High noon - Limes
Per chi ha avuto tempo, voglia e dedizione di studiare approfonditamente la Grande Depressione, questa sarà pure iniziata a causa del crollo della Borsa, ma quello che ha veramente colpito l’economia a quel tempo piuttosto circoscritta, non globalizzata e quindi meno vulnerabile è stato l’interruzione del credito.
Il cittadino medio non aveva accesso al credito, non poteva comprare una casa, iniziare un’attività, rifornire il negozio e le aziende non erano in grado di finanziare le proprie operazioni di routine. Il credito con tempo, pazienza e strategia di periodo consegue la capacità di costruire un’economia moderna, mentre la mancanza di credito ha il potere di distruggerla, in un secondo e completamente.
Se non si agirà con audacia e immediatamente si rivivrà ciò che accadde negli anni Trenta, solo che questa volta sarà molto peggio. Purtroppo non esiste fine al ridicolo neanche nelle emergenze.
L’austera e severa Unione Europea capitanata dalla gentile signora Angela Merkel & Co. autorizza il governo italiano – che, visti i debiti, non ha i requisiti secondo i parametri della stessa Ue – a porre in essere uno “scudo” da 150 miliardi di euro (che non ha) a difesa di un sistema bancario che a sua volta non ha i requisiti perché tecnicamente in sofferenza.
Mario Draghi, dall’alto del suo scranno, si sta veramente esercitando in numeri di arte circense; la sua Bce sarà proprio l’entità che nell’eventuale pericolo si impegna a comprare dalla Cassa Depositi e Prestiti – il cui maggiore azionista è proprio lo Stato italiano, che (sottolineandolo ancora una volta) pur non avendo i requisiti fornirà di conseguenza le garanzie necessarie per le obbligazioni emesse a favore di istituti di credito in difficoltà. Questi, secondo stime bonarie, hanno accumulato circa 200 miliardi di euro in crediti inesigibili – senza contare quelli incagliati, ovvero quasi cinque volte la capitalizzazione delle banche quotate.
Neanche Henry Paulson e Ben Bernanke sono riusciti a inventarsi una tortuosità simile nel bel mezzo della tempesta del 2008. Ottennero solo di farsi dare tout court 700 miliardi di dollari in bianco dal Congresso degli Stati Uniti. Visto che erano in partita, fecero comprare dalle maggiori banche commerciali (che non avevano i requisiti) le più importanti banche d’affari del paese (che non avevano i requisiti), rendendo il sistema finanziario invulnerabile al fallimento.
Senza dar retta al vecchio sir Alan Greenspan, che aveva suggerito di dare letteralmente fuoco all’enorme massa di immobili invenduti e oggetto della crisi, unico sottostante fisico rispetto alla smisurata emissione di titoli sintetici sub e sub sub prime, in modo da annichilire in forma permanente un rischio di algoritmi copiati da quelli elaborati da John Nash per la teoria dei giochi, che a distanza di otto anni rimane clear and present. D’altro canto, 15 mila miliardi di dollari sono una cifra che è meglio esportare piuttosto che tenersela in casa, a dimostrazione del fatto che più la politica mette mano nei problemi e nel portafoglio di una libera economia, più questi diventano giganteschi e senza soluzione.
Non siamo negli Stati Uniti, siamo in Europa, dove il mercato globale si scontra con un sistema bancario obsoleto e non all’altezza delle esigenze che sono parte vitale tanto delle imprese, come del comune cittadino. In Oriente ogni cosa è relativa a ogni altra cosa, mentre in Occidente è solo un’inusuale coincidenza; di conseguenza, la Bce con la politica del Qe (peraltro copiata dalla Fed) ha immesso vagonate di soldi nel sistema per renderlo liquido, gestibile e credibile. Questo sforzo è servito a poco: formalmente tutti sembrano aver imparato la dura lezione, però nessun governo si è preoccupato di eliminare per sempre questa montagna di titoli tossici spendendo soldi buoni in un pessimo affare, che alla lunga sarebbe al contrario risultato vantaggioso per la salute dell’economia già zavorrata da quantità di bias.
Troppi rattoppi mal fatti da improbabili chirurghi hanno fatto risvegliare il grande malato, che, contento di non essere morto, ha ricominciato a prendere gusto al vizio di sempre: hope, greed and fear, con il risultato che dopo otto anni di mercato che ha raggiunto vette di valorizzazione al di sopra di ogni più generosa aspettativa e di ogni ragionevole logica, oggi il liquame velenoso che gira per l’Europa e il resto del mondo ammonta a quasi 300 mila miliardi di euro.
Come si è arrivati a questo punto? Il mondo è saturo di gente piena di sé, arrogante e presuntuosa, di inutili banchieri che gestiscono asset da migliaia di miliardi ma non sanno come si fa un cambio dollaro-euro nel Forex; visto che guadagnano troppi soldi ne vogliono ancora di più, non rendendosi conto che sono a centinaia di gradini al di sopra delle proprie capacità, tanto nessuno li ferma o li manda a casa a pedate; i bilanci delle loro banche sono fatti per la maggior parte con il gioco dei dadi e spesso e volentieri, parecchi fiduciosi ingenui, irretiti da facili guadagni ne pagano le amare conseguenze.
In Europa l’economia annaspa, gli status quo lasciano a desiderare e i dati reali non forniscono molto spazio ai commenti positivi e trionfali dei vari ministri dell’Economia che a forza di zero virgola vogliono convincersi e convincere che i problemi del loro virtuale immaginario sono alle spalle e non davanti.
L’unica vera locomotiva del mondo rimangono gli Usa, ma solo perché il loro assurdo melting pot assimilato a fatica in secoli di conquiste democratiche ma anche di lotte intestine e fratricide consente a questa nazione pochi semplici diritti acquisiti. Una crudele competizione in un mercato che, come affermava John Kenneth Galbraith, esprime una sola elementare norma: separare il denaro dai cretini. Non c’è più tempo e spazio per i politici che parlano ma non concludono mai niente e il poco che riescono a fare è un fracasso o apparenti buone intenzioni concretamente inesistenti.
David Cameron è solo un esempio fra i tanti: molta alterigia, un accento tipicamente oxfordiano sintomo di una nascita nel seno di una famiglia ricca e altolocata. Forse ha sempre ritenuto che chi non vivesse a Mayfair, Kensington, Belgravia o Chelsea non fosse un inglese rispettabile per avere decenti opinioni politiche differenti dalle sue. Evidentemente non ha mai dormito a Brixton, a Tottenham Hale, piuttosto che a Peckam o Seven Sisters, in un appartamento di 30 metri quadrati fatto di cartone e plastica.
Il primo ministro ha voluto a tutti costi fare un tris, proprio come tre inglesi formano un club: vinte le elezioni politiche con buona maggioranza del suo partito, disinnescato il referendum sull’indipendenza della Scozia, ha ritenuto che quello sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea fosse una passeggiata prodroma a cogliere ulteriori successi politici. Rule Britannia. I suoi concittadini, seppure con poco scarto, gli hanno dato torto.
D’altro canto gli inglesi sono duri isolani, amano gli animali ma disprezzano gli esseri umani e dal Vallo di Adriano in poi lo hanno dimostrato, vincendo tutte le guerre tranne quella contro i coloni americani che volevano la propria libertà. Sono stati colonizzatori a volte raffinati ma molto spesso crudeli, conquistando enormi territori ai quali poco alla volta hanno dato l’indipendenza, pur continuando a mantenere strette relazioni attraverso il Commonwealth.
Lo stesso Winston Churchill aveva annunciato nel 1955 – prima di andarsene in pensione – che vedeva con piacere e soddisfazione un‘Europa unita esente da future guerre, ma che gli inglesi preferivano il mare aperto. A che gli serve essere nell’Ue? Non si può biasimare chi ritiene che l’attuale struttura dell’Unione Europea sia diventata un mostro alieno e mercenario ai princìpi dei padri fondatori che nel 1957 avevano cercato di mettere insieme anime diverse ma spinte da uno stesso anelito di pace, prosperità e uguaglianza per nazioni stremate da due guerre mondiali in quarant’anni. Obiettivo degno anche se negato da un’infedele, smisurata, moltitudinaria e ingovernabile burocrazia che costa quello che nessuno può oggi permettersi visti gli inutili ritorni.
Chi può sapere quale sarebbe il risultato se lo stesso referendum fosse permesso nei 27 paesi rimasti. Nel dubbio, meglio non farlo.
Se servono soldi, gli Stati Uniti sono sempre pronti ad aprire il portafoglio a favore del loro più strategico e fedele alleato nel vecchio continente che si è tenuta stretta la sterlina per non soggiacere ai voleri schizofrenici dei partners europei; Canary Wharf continuerà a essere la seconda piazza finanziaria mondiale dopo Wall Street, coagulando i soldi anche non proprio limpidi dei fondi sovrani arabi, dei russi, dei cinesi e del Pacific Rim e di tutti i nouveau riche assetati per aprire i conti alla Coutts & Co.
Per quanto riguarda la difesa, gli inglesi si sanno difendere perfettamente da soli e le loro forze armate nell’insieme sono seconde solo a quelle americane, non per nulla i reggimenti dei SAS si allenano nelle solitarie, inospitali Brecon Beacons Hills del Galles oltre che nelle pericolose giungle del Borneo. Di immigrazione già ne hanno a sufficienza e non ne vogliono altra.
Quale soluzione alla sconfitta? Niente elezioni anticipate. Cameron si è dimesso ma con un soft landing la signora Theresa May lo segue nell’incarico; sicuramente il trapasso si rivelerà più duro per l’Ue che per il Regno Unito. Cos’hanno fatto i mercati in questa contingenza di Brexit? Solo il loro dovere, esaltata volatilità e la naturale paranoia tipica di quando molti perdono e pochi vincono, perché Brexit non è l’unico problema. Anzi, probabilmente è il minore dei mali rispetto a una complicata stagflazione-deflazione e alla costante erosione di valore delle commodities, che obbligano i paesi esportatori a rivedere al ribasso le proprie stime di crescita e al rialzo quelle dell’inflazione.
Siamo nel 2016 e non può essere che il 5% della popolazione mondiale possegga il 75% della ricchezza globale. Sfortunatamente è un fatto tanto certo quanto anacronistico rispetto alla dignità dell’essere umano per la quale in tanti hanno combattuto e sono morti. Troppa democrazia, troppa libertà, troppo perbenismo e laissez faire provocano inevitabilmente un contesto nel quale ognuno ritiene di avere il diritto di agire come meglio crede, ovvero la casa comune di una totale incoerenza tanto illogica quanto pragmatica, una parvenza di politica intellettuale che finisce solo per essere una sfida nella quale a differenza dell’irreale cinematografico non vincono i buoni, ma solo i cattivi.
La non proliferazione delle guerre convenzionali ha consentito un sofferto adeguamento quasi inconscio a problemi asimmetrici di sicurezza che dopo molti anni non sono stati risolti; la quantità impressionante di soldi inutilmente spesi è il simbolo dell’incapacità, inefficacia e inefficienza delle nazioni più importanti del mondo nel contrasto al terrorismo. Nessuno ascolta, tutti si parlano addosso come conviene a chi ha poco da dire, ma il fenomeno del terrorismo non è un numero di arte varia: è semplicemente un rientro della storia che da Goffredo di Buglione (artefice della prima crociata) e della setta dei cavalieri templari è passata per tanti secoli di pessima amministrazione coloniale del subcontinente sahariano, africano e mediorientale che sarebbe disonesto dare torto a questa gente che risvegliandosi dal torpore vuole imporre la propria volontà al resto del mondo. “Allah Akbar” di Yusuf Salah al-Din è sinteticamente uguale a “In Hoc Signo Vinces” di Costantino I.
Così, la poca lungimiranza professionale di servizi di intelligence non all’altezza dei compiti e avallata da politici desiderosi di dimostrare a tutti i costi che hanno i sufficienti attributi ha consentito di mettere un serio freno all’esportazione dei foreign fighters che andavano all’estero a combattere per lo Stato Islamico, ben pagati con i soldi dei fondi arabi (solo per mettere al riparo il loro cortile di casa), ma anche con quelli dei cocaleros tailandesi, cambogiani, messicani e colombiani. Con la conseguenza che invece di farli uscire per poi neutralizzarli per sempre come casualties of war nei luoghi dove operano (che sarebbe molto più semplice), adesso se li tengono in casa e i risultati imprevedibili delle loro azioni si vedono quotidianamente, perché quasi a costo zero sono in grado di compiere stragi di civili.
Per gestire l’emergenza servirebbero capacità che non ci sono e se ci sono certo non lavorano per questi governi. Il colpo di Stato in Turchia è stato concepito ed eseguito talmente male, che viene voglia di pensare che sia stato realizzato da una banda di pagliacci travestiti da militari o meglio messo in scena ad arte per rinforzare il potere di Recep Tayyip Erdoğan, ultimamente piuttosto offuscato da una gestione assolutista, anti-democratica, anti-Nato, anti-Ue e anti-Usa – con la pericolosa aggravante che le basi militari americane nel suo paese sono stracolme di testate nucleari tattiche e averne i codici di innesco non è davvero una grande fatica.
Una classica matrioska – stile guerra fredda – per consentire la violenta epurazione di tutti i dissidenti e un monito verso tutto il resto del mondo civile, simile a quanto perpetrato nel 1915 dal suo predecessore Mustafa Kemal Ataturk. Quindi molto attenti, perché se quella di oggi rappresenta la modernità mussulmana della democratica Turchia, meglio ritornare all’Impero Ottomano e agli sfarzi di Bisanzio.
Matteo Renzi, il giovane ottimista e perbenista, desidera con la riforma costituzionale dare un taglio ai costi dello Stato. Nessuno minimamente accenna al fatto che il suo governo dopo tanti proclami in totale libertà non è riuscito a tagliare neanche del 20% i costi di una pubblica amministrazione che nel suo insieme divora annualmente quasi la metà dello stanco pil della Repubblica Italiana. Forse dovrebbe slanciarsi in un immaginario quantum leap per capire a quali esempi applicare un qualcosa che sia veramente utile al benessere dei cittadini del suo paese.
Per esempio gli Stati Uniti d’America: fatta salva l’enorme estensione territoriale, hanno una popolazione di circa 320 milioni di abitanti, la loro originale costituzione federale è composta di quattro pagine scritte a mano nel 1787, contenenti sette articoli e successivi 27 emendamenti e inizia con “We the People”; 435 deputati e 100 senatori. In Italia il territorio non abbonda, ci sono circa 61 milioni di cittadini, 630 deputati e 315 senatori e l’improbabile corposo libro della costituzione del 1948 inizia con “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.
Perché, su cosa dovrebbe fondarsi una Repubblica? Sul divertimento? Sul cazzeggio? Sulla burocrazia? Sulla corruzione? O meglio sul popolo sovrano, che poi sono coloro che umilmente e quotidianamente mandano avanti il vapore per quello che possono, che fanno sacrifici, che aiutano il futuro dei figli e che forse vorrebbero che le cose andassero meglio, non per mettersi soldi in tasca – tanto non ce ne sono, almeno per loro – ma per essere orgogliosi di aver fatto qualcosa di utile nella vita e non essere trattati come inutili idioti da uno Stato che racconta fiabe. Nella realtà, il pensionato medio prende meno di mille euro al mese e rimane alla mercé di una costosa assistenza pubblica che meglio perderla che trovarla sul proprio cammino.
Renzi non è meglio né peggio dei suoi predecessori. Vuole fare meglio, ma il meglio è il peggior nemico del bene comune. Tutte chiacchiere e vanità da buon affabulatore, per cercare di governare all’infinito accompagnato da un coacervo di amici e amichette, sicuramente non candidati a nessun premio Nobel.




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