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  1. #511
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    Predefinito Re: Soldi subito con i mini-bot

    Citazione Originariamente Scritto da robert jordan Visualizza Messaggio
    il controllo della massa monetaria spetta alla banca centrale.
    per vendere a rate le automobili le societa' automobilistiche si fanno la loro banca, sottoposta alla vigilanza.
    Banca centrale che deve essere italiana per l’italia.

  2. #512
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    Predefinito Re: Soldi subito con i mini-bot

    Vi spiego i mini-Bot abbozzati dalla Lega (e da Claudio Borghi)
    di Guido Salerno Aletta

    "Lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot.

    L’approfondimento dell’editorialista Guido Salerno Aletta

    Dibattito politico infuocato, la scorsa settimana, sulla ipotesi di uscire dall’euro e sulla possibilità di ridurre il debito pubblico con misure straordinarie. Nella serata di martedì, a sorpresa, è stata diffusa una bozza di Contratto per il Governo di Cambiamento elaborata dai delegati del Movimento 5 Stelle e della Lega, in cui si auspicavano “specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica” che consentano ai singoli Stati di uscire dall’euro e di “recuperare la propria sovranità monetaria”, e si proponeva il congelamento/cancellazione dei titoli acquistati dalla Bce con il Qe, che valgono per l’Italia all’incirca 250 miliardi di euro (10% del pil). A latere, c’era la costituzione di Fondi immobiliari da vendere prioritariamente alle famiglie, “impacchettando” quote di patrimonio pubblico per un importo di circa 200 miliardi di euro. Il debito pubblico italiano, ormai di poco superiore ai 2.300 miliardi di euro (131,5% del pil) si sarebbe attestato a 1.850 miliardi (105%), tornando ai livelli del 2008, quando fu del 102,4%.

    La cancellazione dei titoli comprati con il Qe, avrebbe implicazioni enormi: la Bce dovrebbe effettuare un write-off del proprio attivo accusando una perdita corrispondente, che in questo caso sarebbe superiore al proprio capitale netto. Sulle conseguenze di questo evento straordinario, non c’è unanimità di vedute neppure tra i più esperti: c’è chi sostiene che la Bce deve comportarsi come qualsiasi altro soggetto economico, e dunque chiedere alle Banche centrali aderenti all’SEBC il ripiano delle perdite e la ricostituzione del capitale; ma c’è anche chi afferma che una Banca Centrale, finché mantiene il monopolio legale della moneta circolante, può benissimo avere un capitale netto negativo. Anzi, non avrebbe neppure bisogno di un capitale proprio. A differenza dei vecchi sistemi monetari con base aurea, infatti, oggi la circolazione è esclusivamente fiduciaria: chi detiene la moneta non può chiederne la conversione in oro alla banca centrale che l’ha emessa. L’unico limite alla emissione di moneta sarebbe invece rappresentato dalla stabilità dei prezzi.

    Il dibattito accademico è sterile: le polemiche, invece, hanno immediatamente sortito il loro effetto, con una netta marcia indietro. E’ stato comunicato che la questione dell’euro era già stata espunta, e che per i titoli acquistati con il Qe si sarebbe chiesto in sede europea di escluderli dal calcolo del rapporto debito-PIL Alla fine, anche questa ultima questione è stata espunta: non si fa più alcun cenno né alla possibilità di uscire dall’euro, né all’abbattimento del debito con misure straordinarie, quali che siano.

    Le polemiche, che sembravano placarsi, sono divampate ancora più violentemente sulla questione dei mini-bot. Il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, in una intervista ha dichiarato che il nuovo governo rimedierebbe in modo radicale ai ritardi nei pagamenti della PA corrispondendo “titoli, con un valore equivalente, che potranno essere spesi ovunque, per comprare qualsiasi cosa. E lo Stato non dovrà fare debito aggiuntivo, perché si darà semplicemente forma a un debito che già c’è”. Né si violerebbero i Trattati europei, che individuano nell’euro l’unica moneta a corso legale, in quanto non si tratta di moneta: secondo Borghi, “tecnicamente è un debito cartolarizzato. L’ alternativa sarebbe non pagare i creditori dello Stato, quello sì sarebbe un default”.

    Le cifre in ballo sono colossali: l’Eurostat, in una nota di aprile scorso redatta sulla base di informazioni ufficiali provenienti dall’Italia, ha comunicato che nel 2017 i soli debiti commerciali della Pa sono arrivati a 40,4 miliardi di euro (2,8% del pil). Si tratta di un debito potenziale: alla contabilizzazione formale come debito si procede solo quando il pagamento avvenga a fronte di emissione di titoli. A questa somma vanno aggiunti i crediti fiscali, per i quali vigono limiti ferrei alle compensazioni, per evitare evasioni fiscali. Nella Contratto per il Governo si prevede di ampliare le forme di compensazione tra debiti e crediti fiscali e di procedere alla “cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di stato di piccolo taglio, anche valutando nelle sedi opportune la definizione stessa di debito pubblico.”

    E’ una prospettiva rivoluzionaria: lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot. La moneta perderebbe la esclusività in quanto strumento legittimamente liberatorio della obbligazione: lo Stato non dovrebbe più ricorrere previamente al mercato per procurarsi la moneta che gli occorre.

    La reazione è stata immediata, e feroce: il Financial Times, con un articolo a firma John Dizard in cui si ricorda l’esperienza del ‘Patacon’ argentino, ha rilevato che “banchieri centrali e ministri delle finanze sono stati equilibrati nella loro reazione. Un equilibrio tra lo sdegno e il colpo apoplettico”. Non si tratterebbe, a suo avviso, solo di titoli di debito che anticipano, in termini ricardiani, la tassazione futura: “Se fossero introdotti su larga scala, le pressioni politiche con il tempo forzerebbero o l’Italia o la Germania fuori dall’euro, e avendo prodotto il danno questo strumento sarebbe alla fine liquidato”.

    Siamo ad un nuovo snodo nella storia della moneta, dopo la fine dell’ancoraggio all’oro, di cui il florilegio delle criptovalute è un chiaro sintomo: le banche centrali, rese autonome dai governi negli anni Ottanta per bilanciare le spinte inflazionistiche indotte dalla spesa pubblica in disavanzo, che falcidiavano i risparmi e gli investimenti obbligazionari mentre i salari recuperavano potere di acquisto con la contrattazione, dopo la crisi del 2008 sono divenute istituzioni sovrane. Non si limitano a fornire liquidità al sistema bancario, ma effettuano veri e propri investimenti in titoli di debito pubblico, in obbligazioni di privati, e talora anche in azioni. L’aumento dei corsi azionari, suscitato dalla immensa liquidità immessa, non rappresenta lo stato di salute delle imprese ma un fenomeno inflazionistico: è la moneta con cui si acquistano che vale di meno, non i titoli che valgono di più. Le Banche centrali si sono sostituite così agli Stati nella creazione e nella distribuzione di reddito e ricchezza.

    La partita dei mini-bot vale dunque, in via di principio, più dell’intero debito pubblico: deciderà chi è sovrano, se lo Stato o la moneta."

  3. #513
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    Predefinito Re: Soldi subito con i mini-bot

    Cosa sono i minibot di Borghi e perché preparano l’Italia all’uscita dall’euro
    di Giuseppe Timpone, pubblicato il 22 Maggio 2018 alle ore 06,39
    "Con lo spread BTp-Bund a 190 punti base e i rendimenti decennali sopra il 2,40%, ovvero ai massimi da 10 mesi, c’è un termine che torna in voga tra la stampa internazionale: Italexit. Quello che stanno chiedendosi decine di analisti e investitori stranieri, oltre che italiani, è se l’Italia stia per caso uscendo lentamente dall’euro. Comunque possiamo analizzare i dati elettorali del 4 marzo scorso, il dato incontrovertibile resta che per la prima volta la maggioranza assoluta di chi ha votato si è affidata a formazioni euro-scettiche, quasi al 55% dei consensi nel loro complesso. Stando ai sondaggi, se oggi si tornasse alle urne, la somma di queste tre formazioni (Lega, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia) sarebbe intorno al 60%. Innegabile, quindi, che l’ostilità alla moneta unica non sia più solamente un fatto da derubricare a dibattiti teorici. E a confermare il rischio (o opportunità, a seconda dei punti di vista) di un’uscita dell’Italia dall’euro vi sono diversi punti programmatici dell’accordo di governo tra Lega e 5 Stelle.

    Uno di questi riguarda l’emissione dei cosiddetti “minibot”, ovvero Buoni ordinari del Tesoro di piccolo taglio, che l’economista del Carroccio e deputato Claudio Borghi vorrebbe utilizzare per pagare alle imprese debiti della Pubblica Amministrazione, ammontanti oggi ancora a 60 miliardi di euro. Qual è il problema? Stato centrale, regioni, province e comuni acquistano beni e si fanno erogare servizi da imprese private, ma non sempre sono in grado di saldare le fatture in tempi ragionevoli. Anzi, mediamente il debito viene onorato anche con oltre un anno di ritardo. Il denaro di cui le imprese restano prive per così lunghi mesi provoca crisi di liquidità a catena, anche ai danni dei dipendenti, in molti casi senza stipendio.

    Perché la P.A. non riesce a onorare i suoi debiti in tempo? Perché, in assenza di risorse prontamente disponibili, non può indebitarsi, dati i vincoli del Patto di stabilità. E qui, entrano in gioco i minibot. Essi non sarebbero denaro, né convertibili in euro, ma lo stato s’impegnerebbe ad accettarli in pagamento per le tasse e alla pari, ovvero al 100% del loro valore nominale. Viceversa, i privati non sarebbero costretti ad accettarli in pagamento. Dunque, un ente potrebbe emetterli per pagare il proprio debito verso un’impresa e questa utilizzarli o per pagare in futuro le tasse allo stato o per saldare debiti a sua volta con altri privati (fornitori, banche, dipendenti, etc.), ammesso che i creditori accettino tale modalità di regolamento degli scambi.

    Perché i minibot ci porterebbero fuori dall’euro
    A differenza dell’euro, dunque, i minibot non sarebbero soggetti ad alcun corso forzoso e per questo possiamo immaginare che, una volta emessi, verranno scambiati a sconto tra i privati. L’impresa beneficiaria, ad esempio, se non volesse attendere il pagamento delle tasse per rigirarli allo stato o se non avesse debiti fiscali da regolare, troverebbe conveniente tentare di venderli a un altro privato, il quale ne approfitterebbe per acquistarli a sconto, lucrando dalla differenza tra il valore nominale e quello sborsato. Immaginate le banche, che avrebbero buon gioco a rastrellare minibot scontandoli prontamente alle imprese e restituendoli allo stato immediatamente per pagare le imposte. Otterrebbero margini immediati e potenzialmente anche elevati.

    C’è un problema sul piano formale, più di uno su quello pratico. Quanto al primo, l’emissione dei minibot avverrebbe in contrasto con l’art.106 del Trattato di Lisbona, che assegna il monopolio della moneta alla BCE. I proponenti alla Borghi sostengono che non si tratterebbe di una moneta parallela, bensì semplicemente di pagamenti coperti da tasse future. Così facendo, lo stato eviterebbe di emettere debito, formalmente rispettando i vincoli del Patto, ma nei fatti s’indebiterebbe ugualmente, senza nemmeno rivelarlo sul piano contabile. Già, perché se io pago un’impresa creditrice con i minibot e questa poco dopo me li restituisce per pagare le sue tasse, da un lato avrò evitato come stato di fare debiti, dall’altro incasserò meno tasse future in euro, per cui sto effettivamente emettendo un debito, pur non registrandolo a bilancio.

    E allora, quale sarebbe il senso di questa partita di giro, apparentemente solo un trucco contabile? Acquistare tempo. Sì e per cosa? Due le ipotesi che ci sentiamo di prendere in considerazione: la prima, nella speranza che il gettito fiscale tenda a crescere, magari stimolato dalla capacità dello stato di azzerare i suoi debiti con le imprese, le quali metterebbero a bilancio tali entrate miliardarie. In questo modo, il “buco” nel gettito fiscale futuro verrebbe almeno parzialmente coperto dalle maggiori entrate attese; la seconda appare, invece, più verosimile, ossia che questi marchingegni contabili si porrebbero come unico reale obiettivo di aggirare le istituzioni e le regole europee legate all’appartenenza all’Eurozona. Se fosse così, il governo giallo-verde che verrà non starebbe che mettendo in conto l’uscita dell’Italia dall’euro, minando alle fondamenta dell’unione monetaria. Se la BCE vietasse, com’è ovvio, tale pratica, la risposta di Roma sarebbe la richiesta immediata alla Commissione europea di maggiore flessibilità fiscale. E anche per quella via, con un debito pubblico già al 132% del pil, ci staremmo semplicemente ponendo con un piede fuori dall’euro. Questo i mercati lo stanno iniziando finalmente a intuire dopo anni di torpore finanziario. L’Italexit non avverrebbe per referendum o proclamazioni unilaterali, bensì su separazione consensuale giudicata dalle parti ormai inevitabile, specie se il consenso per gli euro-scettici nel nostro Paese reggesse nel tempo."

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

 

 
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