di Giovanni Spadolini
“Il signor Mazzini, da due anni papa della chiesa democratica in partibus”, scriveva Marx a Engels il 30 marzo 1852 col più crudo sarcasmo, “[…] nella sua altisonante maniera da domenicano strepita contro gli eretici, le sette, il materialismo, lo scetticismo, la babele francese, con altrettanta decisione con quanta qui a Londra lecca il sedere ai borghesi liberali”. La spietata polemica di Marx contro il grande apostolo italiano non rinunciò a nessuna delle armi della diffamazione, delle insinuazioni o della libellistica.
Pur di colpire il suo pensiero, il suo apostolato, che contraddiceva radicalmente alla sua visione del mondo, Marx non esitò ad accusare Mazzini di collusione con le classi dominanti di Gran Bretagna e Francia: e “spillare danari alla Mazzini” fu una delle espressioni cui ricorse nel carteggio con Engels. Non si limitò mai ad attaccare la dottrina: volle colpire l’uomo. In occasione dei moti di Milano del 6 febbraio 1853, gettò un’ombra sul coraggio fisico del grande instancabile patriota, che aveva turbato i sonni di tutte le polizie europee (e l’impresa venne giudicata “miserevole” e “declamatoria”). Collegò la posizione mazziniana sul problema agrario in Italia col preteso finanziamento di esponenti censitari al movimento di agitazione.
Non risparmiò nulla: neppure i valori più sacri. Nessuno degli ideali perseguiti da Mazzini era in grado di commuovere Marx. Non l’unità nazionale, che egli subordinò sempre alla rivoluzione sociale. Non la trasformazione religiosa, che giudicò anacronistica e impossibile. Non il culto del volontarismo, in cui vide poco più che un residuo di ribellismo e di indisciplina. Non la fede nella democrazia, cui oppose la fiducia assoluta nella lotta di classe. Non lo spirito romantico e umanitario, cui contrappose una concezione realistica e drammatica della vita, che accettava, per la guerra degli oppressi, gli stessi criteri della strategia di Clausewitz o della politica di Bismarck.
Quel era l’origine prima di quell’avversione? All’indomani della grande rivoluzione del ’48-49, sia Mazzini sia Marx erano riparati a Londra. Ma il primo non aveva piegato alle delusioni e ai fallimenti, aveva tratto dall’esperienza della Repubblica romana la ferma volontà di riprendere la lotta appena possibile, di riaccendere il movimento delle congiure e delle cospirazioni, di non concedere un’ora di tregua alle forze della restaurazione: in pieno accordo con tutti quei settori dell’emigrazione democratica che comprendevano anche riformatori socialisti e agitatori proletari. Marx ed Engels, al contrario, avevano ripiegato sull’impossibilità di alimentare un qualunque movimento rivoluzionario in Europa. Agli occhi dei due fondatori del comunismo, la reazione trionfata sul continente non era solo reazione aristocratica e monarchica, ma soprattutto reazione borghese. Impossibile, quindi, collaborare coi rappresentanti del radicalismo e della democrazia, e necessario appoggiarsi sulle sole forze del proletariato.
In perfetta antitesi a una tale valutazione, Mazzini non disperò mai di legare i ceti borghesi alla rivoluzione patriottica, e non si esaurì in un’angusta visione classista. La sua mèta era unitaria sul piano sociale come su quello internazionale. Da un lato il profeta guardava alla conciliazione di borghesia e proletariato, al superamento delle antitesi socialistiche: e fin da allora egli si oppose, in un discorso che Marx definì “insulso ed infame”, all’ “assurdo sogno del comunismo”. Dall’altro egli puntava a una riscossa coordinata dei popoli oppressi, a una sollevazione che riunisse le varie vittime dell’Impero austriaco e collegasse la causa della nazionalità italiana con quella delle nazionalità tedesca e slava.
Cosa rispondevano Marx ed Engels? In una lettera del 5 febbraio 1851, Engels contestava ogni missione agli italiani, agli ungheresi e ai polacchi, invitandoli esplicitamente a “starsene a bocca chiusa in ogni questione moderna”. Tutti i capi dei movimenti nazionali o sociali, cui si collegava Mazzini, erano colpiti col veleno del più aspro sarcasmo; e se Blanc era chiamato “lo gnomo corso”, Lassalle sarà definito più tardi “il negro ebreo”.
Mazzini? Egli si batteva a Londra per fondare scuole italiane, per alimentare il Comitato nazionale, per difendere, sulla penisola, le poche posizioni di resistenza antiaustriaca sopravvissute alla reazione; e Marx non esitava a insinuare, in una lettera al Weydemeyer dell’11 settembre 1851, che “egli lavora completamente nell’interesse dell’Austria, mentre stimola l’Italia all’attuale insurrezione”.
Il problema dei contadini? Engels per primo aveva sostenuto nel ’48 che le masse contadine in Italia si appoggiavano alla reazione e che il 15 maggio napoletano era dovuto all’intervento, a favore del re spergiuro, dei “20.000 lazzaroni di Napoli”. Ma due anni più tardi, con la più sconcertante disinvoltura, Marx accusava Mazzini di non essersi preoccupato di trasformare i contadini in liberi proprietari, e aggiungeva: “Se a Mazzini non si aprono ormai gli occhi è un bestione”. “Senza dubbio”, continuava con quel sarcasmo che si nutriva implacabilmente al sospetto e alla diffidenza, “c’entravano gli interessi all’agitazione. Da dove prendere i dieci milioni di franchi, se ci si mette contro i borghesi? Come conservare la nobiltà ai suoi servi, se le si deve annunziare che si tratta anzitutto della sua espropriazione? Queste sono difficoltà per siffatti demagoghi della vecchia scuola”.
Le ironie si alternavano alle calunnie: una volta è Mazzini che ha comprato con 10.000 franchi dei fondi italiani La Nation di Bruxelles per condurre la campagna contro il socialismo, e un’altra ancora sono Kossuth e Mazzini, questi “vecchi somari di cospiratori”, che si sono prestati a un’insidia e un tranello bonapartisti pur di sfogare il loro esibizionismo e la loro ambizione. Mazzini leader ideale degli esuli? Ma egli è solo “il capo di tutto l’imbroglio”, commenta Marx il 4 febbraio 1852, colui che “adopera Kossuth come una specie di portavoce, e nel suo studio crede di essere una specie di Machiavelli”. “Sempre il vecchio somaro”, ribadirà Marx l’8 ottobre del ’58, quando comparirà il primo numero di Pensiero e azione. Quella che il filosofo di Treviri gli riconosce è “una sorprendente povertà di spirito”. “Farla finita, per gli operai, col Dio e popolo”: è la mèta che segna i nascenti movimenti internazionalisti, Engels.
L’apostolato religioso del mazzinianesimo? A uno dei primi manifesti sull’ “iniziativa” italiana, che sottolineava la necessità di una rivoluzione dei costumi, Marx risponde, scrivendo a Engels, il 3 marzo 1852: “Il signor Mazzini, mentre, come Pietro l’Eremita, tiene sermoni ai viziosi francesi, lecca intanto il sedere ai liberoscambisti inglesi, che incarnano così bene la devozione e la fede. Imbecille!”
Cosa si salva, dei moti o degli ideali più generosi del Risorgimento? A proposito dell’insurrezione milanese del febbraio 1853, Engels riesce solo a ribadire gli argomenti degli “austriacanti” italiani: Mazzini, a suo giudizio, si è squalificato “col volgare sistema di crear dei torbidi assassinando dei soldati isolati, cosa che ripugna in modo particolare agli inglesi…” Sulla spedizione di Sapri, il commento di Marx è del 6 luglio 1857: “Il colpo di mano di Mazzini è proprio nella vecchia forma tradizionale. Se almeno quest’asino non ci avesse messo di mezzo Genova!”
Una volta che Engels parla di Garibaldi, è per irridere alla nave mercantile che egli comanda in America e che rappresenterebbe “la flotta italo-ungherese nell’Oceano Pacifico”. Le conclusioni di Cattaneo nell’Archivio delle cose d’Italia per una federazione europea sono giudicate grottesche: “divertenti” è la parola testuale. La rivoluzione italiana, in un paese, “dove invece di proletari ci sono quasi soltanto lazzaroni”, “supera di gran lunga”, secondo Engels, “quella tedesca per la povertà delle idee e l’abbondanza delle parole”.
Quando il Piemonte dichiara nel ’59 la guerra all’Austria, a fianco di Napoleone III, la maggiore preoccupazione dei due esuli è che l’iniziativa italiana contribuisca a indebolire l’impero austriaco, necessario antemurale contro l’espansione russa; e il saggio di Engels su Po e Reno è una specie di manuale di strategia, dove le regole della lotta di classe sono sacrificate al calcolo, disincantato, delle forze sul campo. E non si rasenta il paradosso, a proposito di ’59 e non di ’59 soltanto, se si afferma che l’avversione di Marx per i protagonisti del Risorgimento era inversamente proporzionale al loro “estremismo” ideologico e al loro “sinistrismo” tendenziale; ed è legittimo supporre che solo Cavour e la monarchia sabauda suscitassero in lui qualche segreta simpatia, un inconfessato rispetto.
L’odio contro Mazzini si prolunga oltre la conclusione del Risorgimento. Quando i vari capi della democrazia in esilio elaborano, nel 1864, il primo testo del Manifesto ai lavoratori, Marx ha un solo obiettivo: stralciare tutte le frasi o le espressioni che comunque ricordino l’associazionismo mazziniano, gli ideali democratici riformatori e progressisti “mascherati coi più vaghi cenci del socialismo francese”.
Il contrasto che lo divideva da Mazzini e da tutta la corrente repubblicana e democratica era di princìpi, di metodo e di costume: un contrasto in cui si intrecciavano e si sommavano tutte le componenti, politiche, psicologiche, di formazione, di carattere, di cultura, di gusto. Agli occhi della sua concezione storicistica e dialettica, il “Dio e popolo” di Mazzini, il suo sogno di una democrazia religiosa, non rappresentavano altro che un incomprensibile rigurgito del Medioevo, una rinascita di miti e di formule arcaiche e assurde; né Marx sospettò mai che quella posizione nascondesse l’ultima istanza di “riforma religiosa” in vista di unificare il cittadino e il credente al di fuori degli schemi tradizionali.
Tutto era fatto per dividerli: al popolo di Mazzini Marx opponeva il proletariato, alla sua educazione l’autocoscienza, al suo associazionismo la lotta di classe, alla sua democrazia la dittatura popolare, alla sua provvidenza la dialettica infinita e incommensurabile della storia, ai “doveri dell’uomo” i diritti imprescrittibili degli oppressi.
Mazzini negava il proprio tempo in un sogno superbo di “metanoia” democratica; la sua critica alla rivoluzione francese, all’enciclopedismo e all’illuminismo, la sua avversione per i “princìpi” dell’indifferentismo ateo nascondevano un ritorno a una visione religiosa della vita, la ricerca di una organizzazione supernazionale e universale capace di riunire e accomunare tutti gli uomini secondo la legge della democrazia, della fratellanza e del progresso. Marx, al contrario, non trascurava nessuno dei dati del pensiero moderno, non rifiutava nessuna delle lezioni della realtà contemporanea: il suo “socialismo scientifico” si innestava, o pretendeva di innestarsi, sullo stadio attuale della evoluzione capitalistica per trarne, in via di logica e di deduzione rigorosa, tutte le conseguenze e tutti gli insegnamenti. Per l’uno, la rivoluzione era un fatto di iniziativa, di coraggio individuale, di eroismi singoli, di barricate e di cospirazioni; per l’altro, nulla serviva che non fosse legato “al sentimento della storia”, come avrebbe detto Hegel, alla logica degli avvenimenti, sia pure interpretata drammaticamente e dialetticamente.
Nelle pagine dei carteggi di Marx con Engels, gli scatti, le invettive, le ingiurie e gli insulti contro Mazzini, l’arrogante “Teopompo”, si alternano a quelle contro tutti i democratici europei di varia estrazione o formazione: dagli esuli ungheresi ai democratici germanici. E senza pietà.
“Un lache et un misérable” è giudicato Kossuth, l’apostolo della rivoluzione ungherese. “Bestioni di ferro”, chiama in altra occasione i democratici tedeschi, rei di “credere sempre al suffragio universale” e di voler imporre al popolo “la loro pidocchiosa personalità”: tutte le responsabilità del fallimento del ’48 ricadono sulle correnti radicali e progressiste, e il linguaggio che Marx arriva a usare in questi casi è infinitamente più violento di quello che adoprerà contro la reazione o contro il militarismo.
Fin dalle lettere a Engels, appare con estrema chiarezza il disprezzo della democrazia e del razionalismo che egli portò sempre con sé, il suo culto della forza, dell’organizzazione e della disciplina, la sua ammirazione per tutti coloro che riuscissero a “cambiare la realtà” e il suo disgusto per le prediche, i sermoni, le declamazioni religiose o pedagogiche (“padre Mazzini”, dice a un certo punto). Polacchi, ungheresi, italiani, tutti gli emigrati dei vari “risorgimenti” appaiono a lui come little tribunizi e irresponsabili, demagoghi impudenti e sfacciati, agitatori frenetici e incoscienti, sfruttatori del sangue, delle speranze e dei denari altrui: Louis Blanc, che lo invita a una riunione per un fronte comune dei socialisti, ne riceve una risposta “bismarckiana” e “imperiale”. A leggere i carteggi con Engels, il marxismo appare ancor meglio come l’ultima teoria aristocratica, l’espressione più drammatica e più intransigente del “machiavellismo”, della “volontà di potenza”.
Lo dimostra l’estrema fase della lotta di Marx contro Mazzini, all’indomani della fondazione dell’Internazionale, sottratta a ogni condizionamento della democrazia repubblicana e universalistica. “Lanciare mine contro Mazzini”: è la parola d’ordine che segue al 1864. Non a caso i primi passi di Bakunin in Italia saranno guidati e sorretti dalle centrali marxiste col preciso scopo di contenere e annullare l’influenza mazziniana. Marx la paventerà sempre, e ancora negli ultimi anni dopo il ’70 ricorderà che gli operai italiani stavano in gran parte “in coda a Mazzini”.
L’espansione del socialismo marxista fu indirizzata costantemente a strappare le posizioni conquistate dal mazzinianesimo. Lo “scaltro fanatico”, come lo aveva chiamato Engels, aveva parlato al cuore degli artigiani, dei primi nuclei operai, creando le basi di un movimento che avrebbe potuto sboccare, col tempo, a una forma di laburismo all’inglese. Fu quell’istinto “associazionistico” e “solidaristico” che Marx temette sopra ogni altro. Il profeta del Capitale vi scorse il germe di un sindacalismo di massa legato ai princìpi nazionali. E la sua negazione colpì, con Mazzini, tutti i valori del Risorgimento.
G. Spadolini, Gli uomini che fecero l’Italia. La storia dell’Italia moderna attraverso i ritratti dei protagonisti, Longanesi, Milano 1989.





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