Innanzi tutto esprimo la mia vicinanza a coloro che hanno subito perdite, sia di natura materiale che quelle drammatiche riguardanti familiari, amici e conoscenti.
Mi auguro che la Fede sia per loro di conforto.
Il vescovo, nella sua omelia, ha pronunciato quella domanda molto umana e piena di sgomento: "Dio e ora che si fa?"
Voglio condividere invece la mia domanda.
Se questo fenomeno naturale accidentale ha provocato la morte di persone che, pur persistendo nel peccato, avevano intrapreso o stavano per intraprendere una strada di redenzione, possiamo concludere che la Grazia di Dio ne terrà conto?
Ho ben chiaro che questa prospettiva rileva ad esempio per i bambini non ancora battezzati, ma mi chiedo se anche per coloro che sono morti da peccatori mortali avendo però in animo un percorso di riavvicinamento a Dio si possa prefigurare, alla luce della Dottrina, tale possibilità di salvezza.
Certo, chi ha tempo non apsetti tempo ma il tempo in questo nostro peregrinare sulla terra può battere le nostre umane debolezze e il nostro atto di volontà.
Il Concilio di Trento, in merito a quest'atto necessario, ha dichiarato che è contrario al Magistero affermare che "l'empio sia giustificato dalla sola fede, così da intendere che non si richieda nient'altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà".
Se un evento accidentale come il terremoto spezza la possibilità di quell'atto della volontà, cosa possiamo ricavarne?
Non mi aspetto risposte conclusive ma volevo solo condivere queste riflessioni.




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