

Ultima modifica di Giò; 24-12-15 alle 16:32
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Questo ti fa onore.
E fa onore ai circa 300mila che durante la I° Guerra Mondiale fecero un ragionamento identico.
Ho letto il primo messaggio che hai scritto, dopo gli altri.
Effettivamente in america latina , nelle comunità italiane , è rimasta più viva l'italianità (conosco alcuni argentini di origine italiana che amano l'Italia come terra loro più di me. E credimi, che per me è un sentimento quasi religioso).
Purtroppo il 95% della nuova emigrazione, quella degli ultimi vent'anni circa, nutre sentimenti di disprezzo per l'Italia.
Preferisco di no.


Scusa Lost Faraway,
c'è chi potrebbe apprezzare in parte o totalmente i tuoi concetti ma c'è anche chi potrebbe continuare a non capire come si possa parlare di Italianità, Stirpe, Patria etc quando si motiva/giustifica il proprio allontanamento dal suolo natìo per ragioni economiche. Le stesse che motivano (e quindi giustificano?) interi popoli del III mondo ad invadere l'Europa. Su queste motivazioni/giustificazioni mi astengo dal dare un giudizio di merito, ma è chiaro che parlare di combattere l'immigrazione...essendo tu stesso parte integrante del fenomeno, risulta un pochino controverso e contraddittorio. O almeno, non esemplare diciamo.
I concetti in sè che hai espresso io personalmente li apprezzo


Va comunque detto che quando si parla di emigrazione ed immigrazione non si può far di tutta l'erba un fascio. E' un argomento molto complesso che presenta diverse sfaccettature. Oggi noi lo viviamo come fenomeno strettamente connesso alla globalizzazione e allo sradicamento dei popoli e, di conseguenza, delle identità. In passato ha avuto anche altri aspetti. Alla fine, lo stesso colonialismo europeo è stato dettato dalla necessità, per talune nazioni, di assicurare degli sbocchi alla propria manodopera in eccesso di fronte ad una povertà nel suolo e nel sottosuolo della patria natia. L'immigrazione europea in Sud America, a mio avviso, non è comparabile con le migrazioni provenienti dai paesi del terzo mondo che abbiamo vissuto negli ultimi vent'anni. Così come non è paragonabile l'italiano che andava con la scatola di cartone ed il permesso in mano negli Stati Uniti durante l'Ottocento con l'italiano che oggi se ne va a Londra o a Berlino perché "l'Italia fa schifo".
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Se in Italia col titolo di studio che hai ti offrono di pulire i cessi e a Buenos Aires (sparo a caso la città) di fare l'insegnante universitario , tu che fai?
Parliamo di paesi che hanno quote di immigrazione contingentata e dove prima viene l'interesse nazionale, che persino dalla Nigeria abbiamo capito che se non servi al paese te ne puoi andare affanculo (vds il viaggio di Salvini).
Lui è Italiano e si dichiara Italiano.
A Londra trovi una marea di camerieri che ti dicono "mi vergogno di essere italiano", oltre a quelle volte che mi è successo di trovare italiani che fingevano di essere spagnoli o simili (colpa di Abberluskane mi dicevano).
E cagate del genere ne ho viste in tutto il mondo.
E credimi che l'ho girato parecchio.
Ai tempi d'oro c'erano una marea di sezioni del PNF in giro per il mondo per gli emigrati (tra l'altro con la loro quota di martiri che varie volte in francia i gommmunishdi locali e nostrani li andavano a prendere a pistolettate).
Non buttiamo via il bimbo insieme all'acqua sporca.
Preferisco di no.


Interessante. Spesso mi sono posto la stessa questione. La risposta é che non si tratta proprio della stessa cosa. Vediamo punto per punto: 1 - la nostra emigrazione é andata principalmente in America e in Australia. Entrambi i continenti erano poco popolati e sono stati conquistati da noi europei legittimamente, esplorando, esercitando una superioritá (brutta parola oggi, purtroppo) civilizzatoria, e fondando poi nazioni completamente nuove, estensioni oltremare dell'Europa. Le nuove nazioni hanno invocato ed accolto una ulteriore migrazione dall'Europa per completare il loro formarsi come tali (Stati Uniti, Brasile, Australia, Venezuela, ecc...), rafforzando la componente europea, ritenuta certamente superiore a quelle indigene o importate dall'Africa. 2 - in molti di questi nuovi paesi giá c'era una piccola componente italiana, specialmente in America Latina (dove era arrivata durante la colonizzazione spagnola e portoghese). In poche parole non solo la componente europea ma anche l'italiana si deve ritenere come fondatrice. 3 - nel XIX e inizio del XX secolo l'immigrazione europea in America e Australia era ritenuta benefica non solo dalle elites ma anche dalla popolazione in generale, salvo attriti in caso di differenze religiose e sub-etniche (cattolici in ambienti protestanti, mediterranei in zone predominantemente nordiche). L'idea di europeizzazione e "sbiancamento" era in voga e ritenuta ampiamente positiva nell'avanzamento della civiltà. Anche in ambito di discorsi prettamente economici, si cercava di evitare l'immigrazione di gruppi etnici ritenuti inferiori (africani, cinesi, indiani) a tutto vantaggio degli europei. Tra questi, gli italiani cominciarono ad essere apprezzati alla fine del XIX secolo, specialmente in Argentina e Brasile (ma anche il Cile, il Perú e il Messico si sforzavano di attrarre una colonizzazione italiana). Insomma un panorama ben diverso da quello dell'Europa attuale, dove non dovrebbe esserci nessun immigrante, perché ha una popolazione nativa molto numerosa ed etnicamente compatta, non é stata conquistata da nessuno (ne arabi, indiani o cinesi hanno conquistato il territorio europeo. Gli USA sí, ma non immigrano), non deve sentirsi inferiore a nessun'altra civiltá e quindi non bisognosa di elevarsi in categoria civilizzatoria accogliendo etnie superiori. Piuttosto accogliere arabi, negri e quant'altro significherebbe un imbarbarimento, una discesa di livello (ma forse é proprio questo che spera chi vuole immigrati a tutti i costi). C'é ancora un altro argomento a favore della nostra emigrazione e contro ogni immigrazione. Quello della competizione naturale fra gruppi etnici. Ciascun gruppo etnico, stirpe o nazione ambisce ad espandersi e conquistare, non a vedersi colonizzato e conquistato. É naturale. Non risponde a un criterio di equilibrio o di reciprocitá o di giustizia, ma alla mera competizione darwiniana. Noi quindi non dobbiamo farci imbonire dallo pseudo-argomento che siccome siamo emigrati nel passato dobbiamo ora farci invadere da orde di stranieri. No! Noi difendiamo il nostro spazio e la nostra identitá, perché esista, sia forte, affermativa e, possibilmente, espansiva. Pensino gli altri a difendersi dai nostri, che noi pensiamo a difenderci da loro.


Ma infatti. Le opportunitá per noi italiani in molti paesi sono immense, e veniamo anche molto apprezzati sia culturalmente che etnicamente. Quante volte ho percepito che mi consideravano "superiore" perché erede di Roma e del Rinascimento (non esagero, davvero me l'hanno detto o fatto capire), e per la bellezza fisica che spicca particolarmente nelle popolazioni meticce. Non a caso molta pubblicitá (di profumi, di articoli da uomo) usa modelli italiani con musica ed ambientazioni italiane. Sugli italiani rinnegati, anch'io ne ho visti, ma non molti, almeno dove sono io. Piú casi di italiani "persi", andati a finire in posti impensabili per tale o quale ragione, e dimentichi o quasi della loro italianitá.


Ma tutte queste domande hanno già da tempo trovato le loro risposte: l'eccesso di forza di lavoro disponibile provoca movimenti migratori verso il centro capitalistico. Ieri come oggi come domani, tale movimento incontra l'interesse del capitalista. Non c'è quindi niente di strano.
Il problema che si presenta, nella tua esposizione del "film dell'orrore", è che l'uscita dal "nichilismo identitario" non sembra comportare una giusta comprensione di quel che è in realtà tale nichilismo.
Cioè, vogliamo negare che la migrazione economica sia una conseguenza di tale nichilismo? Oppure già la stessa presenza dell'immigrato sul territorio si confonde col nichilismo identitario?
Sono due cose diverse.
D'altronde credo che alcune reazioni discretamente negative al tuo intervento, proprio questo volevano segnalare: non sei forse tu stesso partecipe di una stessa logica, quindi di uno stesso modo di abitare il mondo in cui il motivo economico ha preso il sopravvento su altri secondo cui il radicamento è primordiale?
Se ora anche un "risvegliato identitario" condivide con il migrante di turno ("l'invasore") una stessa metafisica, ciò significa allora che la soluzione al "nichilismo identitario" non risiede nella stessa identità da ritrovare, ma nella critica e il successivo superamento dell'economia, cioè del capitalismo.
Tutti gli impiegati del mondo hanno immaginato queste cose e le hanno sconfessate e adesso sono gli impiegati.
Pavese


1% dei casi
99% dei casi
Le dinamiche dell'immigrazione sono sempre le stesse, sia che si parli di immigrati negri che di immigrati italiani. In Germania o in Inghilterra serve manovalanza per lavorare nei ristoranti e quindi chiamano gli italiani, che ovviamente sono più capaci dei negri.
Io di emigranti italiani negli ultimi 10-20 anni (escluso il periodo post-bellico quindi) che siano una reale perdita per l'Italia ne devo ancora conoscere uno di persona. La cosiddetta "fuga di cervelli" riguarda l'1% scarso degli italiani all'estero, il resto sono perdigiorno o ritardati che in Italia non hanno mai lavorato un minuto in vita loro.


Se ci basiamo sulle esperienze personali, allora molto dipende per quale motivo l'osservatore era all'estero e quindi con quali realtà sei entrato in contatto diretto.
Se vai a Londra per sbevazzare con los sgammarados all'Elephant Head lasciando stare la piccola comunità nazipsycho, la media degli italiani che trovi è "c'ho la laurea al DAMS e la tesi sul teatro dei burattini, ma l'idddaglia non investe in guldhura per colpa di abberluskane e a Londra la metanfetamina costa la metà".
Persone che trovi pure a Ibiza, Berlino, Amsterdam e di cui, volentieri , facciamo a meno e che si meritino di fare lavori da negri.
Ma...
Se cominci a viaggiare per lavoro (ed io ahime lo faccio parecchio) e bazzichi pure terzo mondo e/o paesi di merda in generale (idem), ti capiterà spesso, specie in ambiti tecnici, dopo magari due chiacchiere in inglese e ti scappa il vaffanculo perchè l'accendino non funziona di sentire "ah, Italiano anche te?".
Parlo di ingegneri, o persone con diploma ma con esperienza in settori di nicchia ben delimitati ma strategici (ad esempio, la saldatura. Non le due lastrette di metallo per farti la mensola. Intendo saldature di oleodotti). Idem per il settore aereonautico o per la chimica.
Tanto per porre un qualche riferimento:
I?laureati che decidono di lavorare all?estero guadagnano molto di più di chi resta in Italia
Ci sarebbe anche il discorso degli imprenditori che delocalizzano all'estero. Che personalmente fucilerei non tanto perchè lasciano a casa degli italiani, ma perchè esportano un know how che non è solo proprietà loro , ma di tutta la comunità. E che una volta copiato non vale più nulla.
Ci sono queste realtà.
Che sono una perdita strategica ed economica di rilievo (perchè comunque formarli ha avuto un costo, diretto ed indiretto).
Creare un legame forte e vero con una parte della diaspora che è di buon cuore (l'esempio dell'utente che ha aperto il thread è indicativo) lasciando stare discorsi paramistici sull'italianità nel mondo è comunque anche solo per questioni economiche necessario (oltre a porre misure serie di disincentivo per le componenti strategiche).
Preferisco di no.