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Discussione: Qualcosa di sinistra

  1. #1
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    Predefinito Qualcosa di sinistra

    Le aziende producono una torta chiamata “valore aggiunto”.
    Questa torta viene spartita tra il capitale e il lavoro che hanno partecipato alla sua produzione.
    La trattativa per la spartizione è un braccio di ferro dove chi ha più forza contrattuale si becca la fetta più grossa.

    Agli albori della rivoluzione industriale, la forza contrattuale dei lavoratori era pari a zero.
    Quindi a loro toccavano soltanto le briciole della torta ed erano tutti morti di fame.
    Poi arrivarono i socialisti che, prima di nascosto e poi sempre di più alla luce del sole, unirono i lavoratori fino a formare una massa abbastanza forte per contrapporsi alla forza contrattuale dei capitalisti.
    Così i lavoratori riuscirono a contrattare delle fette di torta sempre più grosse (o meno piccole).
    Il tutto sotto gli occhi di governi sempre più progressisti (o meno conservatori) che, mollando un po’ di qua e concedendo un po’ di là, cominciarono a preoccuparsi della condizione (e dell’incazzatura) di questa massa di lavoratori.
    I capitalisti all’inizio non la presero bene per niente.
    Ma poi si resero conto che, nonostante ai lavoratori toccasse una fetta di torta sempre più grossa, la torta da spartire diventava grossa ancor di più (forse perché i lavoratori, con qualche soldarello in tasca, diventavano anche dei consumatori?).
    Morale della favola: s’andò avanti così fino a non molto tempo fa.
    Poi capitò un casino.
    C’è chi dice che l’epicentro del casino sia stato il sessantotto (vabbè, di casino ce n’è stato un bel po’) e c’è chi dice che l’epicentro sia stato invece il Cile (cinque anni dopo).
    Io propendo per la seconda.

    Laggiù in Cile ci fu un tale Pinochet (gran fijo de na mignotta) che realizzò il sogno segreto di molti siùr padrùn nostrani: sparare agli operai che facevano sciopero.
    E, così facendo, realizzò anche il sogno di tale Milton Friedman (altro gran fijo de na mignotta nonchè premio Nobel per l’economia) che si trovò servita una bella tabula rasa sulla quale sperimentare i suoi teoremi più fantasiosi e sfrenati.
    La sperimentazione (da un punto di vista industriale/produttivo) si rivelò un colossale fallimento.
    Ma Ronald Reagan e Margaret Tatcher finsero di non accorgersene; anche perché a loro non fregava niente del sistema industriale/produttivo: uno era il dominus del “mondo libero” e poteva permettersi un mega-debito federale finanziato dai petrodollari, mentre l’altra voleva soltanto tirare il colpo di grazia a un industria ormai morente che produceva soltanto elettori laburisti e toglieva capitali alla finanza della City (unica vera risorsa rimasta alla Gran Gretagna dopo lo sbriciolamento dell’impero).

    In Europa, il monetarismo di Friedman (iniziato con la fine di Bretton Woods nel 1972 e messo in pratica durante la crisi petrolifera dell'anno successivo) attuò una stretta creditizia che provocò la più grave recessione economica del dopoguerra.
    Una mazzata tremenda soprattutto per i lavoratori delle due maggiori economie manifatturiere: Italia e Germania.

    In questi due Paesi l’incazzatura arrivò alle stelle e si imbracciarono le armi.
    Qui in Italia, con le Brigate Rosse, fu un macello.
    In Germania, con la R.A.F., un po’ meno (la Germania era troppo vicina al blocco sovietico e la guerriglia venne stroncata sul nascere).

    In Italia, il macello si concluse con la mitica (si fa per dire) “marcia dei quarantamila”.
    Se non fosse stato per il fatto che lo stavano mettendo nel culo ai lavoratori, ci sarebbe stato da morire dal ridere.
    Cioè, migliaia di impiegati e dirigenti FIAT che sfilavano in giacca e cravatta per le vie di Torino, con tanto di cartelli e striscioni …
    A partire da quel momento, la fetta di torta dei lavoratori ha smesso d’ingrandirsi e ha ricominciato a rimpicciolirsi.

    Il sessantotto però non era passato invano e nella testa degli operai s’era fatta strada una nuova consapevolezza.
    Cioè, se proprio dovevano tirare la cinghia, almeno la tirassero per arricchire se stessi e non quegli stronzi di padroni che, dopo la “marcia dei quarantamila”, s’erano fatti ancora più stronzi.
    E così è iniziato il nuovo boom economico.

    I siùr padrùn, figli viziati della borghesia arricchita con la massoneria, con il Fascio e con i preti, non capivano che quegli operai sindacalizzati/politicizzati non erano soltanto dei piantagrane.
    Invece di sedersi a un tavolo per contrattare con i loro rappresentanti sindacali, imprecavano contro lo Statuto dei Lavoratori, reclamavano il giro di vite, sognavano l’avvento di un Pinochet.
    E intanto tiravano i remi in barca, mungevano la vacca fin quando ce n’era e portavano i soldi in Svizzera.
    Era la crisi autoannunciata e autoverificata del taylorismo paternalista democristiano, offuscata dalla demonizzazione della sinistra e insanguinata dalle stragi del terrorismo di Stato.
    Se il progetto politico reazionario era quello di una normalizzazione in stile Cileno, per aprire la porta alla colonizzazione delle multinazionali, fallì miseramente.
    Perché una nuova cultura industriale e imprenditoriale germogliava dal basso, andando a occupare gli spazi lasciati vuoti dal disinvestimento e dal rifiuto opposto a qualsiasi piano di sviluppo concertato e condiviso, a qualsiasi prospettiva di compartecipazione e cogestione.

    Fu così che quegli operai sindacalizzati/politicizzati misero a frutto per sé stessi la visione di sviluppo che i siùr padrùn non avevano neppure voluto prendere in considerazione.
    Era la materializzazione di quella “atmosfera industriale” teorizzata da Alfred Marshall, la confutazione definitiva del concetto di economia di scala, la partenogenesi di una galassia di piccole imprese riunite in comunità e organizzate in sistema.

    Del concetto di Distretto Industriale ormai si sa tutto, è studiato nelle business school di tutto il mondo, è il paradigma di sviluppo industriale delle economie più avanzate.
    Ciò che non si riesce a capire è il motivo per il quale adesso sia entrato in crisi proprio qui in Italia, proprio nell’economia reale che per prima ne aveva dimostrato la fattibilità.

    Nel 2001, il 40% delle imprese manifatturiere italiane operava all’interno di un distretto industriale.
    Nel 2011, la percentuale s’è ridotta al 30%.
    Di pari passo, è diminuita la capacità produttiva complessiva del settore manifatturiero.
    Quindi, la crisi dell’economia manifatturiera italiana (che rimane comunque la seconda economia manifatturiera europea, dopo l’economia manifatturiera tedesca) deve essere addebitata quasi esclusivamente alla crisi dei distretti industriali.
    E se si tiene conto che, all’interno dei distretti industriali, quasi tutte le imprese sono piccole (oltre l’80%), si può dire in ultima analisi che la crisi dell’economia manifatturiera italiana coincide quasi esattamente con la crisi della piccola impresa italiana.

    Perché la piccola impresa italiana è andata in crisi?
    Per la sua piccolezza.
    Già.
    Ma “piccolezza” rispetto a cosa?
    Rispetto alle famigerate “sfide della globalizzazione”?
    No, rispetto al peso dello Stato italiano.
    Il piccolo imprenditore ex-operaio italiano non ha (molta) paura della globalizzazione.
    E' invece TERRORIZZATO dallo Stato italiano, dal fisco, dalla burocrazia, dalle banche, dalla corruzione, dalla mafia (che è un pezzo dello Stato).
    Al di là della enorme pressione fiscale (che, al limite, potrebbe anche essere sostenuta laddove portasse dei ritorni in termini di servizi e infrastrutture), l’economia italiana è afflitta da una burocrazia che pare progettata apposta per segare alla base la piccola impresa.
    Cioè, se una grande impresa può permettersi di stipendiare dei laureati in Scienza delle Finanze, se una media impresa può permettersi di pagare dei fiscalisti di grido (personaggi intoccabili e mega-ammanicati come Giulio Tremonti), un piccolo imprenditore ex-operaio può soltanto alzare le mani e arrendersi quando, da un pulmino della Finanza entrato sgommando nel cortile della fabbrichetta, scendono dieci militari armati di pistole e parabellum.
    E, mentre i militari scartabellano nella quintalata di registri e documenti obbligatori, può stare sicuro che “riscontreranno” un tot di registrazioni imprecise e un tot di timbri mancanti.
    E, per ciascuna di quelle registrazioni e di quei timbri, gli toccheranno mazzate di sanzioni amministrative e processi penali.
    Il che significa essere sicuri di chiudere.
    Tuttavia non è usuale che una fabbrichetta venga invasa dalla Finanza armata.
    Più che altro succede perché il piccolo imprenditore, trascinando una delle numerose pratiche burocratiche attraverso le varie stazioni della via crucis burocratica, è inciampato nel funzionario esoso che, per non insabbiare la pratica, ha preteso una tangente troppo alta.

    Nonostante la crisi, la piccola impresa ha continuato a esportare.
    Tanto da produrre un totale mutamento strutturale del "sistema Italia".
    Quello che negli anni 70 veniva dipinto come un Paese importatore perennemente afflitto dal deficit della bilancia e dal conseguente debito estero, è diventato il secondo Paese esportatore in Europa (dopo la Germania).

    Cosa esportiamo?

    - beni strumentali (impianti, macchinari e attrezzature ) 15,6%
    - prodotti agroalimentari 8,9%
    - autoveicoli 4,9%
    - prodotti farmaceutici 4,4%
    - articoli di abbigliamento 3,7%
    - prodotti chimici di base 3,2%
    - parti e accessori per autoveicoli 3,1%
    - articoli in materie plastiche 2,8%
    - cuoio, pelletteria, selleria, pellicce 2,5%
    - metalli preziosi, metalli non ferrosi, combustibili nucleari 2,4%
    - prodotti in metallo 2,4%
    - calzature 2,2%
    - mobili e arredamento 2,2%
    - prodotti petroliferi 2,1%
    … e centinaia di altre cose 39,6%

    Al di là di questa mutazione strutturale, nel periodo tra l'agosto 2008 e l'agosto 2009, l'economia italiana ha subito uno choc.
    Cosa è successo?
    Una amnesia? Un blackout? 12 mesi di sciopero generale?
    No, è scoppiata una bolla di sapone.
    Sono andati in default i famigerati sub-prime (la più perversa fregatura mai escogitata nella storia della Tecnica Bancaria).
    Il terremoto ha scosso le fondamenta della finanza globale e, in Italia, le banche hanno chiuso i rubinetti.
    A fare le spese di questa stretta creditizia sono stati i consumatori (azzerato il credito al consumo), il mercato immobiliare e l'edilizia (azzerati i mutui) e le piccole imprese (azzerati i fidi).
    I grandi finanzieri invece hanno continuato a prendere in prestito quantità spropositate di denaro (che poi non hanno restituito, mandando in fallimento un bel po' di banche, compresa quella del papà della Boschi).

    Prese nella morsa della "stretta creditizia", piccole imprese che presentavano bilanci in (forte) attivo e portafogli pieni (zeppi) di crediti esigibili si sono viste revocare degli affidamenti che non avevano mai "sforato" e hanno ricevuto l'ingiunzione (con la pistola puntata alla tempia) di rientrare in tempo zero da ogni esposizione debitoria.
    Questo le ha paralizzate.
    Per poter continuare a lavorare (comprare le materie prime e pagare i dipendenti), alcune hanno tentato di anticipare gli incassi e dilazionare i pagamenti (autofinanziamento), ma la maggior parte ha dovuto abbassare le serrande e mandare a spasso i dipendenti.
    Da un giorno all'altro, i 100 distretti industriali italiani si sono desertificati.
    E le esportazioni di 100 settori merceologici si sono arrestate (mandando nel panico i clienti di tutto il mondo, che hanno cominciato a telefonare, faxare, spedire raccomandate e ingiunzioni; qualcuno è pure calato in Italia con intenti omicidi).

    Passato lo choc finanziario del 2008-2009, le piccole imprese (che, non dimentichiamolo mai, rappresentano il 99,9% delle imprese italiane) hanno ricominciato a lavorare ed è ripresa la tendenza al costante aumento delle esportazioni.

    La principale vocazione delle aziende italiane sta nella produzione di beni ad alto contenuto tecnologico, innovativo e qualitativo che NON richiedono economie di scala (perchè vengono prodotti su ordinazione o in piccole serie in base alle specifiche del cliente o alle tendenze dei segmenti di mercato "top consumer") e NON hanno concorrenza (perchè vengono prodotti con tecnologie, professionalità, culture, tradizioni, disciplinari che nessun altro possiede).

    In altre parole, la manifattura italiana è uscita dalla recessione e riesce a non ricascarci (nonostante il crollo dei consumi interni) perché viene tenuta a galla da un 99,9% di piccole imprese che lavorano ed esportano sempre di più, nonostante la pressione criminale che viene esercitata su di loro dal fisco, dalla burocrazia, dalle banche, dalla corruzione, dalla mafia (cioè dallo Stato).

    A tale proposito, giova ricordare che già nel 1992/1993 avevamo scoperto di vivere in uno Stato criminale, quando l’inchiesta “mani pulite” ci aveva dimostrato che Mario Chiesa non era un “mariuolo isolato” ma era solo uno dei tanti faccendieri del sistema politico/partitico corrotto.
    E, quando si era scatenato il terrorismo mafioso (omicidio di Salvo Lima il 12 marzo 1992, strage di Capaci il 23 maggio 1992, strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992, attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio 1993, strage di via dei Georgofili il 26 maggio 1993, strage di via Palestro il 27 luglio 1993, attentati del Velabro e di San Giovanni in Laterano il 28 luglio 1993), avevamo scoperto che il Presidente della Commissione Parlamentare antimafia Luciano Violante, il Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, il Ministro degli Interni Nicola Mancino, il capo della corrente Riformista del PCI Giorgio Napolitano e il dirigente di Fininvest Marcello Dell’Utri stavano pianificando con la Mafia un nuovo assetto istituzionale per l’Italia.

    Nel 2011, in occasione dello scontro tra Angela Merkel e Silvio Berlusconi, abbiamo scoperto che quello Stato criminale nato dalla "seconda repubblica" era andato avanti per quasi vent'anni falsificando i conti pubblici e pompando il PIL con partite di giro (la più classica delle truffe finanziarie).

    Ma se il sistema delle piccole imprese italiane ha dimostrato una resilienza tale da permettergli di sopravvivere (e continuare a esportare) sotto il peso di questo fisco, di questa burocrazia, di queste banche, di questa corruzione e di questa mafia, nulla può fare contro la Cina.
    Cioè, contro un sistema dittatoriale che sovvenziona una immensa economia di scala dove lavorano centinaia di milioni di operai precettati per 10 ore al giorno, 6 giorni alla settimana e 150 euro al mese.
    Non c’è storia, non c’è neanche da pensarci a entrare in competizione con un concorrente del genere.
    Eppure qualche politico stronzo, foraggiato da banchieri italiani stronzi, sotto la direzione di banche d’affari stronze, ha fatto di tutto per traghettare l’economia manifatturiera italiana nel girone dantesco della globalizzazione.

    Il progetto politico era sempre lo stesso: riprodurre qui in Italia il sistema cileno.
    Cioè smantellare lo Statuto dei Lavoratori, mandare fuori dai coglioni i sindacati, spalancare le porte alle multinazionali.
    I presupposti c'erano tutti:
    - jobs act (che ha fatto fuori senza colpo ferire l’Articolo 18)
    - riforma costituzionale
    - massa critica di disoccupati italiani
    - qualche centinaio di milioni di crumiri africani al di là del Mediterraneo.

    Ma qualcosa è andato storto ...

  2. #2
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Citazione Originariamente Scritto da luce allievi Visualizza Messaggio
    Le aziende producono una torta chiamata “valore aggiunto”.
    Questa torta viene spartita tra il capitale e il lavoro che hanno partecipato alla sua produzione.
    La trattativa per la spartizione è un braccio di ferro dove chi ha più forza contrattuale si becca la fetta più grossa.

    Agli albori della rivoluzione industriale, la forza contrattuale dei lavoratori era pari a zero.
    Quindi a loro toccavano soltanto le briciole della torta ed erano tutti morti di fame.
    Poi arrivarono i socialisti che, prima di nascosto e poi sempre di più alla luce del sole, unirono i lavoratori fino a formare una massa abbastanza forte per contrapporsi alla forza contrattuale dei capitalisti.
    Così i lavoratori riuscirono a contrattare delle fette di torta sempre più grosse (o meno piccole).
    Il tutto sotto gli occhi di governi sempre più progressisti (o meno conservatori) che, mollando un po’ di qua e concedendo un po’ di là, cominciarono a preoccuparsi della condizione (e dell’incazzatura) di questa massa di lavoratori.
    I capitalisti all’inizio non la presero bene per niente.
    Ma poi si resero conto che, nonostante ai lavoratori toccasse una fetta di torta sempre più grossa, la torta da spartire diventava grossa ancor di più (forse perché i lavoratori, con qualche soldarello in tasca, diventavano anche dei consumatori?).
    Morale della favola: s’andò avanti così fino a non molto tempo fa.
    Poi capitò un casino.
    C’è chi dice che l’epicentro del casino sia stato il sessantotto (vabbè, di casino ce n’è stato un bel po’) e c’è chi dice che l’epicentro sia stato invece il Cile (cinque anni dopo).
    Io propendo per la seconda.

    Laggiù in Cile ci fu un tale Pinochet (gran fijo de na mignotta) che realizzò il sogno segreto di molti siùr padrùn nostrani: sparare agli operai che facevano sciopero.
    E, così facendo, realizzò anche il sogno di tale Milton Friedman (altro gran fijo de na mignotta nonchè premio Nobel per l’economia) che si trovò servita una bella tabula rasa sulla quale sperimentare i suoi teoremi più fantasiosi e sfrenati.
    La sperimentazione (da un punto di vista industriale/produttivo) si rivelò un colossale fallimento.
    Ma Ronald Reagan e Margaret Tatcher finsero di non accorgersene; anche perché a loro non fregava niente del sistema industriale/produttivo: uno era il dominus del “mondo libero” e poteva permettersi un mega-debito federale finanziato dai petrodollari, mentre l’altra voleva soltanto tirare il colpo di grazia a un industria ormai morente che produceva soltanto elettori laburisti e toglieva capitali alla finanza della City (unica vera risorsa rimasta alla Gran Gretagna dopo lo sbriciolamento dell’impero).

    In Europa, il monetarismo di Friedman (iniziato con la fine di Bretton Woods nel 1972 e messo in pratica durante la crisi petrolifera dell'anno successivo) attuò una stretta creditizia che provocò la più grave recessione economica del dopoguerra.
    Una mazzata tremenda soprattutto per i lavoratori delle due maggiori economie manifatturiere: Italia e Germania.

    In questi due Paesi l’incazzatura arrivò alle stelle e si imbracciarono le armi.
    Qui in Italia, con le Brigate Rosse, fu un macello.
    In Germania, con la R.A.F., un po’ meno (la Germania era troppo vicina al blocco sovietico e la guerriglia venne stroncata sul nascere).

    In Italia, il macello si concluse con la mitica (si fa per dire) “marcia dei quarantamila”.
    Se non fosse stato per il fatto che lo stavano mettendo nel culo ai lavoratori, ci sarebbe stato da morire dal ridere.
    Cioè, migliaia di impiegati e dirigenti FIAT che sfilavano in giacca e cravatta per le vie di Torino, con tanto di cartelli e striscioni …
    A partire da quel momento, la fetta di torta dei lavoratori ha smesso d’ingrandirsi e ha ricominciato a rimpicciolirsi.

    Il sessantotto però non era passato invano e nella testa degli operai s’era fatta strada una nuova consapevolezza.
    Cioè, se proprio dovevano tirare la cinghia, almeno la tirassero per arricchire se stessi e non quegli stronzi di padroni che, dopo la “marcia dei quarantamila”, s’erano fatti ancora più stronzi.
    E così è iniziato il nuovo boom economico.

    I siùr padrùn, figli viziati della borghesia arricchita con la massoneria, con il Fascio e con i preti, non capivano che quegli operai sindacalizzati/politicizzati non erano soltanto dei piantagrane.
    Invece di sedersi a un tavolo per contrattare con i loro rappresentanti sindacali, imprecavano contro lo Statuto dei Lavoratori, reclamavano il giro di vite, sognavano l’avvento di un Pinochet.
    E intanto tiravano i remi in barca, mungevano la vacca fin quando ce n’era e portavano i soldi in Svizzera.
    Era la crisi autoannunciata e autoverificata del taylorismo paternalista democristiano, offuscata dalla demonizzazione della sinistra e insanguinata dalle stragi del terrorismo di Stato.
    Se il progetto politico reazionario era quello di una normalizzazione in stile Cileno, per aprire la porta alla colonizzazione delle multinazionali, fallì miseramente.
    Perché una nuova cultura industriale e imprenditoriale germogliava dal basso, andando a occupare gli spazi lasciati vuoti dal disinvestimento e dal rifiuto opposto a qualsiasi piano di sviluppo concertato e condiviso, a qualsiasi prospettiva di compartecipazione e cogestione.

    Fu così che quegli operai sindacalizzati/politicizzati misero a frutto per sé stessi la visione di sviluppo che i siùr padrùn non avevano neppure voluto prendere in considerazione.
    Era la materializzazione di quella “atmosfera industriale” teorizzata da Alfred Marshall, la confutazione definitiva del concetto di economia di scala, la partenogenesi di una galassia di piccole imprese riunite in comunità e organizzate in sistema.

    Del concetto di Distretto Industriale ormai si sa tutto, è studiato nelle business school di tutto il mondo, è il paradigma di sviluppo industriale delle economie più avanzate.
    Ciò che non si riesce a capire è il motivo per il quale adesso sia entrato in crisi proprio qui in Italia, proprio nell’economia reale che per prima ne aveva dimostrato la fattibilità.

    Nel 2001, il 40% delle imprese manifatturiere italiane operava all’interno di un distretto industriale.
    Nel 2011, la percentuale s’è ridotta al 30%.
    Di pari passo, è diminuita la capacità produttiva complessiva del settore manifatturiero.
    Quindi, la crisi dell’economia manifatturiera italiana (che rimane comunque la seconda economia manifatturiera europea, dopo l’economia manifatturiera tedesca) deve essere addebitata quasi esclusivamente alla crisi dei distretti industriali.
    E se si tiene conto che, all’interno dei distretti industriali, quasi tutte le imprese sono piccole (oltre l’80%), si può dire in ultima analisi che la crisi dell’economia manifatturiera italiana coincide quasi esattamente con la crisi della piccola impresa italiana.

    Perché la piccola impresa italiana è andata in crisi?
    Per la sua piccolezza.
    Già.
    Ma “piccolezza” rispetto a cosa?
    Rispetto alle famigerate “sfide della globalizzazione”?
    No, rispetto al peso dello Stato italiano.
    Il piccolo imprenditore ex-operaio italiano non ha (molta) paura della globalizzazione.
    E' invece TERRORIZZATO dallo Stato italiano, dal fisco, dalla burocrazia, dalle banche, dalla corruzione, dalla mafia (che è un pezzo dello Stato).
    Al di là della enorme pressione fiscale (che, al limite, potrebbe anche essere sostenuta laddove portasse dei ritorni in termini di servizi e infrastrutture), l’economia italiana è afflitta da una burocrazia che pare progettata apposta per segare alla base la piccola impresa.
    Cioè, se una grande impresa può permettersi di stipendiare dei laureati in Scienza delle Finanze, se una media impresa può permettersi di pagare dei fiscalisti di grido (personaggi intoccabili e mega-ammanicati come Giulio Tremonti), un piccolo imprenditore ex-operaio può soltanto alzare le mani e arrendersi quando, da un pulmino della Finanza entrato sgommando nel cortile della fabbrichetta, scendono dieci militari armati di pistole e parabellum.
    E, mentre i militari scartabellano nella quintalata di registri e documenti obbligatori, può stare sicuro che “riscontreranno” un tot di registrazioni imprecise e un tot di timbri mancanti.
    E, per ciascuna di quelle registrazioni e di quei timbri, gli toccheranno mazzate di sanzioni amministrative e processi penali.
    Il che significa essere sicuri di chiudere.
    Tuttavia non è usuale che una fabbrichetta venga invasa dalla Finanza armata.
    Più che altro succede perché il piccolo imprenditore, trascinando una delle numerose pratiche burocratiche attraverso le varie stazioni della via crucis burocratica, è inciampato nel funzionario esoso che, per non insabbiare la pratica, ha preteso una tangente troppo alta.

    Nonostante la crisi, la piccola impresa ha continuato a esportare.
    Tanto da produrre un totale mutamento strutturale del "sistema Italia".
    Quello che negli anni 70 veniva dipinto come un Paese importatore perennemente afflitto dal deficit della bilancia e dal conseguente debito estero, è diventato il secondo Paese esportatore in Europa (dopo la Germania).

    Cosa esportiamo?

    - beni strumentali (impianti, macchinari e attrezzature ) 15,6%
    - prodotti agroalimentari 8,9%
    - autoveicoli 4,9%
    - prodotti farmaceutici 4,4%
    - articoli di abbigliamento 3,7%
    - prodotti chimici di base 3,2%
    - parti e accessori per autoveicoli 3,1%
    - articoli in materie plastiche 2,8%
    - cuoio, pelletteria, selleria, pellicce 2,5%
    - metalli preziosi, metalli non ferrosi, combustibili nucleari 2,4%
    - prodotti in metallo 2,4%
    - calzature 2,2%
    - mobili e arredamento 2,2%
    - prodotti petroliferi 2,1%
    … e centinaia di altre cose 39,6%

    Al di là di questa mutazione strutturale, nel periodo tra l'agosto 2008 e l'agosto 2009, l'economia italiana ha subito uno choc.
    Cosa è successo?
    Una amnesia? Un blackout? 12 mesi di sciopero generale?
    No, è scoppiata una bolla di sapone.
    Sono andati in default i famigerati sub-prime (la più perversa fregatura mai escogitata nella storia della Tecnica Bancaria).
    Il terremoto ha scosso le fondamenta della finanza globale e, in Italia, le banche hanno chiuso i rubinetti.
    A fare le spese di questa stretta creditizia sono stati i consumatori (azzerato il credito al consumo), il mercato immobiliare e l'edilizia (azzerati i mutui) e le piccole imprese (azzerati i fidi).
    I grandi finanzieri invece hanno continuato a prendere in prestito quantità spropositate di denaro (che poi non hanno restituito, mandando in fallimento un bel po' di banche, compresa quella del papà della Boschi).

    Prese nella morsa della "stretta creditizia", piccole imprese che presentavano bilanci in (forte) attivo e portafogli pieni (zeppi) di crediti esigibili si sono viste revocare degli affidamenti che non avevano mai "sforato" e hanno ricevuto l'ingiunzione (con la pistola puntata alla tempia) di rientrare in tempo zero da ogni esposizione debitoria.
    Questo le ha paralizzate.
    Per poter continuare a lavorare (comprare le materie prime e pagare i dipendenti), alcune hanno tentato di anticipare gli incassi e dilazionare i pagamenti (autofinanziamento), ma la maggior parte ha dovuto abbassare le serrande e mandare a spasso i dipendenti.
    Da un giorno all'altro, i 100 distretti industriali italiani si sono desertificati.
    E le esportazioni di 100 settori merceologici si sono arrestate (mandando nel panico i clienti di tutto il mondo, che hanno cominciato a telefonare, faxare, spedire raccomandate e ingiunzioni; qualcuno è pure calato in Italia con intenti omicidi).

    Passato lo choc finanziario del 2008-2009, le piccole imprese (che, non dimentichiamolo mai, rappresentano il 99,9% delle imprese italiane) hanno ricominciato a lavorare ed è ripresa la tendenza al costante aumento delle esportazioni.

    La principale vocazione delle aziende italiane sta nella produzione di beni ad alto contenuto tecnologico, innovativo e qualitativo che NON richiedono economie di scala (perchè vengono prodotti su ordinazione o in piccole serie in base alle specifiche del cliente o alle tendenze dei segmenti di mercato "top consumer") e NON hanno concorrenza (perchè vengono prodotti con tecnologie, professionalità, culture, tradizioni, disciplinari che nessun altro possiede).

    In altre parole, la manifattura italiana è uscita dalla recessione e riesce a non ricascarci (nonostante il crollo dei consumi interni) perché viene tenuta a galla da un 99,9% di piccole imprese che lavorano ed esportano sempre di più, nonostante la pressione criminale che viene esercitata su di loro dal fisco, dalla burocrazia, dalle banche, dalla corruzione, dalla mafia (cioè dallo Stato).

    A tale proposito, giova ricordare che già nel 1992/1993 avevamo scoperto di vivere in uno Stato criminale, quando l’inchiesta “mani pulite” ci aveva dimostrato che Mario Chiesa non era un “mariuolo isolato” ma era solo uno dei tanti faccendieri del sistema politico/partitico corrotto.
    E, quando si era scatenato il terrorismo mafioso (omicidio di Salvo Lima il 12 marzo 1992, strage di Capaci il 23 maggio 1992, strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992, attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio 1993, strage di via dei Georgofili il 26 maggio 1993, strage di via Palestro il 27 luglio 1993, attentati del Velabro e di San Giovanni in Laterano il 28 luglio 1993), avevamo scoperto che il Presidente della Commissione Parlamentare antimafia Luciano Violante, il Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, il Ministro degli Interni Nicola Mancino, il capo della corrente Riformista del PCI Giorgio Napolitano e il dirigente di Fininvest Marcello Dell’Utri stavano pianificando con la Mafia un nuovo assetto istituzionale per l’Italia.

    Nel 2011, in occasione dello scontro tra Angela Merkel e Silvio Berlusconi, abbiamo scoperto che quello Stato criminale nato dalla "seconda repubblica" era andato avanti per quasi vent'anni falsificando i conti pubblici e pompando il PIL con partite di giro (la più classica delle truffe finanziarie).

    Ma se il sistema delle piccole imprese italiane ha dimostrato una resilienza tale da permettergli di sopravvivere (e continuare a esportare) sotto il peso di questo fisco, di questa burocrazia, di queste banche, di questa corruzione e di questa mafia, nulla può fare contro la Cina.
    Cioè, contro un sistema dittatoriale che sovvenziona una immensa economia di scala dove lavorano centinaia di milioni di operai precettati per 10 ore al giorno, 6 giorni alla settimana e 150 euro al mese.
    Non c’è storia, non c’è neanche da pensarci a entrare in competizione con un concorrente del genere.
    Eppure qualche politico stronzo, foraggiato da banchieri italiani stronzi, sotto la direzione di banche d’affari stronze, ha fatto di tutto per traghettare l’economia manifatturiera italiana nel girone dantesco della globalizzazione.

    Il progetto politico era sempre lo stesso: riprodurre qui in Italia il sistema cileno.
    Cioè smantellare lo Statuto dei Lavoratori, mandare fuori dai coglioni i sindacati, spalancare le porte alle multinazionali.
    I presupposti c'erano tutti:
    - jobs act (che ha fatto fuori senza colpo ferire l’Articolo 18)
    - riforma costituzionale
    - massa critica di disoccupati italiani
    - qualche centinaio di milioni di crumiri africani al di là del Mediterraneo.

    Ma qualcosa è andato storto ...
    A mio giudizio ti sei bevuta troppi aperitivi. Alcolici
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  3. #3
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Il progetto politico era sempre lo stesso: riprodurre qui in Italia il sistema cileno.
    Cioè smantellare lo Statuto dei Lavoratori, mandare fuori dai coglioni i sindacati, spalancare le porte alle multinazionali.
    I presupposti c'erano tutti:
    - jobs act (che ha fatto fuori senza colpo ferire l’Articolo 18)
    - riforma costituzionale
    - massa critica di disoccupati italiani
    - qualche centinaio di milioni di crumiri africani al di là del Mediterraneo.

    Ma qualcosa è andato storto ....


    https://www.ilfattoquotidiano.it/201...novre/4204243/

    Per la terza volta in un anno e mezzo è costretto ad annunciare le dimissioni. Ma, come nelle altre occasioni, prima di andarsene avvelena i pozzi. Fissa condizioni. Pretende di dare le carte. Si vendica

  4. #4
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Citazione Originariamente Scritto da cireno Visualizza Messaggio
    A mio giudizio ti sei bevuta troppi aperitivi. Alcolici
    Se ti riferisci alla parte da te evidenziata in grassetto, ci sono dei processi e delle sentenze.

  5. #5
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Citazione Originariamente Scritto da luce allievi Visualizza Messaggio

    E, quando si era scatenato il terrorismo mafioso (omicidio di Salvo Lima il 12 marzo 1992, strage di Capaci il 23 maggio 1992, strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992, attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio 1993, strage di via dei Georgofili il 26 maggio 1993, strage di via Palestro il 27 luglio 1993, attentati del Velabro e di San Giovanni in Laterano il 28 luglio 1993), avevamo scoperto che il Presidente della Commissione Parlamentare antimafia Luciano Violante, il Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, il Ministro degli Interni Nicola Mancino, il capo della corrente Riformista del PCI Giorgio Napolitano e il dirigente di Fininvest Marcello Dell’Utri stavano pianificando con la Mafia un nuovo assetto istituzionale per l’Italia.
    avevamo scoperto chi e che roba?

  6. #6
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Non condivido svariate parti del post di apertura, ma almeno non è la solita supercazzola neolib.
    Hitler or Hell.

  7. #7
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Bisognerebbe essere disoccupati e avere interi pomeriggi liberi per avere il tempo di smontare questo enorme cumulo di luoghi comuni e fesserie ( ma anche con qualche passaggio tutto sommato condivisibile ) e poi controbattere all' infinito senza riuscire fra l' altro a far cambiare idea a nessuno.

    La vita è breve, io sono già contento così.. perche sbattermi ?

    Cavoli vostri.
    "I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri."

  8. #8
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Citazione Originariamente Scritto da Supermario Visualizza Messaggio
    Bisognerebbe essere disoccupati e avere interi pomeriggi liberi per avere il tempo di smontare questo enorme cumulo di luoghi comuni e fesserie ( ma anche con qualche passaggio tutto sommato condivisibile ) e poi controbattere all' infinito senza riuscire fra l' altro a far cambiare idea a nessuno.

    La vita è breve, io sono già contento così.. perche sbattermi ?

    Cavoli vostri.
    Tutta la mia stima.
    Bisogna guardare avanti!

  9. #9
    Forumista assiduo
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Citazione Originariamente Scritto da standing bull Visualizza Messaggio
    avevamo scoperto chi e che roba?
    La Seconda Repubblica fijo mio!

  10. #10
    Super Troll
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    Predefinito Re: Qualcosa di sinistra

    Citazione Originariamente Scritto da luce allievi Visualizza Messaggio
    La Seconda Repubblica fijo mio!
    Claudio Martelli?

 

 
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