Ogni donna vive il malessere esistenziale di essere donna.
Molte donne non riescono a spiegarsi perchè l'essere donna comporti questo malessere e pensano che sia volontà di Dio (o della Natura) e perciò si adattano. Le donne, in quanto donne, sono maestre nell'arte di adattarsi.
Poi alcune donne cominciano a maturare una coscienza di sè e le spiegazioni cominciano a chiarirsi come tessere di un puzzle che trovano l'incastro.
E l'immagine che ne viene fuori è di una semplicità sconcertante: quello che conta è DAVVERO quello che portiamo in mezzo alle gambe.
Cioè, quello che conta è la capacità di creare, il ruolo nella creazione, il contributo alla creazione, la cura della creazione, la fruizione della creazione, il diritto sulla creazione.
E soprattutto il valore della creazione.
La creazione è una proprietà? E' MIA la Natura e la terra che mi dà da vivere?
Sono MIEI i figli che creo?
E' MIA la donna che crea un figlio con il MIO seme?
E' un mio diritto divino (o naturale) imporre con la forza delle leggi e delle armi e della sopraffazione che la MIA Natura e la MIA terra passi in eredità al MIO figlio creato dalla MIA donna con il MIO seme?
E se invece tutto questo MIO non fosse mio?
Di chi sarebbe?
Di uno Stato concepito da chi è padrone del suo figlio che la sua donna ha creato con il suo seme ma, per sfiga della storia, non è padrone della Natura e della terra che gli dà da vivere?
Forse il Socialismo, cioè l'Equità Sociale, dovrebbe spingersi un po' più in là.
Forse dovrebbe chiedere un po' di più che la compensazione di una sfiga della storia.
Storia che peraltro è stata scritta da uomini che migravano, sopraffacevano e uccidevano per impadronirsi di una Natura e di una terra da trasmettere in eredità ai loro figli creati dalle loro donne con il loro seme (salvo prova contraria).





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