Per Saviano l'omofobia si nasconde anche dentro i ghiaccioli
Roberto Saviano racconta un episodio della sua adolescenza per sostenere che persino i ghiaccioli siano omofobici. Il Fior di fragola sarebbe da femminucce, mentre il Lemonissimo è da maschietti
Francesco Curridori
Il "Fior di fragola"? È da ragazze. Il "Lemonissimo"? È da maschi.
Secondo Roberto Saviano l'omofobia passa anche per la scelta dei gelati. L'autore di Gomorra lo spiega con un post su Facebook in cui ripercorre un episodio della sua adolescenza che deve averlo traumatizzato.
"Avevo 12 anni e andavo al mare a Paestum. Sulla spiaggia giocavamo a calcio balilla e chi perdeva, per punizione, veniva costretto a mangiare il Fior di Fragola, "il gelato delle femmine". Il Lemonissimo, di contro, era "il gelato dei maschi", che solo chi vinceva poteva permettersi, Così leccare il ghiacciolo rosa era da "ricchioni", racconta lo scrittore che, poi, aggiunge: "l'omofobia si sedimenta da quando sei bambino: gergo, punizioni, leggende". Ora, 26 anni dopo, gli offrono nuovamente un ghiacciolo, lui inizialmente rifiuti ma poi ci ripensa e accetta. Così si conclude il toccante racconto di Saviano che, però, non entusiasma i suoi lettori.
Sono tantissime le critiche che gli arrivano. Un utente si domanda: "Quindi la coccarda o il fiocco azzurro/rosa che si usa in occasione delle nuove nascite in realtà nasconderebbe una velata omofobia? Giusto? Per non parlare del sessismo! Bisogna aspettare che il/la bambin* decida se essere maschio o femmina e poi si decide il colore della coccarda. Vero Savià?". Uno lo definisce "erore della banalità", un altro, probabilmente suo conterraneo, scrive: "Mai sentita una cazzata del genere. Non esiste. Cosa non faresti per un momento di gloria, di attenzione, sei patetico!!! Come a dire: chi mangia il calippo ama fare sesso orale...veramente patetico. Vai a lavorare nei campi che impari a vivere". Insomma, stavolta Saviano ha veramente toppato.
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Se non si può dire «wlf»
di Giuliano Guzzo
Attenzione, cari eterosessuali, a dichiaravi tali. Potrebbero toccarvi i Carabinieri. Sul serio. E’ quanto successo a un imprenditore di Latina che, nel giorno in cui nella città laziale sfilava il Gay Pride, ha affisso fuori dalla finestra di casa sua uno striscione bianco con sopra una scritta molto chiara a proposito delle proprie preferenze sessuali: «W la f..a». Provocazione, come si diceva, costata a costui una visita dei militari dell’Arma. L’uomo, scrivendo alla redazione del sito Latina24ore.it, ha cercato di motivare così la goliardata: «Comprendo la frase di impatto forte, ma [… ] posso essere anche io libero di esprimere i miei gusti sessuali?».
In effetti, se da una parte l’orgoglio gay non solo esiste ma gode da anni di legittimazione e di immunità mediatica – al punto che le tendenze omosessuali, oggi, sembrano quasi oggetto di vanto – non si comprende per quale motivo, invece, l’orgoglio etero dovrebbe costituire un problema. Eppure a questo punto siamo, con una liberazione della sessualità del tutto unilaterale. Come se fosse la cara vecchia condizione eterosessuale ad essere una malattia. Che poi, a ben vedere, è esattamente ciò che ebbe a sostenere uno dei fondatori e guru del movimento omosessuale italiano, lo scrittore e filosofo Mario Mieli (1952–1983).
«L’eterosessualità – scrisse il Mieli – è patologica, poiché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi moderna e […] è anche uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p.39). Posto che, in generale, sarebbe opportuno la sessualità – in quanto tale – tornasse a fare rima con pudore, questo sconosciuto, oggi siamo quindi al punto che se dichiari di provare un’attrazione omosessuale, passi subito per eroe. Se invece, con una goliardata, rivendichi una preferenza sessuale opposta, rischi di passare dei guai. Tutto questo in nome della libertà. Ovvio.
Se non si può dire «wlf» ~ CampariedeMaistre




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