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Discussione: Rene' Guenon

  1. #51
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Punto di vista rituale e punto di vista morale (René Guénon)


    Come abbiamo fatto rilevare in più di un'occasione, fenomeni simili possono derivare da cause completamente diverse; è per questo che di per se stessi i fenomeni, i quali non sono che semplici apparenze esteriori, non possono mai essere assunti come prove reali della verità di una dottrina o di una qualsivoglia teoria, contrariamente alle illusioni che si fa in proposito lo "sperimentalismo" moderno. Lo stesso si può dire per quel che riguarda le azioni umane, le quali sono del resto anch'esse fenomeni di un certo genere: le stesse azioni o, per parlare in modo più esatto, azioni esteriormente indiscernibili le une dalle altre, possono corrispondere a intenzioni diversissime in coloro che le compiono; e addirittura, in maniera più generale, due individui possono agire in modo simile in quasi tutte le circostanze della loro vita pur ponendosi, per regolare la loro condotta, da punti di vista che in realtà non hanno praticamente nulla in comune. E’ naturale che un osservatore superficiale, il quale si contiene a quanto vede e non va più in là delle apparenze, non potrà evitare di lasciarsi ingannare, e interpreterà le azioni di tutti gli uomini in modo uniforme, facendo riferimento al proprio modo di vedere; non è difficile da capire che questo modo di vedere può diventare causa di errori molteplici, ad esempio quando si tratti di uomini che appartengono a civiltà differenti, o anche di fatti storici che risalgono a epoche lontane nel tempo. Un esempio molto significativo e in certo qual modo estremo ci forniscono quelli fra i nostri contemporanei che hanno la pretesa di spiegare tutta la storia dell'umanità facendo unicamente ricorso a considerazioni di natura "economica" , in quanto queste ultime occupano di fatto, al loro occhi, un posto predominante, e senza neppur pensare di chiedersi se è veramente stato così in tutti i tempi e in tutti i paesi. Siamo qui di fronte a un effetto della tendenza, da noi segnalata anche in altre occasioni come caratteristica degli psicologi, a credere che gli uomini siano sempre e dappertutto gli stessi; in un certo senso si tratta forse di una tendenza naturale. ma questo non impedisce che essa sia ingiustificata, e noi pensiamo che la cura con cui occorre guardarsene non sarà mai troppa.

    C'è poi un altro errore, dello stesso genere, che rischia di sfuggire con maggior facilità a molte persone, e forse alla maggior parte di esse, non solo perché sono troppo abituate a vedere le cose nel modo da noi or ora descritto, ma anche perché esso non presenta apparenze che siano più o meno direttamente legate, come l'illusione "economica", a certe teorie particolari: è l'errore che consiste nell'assegnare il punto di vista specificamente morale in distintamente a tutti gli uomini, vale a dire, in quanto è da questo punto di vista che gli Occidentali moderni traggono la propria regola d'azione, nel tradurre in termini di "morale", con le speciali intenzioni che in essa sono sempre implicate, ogni regola d'azione quale essa sia, e anche quando appartenga a civiltà le più differenti dalla loro sotto tutti gli aspetti. Coloro che pensano in questo modo sembrano incapaci di capire che esistono ben altri punti di vista, diversi da questo, che sono anch'essi in grado di fornire simili regole, così come sono incapaci di comprendere che, secondo quel che dicevamo poco fa, le somiglianze esteriori che possono esistere nella condotta degli uomini non provano affatto che essa sia sempre regolata dallo stesso punto di vista: per cui la prescrizione di fare o non fare una determinata cosa, alla quale certuni obbediscono per ragioni di natura morale, può essere del pari osservata da altri per ragioni del tutto diverse. Né bisognerebbe concludere da ciò che, in se stessi e indipendentemente dalle loro conseguenze pratiche, i punti di vista dei quali parliamo siano tutti equivalenti, ben al contrario, giacché quella che potremmo chiamare la "qualità" delle intenzioni corrispondenti varia a tal punto che fra di esse non c'è, per così dire, comune misura; e così è più in particolare quando al punto di vista morale si paragoni il punto di vista rituale, che è quello delle civiltà che presentano un carattere integralmente tradizionale.

    L’azione rituale, come abbiamo spiegato in altre occasioni, è, secondo lo stesso significato originario della parola, l'azione compiuta "conformemente all'ordine", e di conseguenza implica, per lo meno a un certo grado, la coscienza effettiva di tale conformità; e nel luoghi in cui la tradizione non ha subito riduzioni, ogni azione, di qualunque natura sia, ha un carattere propriamente rituale. E’ importante osservare che ciò presuppone essenzialmente la conoscenza della solidarietà e della corrispondenza che esistono tra l'ordine cosmico e quello umano; tale conoscenza, con le molteplici applicazioni che ne derivano, esiste in effetti in tutte le tradizioni, mentre è diventata totalmente estranea alla mentalità moderna, la quale, in tutte le cose che non rientrano nella concezione grossolana e angustamente limitata che ha di quella che chiama la "realtà" non vuole vedere, al massimo, che "Speculazioni" di fantasia. Per chiunque non sia accecato da certi pregiudizi, è facile arguire quale distanza separi la consapevolezza della conformità all'ordine universale, e della partecipazione dell'individuo a tale ordine in virtù di questa stessa conformità, dalla semplice "coscienza morale", la quale non richiede nessuna comprensione intellettuale ed è soltanto più guidata da aspirazioni e tendenze puramente sentimentali, e quale profonda degradazione comporti, nella mentalità umana in generale, il passaggio dall'una all'altra. E’ però ovvio che tale passaggio non avviene d'un sol colpo, e che possono esserci molte gradazioni intermedie, gradazioni comportanti il fatto che i due punti di vista corrispondenti si combinino in proporzioni diverse; di fatto, in ogni forma tradizionale il punto di vista rituale di necessita si preserva sempre, ma ci sono alcune di queste forme - e questo è il caso di quelle propriamente religiose -, le quali, a fianco di esso, concedono uno spazio più o meno ampio al punto di vista morale, e di ciò vedremo subito la ragione. A ogni modo, quando in una civiltà ci si trovi di fronte al punto di vista morale di cui è qui questione, quali che siano le apparenze sotto altri riguardi, si può dire che essa non è già più integralmente tradizionale; in altre parole, l'apparire di un simile punto di vista può venir considerato come in qualche modo legato all'apparire del punto di vista profano. Non è questa l'occasione più adatta per esaminare le tappe di un simile decadimento, il quale ha finito, nel mondo moderno, col portare alla scomparsa completa dello spirito tradizionale, e perciò all'irruzione del punto di vista profano in tutti i campi senza nessuna eccezione; faremo solo osservare che quest'ultimo stadio, nell'ordine di cose di cui ci stiamo qui occupando, è quello rappresentato dalle morali chiamate "indipendenti", le quali, sia che si proclamino "filosofiche" oppure "scientifiche" , in realtà non sono altro che il prodotto di una degradazione della morale religiosa, vale a dire, nei confronti di quest'ultima, quel che sono le scienze profane nei confronti delle scienze tradizionali. Naturalmente ci sono pure gradazioni corrispondenti nell'incomprensione delle realtà tradizionali e negli errori d'interpretazione ai quali esse danno luogo; a tal riguardo, il grado più basso è quello delle concezioni moderne che, non accontentandosi nemmeno più di scorgere nelle prescrizioni rituali soltanto semplici regole morali, cosa che corrispondeva già a misconoscere totalmente la loro ragione profonda, arrivano ad attribuirle a banali preoccupazioni di igiene o di pulizia; ci sembra evidente che l'incomprensione non può essere spinta più in là di così!

    Ma è per noi più importante, ora, prendere in esame un'altra questione: com'è possibile che forme tradizionali autentiche abbiano potuto, invece di attenersi al punto di vista rituale puro, concedere spazio al punto di vista morale, come stavamo dicendo, e persino incorporarlo in qualche modo quale uno dei loro elementi costitutivi? Preso atto che, in conseguenza del percorso discendente del ciclo storico, la mentalità umana nel suo insieme era caduta a un livello inferiore, era inevitabile che le cose venissero così trattate; di fatto, per dirigere in modo efficace le azioni degli uomini, occorre necessariamente ricorrere a mezzi che siano appropriati alla loro natura, e quando tale natura è mediocre, i mezzi devono anch'essi esserlo in misura corrispondente, giacché solo così si potrà salvare quel che potrà ancora esser salvato . in simili condizioni. Quando la maggioranza degli uomini non è più capace di comprendere le ragioni dell'azione rituale in quanto tale, occorre, perché essi continuino ciò nonostante ad agire in un modo che rimanga ancora normale e "regolare", fare appello a motivi secondari, morali o d'altro genere, ma in tutti i casi di natura molto più relativa e contingente - potremmo dire per ciò stesso più bassa - di quelli che erano attinenti al punto di vista rìtuale. Tale modo di agire non corrisponde in realtà a nessuna deviazione, ma soltanto a una necessità di adattamento; le forme tradizionali particolari devono adattarsi alle circostanze di tempo e di luogo che determinano la mentalità di coloro ai quali si rivolgono, giacché è proprio questa la ragion d'essere della loro diversità, e questo vale soprattutto per la loro parte più esterna, quella - ossia - che deve essere comune a tutti senza eccezioni, e alla quale si riferisce naturalmente tutto ciò che è regola d'azione.

    Quanto a coloro che sono ancora capaci di una comprensione d'altro ordine, compete evidentemente soltanto a loro di effettuarne la trasposizione ponendosi da un punto di vista superiore e più profondo, cosa che rimane sempre possibile fintantoché non sia interrotto ogni legame con i principi, vale a dire finché permanga vivo il punto di vista tradizionale; in tal modo essi potranno trattare la morale soltanto come un semplice modo esteriore di espressione che non inficia l'essenza delle cose che ne vengono investite. E’ così che, ad esempio, tra colui che compie determinate azioni per ragioni morali, e chi le compie nella prospettiva di un effettivo sviluppo spirituale, al quale esse possono servire come preparazione, la differenza è di fatto la più grande possibile; e tuttavia il loro modo di agire è il medesimo, anche se le loro intenzioni sono del tutto diverse e non corrispondono a uno stesso grado di comprensione. Ma è soltanto quando la morale abbia perduto ogni carattere tradizionale che si può veramente parlare di deviazione; svuotata di qualsiasi reale significato, e priva di tutto ciò che può legittimarne l'esistenza, questa morale profana non è più, parlando propriamente, se non un "residuo" senza valore e una superstizione pura e semplice.




    Da: http://www.alchemica.it/ritualeemorale.html

  2. #52
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Significato del folk-lore (René Guénon)


    La concezione di folk-lore, come la si intende abitualmente, riposa su di un’idea radicalmente falsa; sull’idea, cioè, che vi siano delle “creazioni popolari”, prodotti spontanei della massa del popolo: e si vede subito lo stretto rapporto esistente fra un simile modo di vedere e i pregiudizi democratici. Come è stato detto assai giustamente, “l’interesse profondo che tutte le tradizioni dette popolari presentano, sta soprattutto nel fatto che esse, in origine, non sono affatto popolari”. E noi aggiungeremo che se si tratta, come in quasi tutti i casi, di elementi tradizionali nel vero senso del termine, anche se talvolta deformati, diminuiti o frammentari, e di cose aventi un valore simbolico reale, tutto ciò, lungi dall’essere d’origine popolare, non è persino nemmeno di origine semplicemente umana. Ciò che può esser “popolare”, è unicamente il fatto della “sopravvivenza”, quando questi elementi appartengono a forme tradizionali scomparse; e, a tale riguardo, il termine di folk-lore prende un senso assai prossimo a quello di “paganismo”, non tenendo conto che del valore etimologico di quest’ultimo, con in meno l’intenzione polemica e ingiuriosa.

    Il popolo conserva dunque, senza comprenderli, residui di tradizioni antiche, risalenti talvolta persino a un passato così lontano, che sarebbe impossibile determinarlo e che ci si contenta di riferire, per tale ragione, al dominio oscuro della “preistoria”; esso, a tale riguardo, ha la funzione di una specie di memoria collettiva più o meno “subcosciente”, il contenuto della quale le è manifestamente venuto d’altrove. E’ una funzione essenzialmente “lunare”, ed è da notarsi che, secondo la dottrina tradizionale delle corrispondenze astrali, la massa popolare corrisponde effettivamente alla Luna, ciò che indica assai bene il suo carattere puramente passivo, incapace di iniziativa o di spontaneità.

    Quel che può sembrare più sorprendente, è che, andando in fondo alle cose, si constata che quanto in tal modo diviene conservato, contiene soprattutto, in forma più o meno velata, una somma considerevole di dati d’ordine esoterico, cioè riferentisi ad un piano di conoscenza trascendente, epperò proprio quel che vi è di meno popolare per essenza. E questo fatto suggerisce da sé una spiegazione, che noi ci limiteremo a indicare in qualche parola. Quando una forma tradizionale è sul punto di estinguersi, i suoi rappresentanti possono benissimo confidare volontariamente a quella memoria collettiva, di cui abbiamo or ora parlato, quel che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduto. E’, insomma, il solo modo di salvare quel che può essere ancora salvato in una certa misura. E, in pari tempo, l’incomprensione naturale delle masse è una garanzia sufficiente che quel che possedeva un carattere esoterico con ciò non venga a perderlo ma resti soltanto come una specie di testimonianza del passato per coloro che in un’altra epoca saranno capaci di comprenderlo.

    Per quanto riguarda il simbolismo, non sapremmo mai ripetere abbastanza che ogni vero simbolo porta in sé molteplici sensi, e ciò fin dall’origine, poiché esso non viene costituito in virtù di una convenzione umana, ma in virtù della "legge di corrispondenza” che collega fra loro tutti i mondi. E se alcuni vedono questi significati e altri no, o solo in parte, ciò non vuol dire che essi vi son meno contenuti realmente, e tutta la differenza si riferisce all’ “orizzonte intellettuale” di ciascuno. Checché se ne pensi dal punto di vista profano, il simbolismo è una scienza esatta, non una divagazione ove le fantasie individuali possono aver libero corso.

    In tale ordine noi non crediamo dunque nemmeno alle “invenzioni dei poeti”, alle quali tanti sono disposti a ridurre quasi ogni cosa. Tali invenzioni, lungi dal riguardare l’essenziale, non fanno che dissimularlo, volontariamente o no, avvolgendolo con le apparenze ingannatrici di una qualunque “finzione”: e talvolta esse lo dissimulano fin troppo bene poiché, quando si fanno troppo invadenti, diviene quasi impossibile scoprire il senso profondo e originario. E non è così che fra i greci il simbolismo degenerò in “mitologia”? Questo pericolo è da temersi soprattutto quando lo stesso poeta non ha coscienza del valore reale dei simboli poiché è evidente che tal caso può ben presentarsi. L’apologo dell’ “asino che porta le reliquie” si applica qui come a tante altre cose. E il poeta, allora, avrà una parte analoga a quella del popolo profano conservante e trasmettente a sua insaputa quei dati di carattere superiore, “esoterico”, di cui dicevamo più su.



    Da: http://www.alchemica.it/folklore.html

  3. #53
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Spirito nel corpo o corpo nello spirito? (René Guénon)




    La concezione corrente, secondo cui lo spirito risiede in qualche modo nel corpo, non può che sembrare molto strana a chiunque possieda anche soltanto le più elementari nozioni di metafisica, non solo perché lo spirito non può essere «localizzato », ma perché, anche se si tratta solo di un «modo di dire» più o meno simbolico, è evidente in esso l' illogicità ed il capovolgimento dei rapporti normali. In effetti, lo spirito non è altro che Atma, il principio di tutti gli stati dell' essere in tutti i gradi della sua manifestazione; orbene, tutte le cose sono necessariamente contenute nel loro principio, e in realtà non possono in alcun modo esserne fuori, né tanto meno rinchiuderlo nei loro limiti; sono dunque tutti questi stati dell' essere, e per conseguenza anche il corpo che è semplicemente una modalità d' uno di questi, a dover essere in definitiva contenuti nello spirito, e non viceversa: Il «meno» non può contenere il «più », né tanto meno produrlo, il che è d' altronde applicabile a diversi livelli, come vedremo in seguito; ma consideriamo per il momento il caso estremo, quello che concerne il rapporto tra il principio stesso dell' essere e la modalità più ristretta della sua manifestazione individuale umana. A tutta prima si potrebbe essere tentati di concludere che la concezione corrente sia dovuta unicamente ad ignoranza da parte della grande maggioranza degli uomini, e corrisponda ad un semplice errore di linguaggio ripetuto senza riflettere per la forza dell'abitudine; ma la questione non è cosi semplice, e questo errore, se errore esiste, ha ragioni ben più profonde di quanto a prima vista si potrebbe credere.

    A queste considerazioni, bisogna premettere che l' immagine spaziale del «contenente» e del «contenuto » non deve essere presa alla lettera, poiché uno solo di questi due termini, il corpo, possiede effettivamente il carattere spaziale, lo spazio non essendo niente altro che una delle condizioni proprie dell' esistenza corporea. L' impiego del simbolismo spaziale e di quello temporale, come abbiamo ripetutamente spiegato, non solo è legittimo, ma anche inevitabile, in quanto necessariamente dobbiamo servirci d' un linguaggio il quale, essendo quello dell' uomo corporeo, è anch' esso sottoposto alle condizioni determinanti l' esistenza di quest' ultimo come tale: basta aver sempre presente che tutto quanto non appartiene al mondo corporeo non può essere, in realtà, né nello spazio né nel tempo... Secondo la dottrina indù, si sa infatti che jivatma, il quale è in realtà Atma stesso, ma considerato nel suo rapporto con l' individualità umana, risiede nel centro di questa ed è rappresentato simbolicamente dal cuore; ciò non vuole affatto dire che jivatma sia racchiuso nell' organo corporeo che porta questo nome, o in un organo sottile corrispondente; implica invece che, in un certo senso, sia situato nell' individualità, e più precisamente nella parte più centrale di questa. Atma non può essere veramente né manifestato né individualizzato e, a maggior ragione, non può essere incorporato; e tuttavia, in quanto jivatma, appare come se fosse individualizzato e incorporato; evidentemente questa apparenza non può essere che illusoria riguardo ad Atma, e nondimeno ha una sua esistenza da ,un certo punto di vista, quello stesso punto di vista, proprio della manifestazione individuale umana, per cui jivatma sembra essere distinto da Atma. È dunque da questo punto di vista che si può dire che lo spirito è situato
    nell' individuo; e inoltre si potrà dire che è situato nel corpo, a condizione di non scorgervi una «localizzazione» in senso letterale, se lo si considera dal punto di vista più particolare della modalità corporea di tale individualità; non si tratta dunque d' un vero e proprio errore, ma solamente dell' espressione d' una illusione che, pure essendo tale se riferita alla realtà assoluta, corrisponde tuttavia ad un certo grado della realtà, quello stesso degli stati di manifestazione ai quali detta illusione si riferisce, e che diventa errore solo quando si ha la pretesa di applicarla alla concezione dell' essere totale, come se il principio stesso di quest' ultimo potesse essere influenzato o modificato da uno dei suoi stati contingenti.

    Abbiamo finora fatto una distinzione tra la modalità corporea dell' individualità e l' individualità integrale, quest' ultima comprendente anche tutte le modalità sottili; e, a questo proposito, possiamo aggiungere un' osservazione la quale, benché accessoria, aiuterà senza dubbio a comprendere ciò che principalmente abbiamo in vista. All' uomo ordinario, la cui coscienza è in qualche modo «sveglia» unicamente nella modalità corporea, tutto ciò che più o meno oscuramente viene percepito delle modalità sottili, appare come incluso nel corpo, perché questa percezione corrisponde solo al rapporto che quelle hanno con questo, piuttosto che a ciò che sono in se stesse; in realtà, le modalità sottili non possono essere contenute nel corpo e venir condizionate dai suoi limiti, anzitutto perché è proprio in esse che si trova il principio immediato della modalità corporea, e poi perché esse sono suscettibili d' una estensione incomparabilmente maggiore, per la natura stessa delle possibilità che comportano. Queste modalità, inoltre, se effettivamente sviluppate, appaiono come «prolungamenti» estendentisi in ogni senso al di là della modalità corporea, cosicché questa viene interamente a trovarsi, per così dire, «avvolta» da esse; sotto questo aspetto, per chi abbia realizzato l' individualità integrale, avviene una specie di «rivolgimento », se così ci si può esprimere, rispetto al punto di vista dell' uomo ordinario. In questo caso, del resto, le limitazioni individuali non sono ancora superate, ed è per ciò che all' inizio parlammo d' una possibile applicazione a diversi livelli; fin d' ora però si potrà comprendere, per analogia, che un «rivolgimento» si opera ugualmente, in un altro piano, quando l' essere sia passato alla realizzazione sopra-individuale. Fin quando l' essere non raggiungeva Atma, altro che nei suoi rapporti con l' individualità, cioè come jivatma, questo gli appariva come incluso nell' individualità e non poteva di certo apparirgli altrimenti poiché era incapace di oltrepassare i limiti della condizione individuale; ma quando egli raggiunge Atma direttamente ed in sé stesso, l' individualità, e con essa tutti gli altri stati individuali e sopra-individuali, gli appaiono invece compresi in Atma, com' è effettivament,e dal punto di vista della realtà assoluta, poiché essi non sono nient' altro che le possibilità stesse di Atma, al di fuori del quale niente può avere un grado qualsiasi di realtà.

    Abbiamo così precisato i limiti entro i quali, da un punto di vista relativo, si può dire che lo spirito è contenuto sia
    nell' individualità umana che nel corpo; e, inoltre, ne abbiamo indicato la ragione, ragione che in definitiva è inerente alla condizione stessa dell' essere per il quale questa prospettiva è legittima e valida. Ma non è tutto: bisogna ancora tener presente che lo spirito si considera situato non solo nell' individualità in generale, ma in un suo punto centrale, al quale corrisponde il cuore nell' ordine corporeo; ciò richiede altre spiegazioni, le quali permetteranno di conciliare i due punti di vista, apparentemente opposti, riferentisi rispettivamente, alla realtà relativa e contingente dell' individuo ed alla realtà assoluta di Atma. È facile rendersi conto che queste considerazioni devono basarsi essenzialmente su una applicazione del senso inverso dell' analogia, applicazione che nello stesso tempo dimostra, in modo particolarmente chiaro, le precauzioni che si richiedono nella trasposizione del simbolismo spaziale, in quanto, contrariamente a quello che avviene nell' ordine corporeo, cioè nello spazio inteso nel senso proprio e letterale, si può dire che nell' ordine spirituale è l' interno a comprendere l' esterno, ed il centro a contenere tutte le cose. Una delle migliori «illustrazioni» dell' applicazione del senso inverso, è data dalla rappresentazione dei diversi cieli, corrispondenti agli stati superiori dell'essere, mediante altrettante circonferenze o sfere concentriche come se ne ha un esempio in Dante. In una simile rappresentazione sembra a tutta prima che i cieli siano tanto più vasti, cioè meno limitati, quanto più sono elevati e quindi anche più «esteriori », nel senso che figurano più distanti dal centro, quest' ultimo essendo allora costituito dal mondo terrestre; è questo il punto di vista
    dell' individualità umana, rappresentato precisamente dalla terra, punto di vista che corrisponde ad una verità relativa, la quale è tale nella misura in cui l' individualità è reale nel suo ordine, e per il fatto che bisogna necessariamente partire da
    quest' ultima per passare agli stati superiori. Ma quando l' individualità venga superata e si operi il «rivolgimento» di cui abbiamo parlato (che in realtà è un « raddrizzamento» dell' essere), tutto l' insieme della rappresentazione simbolica viene ad essere in qualche modo rovesciato; è allora il cielo più elevato ad essere nello stesso tempo il più centrale, poiché in esso risiede il centro universale stesso; e, per contro, il mondo terrestre viene in questo modo a situarsi all' estrema periferia. In questo «rivolgimento» di posizione, bisogna inoltre osservare che il cerchio corrispondente al cielo più elevato deve tuttavia rimanere il più ampio e comprendere tutti gli altri (infatti, secondo la tradiziòne islamica, il «Trono» divino abbraccia tutti i mondi); e deve essere così perché, nella realtà assoluta, è il centro che contiene tutto.

    L' impossibilità di raffigurare materialmente questo punto di vista, secondo cui il più vasto è nello stesso tempo il più centrale, non fa che esprimere le limitazioni alle quali il simbolismo geometrico è inevitabilmente sottoposto per il fatto stesso
    d' essere il linguaggio della condizione spaziale, cioè di una delle condizioni proprie del nostro mondo corporeo, e quindi esclusivamente inerenti all' altro punto di vista, quello dell' individualità umana.

    Per quanto riguarda il centro, si vede nettamente qui che, per il rapporto inverso esistente tra il centro effettivo (quello
    dell' essere totale oppure dell' Universo, a seconda che si considerino le cose dal punto di vista «microcosmico» o «macrocosmico») e il centro dell' individualità o del suo particolare dominio d' esistenza, il primo, che è il più grande
    nell' ordine della realtà principiale, diventa in certo qual modo (senza venir per nulla alterato o modificato in sé stesso) l' ultimo ed il più piccolo nell' ordine delle apparenze manifestate. Si tratta dunque, continuando a servirci del simbolismo spaziale, del rapporto esistente tra il punto geometrico e ciò che potremmo analogicamente chiamare il punto metafisico: quest' ultimo è il vero centro primordiale, che contiene in sé tutte le possibilità, ed è quindi quanto v' è di più grande; non è assolutamente «situato », poiché nulla lo può contenere o limitare, mentre sono tutte le cose a situarsi rispetto ad esso (va da sé che anche ciò deve intendersi simbolicamente, perché qui non si tratta unicamente delle possibilità spaziali). Il punto geometrico poi, che come tale è situato nello spazio, è evidentemente ciò che v' è di più piccolo anche in senso letterale perché privo di dimensioni, il che vuol dire che non occupa rigorosamente nessuna estensione; ma questo «niente» spaziale corrisponde direttamente al «tutto» metafisico, e questi, si potrebbe dire, sono i due aspetti estremi dell' indivisibilità considerata rispettivamente nel Principio e nella manifestazione. Per quel che riguarda le considerazioni circa il «primo» e l' «ultimo », è sufficiente aver presente, come abbiamo già spiegato, che il punto più alto ha il suo diretto riflesso nel punto più basso; ed a questo simbolismo spaziale si può aggiungere un simbolismo temporale, per il quale ciò che è primo nel dominio principiale, e quindi nel «non-tempo », appare come ultimo nello sviluppo della manifestazione.

    Tutto ciò è facilmente applicabile a quanto abbiamo preso in considerazione all' inizio: in effetti è proprio lo spirito (Atma) il centro universale che contiene ogni cosa; ma esso, riflettendosi nella manifestazione umana, appare appunto per ciò come «localizzato» al centro dell' individualità e, più precisamente ancora, al centro della sua modalità corporea, poiché
    quest' ultima, in quanto termine della manifestazione umana, ne è anche la modalità «centrale », ed è quindi appunto il suo centro, per quanto riguarda l' individualità, ad essere propriamente la rappresentazione ed il riflesso diretto del centro universale. Questo riflesso non è che un'apparenza, così come lo è la stessa manifestazione individuale; ma fintantoché
    l' essere è limitato dalle condizioni individuali, questa apparenza è per lui la realtà e non può essere altrimenti, perché è esattamente dello stesso ordine della sua coscienza attuale. Solo quando l' essere ha superato questi limiti, l' altro punto di vista diventa per lui reale, cosi com' è (ed èsempre stato) in modo assoluto; il suo centro è allora nell' universale, e
    l' individualità (ed a più forte ragione il corpo) non è più che una delle possibilità contenute in questo centro; per il «rivolgimento» che si è così effettuato, i veri rapporti tra tutte le cose si trovano ristabiliti, quali non hanno mai cessato
    d' essere per l' essere principiale. Aggiungeremo che questo «rivolgimento» è in stretta relazione con il cosiddetto «spostamento delle luci» del simbolismo cabalistico, ed anche con la seguente espressione che la tradizione islamica attribuisce agli awliya: «I nostri corpi sono i nostri spiriti, ed i nostri spiriti sono i nostri corpi» (ajsamna arwahna, wa arwahna ajsamna), la quale, non solo indica che tutti gli elementi dell' essere sono completamente unificati nella «Identità Suprema», ma anche che il «nascosto,» è diventato l' «apparente» ed inversamente. Sempre secondo la tradizione islamica, l' essere che è passato dall' altra parte del barzakh è in qualche modo l' opposto degli esseri ordinari (e questa è ancora una stretta applicazione del senso inverso dell' analogia tra l' « Uomo Universale» e l' uomo individuale): «se cammina sulla sabbia, non lascia tracce; se cammina sulla roccia, i suoi piedi vi lasciano l' impronta [1].
    Se è al sole, non proietta ombra; nell' oscurità, una luce emana da lui».


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    1- Ciò ha un evidente rapporto con il simbolismo delle «impronte di piedi» sulle rocce, che risale alle epoche «preistoriche» e che si ritrova in quasi tutte le tradizioni; senza abbordare considerazioni troppo complesse su questo soggetto, possiamo dire che, in generale, queste impronte rappresentano la «traccia» degli stati superiori nel nostro mondo.



    Da: http://www.alchemica.it/corpospirito.html

  4. #54
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Il passaggio delle acque (René Guénon)




    Ananda K. Coomaraswamy ha segnalato che, sia nel buddhismo sia nel brahmanesimo, la "Via del Pellegrino", rappresentata come un "viaggio", può essere messa in rapporto con il fiume simbolico della vita e della morte in tre modi: il viaggio può essere compiuto sia risalendo la corrente verso la sorgente delle acque, sia attraversando il fiume verso l'altra riva, sia infine discendendo la corrente verso il mare. Com'egli fa notare molto giustamente, quest'uso di diversi simbolismi, contrari solo in apparenza ma aventi in realtà un medesimo significato spirituale, si accorda con la natura stessa della metafisica, che non è mai "sistematica", pur essendo sempre perfettamente coerente; bisogna quindi fare solo attenzione al senso preciso nel quale il simbolo del fiume, con la sua sorgente, le sue rive e la sua foce, deve essere inteso in ciascun caso.

    Il primo caso, quello della RISALITA DELLA CORRENTE, è forse per certi riguardi il più notevole, poiché bisogna allora concepire il fiume come se si identificasse con l'Asse del Mondo: è il "fiume celeste" che scende verso la terra e che nella tradizione indù è designato con nomi come quelli di GANGA e di SARASWATI, che sono propriamente i nomi di certi aspetti della SHAKTI. Nella Cabala ebraica questo FIUME DELLA VITA trova la sua corrispondenza nei CANALI dell'albero sefirotico, per mezzo dei quali le influenze del "mondo di su" vengono trasmesse al "mondo di giù" e che sono anche in relazione diretta con la SHEKINAH, che equivale in fondo alla SHAKTI; vi si parla anche delle acque che SCORRONO VERSO L'ALTO, espressione del ritorno verso la sorgente celeste, rappresentato allora non proprio dalla risalita della corrente, ma da una inversione della direzione della corrente stessa. In ogni modo, si tratta sempre di un "capovolgimento", che d'altra parte, come nota Coomaraswamy, era raffigurato nei riti vedici dal capovolgimento del palo sacrificale, altra immagine dell'"Asse del mondo"; dal che si vede immediatamente come tutto ciò si leghi strettamente al simbolismo dell'albero rovesciato.

    Si può notare ancora come tutto questo presenti tanto una somiglianza quanto una differenza con il simbolismo dei quattro fiumi del Paradiso terrestre: questi ultimi scorrono orizzontalmente sulla superficie della terra, e non verticalmente secondo la direzione assiale; ma essi hanno la loro sorgente ai piedi dell'"Albero della Vita" che naturalmente è anche l"Asse del Mondo", e così pure l'albero sefirotico della Cabala. Si può dunque dire che le influenze celesti, le quali scendono attraverso l"Albero della Vita" e arrivano così al centro del mondo terrestre, si diffondono poi in esso secondo questi quattro fiumi oppure sostituendo l'"Albero della Vita" con il FIUME CELESTE, si può dire che questo, arrivando a terra, si divide e scorre secondo le direzioni dello spazio. In tali condizioni, si potrà considerare che la "risalita della corrente" si effettui in due fasi: laprima , sul piano orizzontale, conduce al centro di questo mondo; la seconda, a partire di là, si compie verticalemtne secondo l'asse, ed era quest'ultima a essere considerata nel caso precedente; aggiungiamo che, dal punto di vista iniziatico, queste due fasi successive hanno la loro corrispondenza nei rispettivi ambiti dei "piccoli misteri" e dei "grandi misteri".

    Il secondo caso, quello del simbolismo della traversata da una riva all'altra, è probabilmente più noto e più comune; il "passaggio del ponte" che può anche essere quello di un guado, si ritrova in quasi tutte le tradizioni e anche, in special modo, in certi rituali iniziatici; la traversata può anche effettuarsi su una zattera o in una barca, il che si ricollega allora al simbolismo universale della navigazione. Il fiume che si deve così attraversare è più in particolare il FIUME DELLA MORTE ;la riva da cui si parte è il mondo soggetto al cambiamento, cioè l'ambito dell'esistenza manifestata (considerata il più delle volte particolarmente nel suo stato umano e corporeo, poiché da questo dobbiamo in effetti partire), e l'"altra riva" è il NIRVANA, lo stato dell'essere definitivamente liberato dalla morte. Per quanto concerne infine il terzo caso, quello della "discesa della corrente", l'Oceano vi deve essere considerato non come una distesa di acqua da attraversare, bensì come la meta da raggiungere, quindi come rappresentazione del NIRVANA; il simbolismo delle dure rive è qui allora diverso da quello di poco fa, e fornisce anche un esempio del doppio senso dei simboli, poiché non si tratta più di passare dall'una all'altra riva, ma di evitarle ugualmente entrambe: esse sono rispettivamente il "mondo degli uomini"e il "mondo degli dei", o ancora le condizioni "microcosmiche" e "macrocosmiche". Per giungere allo scopo vi sono anche altri pericoli da evitare nella corrente stessa; essi sono simboleggiati in particolare dal coccodrillo che si tiene "controcorrente", il che implica che il viaggio si effettui nel senso di quest'ultima; tale coccodrillo, alle cui mascelle aperte si tratta di sfuggire, rappresenta la MORTE e come tale è il GUARDIANO DELLA PORTA, raffigurata allora dalla foce del fiume (che si dovrebbe più esattamente considerare, come dice Coomaraswamy, come una BOCCA del mare nella quale il fiume si riversa).


    Da: http://www.alchemica.it/passaggioacque.htm

  5. #55
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    L'occhio che vede tutto (René Guénon)




    Uno dei simboli comuni al cristianesimo e alla massoneria è il triangolo nel quale è inscritto il Tetragramma ebraico, o qualche volta semplicemente uno IOD, prima lettera del Tetragramma che in questo caso può esserne considerato un’abbreviazione, e che d’ altronde, in virtù del suo significato principiale, è esso stesso un nome divino, anzi, il primo di tutti secondo certe tradizioni. Talvolta lo IOD stesso è sostituito da un occhio, che viene generalmente designato come l’ OCCHIO CHE VEDE TUTTO. La somiglianza di forma tra lo IOD e l’ occhio può effettivamente prestarsi a un’ assimilazione, che del resto ha numerosi significati sui quali, senza pretendere di svilupparli qui interamente, può essere interessante fornire almeno alcune indicazioni. Anzitutto è opportuno osservare che il triangolo in questione occupa sempre una posizione centrale e inoltre nella massoneria è espressamente collocato fra il sole e la luna. Da ciò risulta che l’ occhio contenuto in questo triangolo non dovrebbe essere rappresentato come un occhio comune, destro o sinistro, poiché sono in realtà il sole e la luna che corrispondono rispettivamente all’ occhio destro e all’occhio sinistro dell’ UOMO UNIVERSALE, quando quest’ ultimo si identifica con il MACROCOSMO. Perché il simbolismo sia del tutto corretto, quest’ occhio dovrebbe essere un occhio “frontale” o “centrale” cioè un “TERZO OCCHIO”, la cui somiglianza con lo IOD colpisce ancor più; ed è effettivamente quel “terzo occhio” che “vede tutto” nella perfetta simultaneità dell’ eterno presente. A tale riguardo esiste quindi nelle raffigurazioni comuni un’ inesattezza che vi introduce un’ asimmetria ingiustificabile, e che probabilmente è dovuta al fatto che la rappresentazione del “terzo occhio” sembra piuttosto inusitata nell’ iconografia occidentale; ma chiunque capisca bene questo simbolismo può facilmente rettificarla. Il triangolo diritto si riferisce propriamente al Principio; ma, quando è rovesciato per riflesso nella manifestazione, lo sguardo dell’ occhio che contiene appare in un certo modo diretto “verso il basso”, cioè dal Principio verso la manifestazione stessa, e, oltre al suo senso generale di “onnipresenza”, esso allora assume più chiaramente il significato particolare di “Provvidenza”. D’ altra parte, se tale riflesso viene considerato più particolarmente nell’essere umano, si deve notare che la forma del triangolo rovesciato non è altro che lo schema geometrico del cuore, l’occhio che si trova al suo centro è allora propriamente l’ ”occhio del cuore” (l’ aynul-qalb dell’ esoterismo islamico); quest’apertura, occhio o iod, può essere raffigurata simbolicamente come una “ferita”, e ricorderemo a tale proposito il cuore raggiante di Saint-Denis d’ Orques, e una delle particolarità più notevoli del quale è precisamente il fatto che la ferita, o ciò che esteriormente sembra tale, assume visibilmente la forma di uno IOD. Non è ancora tutto: nello stesso tempo in cui raffigura l’ ”occhio del cuore” come abbiamo appena detto, lo IOD, secondo un altro suo significato geroglifico, rappresenta anche un “germe” contenuto nel cuore, che viene così assimilato simbolicamente a un frutto; e questo può d’ altronde essere inteso sia in senso macrocosmico, sia in senso microcosmico. Nella sua applicazione all’ essere umano, quest’ ultima osservazione è da accostare ai rapporti del “terzo occhio” con il LUZ (roy du monde), di cui l’ occhio frontale e l’ occhio del cuore rappresentano in definitiva due localizzazioni diverse, e che è anche il “nocciolo” o il “germe d’ immortalità” e di “fonte d’immortalità”. Inoltre è sotto certi aspetti significativo che l’ espressione araba “aynul-khuld” presenti il duplice senso di “occhio d’ immortalità” e di “fonte di immortalità”; questo ci riconduce all’ idea di “ferita” di cui parlavamo sopra poiché nel simbolismo cristiano il doppio getto di sangue e d’ acqua che esce dall’ apertura del cuore di Cristo si riferisce anche esso alla “fonte d’ immortalità”. Proprio questo “liquore di immortalità”, secondo la leggenda , fu raccolto nel GRAAL da Giuseppe d’Arimatea; e infine ricorderemo a tale proposito che anche la coppa è un equivalente simbolico del cuore e che, esattamente come quest’ ultimo, essa è anche uno dei simboli tradizionalmente schematizzati nella forma del triangolo rovesciato.



    Da: http://www.alchemica.it/occhiochevede.htm

  6. #56
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    Predefinito Rif: Rene' Guenon















  7. #57
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    Predefinito Rif: Rene' Guenon


  8. #58
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  9. #59
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  10. #60
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    Premessa a Introduzione generale allo studio delle dottrine hindu (René Guénon)


    Molte sono le difficoltà che in Occidente si oppongono a uno studio serio e approfondito delle dottrine orientali in genere, e in particolare delle dottrine indù; e gli ostacoli maggíori non sono forse quelli ascrivibili agli stessi orientali. Infatti uno studio di questo genere richiede evidentemente, come prima e più essenziale condizione, che si possegga la mentalità adatta per comprendere, veramente e profondamente, le dottrine in questione; ora, questa è un'attitudine che, escluse rarissime eccezioni, fa totalmente difetto agli occidentali. In sé necessaria, tale condizione potrebbe d'altra parte essere considerata sufficiente, perché, quando venga soddisfatta, gli orientali non provano la minima riluttanza a comunicare il loro pensiero nel modo più completo possibile.

    Se dunque non esiste altro ostacolo reale oltre quello indicato, come si spiega il fatto che gli " orientalisti ", vale a dire gli occidentali che si occupano delle cose d'Oriente, non l'abbiano mai superato? E non corriamo il rischio di essere accusati di esagerazione affermando che in effetti non lo hanno mai superato; basta constatare come essi non siano mai riusciti a produrre altro che semplici lavori di crudizione, pregevoli forse da un punto di vista specifico, ma privi di ogni interesse per la comprensione della sia pur minima idea vera. Il fatto è che non basta conoscere grammaticalmente una lingua, né essere capaci di tradurre parola per parola, anche correttamente, per penetrare lo spirito di una lingua e assimilare il pensiero di coloro che la parlano e la scrivono. Si potrebbe anzi andare oltre e dire che quanto più una traduzione è scrupolosamente letterale, tanto più rischia di essere in realtà inesatta e di deformare il pensiero, giacché non esiste, fra i termini di due lingue diverse, vera equivalenza, soprattutto se le due lingue sono molto lontane l'una dall'altra non soltanto filologicamente, ma anche per la diversità delle concezioni dei popoli che se ne servono; ed è proprio questo elemento che nessuna erudizione permetterà mai di penetrare. Occorre, a questo fine, ben altro che una vana " critica testuale " che si dilunga all'infinito su questioni di dettaglio, o metodi da grammatici e " letterati ", o quel sedicente " metodo storico " che viene applicato a tutto indistintamente. è fuori di dubbio che dizionari e compilazioni hanno una loro utilità relativa, che nessuno pensa a contestare, e nemmeno si può dire che tutto questo lavoro sia completamente inutile, soprattutto se si tiene conto che coloro che lo forniscono sarebbero per lo più incapaci di produrre altro; ma purtroppo, non appena l'erudizione diventa una " specializzazione ", si tende a considerarla fine a se stessa, invece che un semplice strumento, come normalmente dovrebbe essere. Questo sconfinamento dell'erudizione e dei suoi metodi particolari costituisce il vero pericolo, perché rischia di assorbire coloro che forse potrebbero dedicarsi a un altro genere di lavori, e perché l'abitudine a questi metodi rimpicciolisce l'orizzonte intellettuale di coloro che vi si sottopongono, imponendo un'irrimediabile deformazione.

    Ma ancora non è tutto e nemmeno abbiamo considerato l'aspetto più grave del problema: i lavori di pura erudizione sono certamente, nella produzione degli orientalisti, la parte più ingombrante, ma non la più nefasta; e dicendo che non contengono niente oltre a questo, intendiamo niente che abbia un qualche valore, sia pure di portata limitata. Certuni, particolarmente in Germania, hanno voluto spingersi oltre, e, sempre valendosi degli stessi metodi, che in questo campo non possono più dare risultato alcuno, fare opera di interpretazione, aggiungendoci per di più tutto l'insieme d'idee preconcette che forma la loro mentalità propria, e col manifesto intento di far rientrare negli schemi abituali del pensiero europeo le concezioni con le quali venivano a contatto. Insomma l'errore capitale di questi orientalisti, prescindendo dalla questione di metodo, è di vedere tutto nella prospettiva occidentale e attraverso la propria mentalità, mentre la prima condizione per poter interpretare correttamente qualsiasi dottrina è, naturalmente, di fare uno sforzo per assimilarla e porsi, nei limiti del possibile, nella prospettiva di coloro che l'hanno concepita. Diciamo nei limiti del possibile perché, se non tutti possono riuscirci in modo uguale, tutti possono per lo meno tentare; ora, lungi da ciò, l'esclusivismo degli orientalisti di cui stiamo parlando e il loro schematismo sono invece tali da spingerli, per un'incredibile aberrazione, a ritenersi capaci di comprendere le dottrine orientali meglio degli orientali stessi; pretesa che in fondo sarebbe soltanto ridicola se non si accompagnasse a una ben ferma volontà di " monopolizzare " in qualche modo questo genere di studi. E di fatto in Europa, tranne questi " Specialisti ", se ne occupa quasi solo una certa categoria di sognatori stravaganti e di intrepidi ciarlatani che potremmo considerare un'entità trascurabile, se non esercitassero a loro volta un'influenza deplorevole sotto diversi aspetti, come del resto spiegheremo a suo luogo in modo più preciso.

    Per tenerci qui a quel che riguarda gli orientalisti che possiamo dire " ufficiali ", segnaleremo ancora, a titolo di osservazione preliminare, un abuso a cui dà luogo più frequentemente l'impiego del " metodo storico ", al quale abbiamo già accennato: è l'errore che consiste nello studiare le civiltà orientali come fossero civiltà scomparse da molto tempo. In quest'ultimo caso è evidente che in mancanza di meglio ci si deve per forza accontentare di ricostruzioni approssimative, senza mai essere sicuri di una perfetta concordanza con quanto è realmente esistito in passato, non essendoci modo di procedere a verifiche dirette. Ma si dimentica che le civiltà orientali, almeno quelle che ci interessano attualmente, si sono perpetuate fino a noi senza interruzione e hanno ancora dei rappresentanti autorizzati, il cui parere vale, per comprenderle, ben più di ogni possibile erudizione; sennonché, perché si pensi a consultarli, non bisognerebbe partire dal singolare principio che ci si orienta meglio di loro sul vero senso delle loro stesse concezioni.

    D'altronde bisogna anche dire che gli orientali, i quali hanno, e a ragion veduta, un'opinione nient'affatto alta dell'intellettualità europea, si preoccupano ben poco di quel che gli occidentali possono, in modo generale, pensare o non pensare di loro; e neppure cercano di farli ricredere, anzi, attenendosi a una cortesia un po' sdegnosa, si chiudono in un silenzio che la vanità occidentale scambia facilmente per approvazione. Il fatto è che il " proselitismo " è totalmente sconosciuto in Oriente, dove sarebbe d'altronde senza scopo e verrebbe considerato una pura e semplice prova di ignoranza e incomprensione; quanto diremo più oltre varrà a mostrarne le ragioni. Le eccezioni a questo silenzio, che viene da taluno rimproverato agli orientali e che pure è così legittimo, non possono essere che rare, a favore di qualche individuo isolato che presenti le qualifiche richieste e le attitudini intellettuali necessarie. Quanto a coloro che escono dal riserbo, fuori di questo caso ben preciso, se ne può dire una sola cosa: in generale rappresentano elementi di scarso interesse, e per una ragione o per l'altra espongono quasi solo dottrine deformate, col pretesto di adattarle all'Occidente; anche di questi avremo occasione di dire qualche parola. Quel che per il momento vogliamo far comprendere, e che già all'inizio abbiamo indicato, è che la mentalità occidentale è la sola responsabile di questa situazione che rende assai difficile anche il compito di chi, trovatosi in condizioni eccezionali ed essendo riuscito ad assimilare certe idee, voglia esprimerle nel modo più intelligibile, senza con ciò deformarle: egli deve limitarsi a esporre quanto ha compreso, nella misura in cui ciò può esser fatto, astenendosi accuratamente da ogni intento di " volgarizzazione " e senza la minima velleità di convincere chicchessia.

    Ci pare di avere detto abbastanza per definire nettamente le nostre intenzioni: noi non vogliamo fare qui opera di erudizione, e il punto di vista da cui intendiamo porci è molto più profondo. Siccome la verità non è per noi un fatto storico, ci importerebbe in fondo poco determinare esattamente la provenienza di questa o quell'idea, la quale in definitiva ci interessa solo perché, avendola compresa, la sappiamo vera; ma certe indicazioni sul pensiero orientale possono offrire materia di riflessione a qualcuno, e questo semplice risultato avrebbe di per sé un'importanza insospettata. Del resto, anche se questo scopo non potesse essere raggiunto, ci sarebbe ancora una ragione valida per intraprendere uno studio di questo genere: significherebbe riconoscere in qualche modo tutto quanto dobbiamo intellettualmente agli orientali, e di cui gli occidentali non ci hanno mai offerto il minimo equivalente, anche parziale o incompleto.

    Per cominciare, indicheremo dunque il più chiaramente possibile, e dopo qualche considerazione preliminare indispensabile, le differenze essenziali e fondamentali che esistono fra i modi generali del pensiero orientale e quelli del pensiero occidentale. Insisteremo poi più specificamente sulle dottrine indù, in quanto presentano caratteristiche particolari che le distinguono dalle altre dottrine orientali, benché tutte possiedano caratteristiche comuni sufficienti a giustificare, nell'insieme, l'opposizione generale di Oriente e Occidente. Infine, a proposito di queste dottrine indù, segnaleremo l'insufficienza delle interpretazioni che hanno corso in Occidente; dovremmo anzi, per talune di esse, parlare di vera e propria assurdità. A conclusione di questo studio indicheremo, con tutte le cautele necessarie, le condizioni per un avvicinamento intellettuale tra l'Oriente e l'Occidente, condizioni che, come facilmente si può prevedere, sono ben lungi dall'essere attualmente soddisfatte da parte occidentale; è quindi solo una possibilità quella che vogliamo indicare, senza crederla in alcun modo suscettibile di realizzazione immediata o anche semplicemente prossima.






    Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...zioneGenerale/ Premessa.htm

 

 
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