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«Napolislam», il film
che non si può vedere
 
Quel film non si può vedere. Almeno in occidente. "Napolislam" dopo i fatti di Parigi può creare tensioni, perfino incidenti. Era programmato nelle sale cinematografiche per il 25 novembre. Ma è stato bloccato in extremis. In quindici sale in Italia, ma non nel mondo arabo dove è stato proiettato, il 24 novembre scorso, a Tunisi nell’ambito della rassegna di film italiani delle Giornate Cinematografiche di Cartagine. Ad annunciarlo con rammarico lo stesso autore, Ernesto Pagano, regista, giornalista, arabista. Nel comunicato dell’Uci si legge: "In queste giornate di tensione e shock, a seguito dei fatti di Parigi, visti i temi trattati pur con grande sensibilità, si è preferito rimandare l’uscita del film". Che racconta le storie di dieci napoletani convertiti. La colonna sonora è firmata dal rapper Danilo Alì che canta Allah in napoletano.
Tanti ed eterogenei i volti di "Napolislam" premiato a giugno al Biografilm. La pellicola mette in evidenza che la capitale del Sud è più islamica di quanto si creda e qui convivono pacificamente fede nel Corano e costumi locali. Pagano lo ha confezionato dopo un lungo percorso di studio e avvicinamento al mondo islamico, che gli ha permesso di entrare con la telecamera nelle vite private nei nuovi musulmani, e lo ha girato nell’anno degli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, di cui si parla nel documentario. Nonostante le persone incontrate disapprovino il terrorismo e nel film si promuova invece l’Islam come modello di civiltà, non verrà proiettato nelle sale italiane. Su Facebook Pagano si è dichiarato interdetto dalla notizia. Napoli ancora una volta diventa un caso. Ma stavolta perché forse è un po’ più avanti rispetto al resto d’Europa. Dove pure aumentano le conversioni: "Sì – spiega il regista dal Cairo dove abita da tempo – l’Europa e l’Italia, anche se con un po’ di ritardo, stanno diventando sempre più integrate. I matrimoni misti aumentano, e a volte accade che il marito trasmetta anche la religione alla moglie o viceversa. La crisi di valori che vive la nostra società, insieme al tramonto delle ideologie come il comunismo, hanno creato un vuoto che l’Islam sta riempiendo. Spesso i convertiti di cui racconto, erano cattolici praticanti che dicono di aver trovato nell’Islam più vicinanza al messaggio biblico rispetto al cattolicesimo.
 
L’Islam da lei documentato è basato sulla fede e sul Corano, lontano dall’estremismo del terrorismo.
«Non era negli intenti della mia ricerca trovare i potenziali "jihadisti", quella sarebbe stata un’inchiesta che non mi avrebbe di certo dato lo stesso spazio per filmare all’interno della vita intima delle persone».
Qualcuno ha definito "sexy" la rappresentazione della camorra in "Gomorra", la serie. Come si può evitare che lo sia anche quella dei terroristi dell’Isis?
«Credo che il senso d’antagonismo che sta nell’azione di gruppi terroristici come l’Isis sia potenzialmente attrattivo per chi non dispone più di un vocabolario per esprimere la propria rabbia, il proprio dissenso, la propria frustrazione, né di un’ideologia che tracci un percorso in cui incanalare le proprie energie. Questo non può affascinare, essere sexy. Bisogna raccontare i terroristi come i camorristi per quello che sono: degli uomini, non degli stereotipi. E, poi, sembra scontato, ma tutto questo si evita promuovendo la pace e la giustizia sociale, non aumentando la dose di bombe in Iraq e Siria».
Secondo lei la Napoli islamica che ha raccontato, dove Islam e cattolicesimo, neomelodici e tradizioni locali convivono pacificamente, è un caso isolato o è un modello di integrazione?
«L’integrazione non è un processo indolore. E’ fatto anche di incomprensioni, conflitti e compromessi continui. Ma l’integrazione esiste già, non solo a Napoli, c’è ovunque in Italia. Pensiamo davvero che la retorica dello scontro con la cosiddetta comunità islamica, sia specchio fedele della realtà? A Napoli la gente convive da secoli. Addirittura qualcuno ha detto che non c’è mai stata lotta di classe. Figurarsi poi di religione».
Il film che per ora nessuno vedrà è un piccolo gioiello di verità sociale. Uno spaccato alla Eduardo De Filippo con decine di dialoghi dal vero che fanno tenerezza e anche sorridere. Quello che sarebbe arrivato agli spettatori, sarebbe stato l’opposto di uno scenario cupo o di terrore. "Se io esco vestita con quel velo qui pensano che sto fuori e’ capa", dice Teresa mentre dialoga in cucina con suo fratello Francesco, uno dei 10 protagonisti del film. Francesco, 32 anni, ha solo la quinta elementare e la sua famiglia vive in un seminterrato del Rione Sanità. Alcuni anni fa si è convertito all’Islam imparando l’arabo classico in maniera impeccabile, ed è diventato la guida spirituale delle sue sorelle.

Tra le vie e i vicoli di Napoli, con paesaggi sorprendentemente simili
a quelli di alcune metropoli mediorientali come Tunisi o Casablanca, c’è anche Agostino, l’imam della moschea di piazza Mercato. Accento napoletano, Agostino ha studiato 6 anni a Medina, la città dove è sepolto Maometto in Arabia Saudita, ed è poi tornato a Napoli. "Quante mogli aveva il Profeta?" chiede una cliente a Dino, parrucchiere convertito che lavora nella periferia di Napoli. "9", risponde Dino, " ma la differenza è che un vero musulmano si prende cura di tutte le sue donne allo stesso modo". Non si può vedere. Ed è un po’ come se all’epoca avessero censurato "Un turco napoletano«Napolislam», il film che non si può vedere - CorrieredelMezzogiorno.it


 

 
«Sei un cristiano, tu vattene in chiesa». L’imam: segnalate i violenti

Tra gli islamici alla moschea di piazza Mercato in preghiera guidati da Abdullah (che in realtà si chiama Cozzolino ed è un ex frate francescano)

 
 
Si avvicina un altro barbuto: «Sei cristiano? Sì? E allora vai in chiesa». Ma nelle chiese italiane i musulmani possono entrare. «Se non sai l’arabo, qui non puoi pregare». Si avvicinano altri fautori del dialogo interreligioso: «Giornalisti vaffanculo! Italiani vaffanculo!». Segue una sfilza di parole in arabo, certo formule augurali di prosperità e buona salute. Un marocchino alto dice con aria complice: «Io la penso come Massimo Fini». Lo conosce? «Io ascolto sempre la Zanzara su Radio24: mi fa ridere e mi fa capire l’Italia. Massimo Fini ha detto che in Iraq gli americani hanno fatto 700 mila morti, tra cui 200 mila bambini. E i nostri bambini non sono meno bambini dei vostri. Questo Massimo Fini deve essere un uomo molto saggio. Io voglio andare alla Feltrinelli a comprare tutti i libri di Massimo Fini». Comprerà pure quelli di Oriana Fallaci? Il marocchino mi guarda come si guarda una mosca su un cuscino di broccato bianco.
 
Musulmani a Napoli

Qui non siamo nella grande moschea di Roma, l’architettura di Portoghesi ai Parioli, che non ha un quartiere islamico attorno. Non siamo neppure in un’enclave musulmana come Molenbeek: è difficile creare un’isola di illegalità tra i bassi di Napoli, dove la legalità è sospesa da secoli. Siamo davanti alla moschea di piazza Mercato, il ventre della città. Qui hanno girato un film — Napolislam, storie di italiani convertiti — che sarebbe dovuto uscire nelle sale all’indomani delle stragi di Parigi. Non c’è scontro di civiltà ma burbera convivenza, si compra e si vende di tutto trattando sul prezzo, gli immigrati parlano dialetto, «Salam aleikum Rashid, tenite ‘e sigarette?». Statua di padre Pio. Altare con l’effigie della Madonna e le foto dei morti di camorra. L’immagine della Pietra nera della Mecca segnala l’ingresso della moschea, un antico convento di suore.
«Non è delazione; è difesa della comunità»

L’imam si chiama Abdullah, Servo di Dio. Assicura che questo è un luogo di integrazione: «Ogni venerdì vengono a pregare 600 persone da decine di Paesi diversi. Certo, non posso garantire per tutti. Non posso conoscere i sentimenti di ognuno». Fino al 2004 questa era la «moschea degli algerini», coinvolta in tutte le indagini sul terrorismo internazionale. Poi sono arrivati l’imam Yasin e appunto l’imam Abdullah. «Abbiamo lavorato molto. Abbiamo invitato qui sacerdoti, rabbini, poliziotti, scolaresche. Abbiamo detto a tutti i fratelli che quando incontrano un radicale, o anche solo uno che fa strani discorsi, devono segnalarlo. Non è delazione; è difesa della comunità. A Napoli e dintorni vivono 15 mila musulmani, e l’Isis purtroppo è un elemento di richiamo, inutile negarlo. Una tentazione. Ci sono giovani che non sanno chi sono e non sanno cosa fare, la pressione psicologica di Internet è fortissima, il fondamentalismo promette loro un’identità».
Cauta condanna e profondo fastidio

Cominciano ad arrivare i fedeli per la preghiera del venerdì. Il tono medio non è certo di approvazione dei terroristi. È di cauta condanna e profondo fastidio, per gli assassini e per chi vuole portare il discorso sugli assassini. Molti spiegano che già la vita non è facile, che già la polizia li prende di mira, e gli attentati rendono tutto più complicato. Ma tra i giovani esiste anche l’atteggiamento che il 14 novembre prevaleva tra i musulmani delle banlieue di Parigi: né con lo Stato Islamico, né con lo Stato francese, in questo caso italiano; che pure a noi spesso appare distante se non nemico, figuriamoci a loro.
Le donne non si vedono

La moschea ora è piena all’inverosimile. Le donne non si vedono, sono chiuse nella loro stanza. C’è anche l’artista siriano che ha intagliato il mihrab, verso cui tutti si inginocchiano, e il minbar, da dove l’imam Abdullah tiene la predica, in italiano inframmezzato da parole arabe: «Fratelli noi dobbiamo condannare senza alcun dubbio, senza alcun se, senza alcun ma, gli attentati compiuti non lontano dal nostro Paese. E la condanna non basta. Ricordatevi che Allah ci guarda. Allah ci osserva in ogni momento della nostra vita, quando siamo in moschea e quando siamo a casa. Allah sa tutto quello che accade nella terra, nei cieli e nel segreto dei nostri cuori». Un ragazzo ghanese in jeans, felpa Adidas e capelli rasta, legge un’antica copia del Corano; un vecchio algerino con la barba lunga, la kefiah e la veste bianca sino ai piedi segue le preghiere sull’i-Pad. Prosegue l’imam: «Allah sa quando il nostro sguardo tradisce qualcosa, Allah sa quando abbiamo qualcosa da nascondere. Noi saremo giudicati anche per le nostre intenzioni, ma non dobbiamo avere paura perché Allah è misericordioso, ci aiuta a vincere la tentazione del male. Però se qualcuno di noi pensa di discostarsi dal sentiero segnato da Allah, allora sappia che gli angeli saranno testimoni e scriveranno quello che non si palesa, annoteranno il male nascosto». Ci sono pachistani, senegalesi, bosniaci, uzbechi, albanesi, ceceni, tagichi, bengalesi, ivoriani, somali. «Rivolgiamo i nostri cuori a tutte le vittime del terrorismo, in qualunque Paese: facciamo in modo che questo male, che colpisce soprattutto noi musulmani, si muti in azione positiva. Noi musulmani dobbiamo avere un ruolo in questo». Poi tutti si inginocchiano, in quella selva di schiene piegate al ritmo di «Allahu akbar» che all’unico infedele presente fa sempre una certa impressione.
I notabili della comunità

All’uscita molti si fermano ad abbracciare e baciare l’imam, e a stringere la mano all’ospite. Sono i notabili della comunità, quelli che hanno studiato: Ibrahim è un ingegnere etiope, un altro Ibrahim è un economista fuggito dalla guerra civile in Yemen; ci sono due commercianti kirghizi, ci sono i tre figli di Khaled, siriano: Mustafà fa economia a Salerno, Suraya architettura a Napoli, Sarah lingue all’Orientale. Assicurano che fino a quando Assad non sarà cacciato gli attacchi dei terroristi continueranno.
Qui sorgerà la Casa di Abramo

All’uscita qualcuno va a spedire i soldi a casa, qualcuno va a scommettere nel negozio tra la vecchia sede del Pdl con le bandiere a mezz’asta e i fuochi d’artificio «Polvere di stelle». Piazza Mercato in realtà è uno dei centri della civiltà europea, 200 metri a destra ci sono le Sette opere di misericordia di Caravaggio, 200 metri a sinistra c’è San Gennaro esce vivo dalla fornace di Ribera, due tra le opere più belle mai dipinte da un uomo; dice l’imam che qui sorgerà la Casa di Abramo, un centro per le tre religioni monoteiste, «nello spirito del pensiero meridiano di Franco Cassano, della Napoli multicolore di Pino Daniele».
L’imam Abdullah si chiama Massimo Cozzolino

Queste cose le conosce perché l’imam Abdullah si chiama in realtà Massimo Cozzolino. Ex Federazione giovanile comunista, ex frate francescano, due lauree in filosofia e scienze politiche, master in peacekeeping; convertito a 36 anni, nel 1997, ha studiato l’arabo e il Corano a Londra. L’imam Yasin si chiama in realtà Agostino Gentile. Sono mille i napoletani convertiti come loro all’Islam. Chiedono una grande moschea e nell’attesa almeno un cimitero: oggi i musulmani che muoiono qui vengono sepolti a Roma o rimpatriati nei Paesi d’origine; tra i compiti dell’imam c’è lavare i corpi dei maghrebini e degli africani ammazzati dalla camorra; questa anche da morti resta per loro una terra straniera
«Sei un cristiano, tu vattene in chiesa». L’imam: segnalate i violenti - Corriere.it