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LA GEOGRAFIA POLITICA DI
FRIEDRICH RATZEL

di Andrea Fais


“La superiorità dei russi sugli inglesi nell’Asia Centrale, nella pianificazione come nell’azione, è incontestabilmente dovuta alle loro migliori conoscenze geografiche. La cultura geografica ha da sempre dimostrato la sua efficacia politica”[1]

Friedrich Ratzel è, da alcuni, ancor’oggi considerato il vero artefice della geopolitica. Sebbene Sir Halford Mackinder ne abbia indubbiamente sviluppato i temi in maniera compiuta, quanto meno in relazione ai canoni tutt’oggi ritenuti validi dagli analisti, è senza dubbio corretto individuare nell’opera dell’illustre accademico originario di Karlsruhe, i semi teorici della geopolitica.

Nato nel 1844, nell’alveo di un clima culturale dominato dalle nuove scoperte in campo scientifico e tecnologico, pronte a fornire le basi per l’espansionismo delle principali potenze sul piano politico e per l’esplosione della Seconda Rivoluzione Industriale sul piano economico e sociale, Ratzel sembra riassumere nei suoi studi tutti i maggiori e più insigni personaggi del suo tempo: influenzato dalla biologia darwinista, pubblicò nel 1869 Sein und Werden der Organischen Welt (Essere e Divenire del mondo organico), imponendo sin da subito una vasta capacità di analisi e di sintesi, cogliendo nel fattore geografico un elemento di fondamentale importanza per la comprensione della realtà e soprattutto della politica.

Dopo un paio d’anni passati al fronte durante la Guerra Franco-Prussiana, viaggiò nel Nord America e nel resto d’Europa, iniziando a sviluppare un sempre maggior interesse per il rapporto tra la geografia e la politica, tanto da pubblicare già nel 1882 Antropogeographie, un testo dal titolo emblematico, che ripercorre le evoluzioni dei popoli della Terra, le relazioni tra civilizzazione e demografia e le diverse tecniche di rappresentazione cartografica utilizzate dai popoli[2].

La geografia diventa dunque un elemento ineludibile dalla gestione dello Stato, che per Ratzel, già pesantemente influenzato dal contestuale clima politico-filosofico, sospeso tra lo storicismo e la fenomenologia hegeliani ed il nazionalismo dei circoli culturali della Prussia ottocentesca, rimane il perno della società umana, nell’alveo di un rapporto inscindibile tra comunità e territorio. Malgrado la posteriore rilettura critica di questo rapporto (palesemente distorta dall’enfasi politico-ideologica post-bellica) abbia visto nelle teorie del geografo politico tedesco, le basi del lebensraum hitleriano, soprattutto sulla scorta dell’omonimia di una pubblicazione di Ratzel, uscita a Tubinga nel 1901, effettivamente intitolata Der Lebensraum, l’approccio del pensatore di Karlsruhe sembra alquanto lontano dalle dottrine di coloro che per alcuni decenni furono illecitamente ritenuti i suoi eredi culturali.

Il sottotitolo di quell’opera, Eine Biogeographische Studien (Uno Studio Biogeografico), pone in evidenza sin da subito che il significato di nazione e, più generalmente, di territorio, ha qui un carattere profondamente scientifico, concreto e prettamente tecnico, come chiara risultante di un percorso accademico, già inaugurato oltre cinquanta anni prima dal geografo Karl Ritter, ed estraneo a qualunque misticismo o sacralismo, seppure non privo di taluni eccessi sciovinisitici, invero piuttosto comuni nel clima culturale tedesco dell’epoca.

È lo stesso studioso a scrivere “[…] che il territorio sia necessario all’esistenza dello Stato è cosa ovvia. Appunto perché non è possibile concepire uno Stato senza territorio e senza confini si venne formando assai presto la geografia politica; e sebbene anche la scienza politica abbia spesso trascurato le relazioni di spazio e la posizione geografica, tuttavia una teoria dello Stato che facesse astrazione dal territorio non poté mai avere alcun sicuro fondamento”[3].

Politische Geographie, val a dire Geografia Politica, pubblicato proprio nel 1897, anticipa di alcuni anni il testo The Geographical Pivot of History, pubblicato in Inghilterra da Halford Mackinder, e contiene già in sé tutti gli elementi analitici principali che da lì in avanti avrebbero caratterizzato le riflessioni di autori come Karl Haushofer, Nicholas Spykman o Umberto Toschi. Il sottotitolo della seconda edizione, uscita nel 1902, non lascia spazio all’immaginazione e precisa meglio i contenuti del testo, indicandolo quale una geografia degli Stati, del commercio e della guerra.

In sostanza cos’è lo Stato per Ratzel? Un organismo vivente che intrattiene dei “necessari rapporti con il proprio territorio”[4] e che si sviluppa “come dimostrano la storia e l’etnografia, su base spaziale, modellandosi su di essa in maniera sempre più stretta, e attingendo sempre più profondamente da questa forma di energia”[5].

In una specie di analogia tra le osservazioni in ambito naturale di Darwin e la politica moderna, anche gli Stati sono, secondo lo schema di Ratzel, organismi viventi che nascono, si evolvono, si invecchiano e si estinguono, partecipando assieme agli altri Stati ad una specie di lotta per la sopravvivenza, cercando di assicurarsi il sostentamento e l’autosufficienza in merito ai bisogni della propria comunità. Esistono dunque ben sette leggi che regolano il corso storico di uno Stato, esattamente come degli assiomi scientifici entro i quali possono essere racchiusi diversi momenti storici particolari, secondo un principio deduttivo di osservazione etnografica. Ratzel le definì in maniera precisa nel suo Die Gesetze des raumlicher Wachstums der Staaten (Le leggi dell’espansione spaziale degli Stati), edito nel 1901[6]:

1) L’estensione degli Stati aumenta con l’avanzare della loro cultura

2) La crescita spaziale degli Stati si accompagna a varie altre manifestazioni del loro sviluppo: l’ideologia, la produzione, l’attività commerciale, il livello della loro influenza e dei loro sforzi di proselitismo.

3) Gli Stati si espandono assimilando o assorbendo le unità politiche meno importanti.

4) La frontiera è un organo posto alla periferia dello Stato (considerato come un organismo). Grazie alla sua posizione materializza la crescita, la forza e i cambiamenti territoriali dello Stato.

5) Nel procedere della sua espansione spaziale lo Stato si sforza di assorbire aree importanti per il suo progetto: le coste, i bacini fluviali, le pianure e, in generale, i territori più ricchi.

6) Proviene dall’esterno il primo impulso che spinge lo Stato a espandere il proprio territorio, in quanto è fortemente attratto dalle civiltà inferiori alla propria.

7) La tendenza generale verso l’assimilazione o l’assorbimento delle nazioni più deboli moltiplica le appropriazioni di territori, dando origine a un processo che in un certo senso si autoalimenta.

Sebbene emerga un pragmatismo statista nettamente riconducibile alla tradizione della real-politik prussiana, e malgrado Ratzel sia successivamente stato indicato come una sorta di antesignano dell’odierno imperialismo politico, è importante sottolineare che,

- Se l’espansione è determinata dal carattere mobile della frontiera, è presumibile intendere che lo sviluppo del suo spazio geografico segua criteri di vicinanza e di prossimità, piuttosto che di conquista extra-continentale.

- In ogni suo testo l’autore tedesco è solito indicare la formula Staaten, al plurale, rifuggendo risolutamente qualunque lettura escatologico-universalistica dell’espansione spaziale, per consegnare, invece, un modello tecnico, un tentativo di riferimento scientifico per l’individuazione di quelle costanti storiche che caratterizzano il corso delle società umane, ed un preciso metodo di approccio, quasi a voler introdurre una sorta di “quarta era” della politica, successiva a quella degli Imperi classici, a quella del feudalesimo e a quella “pre-moderna” individuabile nel Principe di Machiavelli e nel Leviatano di Hobbes, che per primi introdussero il moderno concetto di Stato.

Quella cui va incontro Ratzel, con le sue teorie, potrebbe dunque ridefinirsi come l’era “degli Stati” o forse “delle grandi potenze continentali”, iniziata a partire dal completamento delle rotte esplorative terrestri e navali (seconda metà del XVII secolo) e alla Prima Rivoluzione Industriale, che aveva oramai introdotto un nuovo, inedito e rivoluzionario meccanismo di produzione e scambio delle merci, all’interno del quale la progressiva diffusione di conoscenze e tecnologie, commerci e trasporti si sarebbe affermata quale volano silente di una suddivisione del pianeta in diverse aree d’influenza, contraddistinte dalla presenza di potenze regionali, che avrebbero a questo punto dovuto disporre della più grande abilità nella gestione della propria organizzazione ed espansione, attraverso una coscienza territoriale, etnografica, storica, ed in ultima istanza, comunque, geografica. La Seconda Rivoluzione Industriale avrebbe semplicemente ingigantito questa tendenza, imponendo sullo scenario mondiale attori principali che ancor’oggi ritroviamo protagonisti, malgrado le numerose trasformazioni dettate dal corso storico.

[1] F. RATZEL, Politische Geographie ( oder die Geographie der Staaten des Verkehres und des Kriegs – ed. 1902), cap. VIII, Oldenbourg, Monaco, 1897

[2] P. LOROT, Storia della Geopolitica, Asterios, Trieste, 1997, p. 10

[3] F. RATZEL, Antropogeographie – Grundzuge der Anwendung der Erdkunde auf die Geschichte, Stoccarda, 1882

[4] F. RATZEL, Politische Geographie (oder die Geographie der Staaten des Verkehres und des Kriegs – ed. 1902), Introduzione, Oldenbourg, Monaco, 1897

[5] ibidem

[6] P. LOROT, Storia della Geopolitica, Asterios, Trieste, 1997, p. 13