"Ecco che accadeva in quella casa"
Giacomo agli inquirenti: "Ci si sballava tutto il giorno anche di mattina"
Si sono sballati di prima mattina. Al decimo piano di via Igino Giordani sono sempre stati in tre. Manuel Foffo e Marco Prato i protagonisti fissi, diverso ogni volta il terzo uomo. Il «giocattolo» di turno, invitato con un messaggio, era sempre un coetaneo degli organizzatori del festino: giovane e con la faccia pulita.
Prima Alex, poi Giacomo. Scelti entrambi da una lunga lista di contatti. Si sono alternati nell’appartamento di Foffo poche ore prima che anche Luca Varani accettasse lo stesso invito. I due ragazzi, però, se ne sono andati via dopo il divertimento, sono usciti scampando per un soffio alla follia omicida. Luca no. Luca ha risposto al messaggio, ha accettato l’invito e con i mezzi ha attraversato la città per suonare venerdì mattina alla porta di quel Manuel Foffo mai visto né sentito.
«Sì, sono stato anche io a casa di Manuel Foffo con Marco Prato. Abbiamo passato ore insieme solo noi tre, abbiamo bevuto, ci siamo sballati, ma non mi sono sentito in pericolo. Ci siamo divertiti, ma poi è finita lì. Non so come abbiano potuto uccidere quel ragazzo». Giacomo D. D., il ragazzo che prima di Luca Varani, mercoledì scorso, era stato nell’appartamento di Manuel Foffo, ha spiegato ai carabinieri nei dettagli l’antefatto della follia, quasi 48 ore prima che il 23enne venisse massacrato. Studente come i due assassini, aveva dedicato agli «amici» una giornata prima di tornare a Milano dove vive.
Come lui era toccato nelle stesse ore anche ad Alex, il ragazzo conosciuto dal 29enne proprietario di casa in una pizzeria sulla Tiburtina. E potrebbe esserci stato anche il 30enne del quale due mesi fa i genitori denunciarono la scomparsa al commissariato Vescovio. Trascorse una notte fuori con Marco Prato e altri amici, ma rientrato – senza aver subito molestie o aggressioni – la denuncia venne ritirata. Versione ribadita ieri dagl stessi genitori del ragazzo, attualmente all’estero. Nel mirino degli inquirenti potrebbero entrare alcuni complici, oltre a Marco Prato e a Manuel Foffo. Qualcuno che potrebbe aver aiutato il 29enne reo confesso a crearsi delle attenuanti, per la riduzione di un’eventuale pena, la persona contattata per acquistare i ventisei grammi di cocaina oppure uno dei ragazzi passati nell’appartamento degli orrori. O un familiare.
"Ecco che accadeva in quella casa" - Cronaca - iltempo
Marco Prato, il sogno di diventare donna e i festini violenti
Il sogno di diventare donna, l’ossessione per la cantante Dalida, i contrasti con i genitori: da tempo Marco Prato, uno degli assassini di Luca Varani, viveva in una situazione di forte disagio. Frustrazioni sfociate in una vita sregolata, a base di festini gay, risse e cocaina, culminata con un terribile omicidio. Prima di provare ad addentrarci in questo universo, bisogna raccontare la sua verità su quanto successo nell’appartamento di via Giordani, a Roma. Il pr ha infatti parlato per la prima volta con il gip, smentendo la versione del complice Manuel Foffo e addossando su di lui la maggior parte delle colpe.
Foffo aveva raccontato al pm che a dare il colpo di grazia a Varani era stato Prato: “Marc ha inferto la coltellata al cuore. Luca era ancora vivo prima di quella coltellata”. Prato, dopo giorni di silenzio, ha raccontato la sua versione: “Sono stato debole, non sono riuscito ad oppormi a quello che Manuel stava facendo. Non ho avuto la forza di fermare Manuel. È stato lui a scagliarsi con il martello su Luca”.
Il pr romano ha raccontato delle giornate a base di alcol, droga e rapporti omosessuali. Nella casa del quartiere Collatino si erano infatti recati anche un paio di amici. Poi venerdì sono usciti di casa con l’idea di imbastire un gioco erotico violento per ammazzare qualcuno, e hanno chiamato Varani: sarebbe stato Foffo a incitarlo a strozzarlo. Lui gli ha obbedito finché Foffo è arrivato da dietro, cominciando a colpire il ragazzo con un martello per poi ucciderlo con la coltellata al petto: “Sono stato debole non ho fatto nulla per fermarlo”. Le versioni dei due killer Foffo e Prato sono quindi contrastanti.
Il tentato suicidio è stato una messinscena?
Secondo gli inquirenti il tentato suicidio di Prato potrebbe essere stato una messinscena. Foffo, proprietario della casa della mattanza, potrebbe essere accusato di istigazione al suicidio. Sarebbe stato lui a comprare i medicinali per Prato e a pagargli due notti nell’hotel di piazza Bologna, quello del tentato suicidio. Gli investigatori vogliono capire se Prato abbia veramente tentato di togliersi la vita (hanno acquisito la cartella clinica per capire se le sostanze fossero state davvero assunte in un quantitativo letale), se sia stato istigato da Foffo o se ad aver organizzato la messinscena sia stato lui stesso. Nei biglietti di addio trovati dai carabinieri, tra l’altro, non c’erano riferimenti all’omicidio ma scuse per la vita condotta fino a quel momento.
Prato voleva diventare donna
Le scuse per la vita condotta fino a quel momento sembrano essere state un modo per riavvicinarsi ai genitori che, negli ultimi anni, lo avrebbero osteggiato. La sua famiglia della “Roma bene” voleva che facesse carriera con le scienze politiche, settore scelto per l’università e il master alla Luiss. Invece Marco ha scelto la “bella vita” a base di eventi e festini gay. Era diventato un noto pr nella movida romana.
Chi lo conosceva racconta invece che Prato vivesse da tempo in una situazione di disagio e frustrazioni. Aveva scoperto di essere gay, lo sapevano tutti. Ma l’essere accettato non gli bastava: voleva operarsi e diventare donna. Gli amici, che lo definiscono “bipolare”, raccontano dell’ossessione per la cantante italo-francese Dalida, di cui si sentiva la reincarnazione.
Un mese fa aveva partecipato a un altro festino gay, anche quello a base di alcol e cocaina. Aveva gonfiato di botte un ragazzo. “Abbiamo ritirato la denuncia dopo che nostro figlio è tornato a casa. Per fortuna non gli aveva fatto niente”, spiegano i genitori. Sempre stando alle testimonianze raccolte dai quotidiani, le serate di Prato finivano spesso in risse. Fino a quando, venerdì 4 marzo, ha perso la testa definitivamente uccidendo Luca Varani insieme a Manuel Foffo.
Cortina: multato per aver messo i fiori sulla pista dove morì il figlio | Nanopress
Tacchi a spillo, smalto e parrucca. Poi il sesso e l'omicidio di Varani
Il racconto di Marco Prato: "Sono andato a casa di Manuel con vestiti maschili e una borsa con una parrucca e altri abiti femminili"
Luisa De Montis
"Sono andato a casa di Manuel martedì sera, con vestiti maschili e una borsa con una parrucca e altri abiti femminili, questa volta la droga l’aveva comprata lui.
"Manuel aveva il delirio di uccidere anche il padre"
Il padre di Prato contro i giornalisti
Poi serviva altra cocaina ed è venuto Giacomo che abbiamo mandato via. Io mi sono vestito da donna e siamo andati a dormire. Mercoledì abbiamo usato altra cocaina e abbiamo chiamato Alex: ho avuto rapporti anche con lui ed è andato via giovedì mattina. Non avevamo l’idea di nessun omicidio, non se n’era mai parlato nei nostri deliri. Lui (Manuel) voleva che diventassi la sua bambolina, aveva anche il delirio di uccidere il padre. Quando aveva questi deliri io cercavo una terza persona. Così siamo usciti per cercare una “marchetta”, io sempre vestito da donna". È questo il racconto - fatto da Marco Prato agli inquirenti e riportato dal Corriere della Sera - sulla dinamica della serata in cui è stato ucciso Luca Varani.
Dal racconto di Prato emergono nuovi particolari. Non avendo trovato nessuno pronto a prostituirsi per loro, Foffo e Prato sono tornati a casa e hanno chiamato Luca Varani offrendogli 150 euro.
Una versione che non collima con quella di Foffo. Infatti il gip nell'ordinanza scrive: "Un'idea delirante maturata già il giovedì durante l'uscita in macchina in cerca di una vittima".
Il racconto di Prato continua: "Ho aperto la porta a Luca, sempre vestito da donna. Abbiamo avuto un rapporto mentre Manuel assisteva. Poi Luca ha bevuto un drink e si è sentito male. Lo abbiamo messo sul letto e Manuel mi ha detto: 'Strozzalo'. Ci ho provato ma lui si è ripreso. A quel punto Manuel è impazzito, è andato in cucina, ha preso un martello e ha cominciato a colpirlo. Poi ha preso un coltello. Alla fine mi disse: 'Questa cosa ci legherà per la vita'".
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Cagliari, bimbi travestiti da bimbe (con l'appoggio della Regione)
Nel capoluogo sardo parte domani una tre giorni di "cultura lesbica" con tanto di laboratorio di travestimenti per bimbi dai 4 agli 8 anni: i piccoli vengono spinti a scambiarsi i vestiti per "superare gli stereotipi di genere"
Giovanni Masini
Bimbi piccolissimi travestiti da bambine e viceversa: è questo l'ultimo caso della cosiddetta "teoria del gender", che torna a fare discutere.
Un anno dopo l'episodio del "gioco del rispetto" introdotto in un asilo di Trieste, l'ultimo tentativo di spingere i bambini a modificare la concezione dei due sessi va in scena a Cagliari, al centro culturale "Il lazzaretto".
Dove a partire da domani sarà organizzata una tre giorni di "cultura lesbica", per "raccontarsi", ma non solo. Un weekend lungo di incontri, seminari e lezioni per diffondere la cultura Lgbt in tutta la Sardegna.
Al centro delle critiche è il laboratorio "Nei panni di...", espressamente dedicato ai bimbi dai 4 agli 8 anni, in cui i partecipanti sono invitati a trasvestirsi per "mettere in discussione gli stereotipi di genere". In parole povere, i maschietti verranno fatti travestire da femminucce e viceversa.
"Attraverso il travestimento - si può leggere nel programma dell'evento - è possibile sperimentare immagini di sé, vivendole in prima persona e confrontandosi con i travestimenti scelti dagli altri partecipanti."
A scoperchiare il caso è stato il consigliere regionale del Partito sardo d'Azione Marcello Orrù, che domanda al presidente della Regione autonoma Francesco Pigliaru di fare chiarezza sulla vicenda e si è detto preoccupato èper un "pericoloso tentativo di coinvolgere bambini dai 4 agli 8 anni in iniziative che mirano ad influenzare la loro formazione e la loro identità sessuale."
Tra le sigle associate al festival c'è la manifestazione "Sardegna queer", già beneficiaria di contributi regionali, e l'Associazione Arc onlus (una delle maggiori sigle del mondo Lgbt sardo, ndr), che sul proprio sito ringrazia anche l'Assessorato della pubblica istruzione della Regione autonoma per il sostegno. E qui si apre un piccolo giallo: perché gli uffici dell'assessorato smentiscono che da loro sia mai giunto un qualsiasi finanziamento, mentre l'assessore regionale alla Cultura Claudia Firino conferma l'assenza di contributi pubblici ma garantisce che "se ci fossero stati, ne saremmo stati fieri".
Orrù, che è anche vicepresidente della Commissione sanità in Consiglio regionale, ha chiesto al prefetto di Cagliari l'annullamento della manifestazione: "Si tratta - ha spiegato - Di una provocazione inaudita offensiva del pubblico oltre che del buonsenso civile."
Contro il festival dell'orgoglio lesbico (e contro il laboratorio di travestimenti per bambini) si è scagliato anche Salvatore Deidda di Fratelli d'Italia: "Non ho parole per laboratori che coinvolgono bambini tra i 4 e i 9 anni in cui si devono travestire, magari i maschietti da principesse e le femminucce da principi azzurri. La speranza è che il Comune non fosse informato". Per ora, però, dalle istituzioni non sono arrivate prese di posizioni ufficiali: il festival, salvo smentite, si farà.
Cagliari, bimbi travestiti da bimbe ?(con l'appoggio della Regione) - IlGiornale.it





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