



Credo sia riconducibile alla sindrome da burnout, poiché è un lavoro malpagato, socialmente malvisto e pesante sia sotto l'aspetto fisico e psicologico. Spesso non c'è nemmeno di base un'adeguata preparazione. Non ha nulla a che fare con il ribrezzo o il fastidio che una persona sana può provare nei confronti della disabilità.


Mi sorprende il fatto che tu riesca a fare un ragionamento che discerne l'ideologia (ecco perché mi "lamentavo" con la Papessa ieri, visto che lei si considera o almeno credo, tradizionalista) adducendo l'idea che una persona evidentemente minorata possa, comunque, occupare un ruolo sociale di rilievo, cosa che non era assolutamente scontata, anzi, nell'epoca in cui le ideologie alle quali alcuni di voi si rifanno, erano in auge. Diciamo che se oggi Hawking può essere la risposta europea alla fisica che dici tu, è perché l'odiosa modernità progressista gli ha consentito, emancipandolo attraverso il diritto allo studio e all'inclusione, di arrivare a mettere in piedi i suoi studi. Cosa che nella Russia di Stalin o nell'Europa degli anni '30, difficilmente sarebbe stata possibile. Pur con tutto il discorso su "chi ha inventato lo Stato sociale nel mondo", che vuol dire solo offrire assistenza e cure, non emancipazione.
"Sono contro tutti i sistemi, il più accettabile è quello di non averne nessuno"
Tristan Tzara
Je m'exalte, je degresse encore... Je vous ai reperdu mon histoire... Non! Non!
(L.F. Céline, Maudits soupirs pour une autre fois)


Ma è del tutto ovvio che se Hawkings non avesse incontrato sulla sua strada la tecnologia che gli ha consentito di proseguire il suo cammino non sarebbe stato nessuno.
Ma in generale un handicappato fisico dall'intelligenza normale e dalle normali capacità poteva anche un tempo vivere la sua vita esercitando lavori adatti e dunque dando il suo contributo alla società. Il caso Hawking rappresenta alla fine un' eccezione nel panorama. Quanti Hawkings ci sono sul pianeta? Non mi ci soffermerei tanto.
Invece noterei che, se un tempo vi erano molti handicappati a causa di tare genetiche, parti gestiti in maniera disastrosa, oggi ve ne sono tanti perchè paradossalmente tutti vengono salvati, anche i meno vitali, anche coloro che normalmente morirebbero. Lasciando poi alle famiglie la gatta da pelare.
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)


mah, io di questo non ne sarei così convinto. Non ci sono tracce storiche che narrino che nell'Italia degli anni '20 o nella Russia degli anni '30, o meglio ancora prima, ci fossero disabili che hanno lasciato il segno nella scienza, nella medicina o nelle arti. O anche semplicemente che facessero mestieri comuni. Al massimo c'erano i nani e gli zoppi (soprattutto post-guerra), che facevano intrattenimento.
perche' come ti ho appena detto, a partire dall'epoca moderna, fino a metà del '900, i pochi minorati che si vedevano, erano quelli cui era consentito rimanere con le famiglie o che avevano handicap di lieve entità (nanismo, zoppia, deficit uditivi ecc). Chi aveva bisogno di grandi cure, a meno che non fosse nato in famiglie ricche, ovviamente non superava il parto. e se andava meglio finiva in qualche istituto che se ne occupava (tipo religiosi)Invece noterei che, se un tempo vi erano molti handicappati a causa di tare genetiche, parti gestiti in maniera disastrosa, oggi ve ne sono tanti perchè paradossalmente tutti vengono salvati, anche i meno vitali, anche coloro che normalmente morirebbero. Lasciando poi alle famiglie la gatta da pelare.
"Sono contro tutti i sistemi, il più accettabile è quello di non averne nessuno"
Tristan Tzara
Je m'exalte, je degresse encore... Je vous ai reperdu mon histoire... Non! Non!
(L.F. Céline, Maudits soupirs pour une autre fois)


Liquid, su quest' ultimo punto soltanto non bisogna confondere i piani.
Vi è un fastidio/ribrezzo che è una espressione di una convinta, incoercibile ed irriducibile avversione verso l' individuo "in croce", ma insomma casi secondo me che -se descrivibili in questi precisi termini-rappresentano la tipica "rurale"atavica espressione di terrore verso la prefigurazione della morte.
Oppure il disprezzo superficiale anche insistito che però è appunto superficiale e si dilegua potenzialmente e gradualmente nel pur casuale e non ricercato contatto diretto con il disabile.
Del resto io nutro per esempio una istintiva avversione per i depressi, che mi terrorizzano, pur non essendo forse disabili in senso stretto.
E vi sono mille motivazioni razionali probabilmente, ma io vi trovo solo una totale impossibilità di condivisione e li evito come la peste bubbonica, la loro trasandatezza, il loro sguardo stroncato dagli psicofarmaci ecc...mentre uno spastico o un focomelico non mi fa nè caldo nè freddo.
Ho terrore delle persone con i segni della chemioterapia, mi sembra ostentino "dolore e piaghe" quasi con malvagia insistenza e provo per loro una insofferenza inspiegabile.
Ma a un "down" non ci faccio nemmeno caso.
Quindi credo che il genere " attacco concentrico al disabile" sia piuttosto difficile da inquadrare con precisione.


Ma io capisco, mi metto nei panni e non confondo nulla (devo solo ricordarmi di stare alla larga da Felipe).
Come ho scritto in questo 3d è semplice paura. Il disabile offre uno specchio distorto nel quale il sano ha paura di specchiarsi, non può affrontare il pensiero di poter esserci lui dall'altra parte. Anche semplicemente perché non conosce e dunque non sa come approcciarsi. Tutte le paure possono essere contenute razionalizzando, ragionandoci e affrontandole...quando non lo si fa possono diventare terrore e il terrore porta alla fuga oppure a schiacciare e distruggere l'origine della paura.
Non sono rari i casi di bullismo e i pestaggi sui disabili, purtroppo.
Io temo la malattia che comporti la perdita di lucidità: l'idea di dipendere, di essere un guscio inerme nelle mani di qualcuno mi fa orrore. Ho razionalizzato, l'ho affrontata ma è sempre lì, nascosta in un angolino.


The weak crumble, are slaughtered and are erased from history while the strong, for good or for ill, survive. The strong are respected, and alliances are made with the strong, and in the end peace is made with the strong.


Giusto quello che dici, infatti credo che il 'normale' viva nel perenne senso di colpa nei confronti del malato, che poi genera il senso di pietà e compassione e non di considerazione dell'altro come pari a sé (almeno dal punto di vista umano). Chiaramente se la civiltà umana non vedesse la malattia solo come sofferenza a cui non si pone rimedio, ciò non avverrebbe.
"Sono contro tutti i sistemi, il più accettabile è quello di non averne nessuno"
Tristan Tzara
Je m'exalte, je degresse encore... Je vous ai reperdu mon histoire... Non! Non!
(L.F. Céline, Maudits soupirs pour une autre fois)

