Mi ha sempre divertito l'ironia con cui Emilio Lussu (Marcia su roma e dintorni) descrive D'Annunzio...
D’Annunzio ha sempre esercitato una grande influenza sullo spirito della calda gioventù nazionale. Raffinato, egli ha sempre dato, a tutti i suoi gesti, forme estetiche. Prima della guerra, perseguitato per debiti, non sapeva a quale santo votarsi. Un altro
al suo posto, per punto d’onore, si sarebbe facilmente lasciato trascinare a bruciarsi le cervella. Ma egli ha saputo sempre dominare i suoi nervi. Ripudiò la patria ingrata e sirifugiò in Francia ad Arcachon, e vi visse da principe. Riapparve in Italia nel maggio del
1915, sempre con apparato principesco, e incitò la gioventù italiana alla guerra.[...]Finita la guerra, dove avrebbe egli potuto andare? Anche per lui esisteva il problema della smobilitazione e della ripresa della vita civile; aggravato dal fatto che le sue esigenze gli imponevano corte sontuosa. La Francia, dopo la guerra, offriva un’ospitalità molto meschina. Arcachon non era più possibile. E, in Italia, i suoi creditori lo attendevano ancora, implacabili, con cinismo inaudito. In questo stato critico D’Annunzio apprese la decisione della Conferenza della Pace che negava Fiume all’Italia. Mai uomo fu colto da sdegno maggiore. Debitore, poeta e guerriero si fusero in uno: egli decise l’impresa. Il 12 settembre 1919, con un reparto di «arditi» e con due battaglioni dell’esercito, occupò Fiume, senza colpo ferire Il governo, impotente in quel periodo a fare di più, ordinò il blocco della città. Il Poeta vi si installava da condottiero, arringava il popolo quattro volte al giorno, organizzava
spedizioni ed atti di pirateria, gettava le basi di una costituzione corporativa; stipulava patti misteriosi nei Balcani, nel Giappone e persino nella Russia dei Soviet; inviava lunghi messaggi all’Italia, all’Europa, al mondo, in versi e in prosa. E di tanto in tanto
minacciava una marcia su Roma. [...] Poco dopo, nel novembre 1919, l’on. Nitti indisse le elezioni generali. D’Annunzio lo
additò al disprezzo della nazione. Mussolini si schierò contro tutta la democrazia in generale e i socialisti in particolare, esaltò Fiume guerriera, e si presentò alle elezioni a capo di una lista fascista con un programma rivoluzionario radicale. Le elezioni si svolsero ordinatamente e Mussolini riportò solo 4.000 voti. Il favore delle urne fu per i socialisti e i democratici cattolici. La situazione interna si fece sempre più torbida. Ogni giorno aumentava la disoccupazione, il costo della vita e gli scioperi. L’on. Nitti dovette dimettersi nel giugno 1919 [sic, ma in realtà 1920] e gli successe l’on. Giolitti. Il vecchio
parlamentare, che era stato avverso alla guerra, sembrava il solo capace di dominare la situazione politica. Ma due mesi dopo i contrasti fra operai e industriali si acuirono. Gli operai esigevano che il salario fosse proporzionato al costo della vita: gli industriali
si rifiutarono di discutere. Gli operai metallurgici dichiararono l’ostruzionismo e gli industriali risposero con la serrata. Si era alla guerra. Gli operai occuparono le fabbriche e ripresero il lavoro per conto proprio. L’avvenimento produsse grande impressione in Italia e in Europa. Era dunque l’Italia alle porte del bolscevismo? Mussolini dichiarò: «Per me, che le fabbriche appartengano agli operai o agli industriali è indifferente». L’on. Giolitti non si scompose. Tenne le truppe consegnate nelle caserme e attese. Quando operai e industriali non sapevano più in quale modo uscire dalla situazione che si era creata, egli intervenne da paciere e compose i dissensi. Gli operai si accontentarono del controllo della produzione e gli industriali rientrarono nelle fabbriche. Il bolscevismo italiano era finito. [...] Forte di questo successo, Giolitti, a dicembre, mandò un Corpo d’Armata e una Divisione navale contro Fiume. Le trattative per un accordo pacifico erano state infruttuose. D’Annunzio aveva giurato di morire come Leonida alle Termopili. I «legionari» offrirono una resistenza accanita nei posti avanzati e quasi dovunque, per quanto inferiori di numero, passarono al contrattacco. Ma quando l’Andrea Doria con due cannonate colpi il palazzo del Comando, il Poeta, che vi era rinchiuso, cambiò parere e issò bandiera bianca. Cosi fini l’avventura di Fiume. L’Italia si accordò con la
Jugoslavia e la città fu compresa entro i nostri confini. I movimenti rivoluzionari non facevano dunque grandi progressi. I comunisti, esigua minoranza, si staccarono dal partito socialista. D’Annunzio si chiuse nell’eremo di Gardone e v’installò una corte sfarzosa. Ma Mussolini non si arrese al destino. Fece appello a tutti i dispersi, d’ogni campo, dichiarò la patria in pericolo e, contro il «bolscevismo», offrì i suoi gregari agli industriali e agli agrari. I fasci prosperarono. Dalle vane contese verbali, essi passarono presto a spedizioni armate, a saccheggi, a incendi contro le organizzazioni operaie e contadine. Bersaglio maggiore era il partito socialista.




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