riguardatevi nei confronti tv che diceva macron sul terrorismo
io fossi nei francesi me la farei addosso


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e immanuel abbassò gli occhi di fronte al sultano...
Siria, Erdogan contro Macron: "Francia sta andando oltre i limiti" - Repubblica.it
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"Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"


che poi in francia ci sono tanti armeni, che non hanno tanta simpatia per i turchi


Macron e la rabbia del Paese: scioperi a raffica
Tredici settimane per piegare Macron. La risposta al presidente della Repubblica che si vantava di non sentire «rabbia nel Paese» arriva dai ferrovieri.
La protesta della Sncf si combina a quella di Air France, degli studenti e dei lavoratori del settore energetico fino ai netturbini. Un clima che proietta Macron in una «convergenza di lotte» che puntano a indebolire la sua marcia riformista.
Dalle 19 di ieri i trasporti su rotaia sono bloccati o ridotti: ostaggio dei sindacati per due giorni a settimana fino al 28 giugno.
È la prova di forza dell'Eliseo. Il presidente vuole ridisegnare lo statuto della Sncf con la fine dei contratti speciali dei ferrovieri. Un passo per rendere più competitiva la compagnia, secondo Macron, tagliando benefici per nuovi assunti e mantenendo «solo» quelli per i 150mila lavoratori già in organico. La riforma punta ad abbattere gli aumenti automatici di stipendio e i viaggi in treno gratuiti per le famiglie dei dipendenti. Il 53% dei francesi giudica lo stop «ingiustificato». La ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, parla di atteggiamento «irresponsabile», mentre i deputati della maggioranza ripetono il mantra: «Trasformazione del Paese contro blocco». Il rischio è che i manifestanti si trasformino nei migliori promotori dell'immagine riformista che il capo dello Stato vuole dare a se stesso, scrive Ivan Rioufol sul blog de Le Figaro. Perché alla fine, ciò che interessa ai francesi, è potersi muovere senza inconvenienti. I fruitori del servizio cercano alternative per spostarsi: covoiturage e bus le preferite dai giovani. Difficoltà per gli over 50, che si aggirano nelle stazioni chiedendo ai box quale treno passi: solo 1 su 8 ad alta velocità. Uno su cinque tra i regionali. Quasi nulli i collegamenti per Spagna, Italia e Svizzera.
La riforma bypassa il Parlamento. È questo il punto che suscita più interrogativi. Il governo vuole «andare veloce», approvando a colpi di decreto le modifiche, e i cittadini restano in balìa dei desiderata della Sncf che fino al 28 giugno terrà il punto e paventa pure un maxi sciopero in occasione delle vacanze estive. Macron spiega che far circolare un treno in Francia costa mediamente il 30% in più rispetto ai Paesi vicini. Una riforma del settore sembra necessaria anche in vista delle norme Ue che apriranno alla concorrenza nel 2020. Ma i lavoratori Sncf temono la volontà di privatizzare e accusano il governo di voler «distruggere il servizio pubblico ferroviario per un dogmatismo ideologico che non risolverà né il problema del debito né quello delle disfunzioni».
Autobus e aerei low cost hanno eroso una quota importante dei profitti delle ferrovie francesi il cui debito si aggira intorno ai 45 miliardi. Nel solo 2017, Sncf ha un deficit di 3 miliardia fronte dei 14 di sussidi governativi. L'ultimo tentativo di riforma del codice del lavoro della Sncf fu di Alain Juppé nel '95. Allora furono tre le settimane di sciopero contro l'ex premer che fu costretto alle dimissioni.
In agitazione restano anche i dipendenti di Air France, che chiedono un aumento salariale del 6%. Un volo su quattro oggi è cancellato. È la quarta mobilitazione in un mese e mezzo.
"Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
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Cosa spinge Macron a seguire Trump
Quasi un anno fa la vittoria in Francia di Emmanuel Macron era stata accolta come una battuta d’arresto per l’ondata populista che, dalla Brexit all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, appariva come inesorabile. Un anno dopo il presidente francese è il miglior alleato di Donald Trump nella crisi siriana e si è schierato al fianco del Regno Unito nello scandalo delle spie scoppiato con Mosca.
Queste prese di posizione dimostrano le difficoltà per una potenza di medie dimensioni come la Francia di avere una politica estera indipendente, come probabilmente avrebbe desiderato Emmanuel Macron. Un anno dopo cosa resta di quest’ambizione?
Durante la sua campagna, e fin dai suoi primi passi sulla scena internazionale, Emmanuel Macron ha rivendicato la sua impostazione gollista-mitterandiana, quella base della diplomazia francese indipendente che si oppone al neoconservatorismo incarnato dalla presidenza di Nicolas Sarkozy (2007-2012) e seguita senza grande immaginazione dal suo successore François Hollande (2012-2017).
Cosa condivide con Trump?
Il candidato Macron si era fatto notare in particolare per la sua condanna alle missioni militari, quella degli statunitensi in Iran nel 2003, ma anche quella avviata dalla Francia di Sarkozy in Libia nel 2011.
Tuttavia, questo approccio non gli impedisce, oggi, di essere impegnato, al fianco di Donald Trump, per intervenire nel conflitto siriano dopo l’attacco chimico di Duma. Trump e Macron parlano, si coordinano tutti i giorni. Infine tutti gli altri protagonisti si posizionano in funzione di questa intesa inaspettata, a partire dal Regno Unito, la cui relazione speciale con gli Stati Uniti si è interrotta con l’arrivo del nuovo inquilino della Casa Bianca.
Ma qual è il punto di convergenza tra Donald Trump ed Emmanuel Macron? Volersi differenziare a tutti i costi dai loro rispettivi predecessori, Barack Obama in un caso e François Hollande nell’altro, i quali non sono intervenuti nel 2013, durante il primo attacco chimico attribuito al regime di Bashar al Assad. Donald Trump vuole dimostrare di essere un duro, come dicono i suoi continui tweet, quello sul “bottone rosso” più potente di quello di Kim Jong-un di qualche mese fa, oppure l’ultimo relativo ai missili di nuovissima fabbricazione che promette alla Siria.
La vicinanza dell’Eliseo alla Casa Bianca nel caso della Siria comporta un rischio
Emmanuel Macron è altrettanto desideroso di mostrare la sua credibilità sul piano dell’azione militare. Vuole essere, più di tutto, quello che rispetta le sue “linee rosse” dopo averle enunciate, in Siria come in Francia. Così facendo, il presidente mescola le carte rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale e dà soprattutto la sensazione di accettare di giocare un ruolo di secondo piano in scenari che gli sfuggono.
Che si tratti del braccio di ferro con Mosca a proposito dell’attentato contro l’agente russo Sergej Skripal nel Regno Unito o della risposta al regime di Bashar al Assad a proposito delle armi chimiche, Parigi non chiarisce le sue regole d’ingaggio.
La vicinanza dell’Eliseo alla Casa Bianca nel caso della Siria comporta un rischio non trascurabile: quello dell’imprevedibilità di Trump, un dato imprescindibile di cui Emmanuel Macron non può ignorare la realtà e i rischi. Che succederà il day after, il giorno successivo al bombardamento degli obiettivi siriani, è la domanda cruciale alla quale nessuno riesce veramente a rispondere.
Il nodo dell’Iran
Il presidente francese dà tanto più l’impressione di un cambiamento se si pensa che si è appena mostrato in pubblico con il principe dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, con il quale invece aveva finora tenuto una relativa distanza. Bin Salman e Trump sono uniti contro il loro nemico comune, l’Iran, che non è però necessariamente un avversario della Francia.
Parigi corre il rischio, per essere coerente sulla Siria, di prendere parte a un’alleanza della quale Macron diffida come della peste: all’inizio di gennaio il presidente francese diceva chiaramente che gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita sostenevano “posizioni che ci avrebbero portato alla guerra in Iran”.
La diplomazia francese si muove quindi su un terreno molto delicato, che la porta a fare oggi un pezzo di strada con alleati di cui ieri denunciava i pericoli, e dai quali potrebbe nuovamente prendere le distanze a maggio, qualora Emmanuel Macron non riuscisse a convincere Donald Trump a rinnovare la fiducia nell’accordo nucleare con l’Iran. Il prossimo 12 maggio infatti il presidente statunitense e i suoi nuovi consiglieri John Bolton e Mike Pompeo, falchi molto ostili all’Iran, dovranno decidere se dare il colpo di grazia all’accordo con Teheran.
Macron è riuscito a far nuovamente sentire la voce della Francia. Ma dopo un anno questo non basta più
In quest’ambiguità che rende meno leggibile la politica estera di Macron, l’Europa rimane il grande punto interrogativo. La congiunzione storica in Europa, che appariva ideale un anno fa, in occasione dell’elezione di Emmanuel Macron, è oggi stranamente più complessa: le elezioni tedesche e i sei mesi necessari ad Angela Merkel per mettere insieme una maggioranza e un governo non erano stati previsti, così come la grande incertezza che avvolge un altro grande paese europeo come l’Italia.
Aggiungete a questo scenario il successo dell’euroscettico Viktor Orbán, il primo avversario della visione francese, alle urne ungheresi l’8 aprile, e vedrete che il cantiere aperto è molto più complesso del previsto.
Il presidente francese avrà l’occasione di spiegarsi, di riaffermare le sue ambizioni e soprattutto avrà i mezzi di realizzarle, durante il suo intervento sull’Europa previsto il 17 aprile di fronte al parlamento europeo a Strasburgo. Ma già da ora il primo passo del grande progetto europeo, le convention democratiche che dovevano avviare il dibattito, sono un non evento che smorza le ambizioni dell’Eliseo, in un clima internazionale di forti tensioni.
Macron è riuscito, dopo la sua elezione, a far nuovamente sentire la voce della Francia sulla scena internazionale e a restituirle credito, approfittando in particolare della contemporanea eclissi britannica e tedesca, della confusione disfunzionale a Washington e della crescita delle minacce nel mondo.
Ma dopo un anno tutto questo non basta più a dare un senso alla sua azione. La cosa più difficile ora è passare da un punto di vista francese a un punto di vista europeo, come sarebbe invece nelle ambizioni del presidente francese. Come sottolinea, a proposito degli ultimi eventi in Medio Oriente, il centro studi Consiglio europeo delle relazioni internazionali (Ecfr), “la Francia si trova costantemente in una posizione di solitudine in una delle regioni più turbolente al mondo”. Anche in questo caso Emmanuel Macron deve dimostrare capacità pedagogiche, di adattamento e, soprattutto, un po’ di umiltà di fronte alla realtà.
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La magia perduta di Emmanuel Macron
Un anno fa, in questi stessi giorni, Emmanuel Macron sbalordiva il mondo. Nell’era della rivolta contro le élites e il sistema, la Francia eleggeva presidente un allievo dell’Ena, la scuola che da sempre seleziona le élites, e un banchiere della Rotschild, simbolo del sistema finanziario internazionale. Per altri tratti Macron interpretava invece lo spirito del tempo: non aveva ancora quarant’anni, né aveva un partito alle spalle. In ogni caso, l’ascesa dell’ultimo liberale è stata formidabile.
Ora però il vento è girato, e anziché alle spalle comincia a soffiargli in faccia. L’argomento che si sente ripetere spesso in Italia — al primo turno Macron ha preso solo il 24% — è privo di significato in Francia. In oltre mezzo secolo di Quinta Repubblica, nessun presidente è mai stato eletto al primo turno, neppure il fondatore (De Gaulle visse come un affronto personale essere portato al ballottaggio dal candidato della sinistra, il giovane François Mitterrand. André Malraux e altri ministri insistettero perché andasse in tv a far propaganda. Lui rispose: «Cosa volete che dica alla televisione? Mi chiamo Charles De Gaulle e ho 74 anni?». Alla vigilia del voto, il ministro dell’Interno gli portò la foto di Mitterrand con il capo della polizia collaborazionista Bousquet. Il Generale disse: «Metta via quella roba»). Chirac conquistò per due volte l’Eliseo prendendo al primo turno nel 1995 poco più del 20%, e nel 2002 meno ancora. Non c’è dubbio però che il sistema francese produca una semplificazione al limite della torsione: sbaragliata Marine Le Pen al ballottaggio e conquistata la maggioranza all’Assemblea nazionale, Macron ha ora davanti a sé altri quattro anni di potere in solitudine. Siccome proviene da sinistra — più per cooptazione che per cultura —, ha scelto un primo ministro di destra moderata. Edouard Philippe, è stato allievo e portavoce di Alain Juppé.
Il nome di Juppé, che Chirac definiva «il migliore di noi», è legato al primo di una serie di tentativi fallimentari di modernizzare la Francia. Da premier cercò di riformare le pensioni dei ferrovieri, i mitici «cheminots», che lasciavano il lavoro a cinquant’anni come ai tempi di Zola e delle locomotive. Dovette in parte cedere sotto un’ondata clamorosa di scioperi, e quando Chirac dissolse l’Assemblea nazionale vinsero a sorpresa i socialisti di Jospin. Nel 2007, ancora nel nome della modernizzazione, fu eletto Nicolas Sarkozy: la fine è nota, il riformatore accolto come il nuovo Napoleone fu battuto dal budino Hollande, ed è apparso per l’ultima volta sulla scena pubblica tra due gendarmi come Pinocchio.
Al di là della modesta statura dei protagonisti, il punto è che la maggioranza dei francesi vuole la modernizzazione solo a parole. Ogni volta che un leader tocca i fili dei privilegi e dello statalismo, cade fulminato. Lo sta provando pure Macron, che ha sfidato sia i cheminots con l’apertura delle ferrovie ai privati, rifiutata a suon di scioperi, sia gli studenti, che nel cinquantennale del Maggio ’68 tornano simbolicamente a occupare Nanterre e la Sorbona (sgomberata l’altro ieri) per protestare contro il numero chiuso.
Anche in Europa Macron ha sbattuto contro il muro. Erapartito bene, facendo suonare l’Inno alla Gioia prima della Marsigliese; poi ha rifiutato la dovuta solidarietà all’Italia, con incidenti grotteschi come quello di Bardonecchia. Aveva previsto che Londra si sarebbe rimangiata Brexit (e che Trump non avrebbe stracciato gli accordi di Parigi contro il riscaldamento del pianeta), ed è stato smentito. La sua giusta proposta per il rilancio della costruzione europea si è scontrata con l’intransigenza dei Paesi del Nord, diffidenti nei confronti dei partner mediterranei, e ora con la vittoria dei populisti in Italia, dove l’interlocutore naturale di Macron (Matteo Renzi, da lui ricevuto all’Eliseo da semplice segretario pd) è il grande sconfitto.
Macron è tutt’altro che finito. Anche in queste ore si muove con dinamismo: tende la mano ai vescovi e al mondo cattolico, prepara l’intervento in Siria, va in tv a ribadire che terrà duro sulle riforme (anche su quella più impopolare: limite di velocità a 80 chilometri l’ora sulle strade statali). Il suo resta l’esperimento liberale e centrista più interessante d’Europa, visto l’inevitabile declino della Merkel. È finito però l’incantesimo che grazie a una serie irripetibile di intuizioni e di colpi di fortuna, non sempre casuali — compreso lo scandalo che ha azzoppato il filorusso Fillon — , l’ha portato a conquistare tutto. Le opposizioni «repubblicane» di destra e di sinistra sembrano ancora tramortite; i due populisti, la Le Pen e Mélenchon, sono troppo schiacciati a destra e a sinistra per pensare di vincere un ballottaggio; però anche il figlio prediletto dalla vittoria sta sperimentando quanto sia duro guarire un Paese di cattivo umore come la Francia, e farlo contare di più in un’Europa che al liberalismo sta chiudendo le porte.
"Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
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