Fino alla prossima crisi
FINO ALLA PROSSIMA CRISI
Quando fallì Lehman Brothers, quando c’era il terrore di una catastrofe generale, quando si paventava un crollo mai visto del capitalismo occidentale, tutti i governi, tutti gli attori politici, tutti i governatori delle banche centrali, tutti gli operatori responsabili dichiararono che nulla sarebbe stato più come prima; che le regole del mondo della finanza andavano modificate; che la finanza sarebbe dovuta tornare ad essere al servizio dell’economia reale. Fine del capitalismo finanziario e rilancio dell’economia produttiva.
I punti che andavano corretti erano anche abbastanza ben delineati:
1.
separazione tra banche commerciali e banche d’affari. Dopo la crisi del ’29 la legge Steagall-Glass aveva introdotto il divieto per le banche commerciali di operare anche come banche d’affari. Questo divieto era stato abrogato dall’euforia liberista degli ultimi anni ed è stata una delle cause della catastrofe iniziata nel 2007.
2.
limitazioni al principio del “generate and distribute”. Una volta le banche che concedevano mutui erano molto attente a che i concessionari fossero solvibili e soprattutto in grado di restituire il prestito concesso. Il principio si chiamava “generate and hold”. Ma grazie all’ingegneria finanziaria, grazie ad un Nobel che aveva teorizzato l’impossibilità di défaults in caso di diffusione della ripartizione del rischio (la teoria dei cigni neri), le banche iniziarono a rivendere i titoli rappresentanti il loro credito verso i mutuatari (questa pratica si chiama “cartolarizzazione” o “generate and distribute” ) scaricando il rischio insolvenza sugli ignari acquirenti dei mutui cartolarizzati. E senza correre rischi le banche sono diventate irresponsabili concedendo prestiti a chi non dava garanzie di poterli restituire: di qui nacque il fenomeno sub-primes.
3.
limitazione all’effetto leva. Si definisce “effetto leva” l’uso dell’indebitamento per finanziare le attività economiche. Ci sono due tipologie di malfunzionamento di questa attività:
c1) la prima tipologia si verifica quando le scadenze tra attività e passività non corrispondono temporalmente. Ad esempio se devo ripagare il mio debito domani, ma i crediti che dovrebbero servire per ripagare quel debito diventassero liquidi tra un anno, mi troverei di fronte ad una asimmetria temporale tra debiti e crediti; ad una incapacità di ripagare, sarei in “crisi di liquidità”.
c2) la seconda tipologia si verifica quando l’ammontare dei debiti è superiore all’ammontare dei crediti, per cui sarei strutturalmente incapace di ripagare i miei debiti; sarei in “crisi di insolvenza”.
Ora si sa che spesso si abusa nell’effetto leva, nella pratica cioè di concedere più prestiti di quante siano le risorse disponibili per poterli ripagare. Le strutture finanziarie operano spesso con equilibrismi tra “crisi di liquidità” e “crisi di insolvenza” riuscendo a gestire i disequilibri finché il marchingegno non sballa. Ora l’abuso dell’effetto leva (ovvero del rapporto tra quantità di prestiti generati relativamente alla quantità delle attività disponibili) è di tutta evidenza in questi ultimi decenni, è esploso e si è dilatato al di là di ogni ragionevole limite; ed è un'altra delle cause della catastrofe.
1.
trasparenza dei prodotti finanziari. L’ingegneria della cartolarizzazione si basa sulla antica truffa del “pacco” napoletano. Si mischiano titoli buoni con titoli spazzatura creando dei pacchetti di titoli “derivati” che vengono posti in vendita in confezioni tanto attraenti quanto poco trasparenti. Vengono poi confezionati pure pacchetti di pacchetti, elevando al quadrato l’opacità del prodotto, al punto che chi ha in mano derivati non sa se è in possesso di titoli buoni o di un grumo di spazzatura. Chi ha enesso quei titoli si sente deresponsabilizzato e la deresponsabilizzazione comporta l’abbassamento della qualità dei titoli emessi a tutto detrimento dell’investitore finale.
2.
limitazione delle vendite allo scoperto. La vendita allo scoperto (o short sales) consiste nel vendere oggi ad un determinato prezzo un titolo che tuttavia sarà consegnato in una data successiva. Puntando sulla caduta del valore di quel titolo si tende a speculare il differenziale tra le due quotazioni. Ad esempio prendiamo un titolo che vale 10, lo vendiamo per 9 (facendo quindi balenare l’idea di un buon affare nell’acquirente) ma con consegna tra un mese. Se prima della scadenza mensile quel titolo scenderà a 7, io lo comprerò per questo prezzo guadagnando 2 di differenziale. Generalmente sono vietate le vendite allo scoperto “nude” quelle cioè dove il venditore non è in possesso del titolo. Ma questo divieto si by-passa facendosi prestare da una banca il titolo in questione e restituendolo alla banca al termine dell’operazione. Il divieto è annullato al piccolo costo di una commissione bancaria.
3.
affrontare il problema delle istituzioni “too big to fail”. Questo problema si presenta quando il rischio di fallimento coinvolge un istituto finanziario di dimensioni enormi, tali per cui i danni di un défault ricadrebbero pesantemente su tutto il Paese. E’ ovvio che di fronte alla prospettiva per cui il giusto fallimento di una mega-banca può portare al disastro di tutto il Paese, il governo intervenga a salvare quella banca. Fintantoché esistono istituti “too big to fail” il governo è obbligato ad intervenire per salvare, insieme all’istituto, il Paese intero. Scorporare questi mega-istituti comporterebbe liberare i governi da un obbligo di salvataggio che generalmente comporta oneri altissimi a carico dei contribuenti.
4.
superare il conflitto d’interesse delle società di rating. Queste società sono sempre più spesso pagate da chi deve da loro essere giudicato, generando un conflitto d’interesse troppo pericoloso per essere proseguito. Non è poi azzardato ritenere che spesso, troppo spesso, tali agenzie facciano “politica”, fanno cioè prevalere opzioni politiche a scapito della laicità delle valutazioni, ovvero usano le valutazioni a fini politici. Una società di rating europea è un vecchio obiettivo da implementare.
5.
regolamentare il meccanismo dei bonuses a favore dei dirigenti degli istituti finanziarie bancari. Generalmente tali bonuses, di rilevantissimi ammontari, sono erogati al momento dell’acquisizione dell’affare senza verificare se, alla conclusione, tali affari siano o meno fruttuosi. Questo stimolo fondato sull’acquisizione e non sul risultato degli affari conclusi spinge il personale beneficiario del meccanismo a concludere il massimo numero di affari senza molte remore sulla bontà e sulla qualità degli affari stessi. La assurdità di un tale meccanismo è stato ed è causa di un’accelerazione spinta degli affari conclusi e dello scadimento qualitativo degli affari stessi. Collegare meritocraticamente il bonus al risultato effettivo dell’affare concluso potrebbe essere una soluzione a questo problema.
6.
l’irresponsabilità di dirigenti e promotori viene poi esaltata in presenza di quell’atteggiamento psicologico di chi sa che non dovrà mai pagare per il suo operato. Se sei dirigente di una istituzione “too big to fail” l’azzardo contrattuale può raggiungere limiti insani in presenza della consapevolezza che in ogni caso il governo interverrà a sanare agli azzardi messi in opera. Questo atteggiamento si chiama “moral hazard” ed è molto meno raro di quanto si possa pensare nei boiardi delle istituzioni finanziarie abituate a rischiare con i soldi altrui.
Questo veloce accenno ad alcuni orrori del capitalismo finanziario dovrebbe ricordare a noi, e a chi ci governa, quanto sia importante agire nel senso di una correzione delle regole dei mercati finanziari anche in considerazione di una verità di fatto che è spesso sottaciuta. Mi riferisco al fatto che i miliardi di dollari con cui i governi sono dovuti intervenire per salvare i guasti dei “delinquenti finanziari” sono soldi sottratti ai contribuenti! La crisi la sta pagando tutta quella gente che lavora e risparmia ed è spremuta dal fisco; la crisi la sta pagando quella massa di precari che hanno perso il posto di lavoro; la crisi la sta pagando quei dipendenti pubblici cui è stato congelato lo stipendio per tre anni; la crisi la sta pagando quel 50% di precari che la manovra correttiva di Tremonti obbliga a licenziare nel 2011; la crisi la la sta pagando i lavoratori messi in cassa integrazione, licenziati, messi in mobilità; saranno le formichine a pagare i bagordi delle cicale. C’è stato, ed è stata una mossa meschina del nostro governo, il tentativo di colpevolizzare il popolo operoso, accusandolo di aver vissuto al di sopra delle loro possibilità quando, invece, gli stipendi ed i salari sono fermi da quindici anni e quando invece “lor signori” sguazzano nell’oro frutto della corruzione e dell’appaltologia.
Far pagare ai veri colpevoli è stato uno dei primi proponimenti di chi voleva cambiare le regole del mondo finanziario. Riporto, a tal proposito, una parte dell’intervento del capo gruppo della Spd Frank-Walter Steinmeier durante il dibattito parlamentare tedesco sul caso Grecia:
“Ma il punto cruciale che vorrei sollevare è: i costi della crisi non possono –questo è essenziale- essere sostenuti ancora e soltanto dai comuni contribuenti. Abbiamo bisogno di un altro approccio. La gente è in attesa che noi manteniamo le nostre promesse di far pagare i responsabili. Abbiamo bisogno di una seria assunzione di responsabilità delle banche. Conosco un solo strumento che possa garantire questa assunzione di responsabilità ed è la tassa sulle transazioni finanziarie. Non ho capito bene quello che lei sostiene sull’argomento, Cancelliere Merkel. Ho letto le sue dichiarazioni e nel gennaio 2010 lei ha dichiarato “Noi sosteniamo l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Tale imposta globalizzata farebbe da calmiere agli eccessi speculativi e contribuirebbe ad assicurare che il peso della gestione della crisi sia condiviso”. Aveva ragione, Cancelliere Merkel, ma porti questa decisione qui nel Bundestag”
E la decisione di proporre una specie di Tobin tax, ovvero di tassare con un’aliquota bassissima le transazioni finanziarie è approdata, insieme alla proposta di una tassa europea sulle banche, al consiglio europeo.
Si noti che la ragionevolezza delle proposte appare lampante se quelle tasse, una sulle banche e l’altra sulle transazioni finanziarie, vengono considerate come premi assicurativi pagati per costituire dei fondi adeguati per far fronte a situazioni di crisi degli istituti finanziari. Si paga cioè un piccolo premio assicurativo per far fronte a futuri possibili guasti finanziari invece di scaricare il peso di quei guasti sui contribuenti incolpevoli. Che le cicale paghino l’assicurazione e la smettano di sodomizzare le formichine!
Come si è comportata l’Italia? Ebbene il presidente Unicredit Profumo ha contestato la tassa sulle banche minacciando di spostare la sede principale Unicredit per gli affari europei da Vienna a Bratislava (in ciò anticipando Marchionne sulla strada di Kragujevac).
Peggiore è stato il comportamento del governo. Dapprima Tremonti ha rassicurato che lui è per un’applicazione “flessibile” dell’iniziativa europea, ma successivamente Berlusconi ha frantumato la prudenza del suo ministro e ha reso noto che sulla tassazione delle transazioni finanziarie (definita “tassa ridicola”) c’è “il veto italiano”. L’annuncio del veto ha lasciato esterrefatti i colleghi europei; infatti l’annuncio del veto non è stato fatto a Bruxelles nella sede delegata a tali discussioni e decisioni, ma è stato annunciato al ritorno a casa, a Roma per via mediatica.
Quindi il nostro premier non solo ignora l’etichetta diplomatica, la correttezza dei rapporti, l’educazione nei rapporti interpersonali (e ciò nella forma), ma nella sostanza è dalla parte delle cicale, dei delinquenti finanziari e acerrimo nemico delle formiche, degli onesti contribuenti italiani ed europei.
Due considerazioni finali: la prima riguarda il premier. Il suo ingiustificato e non argomentato veto può essere figlio della sua idiosincrasia per la parola “tassa” che gli scatena reazioni pavloviane o può essere interpretato senza forzature come figlio di interessi finanziari propri, in totale conflitto con gli interessi di noi cittadini europei.
La seconda considerazione è lo sconforto per l’assordante silenzio del partito democratico su argomenti che, una volta, sarebbero stati il centro della “politica”, di quella politica che è oggi occupata a far la corte a Fini, Casini e Rutelli.
Renato Costanzo Gatti




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