











I migranti servono alle varie cooperative del settore, ai politici di una certa fazione in attesa di poterli fare votare e soprattutto servono a quei personaggi che vogliono la destabilizzazione sociale/economica del Paese.
"La Gloria non la cerco per me stesso ma per la mia Nazione" (22gradi)


Ho estremizzato il concetto per dire che se si abbatte il sistema neoliberista i migranti non rappresenterebbero più un problema neanche dal punto di vista della percezione, se invece non si abbatte il sistema neoliberista ma per assurdo cacci anche tutti gli immigrati, non cambierebbe un cazzo in fondo...per far capire che alla fine è irrilevante la questione...


Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Il Corriere della
Sera», 19 Agosto 1977
Se la gestione dei conflitti della società industriale è stata più difficile
in Italia che negli altri paesi europei ciò non è dovuto soltanto agli
errori che politici, sindacalisti, imprenditori e economisti hanno
copiosamente compiuto negli ultimi anni, ma anche a una natura particolare
del sistema economico italiano rispetto a quello delle altre nazioni.
L’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a dover gestire il proprio
sviluppo senza il determinante contributo di lavoratori stranieri. Detto in
linguaggio più semplice l’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a
mandare avanti una società industriale senza “negri”, che negli Stati Uniti
erano negri nel senso letterale della parola. Nel Nord Europa erano invece
emigranti italiani, spagnoli, turchi o nordafricani. Non dovremmo mai
sottovalutare qesto fatto, non solo perchè nelle maggiori aree industriali
della Germania e della Francia i lavoratori stranieri coprono oltre un
quarto delle occupazioni di tipo manuale, ma anche perchè sono addetti
soprattutto ai mestieri meno graditi. Anche quando non sono discriminati
economicamente, essi costituiscono quindi un grandioso ammortizzatore dei
conflitti sociali e hanno contribuito a risparmiare alle società
industrializzate europee i problemi che anche per l’immaturità politica cui
facevamo cenno prima, hanno invece travolto la società italiana.
Almeno dal 1968 in poi il mercato del lavoro nel sistema industriale
italiano (trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero) si è
presentato come unitario sia al Sud che al Nord e anche per gli immigrati da
Sud a Nord.
Dopo tre giorni passati a Torino l’operaio siciliano non solo è già
sindacalizzato, ma tende a dimostrare la propria definitiva appartenenza
alla classe operaia spingendosi spesso verso i limiti più estremi della
militanza sindacale. Non abbiamo perciò goduto della possibilità, che hanno
avuto gli altri, di scaricare sugli stranieri le professioni che stanno in
coda alla gerarchia sociale, cioè quelle da cui nascono le tensioni e
dilacerazioni.
Negli ultimi mesi è capitato invece qualcosa d nuovo. Nonostante le
difficoltà economiche, nonostante la disoccupazione crescente, non si riesce
a ricoprire con cittadini italiani un numero crescente di posti di lavoro
manuale nell’industria dell’Italia del Nord. In Emilia sono arrivati i
lavoratori arabi. Non sono venuti clandestini, ma solo dopo che le imprese
non avevano potuto trovare manodopera italiana di nessun tipo passando per i
regolari canali dell’assunzione di manodopera. A Reggio Emilia, ad esempio,
sono già 115 i lavoratori arabi. Sono per la quasi totalità egiziani,
lavorano circa per la metà nelle fonderie, per l’altra metà nel resto del
settore metalmeccanico e solo poche unità fanno i braccianti in un’azienda
agricola. Altri cento, almeno, sono inoltre in attesa dello espletamento
delle pratiche per seguire i loro compatrioti. Questo fenomeno non si
verifica però in una sola città e nemmeno in una sola regione. Molto spesso
inoltre questi operai sono bravi e intraprendenti, proprio come erano i
nostri lavoratori che all’inizio degli anni Cinquanta emigravano in Francia.
Al di là della limitatezza quantitativa di questi episodi non possiamo
esimerci dalla necessità di una scelta riguardo ai problemi che essi aprono.
Vogliamo aprire le porte ai lavoratori stranieri, dopo che abbiamo compiuto
questo enorme sforzo di unità del paese negli anni trascorsi? E ancora. Come
è possibile che tutto questo avvenga mentre esistono tanti disoccupati? Come
ogni paese arrivato a un elevato livello di scolarizzazione, l’Italia ha
evidentemente bisogno di una legge per l’immigrazione, dato che certe
professioni, anche nelle normali aziende industriali, trovano un sempre
minore numero di candidati.
Io credo che, al punto in cui siamo, sia una follia ripercorrere la via
degli altri paesi europei, aggiungendo ai problemi che abbiamo anche quelli
di una difficile convivenza razziale. Credo che ce la dobbiamo ancora una
volta cavare da soli, con maggiori e migliori informazioni sul mercato del
lavoro, con una più equa distribuzione territoriale delle imprese, con il
miglioramento delle condizioni di lavoro e con ulteriori mutamenti dei
salari relativi.
Le professioni manuali debbono essere pagate sempre di più. Quanto diceva,
con rara preveggenza, Gorrieri, spinto soprattutto da motivazioni di
giustizia sociale, sta ora diventando anche una necessità economica. Già una
specie di rivoluzione è stata compiuta: basti pensare al fatto che nel 1962
un lavoratore qualificato nel settore della meccanica guadagnava la metà di
un insegnante, mentre ora il salario medio ne è diventato addirittura
superiore. Ma in molti altri casi questa trasformazione non è ancora
avvenuta: ora anche l’Italia si deve rapidamente avviare verso una gerarchia
salariale di tipo moderno, dove all’ultimo gradino non troviamo i lavoratori
manuali, ma quelli impiegatizi di tipo ripetitivo. I nostri rapporti con i
paesi poveri del Mediterraneo non dovranno poi essere di semplici
utilizzatori di manodopera nel nostro paese: occorre una politica di
investimento in loco e di collaborazione più stretta e coordinata. Non
dobbiamo anche in questo caso ripetere gli errori altrui.
Abbiamo fatto (o abbiamo dovuto fare) molti anni fa una scelta di sviluppo
fondamentale sulle nostre sole risorse umane. Essa ci ha dato gravi
problemi, ma non possiamo ripudiarla ora che abbiamo impiegato anni e anni
per risolvere questi stessi problemi e nemmeno possiamo ripudiarla quando
tutto il Nord Europa comincia a soffrire di gravissime tensioni razziali. E
soprattutto non possiamo ripudiarla quando migliaia di giovani sono alla
disperata ricerca di un lavoro. Bisogna invece creare una diversa gerarchia
di valori per cui il lavoro manuale sia reso veramente pari agli altri
lavori e ne siano perciò riconosciuti vantaggi economici sufficienti a
recuperare il maggior disagio e il minor prestigio sociale di cui esso gode.
E contemporaneamente occorre un profondo e globale mutamento di mentalità in
materia.
Non credo di aver dedotto troppe conclusioni dall’arrivo di alcune centinaia
di egiziani in Emilia: forse però queste stesse conclusioni dovevano già
essere fatte a proposito delle precedenti ondate migratorie di
collaboratrici domestiche e di braccianti.
https://groups.google.com/forum/#!to...ca/2G2X4jLtaEs


capisco cosa intendi, quello che dico io è che il sistema neolberista è palesemente insistenibile e inizia a scricchiolare, e il fenomeno dell' immigrazione come lo abbiamo vissuto negli ultimi anni serve invece a dare nuova linfa al sistema, allontana il redde rationem


Dimmelo tu, visto che siete voi quelli che riscrivete la storia in chiave etnicamente diversa (e anche le scienze in chiave gender inclusive) e diffondete queste vostre rivisitazioni direttamente nelle scuole dove sapete non troveranno alcun obbiettore.
Naturalmente la risposta è palese e soprattutto è politica: quando la popolazione di origine straniera in possesso di cittadinanza sarà sufficientemente numerosa useranno tale massa per far avanzare i loro interessi socio-politico-ecomonici anche a scapito dei nativi come è normale che sia, gli anormali sono gli xenofili antirazzisti. I politici sinistroidi vogliono semplicemente accaparrarsi questa futura fetta dell'elettorato, costi quel che costi. E quale miglior modo di fare ciò se non quello di usare la politica per influenzare i programmi scolastici inducendo le nuove generazioni a pensare che il loro Paese sia sempre stato multietnoculturale (anzi semmai oggigiorno è fin troppo bianco), e che non esista una loro cultura unica ed univoca rispetto alle altre del mondo, e che chiunque obbietti ciò si trovi sul "lato sbagliato della storia".