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  1. #101
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Poteva andarti peggio, pensa quelli che hanno votato Emiliano, che ora si diverte sui social a insultare iscritto per iscritto. O a bloccarli, se non sa cosa rispondere.

  2. #102
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Ma un giovane ragazzo che inizia solo oggi a fare politica, magari anche con passione e tutto il resto.. fino ad oggi ha visto nel PD un partito dove grazie ad un sistema democratico aveva la possibilità di arrivare a dare un contributo più incisivo e diretto, magari portando anche idee diverse da chi lo aveva preceduto.

    Il messaggio che passa da oggi è distruttivo..
    "I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri."

  3. #103
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    E' distruttivo si, si sta smantellando scientificamente e pezzo per pezzo l'idea di centrosinistra unitario e ulivista, come da programma per chi segue D'Alema. Lui rimane coerente, era contro l'Ulivo, ha contrastato e rallentato il progetto PD, subendolo...e ora coglie l'occasione per rispolvere tutto l'armamentario: sistema proporzionale, alleanza centro+sinistra, partiti identitari ciascuno nel suo, giochi e giochetti tra amici-nemici...e il bello è che parlano di ulivismo, distruggendo consapevolmente la realizzazione storica del centrosinistra italiano, con così tanta fatica creata.

    Ormai si gioca sul frustrarsi a vicenda, il gioco evidente è quello di contare di più stando fuori piuttosto che dentro, di porsi come interlocutori esterni per ricattare e influenzare.

    Giochiamo a chi si fa più male, come sempre, e come sempre a rimetterci sono quelli che stanno alla base della piramide...perché non sappiamo cosa succederà nei territori Lunedì, se il peggio dovesse avvenire.

    D'Alema è fuori da mesi, ha semplicemente atteso che altre truppe lo seguissero...e Bersani sta conducendo i suoi proprio là dove il baffo voleva, alla faccia del nuovo ulivismo.
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  4. #104
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Io, renziana, sono per la scissione Pd

    Le ragioni di chi se ne vuole andare sono miserie



    Caro Matteo,
    Io non firmo appelli all’unità.
    Sono scissionista.
    Questa cosa è costruita da più di un anno da D’Alema.
    Senza nessun motivo ideale se non opportunismo personale. Se ne vadano, non si distrugge nulla, hanno già distrutto un progetto di cambiamento costituzionale riportando il paese indietro di 30 anni; non accade nulla se non che due o tre ex capi rancorosi se ne vadano.
    Il Pd è più forte del rancore e dei ricatti. Non concilio, non svendo, non regalo.
    Faccio politica non beneficienza.
    Vale anche per te Matteo, perché un minuto dopo tocca a noi tornare a essere quello che abbiamo promesso di essere.
    Non concilio e non svendo.
    Non cederò a nessun opportunismo, a nessun gioco al ribasso del messaggio primigenio del Pd. E anche della Leopolda.
    A cominciare dal basta con le mezze misure.
    Basta con le riforme affidate a incompetenti e portate avanti da meno che incompetenti.
    Perché è quello che ti ha fatto schiantare e che ha fornito alibi.
    Basta dirlo, mi dò un’altra missione e la beneficenza la vado a fare nei luoghi che la meritano. Non coi capi al tramonto o con i personaggi in cerca d’autore.
    Mi stanno scrivendo tutti perché non capiscono la mia posizione scissionista, sono sola ad averla apertamente, e un attimo dopo mi dicono, ok, ma dacci la certezza che il futuro è della politica e non degli opportunismi.
    Io posso prometterlo. Sono granitica nei miei intenti. Tu puoi? Devi. Non hai altre vie.
    La politica è il luogo della politica. Per chi la vuole fare. Non la somma di mediocri destini personali.
    Tu hai un altro destino, che non è il tuo, è dare un futuro al paese, e non solo al nostro paese, con la certezza di ideali forti e coerenti. E’ la cosa più concreta che posso dire. Perché alle parole dovranno seguire fatti all’altezza.
    Solo volando alto, superando a sinistra, chiudendo con Blair e fondando una nuova internazionale dei diritti, delle competenze, dell’Innovazione e dell’ambiente, mettendo in sicurezza tutti, indicando un orizzonte lontano e credibile, seminiamo i populisti, che sono i veri nemici e curiamoci meno delle miserie di chi gioca con le divisioni svendendo ideali forti a date e ragioneria di calendario, perché sono miserie
    Tanta roba.

  5. #105
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Citazione Originariamente Scritto da Qassim Visualizza Messaggio
    Non mi hai capito: il proporzionale che è riemerso grazie alla vittoria del referendum permette agli scissionisti di sopravvivere anche se abbandonano. Sullo smontaggio post vittoria del SI non ci giurerei
    Non è vero che è stata la vittoria al referendum a far emergere il proporzionale. È stata la sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il ballottaggio senza alcuna soglia per accedervi

  6. #106
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    E' quello che dal 2008 (dopo il 34% alle elezioni politiche) la minoranza del Pd fece anche con Veltroni. Lo hanno logorato ed attaccato per quasi un anno fondando uno pseudopartito all'interno del Pd; poi Veltroni rinunciò alla ricandidatura per tenere unito il partito ma così facendo lo riconsegnò nelle mani di D'Alema e Bersani.

    Dentro il partito, Massimo D’Alema – storico rivale di Veltroni – fondò un’associazione chiamata “ReD” (Riformisti e Democratici). L’associazione nacque a Roma il 24 giugno del 2008, iniziò a organizzare eventi politici e aprire una specie di tesseramento parallelo a quello del PD, dandosi anche una struttura provinciale e regionale e persino una tv satellitare, ReD TV

    Le dimissioni di Veltroni, sei anni fa


    La storia di un momento complicato e politicamente drammatico della storia del PD: la volta che il suo primo segretario si dimise dopo solo sedici mesi, il 17 febbraio 2009








    Sei anni fa, il 17 febbraio del 2009, Walter Veltroni diede le dimissioni da segretario del Partito Democratico. Fu un momento piuttosto complicato e forse anche un po’ drammatico, politicamente: Veltroni era stato il primo segretario nazionale del Partito Democratico, la sua gestione era stata piena di aspettative e speranze e aveva prodotto alle elezioni politiche del 2008 un risultato allo stesso tempo molto significativo (il 33 per cento, il secondo miglior risultato del PD nella sua storia e tuttora il migliore alle elezioni politiche) e una sconfitta netta (Berlusconi vinse e andò al governo con una salda maggioranza parlamentare). A Veltroni succedette Dario Franceschini, all’epoca suo vice, e fu un trauma nel trauma: per la prima volta un partito erede della storia della sinistra italiana e del PCI fu guidato da un politico di formazione e passato democristiano.

    L’inizio della storia
    Walter Veltroni era stato eletto sindaco di Roma nel 2001 ed era stato rieletto largamente nel 2006. Dal maggio del 2007 era entrato a far parte del Comitato nazionale del nascente Partito Democratico e già allora era considerato il più accreditato e spendibile come leader del partito che stava nascendo. Il 27 giugno Veltroni annunciò la sua candidatura dal “Lingotto” di Torino, in un discorso di cui si parlò molto per gli anni seguenti e a cui tuttora si fa rifermento come “discorso del Lingotto”. Quasi tutto l’establishment del partito si schierò dalla sua parte, anche alcuni suoi storici rivali, e alle primarie del 14 ottobre del 2007 Veltroni fu eletto con le primarie primo segretario nazionale del PD. Votarono più di 3 milioni e 500 mila persone, secondo i dati diffusi dagli organizzatori: Veltroni ottenne 2.667.000 voti (il 75,8 per cento) seguito da Rosy Bindi (12,9 per cento) e Enrico Letta (11,1 per cento).



    In quel momento il centrosinistra era al governo: Romano Prodi era presidente del Consiglio con un’esiguissima maggioranza al Senato e una coalizione molto frastagliata e litigiosa. Durante uno di questi periodi di burrascose polemiche interne, Veltroni disse che il Partito Democratico avrebbe corso alle successive elezioni politiche “da solo”, quindi senza alleati di centro o di sinistra radicale: «Lo voglio dire con chiarezza, formalità e nettezza, in modo anche da chiudere una porta dietro di me. Per me la condizione assoluta, la certezza inossidabile, è che quale che sia il sistema elettorale, quello che uscirà dalla bozza Bianco o dal referendum, o anche l’attuale legge elettorale, il PD si presenterà con le liste del PD». Insieme alle inchieste giudiziarie che coinvolsero la famiglia dell’allora ministro Mastella e le posizioni discordanti su molti temi economici, la dichiarazione di Veltroni contribuì probabilmente a logorare il governo Prodi. Dopo la decisione dell’UDEUR di ritirare il suo sostegno al governo, Prodi fu sfiduciato al Senato il 24 gennaio del 2008. Franco Marini ebbe dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’incarico di trovare una maggioranza per riformare la legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, ma non ci riuscì: Napolitano decise quindi di sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate per l’aprile del 2008.
    Veltroni si candidò alla presidenza del Consiglio dei ministri ma in realtà il PD non corse da solo: si alleò con il partito di Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori, e accolse nelle sue liste alcuni candidati dei Radicali. Si dimise da sindaco e condusse una campagna elettorale usando lo slogan che nello stesso periodo stava utilizzando l’allora candidato democratico Barack Obama dall’altra parte dell’oceano: “Si può fare”, versione italiana di “Yes we can”. Il PD ottenne alle elezioni circa il 33 per cento dei voti e perse. Veltroni si ritrovò capo dell’opposizione: tra le prime cose che fece fondò un “governo ombra”, composto per lo più dai responsabili nazionali tematici del PD e dai membri della segreteria dello stesso Veltroni.
    Cosa successe dopo
    I mesi dopo le elezioni non furono affatto semplici per il PD. L’operazione del governo ombra non ebbe un grande successo, ma soprattutto vi furono diverse spinte (interne ed esterne) che misero in crisi il PD. Fuori dal partito, Veltroni ricevette critiche per avere un atteggiamento non abbastanza duro nei confronti di Berlusconi, che durante tutta la campagna era stato definito dal leader del PD “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. L’IdV organizzò un’affollata manifestazione estiva contro il governo Berlusconi a cui il PD decise di non partecipare.
    Dentro il partito, Massimo D’Alema – storico rivale di Veltroni – fondò un’associazione chiamata “ReD” (Riformisti e Democratici). L’associazione nacque a Roma il 24 giugno del 2008, iniziò a organizzare eventi politici e aprire una specie di tesseramento parallelo a quello del PD, dandosi anche una struttura provinciale e regionale e persino una tv satellitare, ReD TV, che prese il posto di Nessuno TV: per alcuni era una corrente organizzata che faceva capo a D’Alema allo scopo di logorare Veltroni, per altri era solo una fondazione culturale che voleva contribuire ad arricchire il dibattito all’interno del PD. Presentandola, D’Alema disse: «Questa iniziativa non mira a destabilizzare il partito e non voglio rompere le scatole a Veltroni: è un’opportunità in più per arricchire l’offerta del PD e non in alternativa. ReD vuol essere un modo, un contributo per risolvere e ricomporre un malessere che non può essere negato né sottovalutato». Da una riunione di ReD nel 2009 nascerà però l’idea di una candidatura di Pier Luigi Bersani alla segreteria del PD, annunciata sui giornali e a più di due anni dalla fine naturale del mandato di Veltroni: «Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri elettori, la mancanza di una prospettiva. Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno», disse Bersani. Dopo le dimissioni di Veltroni, non si sentì più parlare di ReD.
    Nel frattempo Veltroni cambiò linea sul modo di fare opposizione: accusò il governo Berlusconi di portare avanti una “deriva putiniana“, promosse una raccolta di “dieci milioni di firme” contro Berlusconi e il 25 ottobre del 2008 organizzò una grande manifestazione al Circo Massimo di Roma contro la riforma dell’istruzione della ministra Gelmini. Il giornalista Marco Damilano, in un articolo scritto nel febbraio del 2009 sull’Espresso, commentò che quella fu «l’unica giornata davvero felice in 16 mesi di segreteria: il popolo democratico arrivato da tutta Italia per applaudire Veltroni su un podio in stile Obama, una pedana in mezzo alla folla. Era raggiante Walter, quel giorno». Intanto però le critiche contro Veltroni si erano fatte sempre più frequenti e dure: Veltroni era accusato di non avere un obiettivo preciso e voler collaborare comunque con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali, mentre l’Italia dei Valori accusava il PD di «oscillare tra collaborazione con il governo e collaborazionismo».
    A novembre del 2008 il candidato di centrosinistra Lorenzo Dellai ottenne una netta vittoria sul candidato di centrodestra Sergio Divina alle elezioni provinciali di Trento. Veltroni parlò di «vento nuovo» e di una «clamorosa sconfitta del Popolo della Libertà»: «È un importante segnale di valore nazionale, il clima sta cambiando». In realtà per il PD quella fu l’unica vittoria in una serie di pesanti sconfitte elettorali: il centrodestra vinse in Friuli-Venezia Giulia, in Sicilia e in Abruzzo, dove il governatore del PD Ottaviano Del Turco si dimise perché accusato di aver preso delle tangenti. Queste sconfitte e i contrasti interni al partito misero Veltroni sempre più in discussione. Giovanni Fasanella su Panorama in un articolo del dicembre 2008 scrisse:
    «Sì, è lui, Veltroni l’obiettivo contro cui puntano gli altri maggiorenti del partito. A cominciare da Massimo D’Alema, che con Walter ha un conto aperto sul piano personale sin dall’epoca della lotta per la successione ad Achille Occhetto alla guida del Pds. Ma anche Franco Marini, l’ex democristiano “gran signore delle tessere” messo nell’angolo da una leadership che mal sopporta qualsiasi tipo di condizionamento. E Francesco Rutelli, bruciato nelle ultime elezioni comunali a Roma, che non ha gradito il tentativo del vertice Pd di scaricare interamente sulle sue spalle la responsabilità della sconfitta contro il candidato della destra, Gianni Alemanno; quasi che Veltroni non avesse mai gestito il governo della capitale. Antiche e nuove rivalità personali che vanno ad aggiungersi ai conflitti su punti fondamentali della politica e del programma del partito. Molti, all’interno dello stesso staff veltroniano, ritengono sin da ora che la spinta propulsiva dell’attuale leadership si sia virtualmente esaurita. Troppi errori, troppe oscillazioni, troppe incertezze, per sperare in una ripresa dell’attuale segreteria. Si pensa già alla sostituzione, nel congresso»
    Il colpo finale arrivò con le elezioni regionali in Sardegna del 15 e 16 febbraio 2009. Renato Soru, presidente uscente di centrosinistra da poco diventato editore dell’Unità, fu sconfitto da Ugo Cappellacci, fino ad allora praticamente sconosciuto e presentato dai giornali come «figlio del commercialista di Berlusconi».
    «Basta farsi del male»
    Il 17 febbraio Veltroni si dimise da segretario del PD. La segreteria del PD respinse le dimissioni ma Veltroni convocò la stampa al Tempio di Adriano, a Roma, e confermò la sua decisione spiegandola. Disse che il PD non era nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa», e che al contrario era un progetto ambizioso finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». «Io non ci sono riuscito», disse Veltroni, «ed è per questo che lascio e chiedo scusa». «Posso dire “quello che non vorresti fatto a te non farlo agli altri”, io non lo farò. Il PD è stato il sogno della mia vita, non bisogna tornare indietro e pensare che ci sia uno ieri migliore dell’oggi. Non chiedete a chi verrà dopo di me con l’orologio in mano di ottenere dei risultati. Il nostro è un grande progetto, e riguarda gli anni, non si consuma in 18 mesi».

    A Walter Veltroni subentrò Dario Franceschini – Matteo Renzi, all’epoca sindaco di Firenze, disse che il PD pensava di risolvere i suoi problemi sostituendo il «disastro» col «vicedisastro» – e con Franceschini il PD prese il 26 per cento dei voti alle successive elezioni europee del 2009.

  7. #107
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    DI NUOVO AL CAPOLINEA. LA SCISSIONE E LA PROSPETTIVA DEL PD




    di Emanuele Macaluso




    Oggi tutti i giornali parlano di una scissione del Pd già avvenuta. La rottura l'hanno cercata Renzi, da una parte, e Bersani e soci egemonizzati da Massimo D'Alema, dall'altra. La cosa penosa e un po' ridicola è che tra le due parti si è aperta la gara per vedere chi resta col cerino in mano. Gara inutile, perché è chiaro a tutti che l'hanno voluta entrambi.


    A questo punto potrei dire: l'avevo detto, esattamente dieci anni fa, quando scrissi per Feltrinelli un libro intitolato "Al capolinea - Controstoria del Partito democratico". Scelsi quel titolo perché Scalfari su Repubblica aveva scritto un articolo in cui si diceva: i Ds sono al capolinea, la Margherita è al capolinea, è necessario che si uniscano per non registrare il fallimento dei due partiti. Obiettavo che se i due partiti sono al capolinea, e uniscono gli stati maggiori senza un coinvolgimento popolare nel dibattito per la ricerca di un comune asse politico-culturale, anche se uniti quei partiti sarebbero rimasti al capolinea. Ora siamo al dunque: il Pd ha dieci anni, e la sua storia accidentata è nota. Renzi ha scalato il Pd perché i D'Alema e i Bersani hanno fallito. E se a fare la scissione sono gli sconfitti non possono costituire un'alternativa credibile. Oggi, con la separazione, non si ricostruiscono i Ds e la Margherita. Basti dire che nel Pd resta il segretario dei Ds che fece la fusione, Fassino, e con lui Veltroni che fu il primo segretario del Pd, con tanti altri che hanno la stessa provenienza. D'Alema, Bersani e Rossi, associati al pm Emiliano, non sono certo "la sinistra", anche se sono di sinistra. In questi giorni hanno chiesto un congresso vero, ma quando Bersani era segretario non hanno cambiato le regole per poter fare congressi veri, come in effetti oggi sarebbe necessario. Se avessero avuto fiato politico dovevano fare una battaglia nel Pd, con un progetto alternativo, anche perché Renzi aveva subito una sconfitta e nella sua maggioranza si era aperta una dialettica, non solo con Orlando. E Cuperlo, dall'opposizione, l'aveva capito. E l'ha capito Pisapia, quando ha proposto di radunare la sinistra che non si riconosce nel Pd, ma per fare col Pd il centrosinistra, senza più accordi di governo il centrodestra.


    Oggi il Pd è azzoppato, e lo è a mio avviso soprattutto perché non ha ancora un chiaro progetto politico. Infatti Renzi non ha indicato una politica nemmeno per riaprire una prospettiva di centrosinistra. Nel suo intervento di domenica ha rimasticato cose dette e ridette, su se stesso e sul Pd. Insomma, sembra che tutti siano ancora una volta al capolinea. Ecco perché oggi più di prima è indispensabile aprire un dibattito vero su cosa è stato, cosa è e cosa può essere il Pd, nella situazione non solo italiana, ma europea e mondiale. Lo dico soprattutto a chi ha una storia e un riferimento nella sinistra italiana ed europea, ed anche a chi vuole portare più avanti l'esperienza dei cattolici democratici. E torna ancora una volta la domanda: qual è l'asse politico-culturale del Pd?




    20 febbraio 2017
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  8. #108
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Pd, tutti colpevoli in una scissione senza valori

    La responsabilità primaria è dell'ex segretario. Ma c'è anche quella di chi ha taciuto nel giorno dell'Armageddon democratico. E che ora dovrà riempire la propria decisione di contenuti politici, svuotandola dagli incomprensibili cavilli burocratici


    di Massimo Giannini - "La Repubblica", 20 febbraio 2017



    Tanto fu tormentata e complessa la nascita del Partito democratico, quanto sarà lenta e penosa la sua agonia. Ma la "cerimonia degli addii" è cominciata. Se non si è consumata definitivamente al Parco dei Principi è solo per il solito gioco del cerino. nessuno, di fronte a uno sgomento "popolo della sinistra", vuole assumersi la responsabilità formale della rottura.

    Ma il partito "nato morto" (secondo la cruda ma purtroppo vera definizione di Massimo Cacciari) ha perso l'ultima occasione per dimostrarsi all'altezza della Storia. Non c'erano grandi speranze, dopo l'inutile spargimento di veleni degli ultimi giorni. Ma all'assemblea di ieri nessuno, tra quelli che avrebbero dovuto evitare lo strappo, è stato in grado di riempire il ruolo, con la serietà e la solennità che il momento richiede.

    Gianni Cuperlo ha evocato un'immagine: la corsa suicida di "Gioventù bruciata", dove il leggendario James Dean e il suo rivale Buzz si lanciano la "sfida senza pareggio". Due macchine a tutta velocità verso il burrone: vince chi si butta dalla macchina per ultimo. Citazione drammatica, ma perfetta. Renzi e i suoi avversari non hanno fermato la corsa, né si sono buttati dalle rispettive macchine, che ora viaggiano serenamente verso il baratro.

    La responsabilità primaria pesa tutta sull'ex segretario. Toccava a lui, non da oggi, farsi carico di tenere unita quella "comunità di senso e di destino" che dovrebbe ma non è mai riuscito ad essere il Pd. Toccava a lui, anche solo per un giorno, mettere da parte le ragioni e i torti dei due schieramenti, e indicare una via d'uscita condivisa. E invece, ancora una volta, Renzi non è riuscito ad andare oltre se stesso. Non ha saputo o non ha voluto aprire spiragli, rimettendo in discussione la sua road map "da combattimento" e i suoi tre anni di governo. Ha riproposto il solito linguaggio conflittuale (dalla "sfida" ai "ricatti") e il solito schema concorrenziale ("Se siete capaci, sconfiggetemi al congresso"). Soprattutto, non ha fugato l'atroce sospetto rivelato dal "fuorionda" di Delrio: "I renziani pensano che la scissione convenga, perché così diminuiscono le poltrone da distribuire...". La vera posta in gioco può essere il potere, e non l'identità?

    La responsabilità secondaria grava sugli "scissionisti". Quelli sicuri (come Rossi), quelli probabili (come Bersani e Speranza) e quelli indecifrabili (come Emiliano). I primi hanno taciuto, mentre nel giorno dell'Armageddon democratico sarebbe stato doveroso sentir parlare dal palco (e non dalle telecamere Rai) chi ha sempre detto di avere a cuore il destino della "ditta". Il terzo ha tentato una furba mediazione finale, imprevista e improbabile. Ora tutti i "compagni del Teatro Vittoria" avranno comunque un gigantesco problema: riempire la scissione di nobili contenuti politici, e svuotarla di incomprensibili cavilli burocratici. Una grande forza di sinistra, che pensa se stessa come partito riformatore di massa, può sfasciarsi solo in nome dei valori fondanti: una diversa idea dell'Europa, della difesa del welfare universalistico e dei diritti del lavoro, della Costituzione formale e materiale. La vera posta in gioco può essere la data di un congresso o la "gazebata" delle primarie?

    Sullo sfondo, rimane la testimonianza più convincente, ma anche più dolente, di chi le guerre intestine del Pd le ha patite sulla sua pelle. Veltroni, Fassino, lo stesso Cuperlo difendono le ragioni di un'idea che, se mai è esistita, si è smarrita da tempo, seminando il campo di troppe macerie. E anche qui sta la miopia di chi oggi, nel Palazzo d'Inverno renziano, crede di poter resistere tranquillamente ma ferocemente all'amputazione di una sua parte. Solo chi resta in macchina con il piede fisso sull'acceleratore può non capire che, dopo la scissione, il congresso-lampo con il "candidato unico" sarà una farsa. E il tentativo di fare del Pd una forza popolare, riformista e progressista, sarà precipitata per sempre nel burrone. Al suo posto, invece del grande partito-baricentro del sistema politico italiano, resterà un medio partito di centro, che non intercetterà il mitico "voto moderato", ma raccoglierà tutt'al più qualche rottame della nomenklatura ex democristiana.

    Nel frattempo, arriveranno il referendum sui voucher e le elezioni amministrative. Con che faccia li affronta, questo centrosinistra in frantumi, è impossibile capirlo. E fanno pietà i "volontari carnefici" dei due fronti divisi, che fanno calcoli patetici, sondaggi alla mano, sul "potenziale elettorale" del Pd ridotto a Renzi e della Cosa Rossa ridotta a D'Alema. Dopo un trauma come questo, sono conti della serva, di cui le urne faranno giustizia. E sempre nel frattempo, come già successe a Prodi nel 2008, sul governo Gentiloni precipiteranno tutti i tormenti e i risentimenti di questa sinistra pulviscolare e neo-proporzionale. Un governo che deve durare fino al 2018, e che senza più l'ombrello di Draghi deve gestire una legge di stabilità che incorpora già 20 miliardi di clausole di salvaguardia e una crisi delle banche sempre più acuta. Con che spalle li sostiene, questo premier "a responsabilità limitata", è difficile immaginarlo.

    In questo penosa "eutanasia democratica" riecheggia una delle grandi figure della sinistra novecentesca: quel Pietro Ingrao che nel 1993, dopo la Bolognina e la svolta di Occhetto (che non condivideva), decise comunque di "restare nel gorgo", perché il neonato Pds era l'unico luogo di un possibile cambiamento di un'Italia devastata dal dopo Tangentopoli. Allora come oggi, il Pd sarebbe stato il posto per azzardare lo stesso tentativo. Ma è troppo tardi. Il "gorgo" non è più sinonimo di un formidabile movimento, ma solo metafora di un inesorabile inabissamento. E mentre risucchia le schegge impazzite del centrosinistra, quel "gorgo" alimenta l'onda populista e sovranista. Grillo e Salvini, su tutt'altre automobili, hanno già caricato i surf.



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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Sentite questa di Orlando su Emiliano:

    In Transatlantico i parlamentari della sua corrente attribuiscono a Orlando una battuta fulminante: “È complicato tenere assieme socialismo europeo e grillismo pugliese”.



  10. #110
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    Predefinito Re: Scissione Pd sempre più probabile?

    Emiliano resta nel Pd. Renzi in partenza per gli Usa: "Addii dolorosi, ma andiamo avanti"



    Il governatore pugliese scioglie la riserva: non abbandona il partito e partecipa alla direzione. L'ex segretario vola in California

    21 febbraio 2017

    ROMA - A poco più di un'ora dall'inizio della direzione Pd, il governatore della Puglia Michele Emiliano, a lungo indeciso se presentarsi o meno al Nazareno, scioglie la riserva: resta nel partito, va alla riunione e si candida nella corsa alla segreteria contro Matteo Renzi.

    L'ex segretario, invece, non ci sarà. Prima di di salire sul volo che lo porterà negli Usa, attacca nella sua e-news la minoranza e cerca di compattare i suoi sostenitori, ribadendo frasi e concetti già espressi in assemblea: "Mentre gli organismi statutari decidono le regole del Congresso - scrive - io sono in partenza per qualche giorno per gli Stati Uniti. Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California dove incontreremo alcune realtà molto interessanti. Priorità: imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell'innovazione".

    Come detto, Renzi riprende poi alcuni passaggi già enunciati in assemblea: "Facciamola semplice, senza troppi giri di parole. Dal primo giorno della vittoria alle primarie del 2013 alcuni amici e compagni di strada hanno espresso dubbi, riserve, critiche sulla gestione del partito e soprattutto alla gestione del Governo. Penso che sia legittimo e doveroso in un partito democratico, di nome e di fatto, che chi ha idee diverse possa presentarle in un confronto interno, civile e pacato. Tuttavia è bene essere chiari: non possiamo bloccare ancora la discussione del partito e soprattutto del paese. È tempo di rimettersi in cammino. Tutti insieme, spero, ma in cammino. Non immobili. Il destino del pd e del paese è più importante del destino dei singoli leader".

    INTERVISTA PRODI: "QUESTA SCISSIONE E' UN SUICIDIO"

    Un appello e una sfida, allo stesso tempo, mantenendo i toni che non hanno convinto la minoranza: "Il nostro dibattito deve essere autentico. Il Pd ha la sua forza nella partecipazione, sia nei circoli che alle primarie. Personalmente ho giurato a me stesso che non sarò mai il leader di qualche caminetto, messo lì da un accordo tra correnti: si vince prendendo i voti, non mettendo i veti".

    Poi spiega: "Primissime ore del mattino, arrivo in aeroporto e butto un occhio sui canali delle news: tutti ripetono ossessivamente le sfumature e i dettagli delle posizioni interne al pd. Da qualche giorno l'apertura di tutti i media italiani è la scissione, o fuoriuscita, per dirla con le parole di paolo mieli, del partito democratico. Ne sono molto dispiaciuto, anche perchè i motivi di questa divisione sono difficili da comprendere anche a noi, addetti ai lavori: figuriamoci ai cittadini normali".

    Renzi sottolinea le contraddizioni che a suo avviso ci sono nella posizione degli 'scissionisti': "Per settimane intere gli amici della minoranza mi hanno chiesto di anticipare il congresso, con petizioni online e raccolte firme, arrivando persino al punto di minacciare 'le carte bollate'. Quando finalmente abbiamo accolto questa proposta, ci è stata fatta una richiesta inaccettabile: si sarebbe evitata la scissione se solo io avessi rinunciato a candidarmi. Penso che la minoranza abbia il diritto di sconfiggermi, non di eliminarmi. E se è vero che la parola scissione è una delle più brutte del vocabolario politico, ancora più brutta è la parola ricatto".

    "Vinca il migliore e poi chi vince ha il diritto di essere aiutato anche dagli altri: si chiama democrazia interna - prosegue il segretario uscente del Pd - l'alternativa è il modello partito-azienda. E sia detto con il massimo rispetto: a me non convince. Certo, è più facile essere guidati da un capo che decide da solo. Ieri un signore di Genova e uno di Milano - senza alcuna carica istituzionale - sono arrivati a Roma insieme e hanno spiegato ai rappresentanti di quella città che cosa fare e che cosa non fare nel governo del Campidoglio. Dall'altra parte accade che da vent'anni in una villa in Brianza si prendono le decisioni che riguardano la destra in Italia, senza la fatica di fare congressi o discussioni vere".

    "Abbiamo indetto il congresso, secondo le regole dello Statuto.
    Si terrà nei tempi previsti dallo Statuto. Chi ha idee si candidi. E vinca il migliore. Se qualcuno vuole lasciare la nostra comunità, questa scelta ci addolora, ma la nostra parola d'ordine rimane quella: venite, non andatevene".

 

 
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