Grido a mia mamma: "La guerra e' finita!".

    Voce del maresciallo Badoglio che, da un disco, comunica l'armistizio. Del disco sapremo più tardi.

    Carri armati tedeschi passano, sferragliando, di fronte a casa mia.

    Nel cielo, un aereo traccia un nodo di Savoia.

    Con alcuni compagni eliminiamo paletti messi dai tedeschi a indicare una palificazione per una linea telefonica d'emergenza. Visione, da lontano, dei tedeschi piuttosto incazzati.

    Mio nonno Angelo viene dal Lodigiano in bicicletta, con roba da mangiare. Negli anni successivi sopravviveremo grazie a lui.

    Alla stazione di Bergamo (io sono diretto a Clusone, in collegio) da un carro merci piovono pezzi di carta. Ne raccolgo qualcuno, insieme con altre persone. Sono diretti a familiari di nostri soldati portati in Germania dai tedeschi. Pregano di avvisare i parenti, dei quali danno l'indirizzo. Dal collegio ne avrei spediti tre.

    Visione di un cannone di grosso calibro, italiano, abbandonato lungo la strada per San Lucio, sul Pizzo Formico. Mio fratellino Marco ne asporta i pezzi in ottone.

    Quell'anno non vi furono più iscrizioni all'Opera Nazionale Balilla.

    Fu comunque un periodo durissimo, ma qui terminano le mie memorie come Balilla.

    Se qualcuno vorrà, potrò descrivere il periodo dall'autunno '43 al '45, l'anno più significativo della mia vita.

    Quasi due anni, ma quali anni!

    Da Clusone e poi dalle vicinanze della Repubblica dell'Ossola, e quindi dal settembre '44 all'aprile '45, la MILANO DI ALLORA. UNA MILANO veramente da raccontare!

    E ora vi lascio. Tornerò, se vorrete, dopo l'otto ottobre, perché devo assentarmi per lavoro.

    Un saluto a tutti. Spero di avervi interessato e anche un po' divertito, malgrado le tragedie di quel tempo che io attraversai prima con gli occhi di bambino e quindi di adolescente.
    .....

  8. #58
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Tomàs de Torquem

    il 2002-10-01 030:24

    Re: ERO UN BALILLA - AGOSTO/SETTEMBRE 1943

    Originally posted by Ferruccio
    E ora vi lascio. Tornerò, se vorrete, dopo l'otto ottobre, perché devo assentarmi per lavoro.
    Certo che lo vogliamo...

    A presto.
    -----
    Ultima modifica di Siddharta; 17-03-10 alle 14:00

  9. #59
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-10-08 11:299

    ERO UN BALILLA - 1943/1945

    Quasi alla fine dell’anno scolastico 1943-44 fui espulso dal Collegio, per diverse marachelle.

    Il fatto che, tra queste, vi fosse anche il furto dal magazzino viveri del Collegio di alcune scatole di Wafer Saiwa, con l’aggravante di averle in parte nascoste in Sacrestia, sotto l’armadio dei paramenti sacri, dice quali fossero le nostre condizioni alimentari. Eravamo quasi alla fame, e c’era da augurarsi di non prendere neppure l’influenza poiché la cura principale consisteva nel dare al malato solo minestra. Il mio fratellino Marco, che mi aveva seguito in collegio nell’autunno del ’43, al ritorno fu dichiarato dal medico di famiglia in “stato di denutrizione”, con assegnazione speciale di biscotti savoiardi per farlo riprendere. Visto nudo era né più né meno come i bambini che poi vedemmo nelle foto, reduci dai campi di concentramento, o quasi.

    Trascorsi le ultime due settimane di scuola a pensione dal canonico di una chiesa vicina, dove ero stato messo affinché non perdessi l’anno.

    E la scuola finì con dieci giorni d’anticipo, subito dopo la presa di Roma da parte anglo-americana.

    C’erano già state lunghe vacanze, in inverno, durante le quali si studiava per… posta. Dal collegio arrivavano i compiti da svolgere e, sempre per posta, a nostra volta dovevamo mandare gli scritti.

    In collegio avevamo poche notizie, o nessuna. Ricordo solo la caduta di Roma. Rammento inoltre che, a casa per le vacanze invernali, rividi mio cugino Franco, che era diventato un partigiano metropolitano nel I GAP milanese, agli ordini di Giovanni Pesce. Lo descriverò meglio in un capitoletto specifico.

    La vita in collegio era molto dura e, per mancanza di alimenti e di riscaldamento, si aggravava sempre più. E così, quando i familiari del Rettore ammazzavano il maiale, andavamo a vedere il macabro spettacolo della morte del suino urlante per poter avere un poco di “sanguinaccio” caldo.

    Tutti i ragazzi manifestavano una spiccata turbolenza, diventando ogni giorno più insofferenti a ogni disciplina. Quest’ultima era tenuta a suon di “camerino di rigore”, dove venivano messi i più riottosi senza neppure la possibilità di andare al gabinetto. I nostri bisogni li facevano nel pitale, che poi nascondevamo nella stufa per non sentire il puzzo. Grande abbondanza, poi, di scapaccioni piuttosto violenti, che ti facevano volare un metro più in là. Nella camerata-dormitorio vi era inoltre la classica punizione dell’ora in ginocchio sui ceci. Una tortura!

    Eravamo diventati selvaggi. Una volta bersagliammo con grossi sassi e pezzi di tegole di una chiesetta sul Colle Crosio il trenino della Valseriana, che risaliva faticosamente da Ponte Nossa a Clusone. Non vi furono feriti per puro caso. E il collegio proibì le gite sulla collinetta vicina, prima che ci scappasse il morto.

    Dei Balilla neppure il ricordo. Ma, in compenso, eravamo spesso occupati con lavori scritti che facevano capo all’Azione Cattolica. Ricordo premi costituiti da “brillanti di carta adesiva” per i nostri compiti… cattolici.

    Fu, in pratica, un anno di quasi totale isolamento. E fu una vera liberazione quando, nel giugno del 1944, tornammo a casa. Lasciai così l’abitazione del Canonico che mi aveva accolto. Ricordo la sua grande sala da pranzo dove, finalmente, mangiavo in modo per me addirittura luculliano. Con lui c’era una vecchissima perpetua, ed entrambi si divertivano un mondo ad ascoltare i racconti delle mie marachelle nel vicino collegio.

    Poi, di nuovo, a Milano. La mia città e la mia casa, finalmente! Iniziò allora un anno per me straordinario. C’era la guerra, anche quella civile, ma per uno che, come me, veniva dal collegio era il più bel mondo possibile. Un mondo di avventura e libertà, che io vissi intensamente. Ero libero!

    Un saluto.
    .........

  10. #60
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    Predefinito Rif: "Ero un Balilla". Come si stava allora?

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio1

    il 2002-10-11 17:189

    ERO UN BALILLA - 1943/1945

    Subito dopo il ritorno da Clusone mia mamma scucì da tutta la mia biancheria l'etichetta con il n. 47, che mi identificava al guardaroba del Collegio dove le suore ci consegnavano quello di cui avevamo bisogno e dove lo riconsegnavamo per il lavaggio; così cessai definitivamente di essere il n. 47 di quella specie di lager che era stato il Collegio Angelo Maj per ben tre anni.

    Non ho ricordi particolari di quel giugno-luglio 1944, se non che a Milano la vita era difficile. Eravamo riforniti da mio nonno materno che, da Lodi, ci portava parecchia roba, mentre mia madre spesso cuoceva anche il pane in un fornetto apposito che si metteva sopra la cucina a gas (quando il gas c'era).

    Tutti sentivano Radio Londra, e ricordo la voce del Colonnello Stevens con il suo “BUONASERA!” dal tono leggermente menagramo; ma anche la voce di Fiorello La Guardia, sindaco di New York. Rammento molto bene anche una voce italiana da Radio Bari, controllata dagli inglesi, che incitava a far fuori i fascisti e i tedeschi; e i cosiddetti "messaggi speciali", con frasi convenzionali, diretti alla resistenza.

    Nel frattempo mia padre aveva acquistato una piccola fattoria sopra Lesa, sul Lago Maggiore; questo per trovarci un posto tranquillo, perché temeva una ripresa dei bombardamenti a Milano e, comunque, una situazione pericolosa nel futuro.

    Si chiamava "Masseria della Volpe" e si trovava appena fuori dal paese di Massino, sulla strada di San Salvatore. Era un'autentica bicocca, senza luce e senz'acqua. Quella potabile si otteneva da una piccolissima sorgente, cascando goccia a goccia in un secchio che si riempiva molto lentamente. Per quella per lavarci mio nonno, idraulico, aveva fatto realizzare una cisterna per raccogliere l'acqua piovana; con lui, che voleva finire i lavori, un giorno andai a Massino. Era esattamente il 20 luglio del '44, lo ricordo bene perché l'indomani acquistammo il Corriere della Sera e c'era la notizia dell'attentato a Hitler.

    Tornando alla masseria vidi per terra un pacchetto vuoto di sigarette NAVY CUT e lo raccolsi, chiedendomi come mai si trovasse lì. Fu il primo segnale che non eravamo affatto nel posto creduto tranquillo da mio padre, bensì in piena zona di Resistenza. Le sigarette erano parte di quanto gli aerei alleati gettavano ai partigiani, con i quali stavano (lo seppi dopo) ufficiali inglesi ex prigionieri di guerra fuggiti l'otto settembre dai campi di concentramento.

    Loro stavano sulla montagna che dava sopra i paesi lungo la sponda del Lago Maggiore, mentre i tedeschi, che utilizzavano gli alberghi di Stresa per i feriti provenienti dal fronte, si trovavano appunto nei paesi come Arona, Meina, Lesa, Stresa, ecc.

    Correva voce di una fatto tragico accaduto verso la fine del '43, quando alcune SS provenienti da Milano, su delazione, avevano buttato un gruppo di ebrei nel Lago annegandoli. Una parte di loro era riemersa giorni dopo, andando a finire sulla spiaggia di Meina, dove c'era l'Hotel Milano che era stato il loro ultimo rifugio. Ciò aveva provocato un grande turbamento, dando fiato ai partigiani benché i tedeschi dei presidi locali non c'entrassero nell'accaduto.

    Nella zona tra Domodossola e il Lago d'Orta operavano varie formazioni partigiane, di diversa estrazione politica. Ricordo un manifesto verde affisso ai muri di Massino e firmato dai Fratelli di Dio.

    I partigiani limitavano le loro azioni a piccole scorribande e spari contro singoli tedeschi. Questi ultimi reagivano con rastrellamenti ma, tutto sommato, con moderazione. Non ricordo quindi fatti sanguinosi, come invece accaddero in altre parti d'Italia. Una sola volta si videro soldati della Xa Mas.

    Un giorno ci fu anche uno scambio di prigionieri fra tedeschi e partigiani, seguito da una gran pranzo in una trattoria del paese. Quindi, dopo pochi giorni, altro rastrellamento, anche con l’uso di un carro armato.

    Il paese cambiava spesso di mano e io, che ero incaricato di comprare il pane al mattino, cautamente mi informavo su chi "comandasse" quel giorno.

    Tanto per cambiare, il cibo faceva molto difetto e noi eravamo riforniti settimanalmente da mia madre che, in treno e poi a piedi, ci portava tutto quello che poteva. Eravamo io, la nonna Lucia, il fratellino Marco, la sorellina Anna e due cugine poco più grandi di noi.

    Ricordo che, durante un rastrellamento tedesco, una mitragliatrice pesante cominciò a sparare e il rumore ci terrorizzava. Stavamo acquattati sotto il bordo di una finestra, per schivare eventuali pallottole. A un certo punto vidi il pavimento riempirsi di acqua. Fui sorpreso perché, nella masseria non ce n'era. E infatti non era acqua; era pipì di mia sorella, di mia nonna e delle mie cugine, che se la stavano facendo addosso.

    Non possedendo in quel momento orologi, avevo realizzato in cortile una specie di meridiana che era necessaria quando, se stavamo sopravento, dal campanile del paese non ci arrivava più il suono dall'orologio della parrocchia. Aveva solo due posizioni: le dodici, ora di pranzo, e le sedici, ora di merenda. Con noi c’era una piccola volpina che, quando le davamo croste di formaggio, andava a nasconderle sotto mucchietti di terra come se facesse sue scorte private; e non perdeva mai d'occhio tali ripostigli. In realtà è un'abitudine che hanno spesso i cani, ma io non lo sapevo e la consideravo una reazione della bestiola alla nostra situazione di scarsità di cibo. L'unica cosa che abbondava era la frutta, ma ormai ne avevamo la nausea (mi è rimasta tuttora, dopo quasi sessant'anni). Non poteva essere venduta, data la scarsità dei mezzi di trasporto; inoltre gli americani avevano bombardato il ponte sul Ticino, a Sesto Calende, ostacolando ancora di più il traffico ferroviario.
    ........

 

 
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