Il campione dell'insulto dà lezione ai cronisti sul linguaggio da usare per gay e omofobia
di Andrea Zambrano
L’ordine dei giornalisti ha organizzato per il prossimo 8 giugno un seminario rivolto ai suoi iscritti chiamato Unioni civili, omofobia, famiglia. L’uso del linguaggio per le minoranze sessuali nei mass media. Il seminario è inserito nella piattaforma Sigef, il sistema che i giornalisti hanno a diposizione per i corsi di aggiornamento relativi alla loro professione.
L’argomento scelto (il linguaggio da utilizzare per quelli che comunemente vengono chiamati i nuovi diritti) non rappresenta certo una novità: sulla Nuova BQ abbiamo già espresso riserve circa l’opportunità di questo tipo di iniziative che sembrano ispirate alla strategia presentata dall’allora governo Monti tramite l’Unar (l’ufficio Nazionale antidiscriminazioni razziali) chiamata Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT e che dietro un buonismo di facciata adombrano una pesante limitazione della libertà di espressione. In sostanza: chi tra i professionisti dell’informazione non si adegua a parlare di matrimoni gay, omofobia, gender theory e adozioni gay secondo un preciso dettato che si è autoimposto dal politicamente corretto e da un certo pensiero antropologicamente rivoluzionario, rischia una sanzione disciplinare.
L’ordine dei giornalisti ha così iniziato ad affrontare anche questa tematica tra le più svariate messe a disposizione ai cronisti per acquisire punti formativi. Succede dunque che a Milano l’8 giugno prossimo si terrà una di queste lezioni. Tenuta da un giornalista? No. Un accademico della crusca? Nemmeno.
Il relatore del corso è un militante della causa Lgbt, del quale però nella scheda informativa non viene esplicitato il curriculum. Si chiama Alessandro Galvani. Soltanto il nome. Crediti accademici? Non si sa, però sembra essere molto addentro alle questioni se persino un ordine professionale si affida alla sua sapienza.
Non sarà per caso lo stesso che, su Twitter, con lo stesso nome si definisce Pedagogista gay per famiglie con figli LGBT? Titolo, questo, che non si capisce bene da quale istituto sia stato rilasciato, ma tant’è. Basta associare la parola pedagogista a quella gay e il gioco è fatto: è più generico che dire chitarrista rock, ma in certi ambienti, e si vede che quello giornalistico non fa eccezioni, basta per avere credenziali aleatorie per parlare ex cathedra.
E fin qui, discutibile finché vogliamo, però fa parte del gioco, e sappiamo bene quale gioco sia. Anche se risulta strano che a parlare del linguaggio politically correct pro causa gay sia proprio un esponente di quella che da molti viene definita una lobby tale da imporre spesso a scuole, politici e giornalisti la sua misura delle cose. E guai a dire che è sbagliata.
Si tratta della stessa persona? Sembra proprio di sì. Se fosse così quello che forse l’Ordine dei giornalisti non ha verificato, e se lo ha fatto sarebbe davvero sospetto, è lo stile utilizzato dal pedagogista per interloquire con i suoi amabili conversatori sui social network. In altri termini: la sua capacità di dialogare con rispetto e buone maniere nei confronti di tutti.
Tra gli argomenti affrontati nel corso infatti, compare anche la voce: “esempi di linguaggio inclusivo e rispettoso della libertà di parola”. Bene. Andiamo a vedere il rispetto della libertà di parola secondo questo campione di deontologia dal suo profilo Twitter: A Rocco Buttiglione dà del “coglione”, mentre a commento di una manifestazione di destra contro i migranti invita a “tornare a sparare sui fascisti”. Non c'è che dire: un linguaggio decisamente incisivo.
Molte delle sue invettive, ma non è ironico e arguto come Cyrano, sono rivolte alle Sentinelle in piedi e alla Manif Pour Tous. “Idioti decerebrati”, è la diagnosi certificata dalla sentenza che comunque le Sentinelle “non sanno un cazzo”. Prognosi che viene esplicitata su Twitter dove dice: “Dai fascistoni di @sentinpiedi andate a farvi curare e fatevi i cazzi vostri, maniaci pervertiti”. Seguono battute sui preti pedofili e omosessuali, sconcezze sull’ “etica dell’eiaculazione da maniaci sessuali” a proposito dell’ex ministra Prestigiacomo che a Virus chiedeva un po’ di etica.
E ancora: “Merde assassine” è il commento su un articolo de La Stampa su Vaticano, Onu e depenalizzazione della pratica gay in alcuni paesi, mentre a chi gli fa notare che “Amoris letizia” (sic!!) “è soltanto una farneticante lista di regole interne di un club di omofobi”.
Il pedagogo è anche animato da uno spirito civile meritorio. A chi gli fa notare che quella dell’insulto non è la pratica migliore per difendere le proprie idee, eccolo che subito si accende: “Io lo faccio perché voglio umiliare degli ignoranti che si sono permessi dei giudizi senza la conoscenza” mentre al "pungiball" preferito delle lobby gay, Mario Adinolfi, si ricorda che di persone come lui ne esistono molte in altri paesi e “vengono trattate in modo diverso”, ma non specifica se vengono messi in carcere o diventano presidenti della Repubblica.
E da ultimo, non poteva mancare un commento su Costanza Miriano, (chissà se l’ordine riterrà di proteggere la collega?): “Cosa mai potrà aggiungere una miserabile mentre celebriamo le donne”.
Dimenticavamo: il corso è organizzato da un ente formatore esterno, quindi l'Ordine non ha una responsabilità diretta nella scelta del relatore. Ma è chiaro che inserendolo nella piattaforma dei corsi promossi per i giornalisti, nel caso qualche professionista si lamenti della scelta più che discutibile, di stile of course, l'ordine ne sarebbe investito moralmente. E anche a livello di credibilità.
Morale: per imparare la neo lingua gay friendly, gender oriented e soprattutto rispettosa delle "minoranze sessuali", a noi trogloditi dei nuovi diritti, toccherà di andare a lezione da uno che nella migliore delle definizioni, dà a quelli che non la pensano come lui degli “omofobi”, “merde”, “stronzi” e “fascisti a cui sparare”. Come linguaggio inclusivo e rispettoso della libertà di parola non c'è male.
Il campione dell'insulto dà lezione ai cronisti sul linguaggio da usare per gay e omofobia
Il circolo vizioso dell’emancipazione sessuale
Matteo Carletti
Da decenni – da dopo il ’68 – si cerca di insegnare ai giovani e ormai ai giovanissimi, che l’unico modo di gestire positivamente la propria sessualità sia liberare l’uomo e la donna dai vincoli in cui morale (cristiana) ha stretto la società per secoli.
Sono circa quarant’anni che nei paesi occidentali “evoluti”, passando dalla teoria alla pratica, ormai è tutto un fiorire di liberatori “corsi di educazione sessuale” ad ogni livello. Purtroppo però non sono stati al passo con le aspettative!
Mai come oggi, complice mass media e tecnologia, si assiste ad una svendita così banale (per soldi o anche meno) di corpi e anche delle anime. Aumentano gli aborti, la prostituzione adolescenziale, la pornografia e cresce tutto quel mercato che lucra sul corpo e sul sesso. I giovani, liberati dai loro “tabù” sessuali, sono stati gettati nella quotidianità senza più barriere e difese.
Stanti gli scarsi risultati per rimediare all’errore, i guru dell’emancipazione sessuale, perseverano in esso proponendo più educazione sessuale e più libertà per tutti e trovando sponda in una pletora di tanti studi psicologici, spesso del tutto autoreferenziali, ormai fuori controllo. Costose ricerche (eh si, tutti devono campare!) la cui unica risultante è l’assioma secondo cui l’uomo è veramente felice se lasciato vivere nel modo in cui si sente effettivamente si essere e di divenire.
Secondo i nuovi “teologi” delle emozioni l’uomo, sin dal suo essere bambino, capisce chi è solo partendo dalla scoperta del proprio vero sesso, ovvero si identifica nel riconoscimento della propria sessualità. Da qui l’insistenza per l’educazione sessuale nelle scuole (spesso tecnicistica e svincolata da ogni morale e da ogni riferimento all’affettività) che complice i governi (illuminati) viene imposta.
Ci si riduce all’idea che l’uomo sia solo un animale un poco più intelligente di un istrice o di un labrador (con somma gioia di vegani e neo-vegani) e come un animale prima di tutto deve appagare i suoi istinti. Rimane un ultimo passo. A verniciare di verità l’assunto due universali passe-partout: il rispetto dei sentimenti e la lotta alla discriminazione.
Impossibile controbattere. La “frase tipo” oggi di moda: “questo è quello che sento e chi sei tu per potermi criticare”, toglie ogni spazio a qualsiasi modalità dialettica, perché la critica di un presunto stato esistenziale, di per sé già negativa, viene immediatamente considerata discriminante. L’escludere la possibilità di critica non lascerà spazio alcuno alla persona di riflettere sulla propria posizione e anche all’eventuale errore che in essa si potrebbe celare. È proprio grazie a questo assioma (“chi sei tu per giudicarmi”) che il relativismo può trionfare e la marcia di distruzione dell’umano, che passa anche attraverso tanti progetti di eduzione sessuale, continua indisturbata il suo percorso, creando un mondo dove si è dimenticato che certi desideri possono anche essere un’invenzione della società che, lautamente, ci guadagna sopra.
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