Ok… è tutta colpa di quei laidi opportunisti sciagurati che si oppongono a Renzi, ai suoi metodi e ai suoi grandiosi progetti… va bene… la situazione, tuttavia, non cambia… la “convivenza” non è più possibile.
Le cosiddette “questioni di potere” non sono altro che le conseguenze di quella coabitazione coatta cui accennavo prima. In casi come questi, se è vero che le rotture avvengono quasi sempre per le suddette “questioni di potere”, è altrettanto vero che proprio grazie a queste ultime un gruppo così composito è riuscito a rimanere fino ad ora, anche se in modo a dir poco precario, unito.
Le incompatibilità, ripeto, sono evidenti… e sono di natura politico-culturale… e non solo… basta conoscere anche superficialmente la storia politica recente di questo nostro Paese per comprendere a cosa mi riferisco. L’unificazione socialista del 1966, e in questo caso parliamo addirittura di gruppi politicamente “affini” come PSI e PSDI - un’unificazione quindi auspicabile -, naufragò appena tre anni dopo, e anche allora si parlò di “questioni di potere”. In pratica si fusero due apparati e la convivenza, a suon di “doppie cariche”, apparve fin da subito problematica. Il PD tenta, o ha tentato, di fondere più gruppi non dico “non affini”, ma quasi “antitetici”. E questa antitesi riguarda anche, se non soprattutto, la “gestione del potere”, non soltanto punti di vista programmatici. Una cosa è trovare punti in comune per un’alleanza più o meno contingente, altra è pretendere di convivere tutti insieme all'interno di un unico contenitore politico per anni e anni.
Già nel luglio del 2007, Emanuele Macaluso pubblicò un interessante volume dedicato al nuovo soggetto politico - appunto il PD - al quale diede come titolo “Al capolinea”. Già allora – il nuovo partito non si era ancora costituito ufficialmente – la formula appariva a Macaluso “più somma che sintesi”, e lo stesso partito “destinato a esplodere in un prossimo futuro” in quanto “inevitabilmente erediterà” una “ambiguità politica”.




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