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Discussione: Vai col gender!

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    Predefinito Re: Vai col gender!

    La dittatura del pensiero gender colpisce ancora
    di Andrea Zambrano
    Finirà così: che verranno a prenderci mentre preghiamo con le candele accese al buio mentre le porte della chiesa sono sprangate. È una visione tropo pessimistica? Può darsi, ma almeno è giustificata. Perché qui non è un problema di libertà religiosa, ma di temperatura della fede: deve essere tiepida, né troppo accalorata, che guasta i manovratori, né troppo fredda, sennò il buonismo ne risentirebbe. Ci vuole una fede alla monsignor Cipolla, neo vescovo di Padova che per il dialogo con i musulmani sarebbe disposto a gettare alle ortiche le tradizioni cattoliche. Non ci vuole certo la fede di quei vescovi e preti che difendono dottrina, consuetudini, tradizione e magistero.
    Due casi emblematici che hanno come protagonisti due vescovi. Sono accaduti entrambi in Emilia Romagna, regione dove è più facile contare su forze politiche e sociali laiciste e anticattoliche, che alla bisogna portano acqua al progetto di riduzione della fede a accessorio neutrale. L'arcivescovo di Ferrara Luigi Negri è stato preso in castagna mentre parlava al telefono sul Frecciarossa con un non meglio precisato interlocutore. Che cosa ha fatto? Sembra che abbia espresso delle sue valutazioni personali sull'operato di questo Papa. E' bastata la presenza di un giornalista in treno, o di un delatore che ha poi riferito al giornalista, per sbattere Negri in prima pagina sul Fatto Quotidiano, il quale ci ha sapientemente costruito una notizia per screditarlo agli occhi dei fedeli e del mainstream. «Ecco il vescovo che vuole la morte di Bergoglio». Frase assassina, per la verità, che Negri non ha mai detto e che non è riportata neanche nell’articolo. E in ogni caso, qualsiasi opinione personale avesse espresso in un contesto privato, sarebbe stata messa nero su bianco come se avesse scritto una lettera pastorale ai fedeli. Lui ha reagito anzitutto parlando al suo popolo, da pastore: «Cari fedeli, tranquilli: se ho qualche cosa dire al Papa, gliela dirò attraverso le forme e i modi che mi sono concessi dall'essere io un successore degli apostoli, con rispetto della sana Dottrina». Il problema, e in pochi lo hanno notato è un altro: è giornalismo questo? Carpire all'insaputa dell'interessato delle frase che lui ha pronunciato in privato e poi pubblicarle senza verifiche, non è giornalismo, ma è una rapina a mano armata del pensiero. Quel che resta è che un successore degli apostoli deve stare attento anche a come parla in privato. Se non avessimo letto 1984 di Orwell penseremmo a uno scherzo. In realtà siamo già all'avverarsi di questa profezia: occhio che la delazione è sempre in agguato e la polizia del pensiero è pronta a fartela pagare.
    Secondo episodio, non meno grave. Il settimanale l'Espresso ha infiltrato un cronista in una riunione a Torino dell'associazione "Courage", che, nata negli Stati Uniti, è sbarcata anche in Italia per offrire sostegno spirituale agli omosessuali che vogliono cercare una vita più ordinata e più casta. L'operazione è stata fatta con grande sprezzo delle regole: il cronista si finge omosessuale, chiede di partecipare, ascolta, racconta una storia inventata, carpisce le reazioni degli interlocutori e poi le pubblica sul giornale per dimostrare la tesi che questa associazione, ospitata in tre diocesi italiane, Roma, Torino e Reggio Emilia e presto Milano, è omofoba e omofoba è la Chiesa che li ospita.
    La cosa non ha lasciato insensibile il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca che è intervenuto con l'autorevolezza del pastore per dire che il fingersi giornalista per rubare uno scoop è sbagliato, ma anche per chiarire che quei percorsi, che la Diocesi ospita mettendo un sacerdote come assistente, sono di tipo spirituale e volti alla scoperta della castità sessuale anche per gli omosessuale. Apriti cielo. Partiti, non solo di sinistra, associazioni laiciste, sindacati, gli immancabili partigiani e persino il sindaco di Reggio Emilia sono intervenuti per dire la loro. Il leit motiv è sempre quello: quanto è omofoba la Chiesa. Tutti, ripeto, tutti, hanno fatto finta di non leggere la prima riga del comunicato di Camisasca: «Alcune persone con tendenza omosessuale si sono rivolte a me chiedendomi aiuto». La mossa del vescovo di Reggio parte dunque da una richiesta di aiuto. Questo non si è voluto vedere: d'altra parte è impensabile ammettere che chi ha una vita disordinata con tendenza omosessuale a un certo punto possa arrivare a chiedere aiuto semplicemente perché sta male. No, la società ci dice che l'omosessualità è un valore da promuovere, dunque se stai male, canta che ti passa. Oppure arrangiati.
    Ovviamente, solo alcuni temerari hanno espresso solidarietà pubblica al vescovo di Reggio Emilia. Noi lo facciamo qui, in questa denuncia che ci riguarda come giornalisti impegnati nel raccontare la vita della Chiesa utilizzando come strumenti la nostra coscienza e le regole del rispetto umano. Come dimostra questo episodio, che ha umiliato un vescovo nel suo esercizio pastorale di guida spirituale attenta alla fede dei suoi fedeli, tutti i suoi fedeli, è espressamente vietato entrare in questioni che afferiscono la sessualità. Pena lo sputtanamento generale. Una volta, i cattocomunisti avevano imposto la linea che le questioni di fede erano un dato meramente privato, quello che accadeva in pubblico doveva avere come unico metro di paragone la Costituzione repubblicana.
    Ci sono carriere politiche ed ecclesiastiche che hanno preso il volo con queste regole d'ingaggio. Ma questa deriva oggi è troppo naif, serve uno scatto ulteriore. Serve un'invasione nel privato perché il pericolo è troppo elevato. Vietato dire cose sconvenienti nel chiuso delle stanze, perché vi verremo a stanare anche lì. E non useremo come la Stasi le cimici nascoste sotto i lampadari, ma useremo come forza d'urto la stampa, che attraverso versioni mediatiche consolidate, ma mai verificate, saprà correggere questi pastori così poco inclini a rispettare il padrone del vapore. É un clima che va denunciato, perché se anche i vescovi devono sentirsi spiati in casa loro, allora vuol dire che non solo il fumo di Satana è entrato, ma anche le sue orecchie.
    Linciato il vescovo che offre aiuto agli omosessuali

    Il caso dell'uomo transage che crede di essere una bambina
    L'uomo transgender e transage: ha 52 anni ma vive come una bambina di sei anni
    Giulia Bonaudi
    Se finora conoscevate solo i transgender, come Vladimir Luxuria o Efe Bal, e i transracial (dall'inglese transraziale) come Rachel Dolezal, forse non siete così aggiornati: infatti, la nuova frontiera dei "trans" sono i transage, letteralmente "transetà".
    Ormai neanche i più progressisti riescono a tenere il passo con questa modernità incalzante, che ogni giorno sembra infrangere un nuovo tabù.
    In un'intervista rilasciata al sito The Daily Xtra, Stefonknee Wolscht (precedentemente Paul) racconta la sua difficile esperienza come persona transgender, nel passaggio da uomo a donna. Fin qui, direte, non c'è nulla di nuovo per gli standard "progressive" a cui siamo abituati. Tuttavia, durante l'intervista, emerge un altro dato quanto meno singolare: Wolscht, infatti, non solo si sente una donna nel corpo di un uomo, ma si sente una bambina nel corpo di un 50enne.
    L'uomo, o forse sarebbe più preciso dire la bambina, è venuto allo scoperto all'età di 46 anni, quando ha svelato la sua "vera vita" alla moglie e al figlio di sette anni.
    “Ci sono giorni nei quali dimentico il mio passato”, ha spiegato Wolscht. “Non posso negare di essere stato sposato. Non posso negare di avere un bambino”, ha ammesso. “Ma adesso sono andato oltre e sono tornato ad essere un bambino. Non voglio essere un adulto in questo momento e così vivo la mia vita nel modo in cui avrei voluto viverla quando andavo a scuola".
    A molti verrebbe da pensare che non c'è nulla di strano, sono in tanti ad essere affetti dalla famosa sindrome di "peter pan" e a sentirsi ancora bambini dentro. Ma qui è diverso: Wolscht non parla in astratto. Lui vuole realmente essere un bambino.
    "Io ho una mamma e un papà. Una mamma e un papà che si sentono sereni con la mia scelta di essere una bambina". “Mi diverto molto con la loro nipotina. Coloriamo, e ci divertiamo facendo cose da bambini. Si chiama terapia del gioco. Nessuna medicina, nessun pensiero suicida. E così penso solo a giocare”, ha aggiunto Wolscht.
    Sembrerebbe che un nuovo confine sia stato varcato.
    Il caso dell'uomo transage che crede di essere una bambina - IlGiornale.it


  2. #72
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Non fai il Gioco del rispetto? Fuori dalla scuola!
    di Stefano Fontana
    Chiedono precisazioni sul POF e il loro bambino viene depennato dalla scuola. Può essere riassunta così la nuova puntata triestina del divieto ai genitori di sapere con precisione cosa si voglia insegnare a loro figlio nella scuola pubblica. Ripeto: con precisione, perché quanto a belle frasi, spesso in sociologese e in pedagogese, i dirigenti e gli amministratori pubblici ne dicono tante. Però non chiariscono quanto deve essere chiarito, non escludono quanto deve essere escluso, non garantiscono quanto deve essere garantito. Gli argomenti eticamente sensibili aumentano ma i genitori preoccupati e impegnati non trovano risposte.
    A Trieste, la scorsa primavera, Amedeo Rossetti era andato nella scuola di suo figlio, aveva preso il suo bambino in braccio e se l’era portato a casa. Il fatto aveva assunto rilievo nazionale e sicuramente molti lo ricorderanno. Il motivo era che il comune, la dirigente e le insegnanti volevano realizzare un progetto dal titolo “Il Gioco del rispetto” senza averlo minimamente spiegato ai genitori, al punto che Rossetti lo aveva saputo per puro caso. Queste sono cose vecchie, che però non muoiono, evidentemente, perché ad inizio del nuovo anno scolastico 2015/2016 il contrasto famiglia Rossetti-scuola comunale si è ripetuto.
    La famiglia Rossetti aveva semplicemente tenuto a casa il bambino: figurava iscritto ma assente. All’inizio del nuovo anno la scuola avverte che se il bambino non frequenta la scuola deve essere tolto d’ufficio per lasciare posto ad un altro in graduatoria. Giusto. Rossetti però spiega che lui non lo manda a scuola semplicemente perché non ha ancora visto il POF. In Italia, infatti, le scuole iniziano in settembre e il POF – cioè la comunicazione di cosa insegneranno ai nostri figli – viene approvato dopo. Parecchio dopo. Intanto tutto procede “sulla fiducia”. Ma ormai i tempi della fiducia a scatola chiusa sono finiti. Rossetti tiene il punto, anche perché il ministro, nella famosa circolare in cui rassicurava le famiglie sul Gender, aveva garantito trasparenza.
    Finalmente il 29 ottobre – notare: il 29 ottobre! - il POF viene approvato (nel frattempo il piccolo è sempre iscritto ma assente). I coniugi Rossetti lo leggono e notano molti punti poco chiari soprattutto quando si parla di non meglio precisati “progetti”, di interventi contro “pregiudizi e stereotipi”, di “pluralità delle culture familiari”, di educazione alle “diversità” e così via. Sono espressioni-fessura in cui ci si può far passare di tutto e, giustamente, i genitori sono in allarme. Anche perché nei POF delle scuole comunali di Trieste non si fa più alcun riferimento al “Gioco del rispetto”, ma l’assessore aveva pubblicamente dichiarato che dall’anno scolastico 2015/2016 il “Gioco del rispetto” sarebbe stato attuato in tutte le scuole del comune. Non se ne parla nei POF ma lo si vuole introdurre. Forse attraverso quelle fessure?
    Per questi motivi i due genitori scrivono alla dirigente comunale responsabile chiedendo dettagliate informazioni sulle frasi ambigue del POF. La risposta finalmente arriva. E’ datata 20 novembre, ormai dall’inizio della scuola sono passati quasi tre mesi. La dirigente deve anche essersi impegnata, perché ha scritto ben tre pagine di risposta. Ha iniziato col ricordare al Rossetti che c’era stata una riunione il 21 ottobre a cui lui avrebbe potuto porre quelle domande sul POF in quella sede. Ma la cosa è impossibile dato che il POF è stato approvato successivamente, precisamente otto giorni dopo. Poi la lettera passa alle risposte, che però sono evasive come era evasivo il POF. I dubbi dei genitori non sono stati affrontati, non si è detto quali progetti saranno messi in atto e con quali partners. Non si è detto se il “Gioco del Rispetto” o altri che in questo periodo allarmano i triestini sarà svolto nella scuola frequentata dal piccolo Rossetti. Se la dirigente dice che saranno attuati progetti finanziati dalla regione o da altri enti pubblici non dice assolutamente niente di significativo. Se scrive che gli obiettivi sono di formare al rispetto a alla reciproca convivenza fa affermazioni generiche che non possono soddisfare chi ha già sperimentato che senza dirgli nulla si voleva attuare un progetto secondo lui pericoloso per il proprio bambino.
    Morale della favola: il comune ha dato alla famiglia un ultimatum per il 27 novembre dopo di che ha proceduto d’ufficio a togliere il bambino dall’iscrizione alla scuola. Non si poteva tenere occupato un posto per niente … però la causa era che il comune non aveva informato per tempo ed esaurientemente i genitori. Perché i POF non sono pronti ad anno scolastico iniziato? Perché non sono dettagliati ma molto generici? Perché adoperano frasi che ormai tutti sanno che si possono interpretare in mille modi? E perché non parlano del “Gioco del Rispetto” mentre l’assessore ha garantito che lo si farà? Lo si farà senza metterlo nel POF? Quindi all’insaputa dei genitori?
    Il risultato è chiaro: chiedete un po’ troppo cosa voglia fare la scuola dei vostri figli e ve li ritroverete radiati dalla scuola.
    Non fai il Gioco del rispetto? Fuori dalla scuola!

    In Grecia si discute di unioni omosessuali
    Il governo di Tsipras ha presentato un disegno di legge molto atteso: è timido ma accettabile, secondo i movimenti per i diritti LGBTI, e molto criticato dalla Chiesa ortodossa
    LOUISA GOULIAMAKI
    Lunedì 14 dicembre una commissione parlamentare greca ha iniziato a discutere un progetto di legge per legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso. La proposta era stata fatta lo scorso giugno dal governo di Alexis Tsipras mentre i precedenti governi avevano bloccato qualsiasi tentativo di legiferare su questo tema.
    Con la vittoria nel gennaio del 2015 di un governo di estrema sinistra guidato da Alexis Tsipras gli attivisti e le attiviste delle comunità LGBTI speravano che la legge potesse essere approvata in tempi più rapidi. Ma a causa della convivenza forzata di governo con il piccolo partito di destra dei Greci Indipendenti («e la persistenza di idee omofobiche anche nelle aree politiche di sinistra», precisa il Guardian) la questione è stata rimandata di quasi un anno.
    La nuova legge – che dovrebbe passare grazie al voto dell’opposizione di centrosinistra – ha come obiettivo principale estendere alle coppie omosessuali gli stessi diritti che hanno le coppie eterosessuali, quindi diritti che hanno principalmente a che fare con la successione e la possibilità di fare una dichiarazione dei redditi comune. I movimenti per i diritti LGBTI non sono completamente soddisfatti: «Il disegno di legge non prevede l’uguaglianza davanti alla legge, soprattutto per quanto riguarda l’adozione e l’affidamento dei figli, ma è un primo passo», ha detto l’attivista Leo Kalovyrnas al Guardian.
    La società greca è molto conservatrice dal punto di vista dei diritti: l’anno scorso il ministro della Giustizia del precedente governo, Haralambos Athanasiou, aveva bloccato il tentativo di una riforma su questo tema dicendo in un’intervista televisiva che le unioni omosessuali rappresentavano un «pericolo» per una nazione che rispetta le tradizioni. E ancora: «Non voglio parlarne, non riesco a concepirle. Quali saranno le conseguenze? Poi finiremo con il parlare di adozioni da parte di coppie dello stesso sesso?».
    In Grecia ci sono poi le forti resistenze della Chiesa ortodossa che in occasione del recente dibattito hanno raggiunto livelli molto violenti. Dopo la notizia della nuova proposta di legge, il vescovo Ambrosios di Kalavryta ha scritto sul suo blog che gli omosessuali sono degli «scherzi di natura»: «In qualunque momento e in qualunque luogo li incontri, sputa su di loro. Condannali, denigrali. Loro non sono umani, sono scherzi di natura». I rappresentanti dei movimenti LGBTI hanno detto che denunceranno il vescovo, e molti giornali hanno pubblicato delle vignette in cui si vede Ambrosios con un ciondolo a forma di svastica o con la faccia di Adolf Hitler mentre benedice un membro del partito neonazista Alba Dorata e lo incita ad aggredire gli omosessuali. Il diritto canonico degli ortodossi prevede che ci si possa sposare anche tre volte, ma esclude esplicitamente le unioni tra persone dello stesso sesso.
    In Grecia si discute di unioni omosessuali - Il Post



  3. #73
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Slovenia, no a nozze gay e adozioni nelle coppie omosessuali
    Abolita con un referendum la legge voluta dal governo di centro sinistra. Mobilitazione della Chiesa e della vicina Croazia
    La Slovenia ha respinto con un referendum la legge che regola l'istituto della famiglia e che ammetteva anche i matrimoni gay e l'adozione per le coppie omosessuali. I "no" alla legge hanno prevalso sui "si" (63% per l'abrogazione della legge contro il 37% dei sostenitori con il 93% dei voti conteggiati dalla Commissione elettorale .
    Gli sloveni erano chiamati a decidere se mantenere o annullare la legge approvata a marzo scorso dal Parlamento, che equipara i diritti delle coppie gay a quelli delle coppie eterosessuali, permettendo loro anche il matrimonio e l'adozione dei bambini. Il quesito sul quale erano chiamati a esprimersi gli 1,7 milioni di elettori sloveni era il seguente: 'È lei favorevole a che entri in vigore la legge su modifiche e integrazioni alla legge relativa a matrimonio e famiglia, che il Parlamento ha approvato il 3 marzo 2015?'. L'attuale governo del primo ministro Miro Cerar, di centro-sinistra, ha sostenuto la nuova legge, mentre il principale partito di opposizione, cioè il Partito democratico sloveno di centro-destra, era contrario. Con questo voto la Slovenia è uno dei primi Paesi che approva una legge di uguaglianza dei diritti degli omosessuali per poi revocarla. Già nel 2012 si era tenuto un referendum sui diritti degli omosessuali, in cui circa il 55% degli elettori si erano opposti a dare più diritti alle coppie gay, negando anche l'ok alla possibilità di adottare i figli del proprio partner.
    Slovenia, no a nozze gay e adozioni nelle coppie omosessuali - Repubblica.it

    Referendum in Slovenia sul matrimonio gay: vince il NO e non di poco
    di Alessio De Giorgi
    Ben il 63% degli sloveni contrari al matrimonio gay: netta la vittoria al referendum
    63,3% di voti contrari al matrimonio gay e 36,7% di voti favorevoli con il 98% dei voti contati: alla fine il fronte del NO alla nuova legge che dal marzo 2015 estende alle coppie dello stesso sesso il diritto di sposarsi ed di adottare figli l'ha spuntata. Neppure nella capitale, l'europeissima Ljubljana, il sì l'ha spuntata: 49,5% contro il 50,5%, .
    E la vittoria al referendum infervorerà sicuramente gli animi dei cattolici italiani, ma non solo: dopo il successo del Front National in Francia alle ultime elezioni regionali, c'è chi dice che sarà il matrimonio voluto dal Presidente Hollande il prossimo obiettivo.
    Referendum in Slovenia sul matrimonio gay: vince il NO e non di poco - Gay.it

    Slovenia fa il bis
    No alle adozioni e alle nozze gay
    di Guido Villa
    Domenica 20 dicembre il popolo sloveno ha votato a grande maggioranza a favore di un referendum abrogativo della nuova legge sulla famiglia, approvata dal Parlamento nel marzo di quest'anno, che permetteva il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la possibilità, per le coppie omosessuali, di adottare bambini. Inoltre la legge impegnava lo Stato a organizzare nelle scuole e nelle strutture sanitarie corsi di «preparazione alla vita familiare», pretesto con il quale si intendeva introdurre la propaganda in favore dell’ideologia gender.
    Già tre anni e mezzo fa gli sloveni avevano respinto una modifica alla Legge della famiglia. Allora, a fronte di un'affluenza alle urne di circa il 30% degli aventi diritto, il 55% degli elettori aveva votato “Sì” all'abrogazione della legge. Domenica scorsa la percentuale dei favorevoli all'abrogazione della legge è cresciuta fino a giungere al 63,53%, quasi i due terzi dei votanti. L’organizzazione di questo referendum ha seguito il canovaccio dell’iniziativa, coronata da successo, di tre anni fa. Subito dopo l’approvazione della legge, l'associazione civica Za otroke gre (Si tratta dei bambini), ha avviato una richiesta di indizione di referendum, raccogliendo in pochissimi giorni 80.000 firme, il doppio di quanto richiesto dalla legge slovena.
    Come avvenuto per la precedente consultazione referendaria, anche questa volta il governo di centro-sinistra al potere si è opposto, e con il supporto di un’ampia maggioranza parlamentare ha impugnato l’iniziativa referendaria dinanzi alla Corte Costituzionale, affermando che essa andava a ledere i diritti civili delle persone con tendenza Lgbt. Anche in questo caso, tuttavia, la Consulta slovena ha respinto il ricorso del governo, così che si è giunti al referendum di domenica scorsa con esito positivo per i difensori della famiglia naturale.
    Come accaduto tre anni fa, l’associazione civica Za otroke gre, guidata da laici cattolici impegnati nel sociale, è riuscita a coagulare attorno a questa iniziativa un ampio ventaglio di forze sociali e religiose: la Chiesa cattolica (il 77% degli sloveni è di religione cattolica), la Chiesa ortodossa, l'Sds - il principale partito di opposizione di centro destra dell'ex primo ministro Jansa - oltre a molti esponenti della cultura, credenti e atei. Dall'altra parte della barricata vi erano i partiti dell'attuale maggioranza di governo di centro-sinistra del premier Miro Cerar, l'associazionismo di sinistra e di tendenza Lgbt, nonché la locale comunità luterana.
    La vittoria – soprattutto nelle proporzioni in cui essa si è manifestata - è tanto più significativa in quanto ottenuta sfidando il vento contrario della propaganda mediatica. Come ha affermato Ales Primc, uno dei leader referendari, al momento di avviare questa iniziativa lo scorso marzo, gli avversari del referendum «hanno i media, hanno la maggioranza dei due terzi in Parlamento, hanno il sistema giudiziario, hanno tutte le aziende pubbliche e possibilità di finanziare tali imprese quasi senza limite». Tuttavia, aggiungeva Primc, «tutto questo non li aiuta, se la volontà di Dio è diversa. Allora [in occasione del precedente referendum, n.d.R.] ci siamo messi a disposizione della volontà di Dio, e ci metteremo a disposizione anche ora, con le nostre mani, i nostri piedi e la nostra mente». Non sorprende quindi che durante la campagna referendaria i fautori della nuova legge sulla famiglia abbiano messo in atto azioni intimidatorie, giungendo perfino a denunciare alla magistratura il portale dell'associazione, 24kul.si, in quanto, a loro parere, esso era «nella sua interezza utilizzato per diffondere omofobia e sessismo facendo uso di argomenti pseudoscientifici ».
    Le reazioni ai risultati del referendum mostrano come il fronte favorevole alla nuova Legge sulla famiglia, pur accettando il risultato scaturito dalle urne, non si dichiari per vinto, e sia pronto a continuare a dare battaglia. Come riporta il quotidiano sloveno Delo nella sua edizione online, Matej T. Vatovec, deputato del partito di maggioranza Zdruzene levice e relatore della Legge sulla famiglia, ha affermato che questo «è una questione che in Slovenia dobbiamo risolvere, ed è inaccettabile che i diritti dell'uomo continuino a essere violati e che le minoranze vengano discriminate», Secondo Violeta Tomic, deputata di Zdruzene levice, «i votanti hanno inviato un messaggio e mostrato qual è oggi la Slovenia: intollerante, tendente alla superstizione, facile da spaventare con fiabe e menzogne»
    Al contrario, Metka Zevnik, leader referendaria insieme ad Ale Primc, afferma invece di essere felice «poiché abbiamo protetto i nostri bambini, che continueremo a essere mamme papà felici… che continueremo a educarli come desideriamo secondo i nostri valori». Questa, ha proseguito la leader referendaria, è una vittoria per tutti i nostri bambini». Infine, il vescovo di Novo Mesto, Andrej Glavan, a nome della Conferenza episcopale slovena ha espresso il proprio sentito ringraziamento «a tutti i cittadini che si sono impegnati in favore dei valori della famiglia e per i diritti dei bambini».
    Slovenia fa il bis No alle adozioni e alle nozze gay

    Nozze gay, Adinolfi: "In Slovenia la Chiesa è scesa in campo, ora tocca alla Cei"
    "In Slovenia la Chiesa è scesa in campo. Per fermare il ddl Cirinnà serve ora l’impegno dei vescovi italiani". Questo è il messaggio che il direttore della Croce Mario Adinolfi, intervistato da IntelligoNews, vede emergere dal referendum sloveno che ha abolito il nuovo diritto di famiglia voluto dal governo di Lubiana. “E’ avvertito anche Renzi – ha spiegato Adinolfi – i leader socialisti che cavalcano l’onda Lgbt sono destinanti al disastro politico”.
    Allora Adinolfi, ieri la Slovenia ha detto “no” ai matrimoni e alle adozioni per le coppie gay. Per lei una grande soddisfazione…
    “E’ una vittoria importantissima, la Slovenia ha 272 km di confine con l’Italia, quindi è messaggio che dovrebbe arrivare quasi per osmosi nel nostro Paese. Si tratta di un popolo che si batte e di una scelta che viene presa sul piano democratico, non con operazioni giurisprudenziali. Abbiamo poi un responso netto, insomma si vince con 34 punti di distacco".
    La stampa europea non sembra dare rilievo a questa che lei definisce una “grande vittoria”?
    “Ci sono stati due referendum su questo tema, quello irlandese e quello sloveno, ovviamente su quello irlandese hanno aperto le prime pagine dei giornali. Dal punto di visto mediatico si capisce la lobby da quale parte lavora. In Irlanda la Chiesa non si impegnò, arrivò persino a “comprendere le ragioni” dei proponenti del matrimonio omosessuale. Quindi a me viene da riflettere su una questione: c’è una battaglia in corso, in Italia per il 27 gennaio è stato calendarizzato il ddl Cirinnà - che scimmiotta matrimonio gay e legittima de facto la pratica dell’utero in affitto - quindi abbiamo bisogno in questo momento di parole chiare dalla nostra Chiesa italiana”.
    Dunque qual è la lezione slovena?
    “Se ti batti vinci, se invece c’è la resa un po’ furbetta preventiva al vento che soffia nel mondo non puoi vincere. Noi dobbiamo organizzare una resistenza con tutte le forze che ci sono in campo, quindi io chiedo esplicitamente alla Chiesa di pronunciarsi con nettezza prima del dibattito parlamentare affinché sia chiara un’indicazione ai parlamentari cattolici”.
    Tornando alla strategia mediatica, sembra che anche la stampa italiana ignori del tutto il voto sloveno...
    “Ieri sul Corriere c’era una paginata intera di spot per l’utero in affitto, con le testimonianze di Veronesi. Che ci sia una centrale mediatica che faccia soffiare il vento da una direzione sola è evidente. La tv fa ancora più danni dei giornali che leggono in pochi. Rai, Mediaset e La 7 presentano sempre la stessa linea pro-lgbt in tutti i dibattiti in cui partecipo. E chi prova a contrastarla è un retrogrado. I conduttori stessi esplicitano sostegno al ddl Cirinnà per sgombrare il campo da ogni dubbio. Nei media siamo dentro questo film ma se si scoprono le carte del sostegno popolare si scopre che la maggioranza è fortemente contraria alle pratiche di filiazione per le coppie gay”.
    La resistenza può venire dall’Est del continente?
    “Si, c’è un vento da est molto netto, basta guardare alla Slovenia, alla Polonia, alla Russia e all’Ungheria. Ma ci tengo a sottolineare il ruolo dell’Italia che è decisivo. La resistenza in Italia è tre anni che si manifesta, il ddl Cirinnà fu il primo disegno di legge presentato nella nuova legislatura apertasi nel 2013. Quindi anche questo Paese ha degli anticorpi. E questa controffensiva può passare anche in altri Paesi, a partire da Francia e Spagna. Le politiche socialiste europee contro la famiglia portano infatti ai fallimenti dei leader socialisti europei. Anche al Parlamento europeo, pochi giorni fa, le direttive del partito socialista europeo sono state disattese e molti parlamentari del Pd hanno votato la mozione che condanna l’utero in affitto. In socialismo spagnolo ha devastato dall’esperienza Zapatero; così come socialismo francese, figlio del mariage pour tous, ha registrato un disastro alle regionali recuperato solo con il raggruppamento con i gollisti. Davvero Renzi vuole mettersi su questa china? Renzi guardi cosa accade ai leader socialisti europei che provano a cavalcare l’onda che interessa solo un segmento minoritario persino nel mondo omosessuale. La stragrande maggioranza dei gay non è interessata a mettere su famiglia con stravaganti pratiche come l’utero in affitto. Tenendo presente questo quadro, davvero Renzi vuole caratterizzarsi come leader di quella sinistra alla vigilia delle amministrative? Questa esperienza ha registrato clamorosi crolli di consenso per tutti i partiti di sinistra. Quello che è successo al Parlamento europeo dimostra che non riescono a tenere insieme nemmeno i loro eletti”.
    Allora chi sostiene tutto questo?
    "Questa è un’operazione mediatica di una lobby di generali senza esercito. La recente “marcia nazionale per i diritti”, tenutasi sabato 12 dicembre a Roma, ha visto partecipare appena 200 persone. Ora se ricordiamo piazza San Giovanni con un milione di persone capiremo da che parte va l’opinione pubblica che non è rappresentata dai giornali”.
    Nozze gay, Adinolfi: "In Slovenia la Chiesa è scesa in campo, ora tocca alla Cei" - IntelligoNews - quotidiano indipendente di informazione


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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Slovenia a rischio bombe democratiche .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #75
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Slovenia a rischio bombe democratiche .
    Purtroppo.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #76
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Purtroppo.
    Le dure leggi della democrazia , alla fine tra partigiani e marines c'è meno distanza di quanto si pensi .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  7. #77
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Le dure leggi della democrazia , alla fine tra partigiani e marines c'è meno distanza di quanto si pensi .
    Lavorano per lo stesso padrone.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #78
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    La Slovenia ha respinto i matrimoni gay grazie «alla mobilitazione dei laici»
    Il vescovo: «Hanno combattuto contro un’informazione univoca spiegando alla gente cosa stava accadendo». Sentinelle in piedi: «Andremo avanti»
    Benedetta Frigerio
    «Bisogna ringraziare i laici, che hanno combattuto anche tre anni fa quando stava per passare un’altra norma simile a questa e che includeva la diffusione dell’ideologia gender in ogni ambito della società». Dice così a tempi.it Franc Sustar, vescovo ausiliare di Lubiana. Il riferimento è al risultato del referendum sloveno del 20 dicembre con cui la maggioranza dei votanti (63 per cento) ha bocciato la legge sull’equiparazione dei diritti gay ed etero (compreso il matrimonio e l’adozione) approvata dal parlamento in marzo.
    FRA LA GENTE. La vittoria dei contrari è ancor più significativa se si pensa che le associazioni promotrici del referendum hanno raccolto in tempi record le 40 mila firme necessarie a indire la consultazione popolare (la cui legittimità è stata confermata dal Tribunale costituzionale dopo la richiesta di non ammissibilità avanzata dal parlamento). I promotori sono riusciti nell’impresa nonostante l’opposizione del governo in carica di centrosinistra e la campagna contraria dei media. Ci sono riusciti «stando fra la gente e risvegliando la società civile sui rischi di una tale equiparazione».
    Nel 2012 era accaduto qualcosa di simile. Anche allora si era tenuto un referendum sui diritti degli omosessuali, in cui circa il 55 per cento degli sloveni si erano opposto all’estensione dei diritti attraverso una legge che prevedeva la cancellazione di termini come “padre” e “madre”, modifiche linguistiche negli ambiti politici e sociali, l’insegnamento del gender nelle scuole e l’applicazione dell’ideologia nel campo medico. «E anche allora seguirono le proteste e un referendum che abrogò la norma».
    LO SCOPO DELLA NORMA. Questa volta, continua il vescovo, «la norma era anche più pericolosa di quella di tre anni fa, perché, oltre ad avere come scopo la diffusione dell’ideologia gender, equiparava in tutto e per tutto il matrimonio alle unioni fra persone dello stesso sesso, adozione compresa». Nonostante la maggioranza di estrema sinistra e i media si siano scagliati contro il referendum, «la mobilitazione in piazza delle Sentinelle in piedi slovene, i convegni, i dibattiti e le raccolte firme, sono servite a sensibilizzare il paese sull’importanza di fermare una deriva con conseguenze pesanti». La Chiesa si è espressa «con una dichiarazione della conferenza episcopale che ribadiva l’importanza della tradizione e della legge divina. Ma in prima linea c’erano i cittadini». Nessun vescovo ha parlato? L’arcivescovo metropolita di Lubiana, Stane Zore, ha ricordato che tutto, «dalla biologia alla Bibbia, dice che la realtà è evidente: solo gli uomini e le donne posso incontrarsi completamente generando altri esseri umani. Dunque, nessuna unione è equiparabile a questa».
    AZIONE CONGIUNTA. Blaz Karlin, membro delle Sentinelle in piedi slovene, conferma che «è stata un’azione congiunta, di chi come noi ha scelto il silenzio come forma di testimonianza, di chi ha spiegato alla gente le motivazioni tramite convegni e di chi ha cercato di agire attraverso l’informazione parallela sui social network». Karlin sottolinea l’importanza dell’attività del comitato “I bambini sono in pericolo”, «che ha raccolto le firme e si è appellata alla Corte Costituzionale», ma anche quella di tantissime associazioni che «hanno fatto del loro meglio». Il desiderio di reagire era tale che «nel nostro caso ci siamo costituiti in poco tempo e tramite i social network abbiamo radunato tante persone che aspettavano di scendere in piazza in questo modo, ordinato e silenzioso, una testimonianza per noi preferibile ai soli dibattiti». È stata la gente normale a muoversi: «Io sono un avvocato semplicemente desideroso di agire e colpito dalle manifestazioni delle Sentinelle in Italia. Ma tutti, padri e madri di famiglia, lavoratori, giovani si sono mossi».
    RISULTATO NON SCONTATO. Eppure, solo poche ore dopo la vittoria, continua Karlin, «un membro del governo ha spiegato che in due anni e mezzo occorrerà cercare di cambiare la formazione della Corte Costituzionale, così finalmente la legge passerà». Coscienti del fatto che «il partito di governo di estrema sinistra tornerà alla carica e che occorre rimanere vigili, resta il fatto che, trovandoci tutti i media contro, il successo non era per nulla scontato». Dato il clima, le forze e i mezzi a nostra disposizione, «questo per noi è un miracolo».
    Slovenia referendum, mobilitazione laica | Tempi.it

    Ho cambiato idea. Sulla Slovenia
    di Camillo Langone
    Ho cambiato idea, buon segno, mi sto rinnovando. Tanti anni fa andavo a Trieste e maledicevo gli sloveni perché ci avevano tolto Capodistria e un pezzo di Carso. Mai e poi mai sarei entrato in una trattoria delle loro, fra doline e foibe.
    Poi il mio amico Roberto Dal Bosco mi ha mandato una foto da Lubiana dove alla gostilna Sestica stava gustando il Medvedov prsut, prosciutto d’orso con marmellata di ginepro fatta in casa, un connubio di selvatico e domestico a soli 10 euri e 50, e il mio antislovenismo ha cominciato a barcollare: in Slovenia gli uomini mangiavano l’orso mentre in Italia si pretendeva che gli uomini si lasciassero mangiare dagli orsi (erano i giorni in cui in Trentino un’orsa mordace era morta per un’anestesia e gli zoolatri minacciavano di far polpette di veterinari e montanari).
    Adesso gli sloveni hanno votato contro matrimoni e adozioni omosessuali in misura del 63,3 per cento.
    e un referendum analogo fosse indetto anche da noi, gli italiani decadenti e senescenti voterebbero nello stesso modo? Ho qualche dubbio. Dio benedica gli sloveni che indomiti riconoscono l’esistenza della realtà.
    Ho cambiato idea. Sulla Slovenia

    Il guaio
    Pubblicato da Berlicche
    Se non avessi visto i tweet, ieri sera, probabilmente non avrei saputo di quello che è successo in Slovenia. E che è successo in Slovenia, direte voi?
    O meglio, lo chiedete se non siete parte di quella ristretta minoranza di persone che frequenta siti di informazioni cattoliche, oppure se non siete di quelli che leggono tutte le notizie su ogni sito possibile, fino alle più insignificanti.
    Il torinese medio, che legge solo “La Stampa“, invece, potrebbe essere tra quelli perplessi. Questo perché sul sito del giornale possiamo leggere di “Dominique, l’ex infermiera che ha scelto l’eutanasia” oppure “Torino, cagnolino sparisce nella grondaia: salvato dai vigili del fuoco“. Ma quello che non si riesce a trovare è la notizia che in Slovenia – nazione che, ricordo, confina con l’Italia – c’è stato un referendum che ha cancellato la legge su matrimoni e adozioni gay voluta dal loro governo di centrosinistra, che aveva cercato in ogni maniera di bloccarlo.
    Sì, avete letto bene. Quasi due terzi dei votanti sloveni (63,3% contro il 36,7%) ha affossato una legge che, secondo alcuni commentatori nostrani, dovrebbe essere inevitabile per il progresso delle nazioni. E non è la prima vlta. Già nel 2012 era successo un fatto analogo – lo ricordate, vero? No? Non ne hanno parlato tutti i giornali…con la differenza che, da allora, la percentuale dei contrari è salita di quasi il 10% del totale.
    Però di tutto questo un ascoltatore dei radiogiornali di stamattina non avrebbe saputo niente. Evidentemente per la RAI ci sono argomenti più importanti, come una lunga intervista a Nuzzi sulle dichiarazioni di un boss. In questo sarebbe stata confortata dall’ANSA, sulla quale non vi è traccia di Slovenia. Ma in compenso, “‘Chiesa spaghetti volanti’ celebrerà nozze” e “Il centro di Roma invaso dai babbi Natale sui roller” sono ben evidenziate.
    Sul “Corriere” ho cercato, ma sebbene si possa apprendere della tragedia “Svalbard, valanga sulle case: due morti e 8 feriti” e ci sia la segnalazione dell'”Allarme siccità e inquinamento: in Bolivia scompare il lago Poopò“, del referendum tenuto appena oltre confine no, ci si è dimenticati.
    Onore al merito, “Repubblica” la notizia la dà. Verso il fondo. Senza foto. Con il sottotitolo inquietante “Mobilitazione della Chiesa e della vicina Croazia”. E con accanto “Due mamme o due papà il Natale dei bimbi arcobaleno” (con foto). Meglio che niente, eh. Così almeno si può apprendere la notizia e urlare “luridi omofobi” (cit.).
    Questa l’informazione italiana. O meglio, la non-informazione. Mi domando cosa sarebbe successo se le percentuali dei sì e dei no fossero state invertite…ma in fondo lo so. Lo sappiamo tutti.
    Ed è questo il guaio.
    https://berlicche.wordpress.com/2015/12/21/il-guaio/

    Galantino muove le pedine contro un nuovo Family Day
    di Riccardo Cascioli
    Ma che coincidenza! È in rampa di lancio una nuova manifestazione per la famiglia - dopo quella del 20 giugno – per fermare il riconoscimento delle unioni gay, e toh: il nuovo presidente del Forum delle Famiglie, Gigi (Gianluigi) De Palo, rilascia un’intervista in cui spara che il Family Day del 2007 «è stato uno dei più grandi fallimenti che abbia visto». Opera di revisionismo storico? Tentativo di rileggere la presenza dei cattolici nella società? Non esageriamo, l’operazione è molto più terra terra: colpendo quella del 2007 si cerca semplicemente di minare all’origine l’organizzazione di un’altra manifestazione in vista dell’arrivo in Senato del ddl Cirinnà, messo in calendario per il 26 gennaio.
    E ovviamente per la regia si riconosce la mano del segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino. Come si ricorderà aveva tentato già di bloccare in tutti i modi la manifestazione del 20 giugno, aveva convocato i leader di movimenti e associazioni blandendo e ricattando, aveva fatto fuoco e fiamme contro gli organizzatori, aveva dato anche interviste per sconfessare l’iniziativa a nome dei vescovi italiani (senza averne il titolo). Ma, preso in contropiede, ha dovuto subire un grave smacco: quel milione di persone festose in Piazza San Giovanni sono state la risposta più chiara ai nuovi clericali, oltre che a governo e Parlamento.
    Allora, in previsione di altre probabili puntate, monsignor Galantino ha cominciato a prepararsi nell'ombra: intanto in questi mesi ha di fatto “commissariato” tutti gli organismi laici legati alla CEI, non tanto per ideale quanto per dipendenza pecuniaria. Cominciando proprio dal Forum delle Famiglie: l’allora presidente del Forum, Francesco Belletti, pur persona leale e obbediente alle gerarchie, evidentemente aveva mal digerito il diktat al Forum di non partecipare alla manifestazione del 20 giugno e nell’occasione aveva pubblicato un comunicato che, pur prendendo le distanze dalle modalità della manifestazione, dava l’impressione di un «vorrei ma non posso». In effetti da quel momento Belletti è scomparso dalla scena, fino al termine del suo mandato e alla nomina del nuovo presidente il 28 novembre scorso.
    Scomparso anche Massimo Gandolfini dalla vice-presidenza di Scienza e Vita, l’associazione creata nel 2005 ai tempi del referendum sulla Legge 40: Galantino voleva la sua testa come punizione per essersi messo alla testa della manifestazione del 20 giugno. E la testa è rotolata. Dai Giuristi cattolici, guidati dal fidatissimo Francesco D’Agostino, è stato invece fatto sparire il vice-presidente Giancarlo Cerrelli, reo di essersi messo troppo in mostra nel contrastare i ddl Scalfarotto e Cirinnà.
    In questo quadro si può capire con quali regole d’ingaggio sia stato nominato De Palo il quale, pur ancora giovane (39 anni), ha già maturato una certa esperienza sociale e politica, anche saltando di palo in frasca: da presidente delle Acli, sostenitore a Roma di Francesco Rutelli sindaco nel 2008, ad assessore alla Famiglia nel 2011 nella giunta Alemanno prima di essere sloggiato dagli elettori che nel 2013 preferirono Ignazio Marino al sindaco uscente. E ora eccolo lì al servizio di monsignor Galantino (il presidente del Forum delle Famiglie è di fatto un dipendente della CEI) a sconfessare tutto quanto aveva sostenuto fino a ieri: bisogna infatti anche ricordare che De Palo è stato il principale organizzatore della prima manifestazione romana contro il ddl Scalfarotto nonché della famosa "marcia dei passeggini". Uno insomma che alle manifestazioni di piazza ci ha sempre creduto.
    Ora invece afferma, lui che in piazza c’era anche nel 2007, che quella manifestazione è stata un fallimento perché non si è ottenuto l’obiettivo del quoziente familiare, ovvero un fisco a misura di famiglia. È una storia già sentita: «Non sono le manifestazioni di piazza a cambiare il corso della storia». Peccato che proprio il Family Day dimostri il contrario, perché esso fu convocato non per il quoziente familiare ma per fermare i DICO voluti dal governo Prodi, ovvero una forma di unioni civili decisamente più blanda di quella che si vorrebbe approvare ora. E i DICO furono fermati: non ci fosse stato il Family Day i matrimoni omosessuali ce li avremmo già da tempo.
    Si può legittimamente discutere sul dopo, sul come quel successo fu gestito e sprecato, ma non è questo che interessa l’uomo di Galantino. Quello che vuole è ribadire in altra forma la linea che il “capo” ha già dato in numerose interviste. Tutta l’insistenza sulla storia del quoziente familiare fa il paio con la richiesta di risorse da destinare alle famiglie che il segretario della CEI ha chiesto più volte a gran voce. Ma in pratica è la proposta alla maggioranza parlamentare di una sorta di baratto: approvate pure una forma di unioni civili (basta che non siano formalmente equiparate al matrimonio) però in cambio date più soldi alla famiglia (“costituzionale” la definisce Galantino).
    Come andrebbe a finire ce lo spiega Simone Pillon, umbro, ex esponente del Forum delle Famiglie e ora nel direttivo del “Comitato Difendiamo i nostri figli” nato per dare un seguito alla manifestazione del 20 giugno: «Se mettiamo la “vertenza famiglia” esclusivamente sul piano economico corriamo un grandissimo rischio. Quattro soldi ce li daranno molto volentieri. Qui in Umbria abbiamo chiesto un sostegno alle famiglie e la governatrice – davanti a 12 mila firme - ha fatto approvare una legge che sosteneva economicamente la famiglia. Poi, con un atto di giunta, ha promulgato un regolamento che stornava tali finanziamenti indirizzandoli a tutte le “famiglie”, purché anagraficamente riconosciute, ivi comprese le ossimoriche famiglie “unipersonali”. Tutto è famiglia, dunque niente è più famiglia». Politiche familiari senza più la famiglia, ecco dove rischia di portarci la “politica” del segretario della CEI.
    Così De Palo ci spiega che «la famiglia è un fatto concreto, non un’idea. Ed è stato un errore trasformarla in un concetto astratto, ideologico, identitario». Strano, quel milioni di persone in piazza lo scorso 20 giugno non sembravano affatto «un concetto astratto e ideologico», erano molto più concrete delle famiglie che si immaginano negli uffici della CEI e sapevano benissimo le priorità da chiedere alla politica.
    Galantino muove le pedine contro un nuovo Family Day




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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Se a sinistra imperversa l’Inquisizione Lgbt
    di Emilio Russo
    “Non posso tollerare che nel partito di cui ho orgogliosamente la tessera militi gente che parla in questi termini. Da semplice iscritta al Partito Democratico, chiederò l’espulsione di tutti coloro i quali sostengono l’esistenza di una lobby gay. Posso accettare le diverse sensibilità, accettare di discutere con chi è ancora indietro su alcuni temi e ha bisogno di camminare, persino con chi è omofobo in buona fede, ma NON posso accettare che vengano usate contro di noi le stesse armi che Hitler usava contro gli ebrei ai tempi del nazismo”.
    Parola della signora Cristiana Alicata. Manager Fca – veniamo informati -, componente del Cda Anas, già membro della direzione Pd e soprattutto “storica esponente del mondo Lgbt”. Messa, evidentemente, dal Pd ad occuparsi di autostrade per conto di tutti noi. Il post merita una citazione integrale. Forse non meriterebbe, invece, alcun commento, se non per sottolineare la parabola di una cultura che, sorta all’insegna della tolleranza, ha finito per incarnare l’esatto opposto. Basterebbe l’incipit, apodittico, arrogante, minaccioso: “Non posso tollerare…”. Nei circoli romani del partito di cui la signora Alicata ha “orgogliosamente la tessera”, – e la signora Alicata non se ne abbia a male – leggendo le sue parole, qualcuno avrà certamente esclamato: “E ‘sti cazzi!”.
    “Quelli” che la signora Alicata non sopporta non meritano nemmeno di essere citati. È, spregiativamente, “gente che parla in questi termini”. L’eccezione è Silvia Costa, messa in croce per avere ipotizzato che a impedire la condanna da parte del Parlamento Europeo della pratica della maternità surrogata, vietata in Italia e in molti Stati membri, siano state le pressioni della lobby Lgbt. Per lei, e per chi la pensasse eventualmente allo stesso modo, è pronta una richiesta di espulsione. Perché la signora Licata può “accettare le diverse sensibilità” (grazie, signora Licata), può “accettare di discutere con chi è ancora indietro e ha bisogno di camminare” (com’è buona lei, direbbe il ragionier Fantozzi; e ci perdoni se siamo “ancora indietro”). C’è clemenza persino per chi è “omofobo in buona fede” (espressione, per la verità, piuttosto oscura) ma non (anzi NON) per chi usa “contro di noi” (noi chi, la lobby Lgtb di cui si nega l’esistenza?) “le stesse armi che Hitler usava contro gli ebrei”. Vabbè, lasciamo perdere.
    Se a sinistra imperversa l'Inquisizione Lgbt - L'intraprendente | L'intraprendente

    La lobby omosessuale che sta premendo sul Parlamento per ottenere le unioni omosessuali
    di Camillo Langone
    La lesbica di potere (dirigente Fca e Anas) Cristiana Alicata chiede l’espulsione dal Partito democratico di tutti quanti parlano di “lobby gay” e in particolare dell’eurodeputata Silvia Costa. Le lobby secondo la Treccani sono “gruppi di pressione che si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi in proprio favore o dei loro clienti”. Quindi il network delle associazioni lgbt che sta premendo sul parlamento per ottenere le unioni omosessuali è precisamente una lobby omosessuale. Ma non si può dire.
    Dopo aver alzato la spada di Damocle dell’espulsione, la Alicata ha dichiarato finto-magnanima di “accettare di discutere con chi è ancora indietro su alcuni temi e ha bisogno di camminare”: chi crede nell’evidenza della famiglia naturale sarebbe dunque un paralitico e un ritardato. Si noti come per questi democratici di potere le minoranze abbiano diritto di esistere solo qualora accettino di sottoporsi a riabilitazione (“camminare”) e di cancellare dal proprio vocabolario le espressioni non gradite alle lobby che non esistono.
    La lobby omosessuale che sta premendo sul Parlamento per ottenere le unioni omosessuali

    La gaystapo colpisce ancora.
    DACIA MARAINI E LA LEGGE CRIMINOGENA
    di Mario Adinolfi
    La gaystapo colpisce ancora. Mentre è fresco di stampa l'appello delle femministe di Se non ora quando contro l'utero in affitto, il martellamento della lobby lgbt brutale e che usa come arma il principale quotidiano della buona borghesia italiana, il Corriere della Sera, riesce ad ottenere un altro scalpo. L'abiura arriva da Dacia Maraini, che aveva firmato quell'appello e ora per il Corsera verga la sua retromarcia con tanto di capo cosparso di cenere: "Vorrei chiedere scusa per avere accettato di firmare con troppa fretta e senza avere ascoltato tutte le voci e pensato alle conseguenze di una presa di posizione pubblica, l’appello di «Se non ora quando-Libere». Non per mancanza di stima: sono sempre stata vicina e partecipe alle scelte del movimento — ma perché non mi sento di dichiarare con tanta certezza che il problema non esiste e che tutto si possa risolvere con la imposizione di una legge restrittiva".
    Non c'è bisogno di imporre una legge restrittiva, per la verità, l'utero in affitto è esplicitamente vietato nell'ordinamento italiano. Quello che la Maraini sa e non dice, sa e non vuole dire, è che l'attuale legge in discussione sulle unioni civili omosessuali darebbe il via libera alla legittimazione della pratica dell'utero in affitto se compiuta all'estero. Lo sanno bene le femministe di Se non ora quando, che per questo hanno raccolto le firme contro quella pratica. Ma poi ha cominciato ad agire la manganellatura e una dopo l'altra molte firmatarie si sono dileguate.
    Continuano a dire che la pratica dell'utero in affitto è un crimine, ma non hanno la forza di opporsi a una legge criminogena come il ddl Cirinnà, che serve a far sì che un senatore che ha svolto tale pratica comprando con valanghe di migliaia di dollari l'ovulo di una donna e l'utero di un'altra, fino a portarsi a casa il bambino acquistato strappandolo a chi lo ha partorito e negandogli il diritto ad avere una madre, possa facendo leva sull'articolo 5 di quella legge dichiarare all'anagrafe italiana che quel bimbo è figlio di due maschi e di nessuna mamma. Pratica ad oggi totalmente illegale nel nostro paese anche se compiuta all'estero. Ma è la "stepchild adoption", bellezza. Cioè la fregatura anche linguistica, compiuta infatti in inglese, che è il cuore del ddl Cirinnà. Su cui il 12 gennaio si comincerà a discutere al Senato.
    Per sostenere con una mobilitazione di massa il ddl Cirinnà il mondo lgbt ha anche organizzato una manifestazione di piazza sabato scorso a Roma, una "marcia per i diritti". Si sono presentati in duecento e la marcia è diventata una marcetta. Si sono sforzati i giornalisti del Tg3 di fare inquadrature strettissime, ma poi persino le testate del mondo lgbt hanno dovuto ammettere il clamoroso flop. Il bello è che molti di costoro si sono dannati l'anima a misurare le superficie di piazza San Giovanni, a calcolare in maniera fasulla la densità di persone per metro quadro, pur di non ammettere che alla manifestazione di piazza San Giovanni del 20 giugno contro il ddl Cirinnà ha partecipato una marea umana. Poi alla marcetta di risposta "per i diritti" si presentano in duecento. Nessuno ha fatto i conti, stavolta.
    Ecco però, la questione è emblematica e credo non possa non interrogare il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in giornate in cui il suo consenso e la sua credibilità vengono erosi dal caso banche e in cui si consuma una clamorosa frattura istituzionale sull'elezione dei giudici della Corte costituzionale. Renzi vuole rompere con il profondo sentire del popolo italiano, per coltivare solo i rapporti con alcune lobby, siano esse quelle dei banchieri o quelle dei colonnelli lgbt? Davvero messo davanti alla scelta, preferirà dare sponda politica a chi rappresenta la Sacra Famiglia con due San Giuseppe che si baciano, oltraggiando i simboli più cari al popolo italiano e dimostrando la finalità di fondo di Arcigay e compagnia, che è quella di irridere e devastare la famiglia?
    La violenza della campagna dei sostenitori del ddl Cirinnà è piuttosto evidente in questi passaggi, dalla manganellatura con richiesta di abiura alle femministe dissenzienti all'oltraggio ai simboli familiari religiosi, con finalità blasfeme e allo stesso tempo identificative. Contro l'utero in affitto si scagliano tutti, a tutti è chiaro che è un crimine contro la dignità della donna far leva sulla sua condizione di bisogno per rendere la maternità un bene commerciabile, a tutti è evidente che trattare un bambino come un oggetto di compravendita e negargli per sempre il diritto ad avere una madre è un atto violento e vile contro il più debole degli esseri umani, il neonato. Eppure si vuole dare via libera a questa legge criminogena, si vuole offrire soddisfazione a questa piccola lobby prepotente e rumorosa, a costo di disarticolare il rapporto con il profondo sentire del popolo italiano. La domanda è: perché? Che logica ci può essere?
    Se Renzi e il ministro Boschi insisteranno nel fornire una sorta di corsia preferenziale nel 2016 al ddl Cirinnà in Senato, bisognerà che quell'area spesso silente che sia chiama "mondo cattolico" faccia sentire la sua voce unita e unanime: mi aspetto che non ci sia solo La Croce o il comitato Difendiamo i nostri figli a gridare un no netto a questa legge criminogena. Noi dopo il 20 giugno abbiamo vinto perché abbiamo convinto con le nostre ragioni, facendo talmente preoccupare la lobby lgbt da costringerla a intervenire con le manganellature individuali e le richieste d'abiura a mezzo stampa. Ora tocca alla Conferenza episcopale italiana, al forum delle associazioni familiari, ai parlamentari che si dichiarano cattolici, essere uniti ed efficaci. Spiegando, con una linea unitaria, che se si insiste sulla via dell'approvazione del ddl Cirinnà la risposta politica non potrà che essere l'apertura di una crisi di governo operata dai cattolici per ragioni di principio, le più nobili su cui si possa costruire una battaglia politica in sintonia con il volere del popolo italiano.
    Se questo non accadrà, se contro questa legge criminogena si farà la solita opposizione blanda e timorosa, se si sussurrerà o ci si limiterà a borbottare qualcosa di difficilmente comprensibile, alzeremo noi la voce e lo faremo in maniera forte e chiara. Sinceramente, stavolta vorremmo applaudire il coraggio altrui e poter semplicemente fare il nostro lavoro: raccontare una mobilitazione, aiutarla, sostenerla, senza doverla provocare. Adesso tocca alla Chiesa dire parole chiare.
    Kairos: La gaystapo colpisce ancora.

    I vescovi (sotto ricatto) si sono arresi? Noi no.
    di Francesco Filipazzi
    Nel corso della storia la Chiesa ha visto alti e bassi, pastori santi e indegni, eresie che stavano prendendo il sopravvento e all'ultimo sono state sconfitte in extremis. Oggi purtroppo viviamo uno di quei periodi che potremmo definire bassi, anzi bassissimi. Mentre in una parte del globo si muore per Cristo, molti vescovi, in Europa soprattutto, hanno deciso che è più comodo cedere alle lusinghe del mondo, smobilitare tutto e vendersi armi e bagagli al progressismo, per mantenere le proprie piccole prerogative, la comodità di vivacchiare nelle curie, di strisciare su questo mondo baciando la pantofola del potente di turno. Vescovi che hanno perso la fede, indegni dei loro predecessori.
    Mentre in parlamento si discute una delle leggi più deleterie della storia, la tristemente nota Cirinnà, che dovrebbe permettere le unioni civili gay, con annessi e connessi, gli alti prelati tacciono.
    Ciò che fa specie è che l'attivismo delle associazioni laiche, che hanno portato in piazza a giugno milioni di persone e ormai da anni aggregano persone in tutta Italia, fanno convegni e veglie di preghiera, è osteggiato da questi alti prelati. Si registra un distacco siderale fra le gerarchie e il popolo cattolico. Molti ovviamente si adeguano alla linea tremebonda dei vari Galatino, quest'ultimo capace solo di infuriarsi quando si parla di soldi alle scuole private e probabilmente mosso nelle sue azioni dalla paura che venga limitato l'8x1000, quel grande ricatto che tiene letteralmente per la collottola il clero italiano, oppure che vengano tagliati i milionari aiuti statali alla stampa cattolica.
    Il ruolo dei laici oggi è di supplire alle mancanze dei loro pastori. Noi, inteso come i sinceri cattolici che non si arrendono alla distruzione della famiglia, non rinunceremo a parlare. Stiano pure gli amici della CEI rinchiusi nelle loro curie, coi loro "vescovi-piloti" (cit.).
    I cattolici saranno in piazza, per quella che forse sarà l'ultima grande battaglia. Non prendiamo ordini da nessuno, tanto meno da vescovi che hanno smesso di proclamare il Vangelo.
    I vescovi (sotto ricatto) si sono arresi? Noi no. ~ CampariedeMaistre

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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Perché l’identità sessuale fa paura? Intervista a Enrica Perucchietti
    Perchè il gender si sta imponendo come ideologia di riferimento? Chi c’è dietro? Qual è il vero obiettivo di chi vuole cancellare l’identità sessuale? Ce lo spiega Enrica Perrucchietti, coautrice, con Gianluca Marletta, del saggio Unisex, di cui abbiamo parlato più volte, anche recensendolo.
    (intervista realizzata da Enrico Galoppini de Il Discrimine)
    Unisex, se è giunto già alla seconda edizione, ha incontrato evidentemente il favore di molti lettori. Ciò significa che non tutti hanno mandato il cervello all’ammasso e che in fondo persiste in parecchie persone, malgrado il bombardamento propagandistico e le pressioni indotte, una sana normalità che a sentire i mass media sembrerebbe consegnata ad un’era lontana… Come mai, allora, i mezzi d’informazione “ufficiali” fungono incessantemente da cassa di risonanza di un unico punto di vista, ovvero quello mirante a diffondere nelle masse la rispettabilità della cosiddetta “ideologia di genere” e l’ineluttabilità del suo inveramento? Qual è il nesso profondo tra questa ideologia sovversiva e disumana e i poteri che ci governano?
    Credo che sia proprio questo il punto. Non tutte le persone sono ancora “allineate” e livellate al pensiero unico dominante. Quindi il potere necessita in continuazione di affinare le strategie di manipolazione di massa, anche rischiando di “esagerare” e ottenere l’effetto contrario. Semplicemente l’uomo della strada non ha ancora capito che cosa sia la teoria di genere, quale sia la sua storia e l’orizzonte finale: è bombardato da notizie che lo in-formano e confondono, a cui guarda con curiosità e sospetto. Ma qualcosa si muove sotto la cenere dell’apparente oblio delle coscienze. Ne abbiamo avuto qualche esempio proprio in Italia dove finalmente sono uscite allo scoperto persino certe femministe, sottoscrivendo un appello contro l’utero in affitto: il documento ha raccolto le firme di personaggi noti bollando inequivocabilmente come “mercificazione” la trasformazione del corpo femminile in macchina. Ciò significa che sotto l’apparenza di un pensiero monolitico e dominante pro gender si muove invece qualcosa.
    Il problema è semmai la violenza con cui i movimenti LGBT sostengono le loro cause e la frenesia con cui vogliono che certe questioni (offerte al volgo come “diritti”) vengano chiuse in fretta. Come testimoniamo nel nostro saggio, dati alla mano, il potere si fa portatore di queste istanze perché la teoria del gender offre una mutazione antropologica dell’individuo, l’abbattimento della natura per la creazione di un individuo spersonalizzato, confuso persino nella sua identità sessuale, quindi più facilmente controllabile e manipolabile.
    Quella cui ci troviamo di fronte, dunque, è una rivoluzione senza precedenti, perché mirante a colpire e trasformare non “un aspetto fra i tanti” dell’esistenza umana, ma ciò che l’essere ha più di profondo e irrinunciabile: la propria natura. L’abbattimento, il tentativo prometeico di cancellare la natura rientra ovviamente nelle derive del transumanesimo tanto care a certi esponenti del potere.
    Hai fatto cenno ai movimenti LGBT. Al di là delle parole d’ordine sulla “tolleranza” e del consenso che sono in grado di estorcere tra la gente, perché a tuo avviso sono così “potenti”?
    Immaginare che la “forza” del Gender dipenda dalla mera capacità di pressione esercitata da movimenti minoritari o di nicchia, per quanto agguerriti e ideologicamente determinati, sarebbe ingenuo e irrealistico. Da un lato alcuni movimenti LGBT sono essi stessi delle lobby o sono intrinsecamente legati a lobby per diversi interessi, economici ma anche ideologici. Pensiamo ad esempio al fatto che le opere di Alfred Kinsey vennero pubblicate grazie al supporto pubblicitario ed economico di una fra le più potenti lobby di potere del mondo occidentale, ovvero la Fondazione Rockefeller, nella persona del suo fondatore, John D. Rockefeller senior, che ne curò persino la pubblicazione.
    Capire la “forza” del Gender, la sua capacità di influenzare oggi la cultura e persino le scelte politiche di interi governi, significa domandarsi innanzitutto da dove provenga il sostegno (e più concretamente, da dove giungano i “fondi”) che hanno permesso di portare alla ribalta quella che, fino a pochi anni fa, poteva apparire solo come l’ideologia minoritaria di qualche gruppo marginale. Senza questi cospicui “appoggi”, infatti, sarebbe impensabile, al giorno d’oggi, “un’agenda politica” come quella di certi paesi occidentali, per le quali il Gender sembra essere divenuta una priorità assoluta da proporre o imporre mediante leggi d’ogni tipo, riprogrammazione dei corsi scolastici, sanzioni amministrative e penali e, persino, attraverso una rielaborazione del linguaggio stesso. Pur non escludendola del tutto, l’ipotesi economicistica non sembra spiegare un tale sostegno pubblico. Il supporto delle oligarchie finanziarie ed economiche alla “causa gay” è infatti una costante da anni, come dimostriamo ampiamente nel nostro saggio.
    L’invasione del Gender, in realtà, è comprensibile solo a partire da una chiave di lettura ben più ampia, che è quella che vede le grandi oligarchie occidentali alle prese con la realizzazione dell’ultima e forse più grande utopia della modernità: la creazione di un “uomo nuovo” totalmente manipolato e coerente con le prospettive egemoniche del mondialismo e della globalizzazione. Un uomo che si vuole senza identità, cultura, religione, famiglia; un uomo che si vuole “monade” solitaria, senza sicurezze, spiritualmente e socialmente “precario”, insicuro di fronte all’esistenza, privo della mediazione dei corpi sociali intermedi, e reso in tal modo servo di desideri, bisogni e idee indotte. Un individuo omologato e omologabile, facilmente controllabile fin nei suoi più profondi bisogni e desideri, totalmente allineato al pensiero unico dominante. Ed è proprio nell’ottica dell’ideologia mondialista, a nostro parere, che bisognerebbe vedere la ragione di questo impegno senza precedenti dei Poteri Forti allo scopo di demolire quelle “vecchie” identità (siano esse sociali, religiose, politiche o culturali) che potrebbero, in qualche modo, rappresentare un ostacolo all’omologazione globale.
    Così l’Ideologia Gender, rendendo “nebulosa” e ambigua persino quella dimensione basilare che è l’appartenenza sessuale, può essere un formidabile ingrediente nel processo di creazione necessario dell’uomo nuovo: un uomo nuovo che si vuole confuso, ambiguo, letteralmente a-morfo, senza forma. Inoltre, con la sua carica ideologica dissolutiva, la dottrina del Gender è anche, per sua natura, violentemente “corrosiva” nei confronti d’ogni tipo di mentalità “tradizionale” e di ogni tipo di religione. Essa, infatti, proclama che tutti gli “antichi culti” sono indistintamente discriminatori e falsi, retaggio di un passato che si vuole destinato all’annientamento nel più classico “stile” proprio a tutte le ideologie moderne. Le velleità prometeiche e “controiniziatiche” vengono analizzate proprio nei capitoli finale della riedizione del nostro saggio. Non è un caso che Kinsey fosse morbosamente attratto dalla figura del mago satanista Aleister Crowley…
    Che cosa si può fare per invertire questa tendenza? Tu e Gianluca Marletta, avete senz’altro apportato un importante contributo, redigendo questo saggio che, a mio parere, andrebbe – questo sì – diffuso quanto più possibile nelle scuole e discusso nei luoghi in cui si affrontano “temi culturali”. Eppure, scrivere, denunciare, indicare dove sta l’inganno e destrutturare le tecniche di manipolazione non è ancora sufficiente. Secondo me, per venire a capo di questo disordine è necessario porsi il problema di ciò che è “in ordine”. Per focalizzare ciò che è innaturale e marginalizzarlo – per prima cosa rispetto a se stessi – è imprescindibile stabilire che cosa è “naturale”. Per non finire in qualche modo ingannati, è assolutamente necessario cercare di conformare la propria vita secondo “la Via” che Iddio ha tracciato con le tradizioni religiose ortodosse. In questo e negli altri libri che avete scritto insieme (Governo globale e La fabbrica della manipolazione) credo traspaia bene il problema delle influenze dissolventi che in questi tempi definiti da più parti come “ultimi” stanno sciamando praticamente dappertutto, persino negli ambienti che per “missione” sono preposti a svolgere la funzione di “muraglia”. Non vi sentite, affrontando simili argomenti, come investiti di una notevole “responsabilità”?
    Premesso che non si può mai essere realmente “obiettivi” ma solo cercare di esserlo genuinamente, ognuno di noi proietterà sempre delle proprie “credenze” nel lavoro che fa. Detto ciò, Marletta ed io abbiamo sempre cercato di essere obiettivi e il nostro lavoro si è sempre focalizzato su un piano storico e “giornalistico”. Se la prima versione di Unisex era stata volutamente realizzata in modo “asettico”, la riedizione è più filosofica e tradisce volutamente un certo trasporto: non è un controsenso, il cambiamento è stato voluto. Soprattutto i capitoli di chiusura curati da me sono “appassionati”. Questo approccio non cela però alcuna motivazione religiosa, confessionale, politica. Semmai rabbia e paura per il futuro nel vedere concretizzarsi man mano le distopie immaginate da George Orwell ma soprattutto da Aldous Huxley. Ribadisco, però, che non c’è alcuno scopo religioso o politico nelle nostre opere e soprattutto non siamo mai stati “dogmatici”. Altrimenti si avrebbe semplicemente uno scontro di ideologie, la nostra contro la loro, e sarebbe ipocrita. Nessuno ha la verità in tasca per quanto possa crederle.
    Abbiamo rivestito semmai il ruolo della Cassandra, che mette in guardia da certe derive cercando di guardare oltre il proprio naso. Un articolo o un libro non cambierà certo il punto di vista del lettore; potrà semmai fare riflettere e spingere ad approfondire quell’argomento.
    Le derive che il postumano offre rientrano a mio dire nel campo della mutazione antropologica dell’uomo stesso e sono evidenti e riscontrabili con facilità. Siamo nel campo della filosofia e dell’antropologia semmai. I discorsi iniziatici li lascio a chi è più preparato di me, mentre i messaggi “religiosi” o le chiamate alle armi spirituali dovrebbero venire dai puri di cuore e di spirito. Non avendo la presunzione di rientrare in queste due categorie posso solo cercare di fare informazione con modestia e tentare di manipolare nessuno. Credo che sia compito di tutti noi vigilare sulla “libertà”, mentre la nostra anima e la nostra “vita spirituale” rientrano nella sfera divina. Per questo invito a sviluppare la coscienza critica, a osservare, diffidare, dubitare. Il dubbio è il primo mezzo per divenire critici e per emanciparsi da chi ci vuole imporre il proprio giogo. Se ci manipolano è perché serve il nostro consenso. Possiamo non abdicare alle nostre responsabilità e al nostro libero arbitrio.
    Perché l?identità sessuale fa paura? Intervista a Enrica Perucchietti | Azione Tradizionale



    Da Polonia e Ungheria un altro schiaffo al fronte della sovversione
    Polonia e Ungheria infliggono un altro colpo ai servi della sovversione, sempre pronti ad agire nell’ombra, con l’inganno e la falsità, fra i gangli della perfida UE. Le delegazioni dei due paesi hanno infatti bloccato col loro voto contrario un provvedimento all’esame del consiglio dei ministri dell’Interno che, con un abile trabocchetto, avrebbe aperto le porte al riconoscimento dei diritti patrimoniali di tutte le unioni registrate, comprese quindi “nozze” gay e coppie di fatto. Ancora una volta è dal “fronte orientale” che, pur tra contraddizioni e passi falsi, arrivano i migliori segnali di resistenza contro il nemico.
    ‘Nozze’ gay: trappola Ue sventata da Polonia e Ungheria
    Se non ci fossero state Polonia e Ungheria, la frittata sarebbe fatta ed ancora una volta l’Ue avrebbe tradito le radici ed i Valori, su cui per millenni il Continente è stato costruito. Come riferito dal quotidiano spagnolo Abc, grazie al loro intervento, invece, è stato bloccato il 13 dicembre l’accordo all’esame del consiglio dei ministri dell’Interno europei, accordo che avrebbe permesso di riconoscere i diritti patrimoniali di tutte le unioni registrate, comprese quindi le cosiddette “nozze” gay e le coppie di fatto, affidando al giudice la decisione ultima, caso per caso, anche di fronte a divorzi tra partner di diverse nazionalità. Ovviamente, col vincolo di riconoscere poi in qualunque Stato europeo, le sentenze emesse.
    Chi ha proposto tutto questo, sapeva bene come ciò sforasse rispetto alle competenze dell’Unione, ma ha sperato di farla franca, contando sulla compiacente complicità di tutti e rassicurando i dubbiosi, suggerendone, a parole, un’applicazione «ampia e volontaria». E invece no: c’è chi nel tranello non è cascato, ha alzato la mano ed ha eccepito come tale provvedimento violi il principio fondamentale di sussidiarietà, interferisca con le identità nazionali e calpesti il diritto di famiglia dei singoli Stati membri, andando contro le loro «tradizioni ed i loro valori» in materia. E’ stato facile, per Polonia ed Ungheria, smontare il giocattolo, ma tanto di cappello per avere avuto il coraggio di farlo in aula.
    Così il ministro di Giustizia del Lussemburgo, Felix Braz, ha commentato, sconsolato: «Oggi non ci resta che constatare il fallimento dei negoziati. Non c’è un accordo politico unanime». Da cinque anni tra i 28 Paesi dell’Ue le trattative erano in corso, infischiandosene delle regole essenziali: ma le due delegazioni polacca e ungherese han rimesso le cose a posto, incoraggiando anche i perplessi a dir la loro, come han fatto Portogallo, Lettonia e Slovacchia, i quali han dichiarato di aver accettato per buone le rassicurazioni avute, pur nutrendo perplessità sui provvedimenti, essendo, la loro, una legislazione ancora «tradizionale», come l’han definita.
    Il ministro di Giustizia svedese, Amdres Ygeman, ha già promesso guerra, ritenendo la linea pro-family «discriminatoria». Sulla stessa linea la sua collega francese, Christiane Taubira, esponente del partito Walwari, sezione in Guyana del Partito Radicale di Sinistra. Così già si stanno studiando le prossime mosse da compiere per trovare l’inghippo e forzare le regole. Pur di far passare i nuovi regolamenti, ad esempio, pare si sia pronti a sacrificare il voto unanime ad una sorta di “maggioranza qualificata” di 9 Stati membri soltanto; il che, tuttavia, significherebbe tradire quella condivisione di «valori comuni», su cui si è sempre preteso retoricamente di voler fondare la “nuova” Europa.
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