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Discussione: Vai col gender!

  1. #241
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Professione: gay. C'è il manager della causa Lgbt Arcigay alla conquista dell'Erasmus coi nostri soldi
    di Andrea Zambrano
    Grazie all’Unione Europea avremo molto presto i manager della causa gay. Sarà un lavoro altamente qualificato e a giudicare dall’impegno che la comunità europea sta mettendo nel progetto Get Equal Empowerment for LGBT Activism siamo sicuri che il governo ne approfitterà per creare nuovi sbocchi lavorativi per Arcigay, magari per aumentare i dati del job act.
    In sostanza il programma, che letteralmente significa “ottenere una responsabilizzazione per le attività Lgbt” sarà finanziato con i fondi che l’Unione Europea per il programma Erasmus+.
    Sì, proprio il programma che affascina migliaia di giovani sparsi per l’Europa alla ricerca di esperienze di vita lontano da mamma e papà e contatto con il mondo.
    Questa possibilità è data solo ai militanti dell’Arcigay, unico prerequisito oltre ad una conoscenza basilare della lingua inglese. Così al bando promosso da Erasmus hanno risposto gli affiliati dell’ormai potente associazione e da questo mese di ottobre ben 33 attivisti se ne andranno in giro per l’Europa a imparare buone pratiche per l’indottrinamento della causa gay. Il tutto al costo di 51mila euro che l’Ue sborserà all’Arcigay per pagare le trasferte.
    Di che cosa si tratta? I corsi, che si svolgeranno tra ottobre e aprile 2017 a Linz, Copenaghen, Gouda nei Paesi Bassi e Portogallo sono finalizzati - leggiamo - «a condividere nuovi linguaggi, pratiche e conoscenze con organizzazioni Lgbt di altri paesi europei». In sostanza: se le associazioni della causa gay vogliono mettere in rete le loro esperienze e le loro battaglie, liberissimi di farlo, ma il fatto che lo facciano a spese dei fondi della comunità la dice lunga su come l’ideologia dell'omosessualità abbia ormai occupato gli scranni più alti di Bruxelles.
    Il fatto che per farlo si utilizzino i fondi dell’Erasmus fa comprendere che la posta in gioco sono i giovani. E anche questo è un problema se si pensa che così facendo l’Erasmus diventa di fatto un protettorato della causa gay. Anche se si scopre che il settore di Erasmus che se ne occupa sarà quello chiamato “Educazione degli adulti dell’Unione europea”. Che non si capisce se si tratta di adulti da educare, cosa che sarebbe curiosa, o di ragazzi che devono diventare adulti grazie alle best practices del mondo lesbo gay.
    Insomma: le condizioni per trasformare l’Arcigay in un direttorio con potere esecutivo su tutte le cause sensibili che vive la politica ci sono tutte. Riconoscimenti come questi si possono spendere molto bene presso i governi, le Regioni, i comuni e scendendo per li rami nelle scuole dove la presenza di volontari Arcigay attrezzati e formati sarà ancora più preponderante.
    Arcigay alla conquista dell'Erasmus coi nostri soldi


  2. #242
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    In Svezia è boom di adolescenti “sessualmente incerti”
    Rodolfo de Mattei
    L’Astrid Lindgren Children’s Hospital di Solna nell’ultimo anno ha registrato un vertiginoso incremento del 100% di bambini “sessualmente incerti” che si rivolgono alle sue strutture specializzate alla ricerca di un’assistenza medica.
    In Svezia è boom di adolescenti confusi riguardo alla propria identità sessuale. Ad affermarlo è la psichiatra infantile Louise Frisén del Karolinska Institutet di Solna, comune situato nella Contea di Stoccolma, che riporta come, l’Astrid Lindgren Children’s Hospital presso il quale presta servizio, nell’ultimo anno abbia registrato un vertiginoso incremento del 100% di bambini “sessualmente incerti” che si rivolgono alle sue strutture specializzate alla ricerca di un’assistenza medica.
    IMPENNATA DAL 2012 AD OGGI
    Nello spazio di soli 3 anni si è assistito ad una vera e propria impennata di richieste. Nel 2012, l’ospedale riservato ai bambini “Lindgren Astrid” aveva infatti contato solo 4 casi di questo tipo, divenuti ben 116 nel 2015, con una maggioranza di ragazze, 94 contro 22 ragazzi. Quest’anno, si prevede che tale triste statistica sia destinata ad aumentare fino a toccare quota 200.
    La psichiatra Frisén, intervistata dall’emittente nazionale “SVT”, afferma incredibilmente come tale crescita del numero di adolescenti che si rivolgono alle strutture sanitarie per problemi di disforia di genere sia una “notizia positiva”, riconducibile ad una maggiore consapevolezza odierna in materia di identità ed affermazione sessuale:
    “Più giovani si stanno rivolgendo ora, perché la consapevolezza è aumentata e ora hanno il coraggio. (…) Sempre più persone stanno esplorando la loro identità di genere come parte del loro sviluppo della personalità”.
    CONSEGUENZA DI POLITICHE IDEOLOGICHE
    Nella realtà, tale incomprensibile e alquanto preoccupante diffusione dell’incertezza sul proprio genere sessuale tra gli adolescenti svedesi è una drammatica conseguenza delle scellerate politiche ideologiche condotte dalla Svezia negli ultimi quarant’anni.
    Politiche sempre più lassive e radicali che hanno fatto della Svezia il paese più liberal d’Europa:
    nel 1944 è stata legalizzata l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso;
    nel 1979 è stata declassificata l’omosessualità come malattia mentale;
    nel 1972 la Svezia è diventato il primo paese al mondo a consentire alle persone transgender di cambiare il proprio genere legale dopo l’intervento chirurgico di cambio del sesso;
    sempre nel 1972 il travestitismo è stato declassificato come malattia;
    nel 1995 è stata introdotta la “partenership” tra coppie dello stesso sesso;
    dal 2003 le coppie gay e lesbiche possono adottare bambini;
    dal 2005 le coppie lesbiche hanno avuto parità di accesso alla fecondazione in vitro e alla fecondazione assistita;
    nel 2009 è stato legalizzato il matrimonio omosessuale.
    PROMOZIONE “A TUTTO CAMPO”
    La promozione della “prospettiva gender”, in Svezia, è a tutto campo ed ha interessato anche il linguaggio con l’introduzione di nuovi incomprensibili vocaboli “politically correct“. A questo proposito, in alcuni asili di Stoccolma nel 2012 è stato introdotto il pronome neutro «hen» con il quale rivolgersi a bambini “incerti” della propria sessualità.
    Anche se non esistono ancora statistiche ufficiali riguardo il numero degli asili nido svedesi che utilizzano il pronome «hen», Maria Hulth della Jämställt, società di consulenza sulla parità di genere, ha dichiarato come oggi vi siano numerosi insegnanti che scelgono autonomamente di utilizzare il termine «hen», anche quando non adottato come politica interna della struttura scolastica.
    In tal senso, Sofia Bergman, una madre svedese di due bambini, tempo fa, interrogata sul tema dal noto settimanale americano “Newsweek”, si è espressa così: «Non abbiamo ancora iniziato ad utilizzarlo in casa, ma è solo una questione di abitudine. (…) è una buona cosa se gli asili e scuole lo utilizzano».
    LA TEORIA DELLA “NORMA CRITICA”
    L’impegno degli asili e delle scuole primarie svedesi nella promozione della parità dei sessi non si limita al pronome neutro: «Stanno facendo di tutto anche per evitare parole come “boys” e “girls”, utilizzando invece il vocabolo neutro “children”. E la “norma critica” si sta diffondendo sempre più velocemente». La Hulth racconta compiaciuta come gli stessi suoi due figli usano abitualmente il termine «hen» per chiamarsi l’uno con l’altro.
    La cosiddetta “norma critica” è una teoria molto diffusa in Svezia secondo la quale tutte le norme tradizionali, come la distinzione tra uomini e donne, eterosessuali ed omosessuali, normodotati e disabili, devono essere smantellate al fine di realizzare una società veramente equa. Ad esempio, continua, a tale proposito, la Hulth, «tutti i bambini dovrebbero essere in grado di indossare ciò che vogliono. I vestitini non sono solo per le ragazze. Il rosa è un bel colore che dovrebbe essere a disposizione di tutti».
    IL PROGETTO “EGALIA”
    Tale assurda visione si è concretizzata nell’altrettanto folle progetto pedagogico dell’asilo Egalia dove i bimbi, tutti da 1 a 6 anni, in ossequio all'”agenda gender“, non vengono chiamati in base al loro sesso di nascita ma indistintamente con il nome friend, amico/a, o il citato pronome neutro “hen”. Ad Egalia i giochi e i libri sono mischiati, nella tipologia e nei colori, con l’obiettivo di non creare aree distinte femminili e maschili.
    «La società si aspetta che le bambine siano femminili, dolci e carine e che i bambini siano rudi, forti e impavidi. Egalia dà invece a tutti la meravigliosa opportunità di essere quel che vogliono», dichiara una delle insegnanti (“Corriere della Sera”, 29 giugno 2011).
    Tuttavia, in Svezia non tutti sono d’accordo con la promozione di tali politiche di genere. Tra questi, il dottor David Eberhard, uno dei più autorevoli psichiatri svedesi, ha messo in evidenza l’importanza dell’incontestabile dato biologico, sottolineando come l’introduzione di un nuovo pronome non cambierà il fatto che la stragrande maggioranza delle persone si identifica come uomini o donne:
    «Qualunque sia il modo con cui si sceglie di chiamare le persone, le differenze biologiche tra uomini e donne restano. (…) Dovremmo trattare gli altri con rispetto reciproco, ma ignorare le differenze di genere biologiche è da pazzi. Renderci identici non creerà più uguaglianza. (…) chiamare i bambini con il termine neutro “hen”, invece di lui o di lei? Questa è crudeltà infantile».
    TOTEM RELATIVISTA
    Le sconcertanti statistiche provenienti dalla Svezia dimostrano, dati alla mano, le reali e tangibili conseguenze sociali del martellante piano di “normalizzazione” di ogni tendenza sessuale in nome dell’illimitata autodeterminazione individuale. Un piano rivoluzionario che, in riverente osservanza all’intoccabile totem relativista, rifiuta ogni verità e principio dato, arrivando a negare e mettere in discussione l’incontrovertibile realtà naturale e biologica del nascere maschio e femmina.
    https://www.osservatoriogender.it/in...mente-incerti/



  3. #243
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Sindrome di stoccolma.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #244
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    La Svezia oggi è un laboratorio per esperimenti del politicamente corretto.

  5. #245
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    La Svezia oggi è un laboratorio per esperimenti del politicamente corretto.
    Sì vero , pure l'idaglia lo è specie sul mischiamento di etnie . Qui le tecniche sono varie , anche perché i beoti padani sono ottime cavie , protestano mai .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  6. #246
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Sì vero , pure l'idaglia lo è specie sul mischiamento di etnie . Qui le tecniche sono varie , anche perché i beoti padani sono ottime cavie , protestano mai .
    Vero anche l'itaglia, ma anche un po' tutto il mondo occidentale, ognuno con tecniche e metodologie diverse e settori diversi.

  7. #247
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    Vero anche l'itaglia, ma anche un po' tutto il mondo occidentale, ognuno con tecniche e metodologie diverse e settori diversi.
    Tecnologia psicologica da un certo punto di vista , "loro" conoscono molto bene l'animo umano e penso che siamo intossicati dalla nascita dai loro prodotti .Un'astuzia serpentina nel sapersi adattare alla vittima .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  8. #248
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    La rieducazione funziona: mamma non butta la pasta
    di Andrea Zambrano
    Giulia e Marcello sono rispettivamente figlia e papà. Giulia prepara a papà Marcello il ragù mentre lui è in giro con il suo camion a consegnare nei ristoranti dello stivale la pasta Barilla. A volte accade il contrario, cioè che sia Marcello a preparare prelibati piatti alla figlia Giulia, soprattutto quando torna a casa dalla partita un po’ sconfortata per una sconfitta. Ma l’intesa tra i due è eccellente. Tanto che finiscono sempre a tavola a guardarsi negli occhi e a mangiare nel piatto la stessa pietanza, ovviamente Barilla. Durante la giornata però Marcello gira e gira con il suo camion a consegnare agli esigenti ristoratori pacchi di penne e fusilli della casa di Parma, i quali sono sempre gli stessi, cioè fedeli alla tradizione. Una tradizione gastronomica di massaie e osti dal palato fino, nel segno, appunto, del passato che torna.
    Tutto negli ultimi spot Barilla trasmessi in questi giorni in tv ci parla della tradizione rassicurante, ma solo per quella attinente alla ruvidezza delle tagliatelle. Per il resto, cioè per i protagonisti, la tradizione è un retaggio polveroso del passato. Infatti Giulia e Marcello sono una famiglia moderna. Dove manca la mamma, che non butta più la pasta e nemmeno scalda il ragù pronto. Assente ingiustificata. Ad aspettare a casa papà non c’è una moglie. Ma c’è una figlia, premurosa come una mamma, che si incarica di cucinare il ragù Barilla proprio come avrebbe fatto una lei.
    La campagna pubblicitaria della regina dei produttori di pasta è stata ideata da un regista d’eccezione, Gabriele Salvatores, e affidata nell’interpretazione ad uno degli attori più di grido del momento, Pierfrancesco Favino. E’ lui il Marcello che torna a casa dalla figlia ed è lui che prepara la cena per lei. Un quadretto, a suo modo, d’altra parte la pubblicità comunica quadretti. Solo che è un quadretto che ha escluso completamente la dimensione sponsale della faccenda.
    Marcello può essere divorziato? Oppure vedovo? Non deve essere omosessuale perché in un altro spot ad un certo punto Favino porta a cena, of course a base prodotti Barilla, una donna. E in questo evidentemente si è tenuto fede alla promessa di Guido Barilla che nel 2013 finì nell’occhio del ciclone per aver detto “mai uno spot con famiglie gay”. Ne uscì un putiferio con tanto di pubbliche scuse, minaccia di boicottaggio dei prodotti e riconversione dello stabilimento da pericoloso “omofobo” in decisamente gay friendly, con tanto di addetto apposito a queste cose.
    Si parlò di rieducazione in stile coreano. E la cosa finì lì. Oggi, con questa campagna pubblicitaria possiamo vedere a che cosa ha portato questa rieducazione. A un contesto famigliare monco, dove manca uno dei pilastri che forma la famiglia: la madre, appunto. Verrebbero da farsi le domande più banali: ma se Marcello è fuori tutto il giorno a consegnare pacchi Barilla, la piccola Giulia, che avrà sì e no 12 anni, con chi sta a casa? Con il gatto? Forse quel gatto che era il protagonista infreddolito di uno dei più celebri spot Barilla negli anni ’80? Ricordate? Era stato raccolto da una bimba (chissà, Giulia piccolina?) col poncho sotto la pioggia e portato a casa dove ad attenderlo c’erano mamma e papà. Ma a girarlo era stato Federico Fellini. Oggi ci sono altri registi più attenti a certi risvolti della società.
    Che nostalgia, verrebbe da dire, al solo ricordo di quella musica struggente che per decenni è stato non solo il motivetto identificativo della pasta più amata dagli italiani, ma anche la prima iniziazione di chi, cimentandosi per la prima volta col pianoforte, voleva una melodia facile e d’impatto. Erano gli anni ’80 e i divorzi erano già realtà in Italia, ma non erano materiale da reclame, per usare un termine desueto.
    Oggi lo spot Barilla, con papà Marcello e Giulia in vesti di donna di casa ci consegna una famiglia allo stesso modo sorridente, aperta, indipendente. Ma sola. Si potrebbe obiettare che, secondo un criterio puramente commerciale, gli spot devono parlare al pubblico che incontrano e non è certo colpa di Barilla se oggi le famiglie sono monoparentali e affidate alla cura esclusiva di uno solo dei genitori. Però in fondo è anche un conformarsi alla mentalità dominante. E la mentalità oggi è anti familiarista, oltre che anti natalista. Non si vedono infatti famiglie numerose scodellarsi mezze chilate di penne al pomodoro. Ma sempre e solo un bambino, al massimo due.
    Non sappiamo se la rieducazione continuerà con spot esplicitamente gay friendly, ma di questo passo, eliminando l’elemento portante femminile dell'edificio famiglia, il primo grande passo è stato fatto. Forse presto anche Giulia tornerà a casa dove ad attenderla ci sarà Claudia, con un bel forchettone di bucatini. Allora ci spiegheremo molte cose.
    La rieducazione funziona: mamma non butta la pasta


    La scienza dice no' al “matrimonio” gay
    Un saggio, quello del dottor Gerard van den Aardweg – psicoterapeuta di fama internazionale, specializzato nel trattamento delle persone omosessuali, smonta le erronee concezioni al momento dominanti (con l’incredibile appoggio di tanti Governi e l’apatia, quando non peggio, della Chiesa cattolica), le quali vogliono far apparire l’omosessualità come un “orientamento sessuale” normale, naturale, che l’individuo, agendo in piena libertà da costrizioni di qualsiasi tipo, dovrebbe solo scoprire in se stesso (La scienza dice “no”. L’inganno del “matrimonio” gay, con un’introduzione del prof. Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti 2016, p. 168, € 12).
    Lo studioso, forte di mezzo secolo di esperienza sul campo, riporta l’origine dell’omosessualità ad un disturbo mentale, che prende piede soprattutto nel periodo dell’adolescenza, allorché il soggetto che ne è vittima, per una serie di motivi dovuti solo in parte a rapporti squilibrati con uno dei due genitori, si forma complessi di inferiorità, di esclusione, di autocommiserazione, che finiscono con il coinvolgere la percezione della sua identità sessuale. L’omosessualità deve dunque ritenersi, quanto alla sua origine, una patologia di origine nevrotica, da considerarsi sempre nel novero delle malattie mentali: infatti, in nessuno di noi esiste un “orientamento sessuale” omosessuale naturale, cioè innato.
    L’attualità dell’argomento qui trattato è bruciante, dopo che il percorso per l’introduzione del “matrimonio gay” nell’ordinamento giuridico è ufficialmente iniziato anche nel nostro Paese, nonostante le ben note proteste e contestazioni di quella che possiamo considerare la parte ancora sana del popolo italiano. Il saggio del decano degli psicologi, che da oltre cinquant’anni ha affrontato questa tematica, è solidamente fondato sui dati di una ineccepibile ricerca scientifica. La subcultura gay è riuscita a far prevalere l’idea che l’omosessualità sia un “orientamento sessuale” naturale, innato, pertanto non trattabile con le terapie di tipo psichiatrico e psicoanalitico (invece perseguite con successo dal dottor Aardweg). Con dovizia di argomenti scientifici l’Autore dimostra la falsità dell’assunto, illuminandoci, nello stesso tempo, sulla vera natura dell’omosessualità e dello “stile di vita” dell’universo gay, ben diverso dall’immagine edulcorata fabbricata dal mondo dell’informazione.
    «Che l’omosessualità non abbia un’origine nella natura umana in quanto tale ma sia il frutto di un sentire malato e/o vizioso, risulta anche da quella forma di depravazione a sfondo omosessuale nota come trasgenderismo […]», scrive nella presentazione Paolo Pasqualucci, professore emerito di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia, citando lo studio di un altro illustre cattedratico, studioso di psichiatria, il professor Paul McHugh:
    «All’inizio erano solo uomini, sia omosessuali che eterosessuali, che volevano essere operati perché si eccitavano eroticamente all’immagine di se stessi come donne. Poi il fenomeno ha cominciato a coinvolgere le donne. Negli ultimi 15 anni è cresciuto in modo esponenziale, tanto che anche adolescenti maschi e femmine hanno cominciato a presentarsi come appartenenti al sesso opposto, rispetto a quello nel quale sono nati. Per questi adolescenti la motivazione non sarebbe erotica. Sono al contrario spinti da una varietà di conflitti e preoccupazioni giovanili di natura psicosociale. Ha dunque preso piede l’idea bislacca secondo la quale il sesso sarebbe appunto una “scelta”, dipendente dall’individuo, una disposizione un modo di sentire più che un fatto naturale in tal modo, lo si concepisce come una realtà fluttuante, che può cambiare ogni momento per qualsivoglia ragione» (p. 17).
    Una idea “bislacca” quanto si vuole, ma purtroppo avallata da legislatori ignoranti e da gerarchie ecclesiastiche incapaci di reagire.
    Chiesa e post concilio: Una nuova recensione de ' La scienza dice no' al ?matrimonio? gay



  9. #249
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Parigi: manifestazione anti-gay a difesa tradizione famiglia

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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #250
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    C'era un volta un bimbo: nei giorni pari è maschio
    Gli alchimisti gender colonizzano il teatro ragazzi
    di Marco Guerra
    Il comma 16 della riforma della scuola e gli otto disegni di legge volti ad introdurre l’educazione di genere negli istituti di ogni ordine e grado non hanno ancora trovato un sbocco concreto all’interno dei corsi curriculari. Ma in Italia spesso quello che esce dalla porta rientra dalla finestra, ed è così che le strategie di indottrinamento stanno facendo leva sulla grande capacità dell’esperienza teatrale di influire sull’immaginario collettivo dei ragazzi. I simboli, le immagini, la scena e gli attori in carne ed ossa stimolano molte più forme di apprendimento di un semplice testo scritto.
    D’altra parte i genitori, in genere, si fidano della scuola frequentata dal figlio e, ai più, spettacoli dal titolo un po’ stravagante come ‘Fa’afafine’ o ‘Di che famiglia sei?’ non destano alcun sospetto per il quale valga la pena di negare l’autorizzazione a mandare il ragazzo a teatro.
    Poi invece si scopre che dietro il solito nobile intento di combattere il bullismo e le discriminazioni si celano (ma neanche più di tanto) esibizioni che hanno l’obiettivo di combattere quelli vengono presentati come stereotipi (l’antropologia umana) e di presentare nuovi modelli di identità e di genitorialità a cui tutti possono aderire. Insomma l’ideologia gender va in scena con i patrocini di diverse istituzioni e il pubblico pagante sono i nostri figli iscritti alle scuole dell’obbligo.
    Le ultimi due episodi arrivano da Bolzano e Genova. Nel capoluogo altotesino il consigliere di Alto-Adige nel cuore, eletto nel quartiere “EuropaNovacella”, Diego Salvadori ha raccolto le segnalazioni di diversi esponenti locali di generazione famiglia proprio riguardo alla messa in scena per le scuole medie del suddetto spettacolo ‘Fa’afafine’ (parola usata nelle isole Samoa per indicare gli uomini trans-gender). Nella fattispecie ‘Fa’afafine’ sarà proposto in orario scolastico alle scuole medie. Per avere un’idea della pièce basta vederne qualche breve presentazione su youtube, dove viene presentato il protagonista, ovvero Alex, giovanissimo ragazzo con una disforia di genere molto marcata, capita infatti che “i giorni pari è maschio e i giorni dispari è femmina”.
    Il leitmotiv di tutta l’opera è dunque il tema della transessualità e della sessualità non definita. Sempre nella presentazione dello spettacolo, viene ribadito che Fa’afafine è un termine “che, nella lingua Samoa, definisce coloro che sin da bambini non amano identificarsi in un sesso o nell’altro, un vero e proprio terzo sesso cui la società non impone una scelta, e che gode di considerazione e rispetto”. Si mette dunque in discussione l’identità sessuata maschile e femminile presentandola come un ruolo di genere imposto dalla società. Temi quanto meno controversi, se non chiaramente antiscientifici, proposti ad un pubblico di 11 anni che, nella maggioranza dei casi, non possiede gli strumenti adeguati a vagliare e formulare una critica ragionata su una proposta culturale di questo tenore.
    Oltretutto, stando alle segnalazioni dei genitori, nel proporlo alle classi i dirigenti scolastici si sono guardati bene dallo specificare di cosa si trattasse. Per questo motivo, il consigliere Salvadori ha chiesto che venga fatta un’informativa completa sullo spettacolo e che ai genitori sia data la possibilità di optare per un’attività scolastica alternativa. Per ora, tuttavia, restano in programma circa 200 repliche dello spettacolo che potrebbero raggiungere circa 40mila studenti di Bolzano e provincia.
    Come già detto, l’indottrinamento passa anche per il palco di un teatro genovese. Nel capoluogo ligure lo spettacolo, un monologo, è rivolto alle sia scuole medie che alle elementari. Basta dire che ‘Di che famiglia Sei?’ è ideato e proposto da Officine Papage in collaborazione con l’Associazione famiglie arcobaleno. La storia racconta di due bambini separati da un muro, “da una parte le famiglie formate da un uomo e una donna sposati con figli e dall’altra tutte le altre”, e sarà proprio l’amicizia tra i due bambini a far cadere questo muro.
    Anche in questo caso la presentazione sul sito della compagnia dice senza giri di parole che “lo spettacolo riflette sull’evoluzione dei legami familiari nella nostra società: famiglie allargate o monogenitoriali, famiglie arcobaleno”. Non ci è voluto molto, quindi, prima che da numerose scuole arrivassero segnalazioni ai rappresentanti locali del Comitato Difendiamo i Nostri Figli.
    Eppure, gli spettacoli appena descritti non sono stare le prime opere teatrali pro-gender ad essere state proposte ad un pubblico di giovani studenti. Generazione famiglia ha raccolto diversi titoli in un dossier che mette a fuoco solo lo scorso anno scolastico. Si va da ‘Cenerentolo’, versione rovesciata della famosa favola, ad ‘La bella Rosaspina addormentata’ che si risveglia è si innamora di quella che in realtà e una principessa dalle sembianze di un principe; e poi ancora ‘Tu Cher dalle stelle che vede il protagonista alle prese con genitori pieni di pregiudizi “che non riescono a vedere che non esistono differenze tra i generi”, per arrivare infine a ‘XXYX’ spettacolo che affronta “l’incapacità di gestire l’indeterminatezza di genere”.
    I classici della letteratura per ragazzi probabilmente sono considerati superati e poco funzionali alla destrutturazione dell’identità. Evidentemente questi nuovi alchimisti delle coscienze non hanno capito quale materia hanno fra le mani, e quali corde ed equilibri vanno toccare. Ancora una volta vale dunque la pena ribadire che i bambini non possono essere oggetto di esperimenti sociali.
    C'era un volta un bimbo: nei giorni pari è maschio Gli alchimisti gender colonizzano il teatro ragazzi

    Antifascisti aggrediscono una famiglia della “Manif Pour Tous” (VIDEO)
    Davide Romano
    Un’aggressione vigliacca ai danni di un padre di famiglia che, in compagnia di moglie e figli, si stava recando ad una dimostrazione della Manif Pour Tous a Parigi. A compiere l’aggressione un gruppetto di antifascisti francesi, che al grido di “vi ammazziamo brutti bastardi!”, non si sono fatti remore a picchiare l’uomo davanti ai figli. La Manif Pour Tous è un movimento che difende la famiglia tradizionale e che è nato con lo scopo di opporsi alla legge Taubirà sui matrimoni e le adozioni per le coppie gay. Spesso esponenti pacifici della Manif Pour Tous hanno subito attacchi verbali e fisici da parte dell’estrema sinistra francese.
    Francia: Antifascisti aggrediscono una famiglia della "Manif Pour Tous" (VIDEO), estrema sinistra, matrimoni gay, legge taubirà | IL PRIMATO NAZIONALE


 

 
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