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Discussione: Carlo Cattaneo

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    Predefinito Carlo Cattaneo



    Carlo Cattaneo (Milano, 1801 - Lugano, 1869)


    di Gaetano Salvemini – Introduzione del volume “Le più belle pagine di Carlo Cattaneo” scelte da Salvemini, Milano, Treves, 1922, pp. I-XXXI.




    I primi studi
    [1]

    Gli antenati di Carlo Cattaneo, dalla Valle Brembana, nel Bergamasco, scendevano ogni anno con le mandre a svernare nella pianura di Milano. Qui erano diventati fittabili. Sulla fine del secolo XVIII, una parte della parentela s’era inurbata da tempo nella capitale. E in Milano nacque, il 15 giugno 1801, Carlo Cattaneo. Il quale ebbe sempre la fierezza della origine “cittadina”, come si diceva allora, o “borghese”, come diremmo noi oggi; e dalla esperienza agricola dei parenti e dalla osservazioni personali della prima puerizia, passata nelle pianure di Casorate e di Pizzabrosa, contrasse quel senso delle realtà rurali e quell’interesse per i problemi dell’agricoltura, che fanno di lui uno dei nostri più intelligenti e più originali scrittori di economia agraria.
    Un parente della famiglia, Gaetano Cattaneo, fu uomo assai colto; promosse a Milano, negli anni del regime napoleonico, la fondazione del Museo numismatico; ebbe l’amicizia di Monti, di Goethe, di Manzoni. E alle relazioni di questo congiunto, Carlo Cattaneo, dové probabilmente di aver potuto frequentare, durante l’adolescenza, nelle villeggiature della Brianza, molti uomini colti e famosi di quel tempo. Ma il padre di Cattaneo, orefice, aggravato da numerosa figliolanza, non dové esser mai in condizioni agiate. La crisi economica, poi, che succedette per alcuni anni allo sfacelo dell’Impero napoleonico, rese più aspre le difficoltà familiari.
    Sulla fine del 1820, il giovane Cattaneo, “trovandosi per sopravvenute angustie di famiglia impotente a proseguire la già tanto avanzata carriera degli studi”, rinunziò a frequentare l’Università di Pavia; ed entrò insegnante di grammatica latina, che corrisponderebbe al ginnasio inferiore, in una scuola comunale di Milano. Nel 1824 fu promosso alle classi di umanità, che sarebbero oggi il ginnasio superiore. Furono “anni di patimento e di avvilimento”, in una scuola tenuta in un locale a piano terreno, non cantinato, privo di fuoco, di recente costruzione, dove la temperatura scendeva d’inverno a dodici gradi sotto zero.
    Mentre si guadagnava così la vita, preparava gli esami giuridici universitari, frequentando a Milano la scuola privata di Gian Domenico Romagnosi; e nell’agosto del 1824 conseguiva la laurea di avvocato presso l’Università di Pavia. Ma non esercitò mai la professione, dominato com’era dalla passione degli studi.
    L’insegnamento del Romagnosi ebbe una grande influenza su tutta la vita spirituale del Cattaneo. Molte fra le idee centrali del Cattaneo sono lo sviluppo di quelle del Romagnosi. E del vecchio maestro il Cattaneo fu amico devoto, e lo assisté nelle ultime ore (1835), e ne difese più volte con energia e passione la memoria.
    Fino ai trentadue anni, non sembra che Cattaneo abbia pubblicato altro che la traduzione, adatta alle scuole italiane, di due testi scolastici tedeschi. Nel 1832 cominciò a collaborare agli Annali universali di statistica, fondati dal Romagnosi nove anni prima; e continuò fino al 1836 con articoli e note statistiche e bibliografiche, spesso anonime.
    Al 1835 appartengono le Interdizioni israelitiche. In esse l’autore sostiene che tutte le leggi fatte nei secoli passati per vietare agli israeliti il possesso della terra, l’adito a molte professioni liberali, la libera abitazione, la costruzione di propri templi, l’uso di vesti eguali a quelle dei cristiani, ecc. hanno artificiosamente contributo ad accrescere la ricchezza mobiliare della razza perseguitata; per togliere a questa ogni condizione di superiorità economica sulle popolazioni, con le quali vive mescolata, non vi ha che un mezzo: sottometterla senza eccezioni alle medesime leggi civili. È questo il primo lavoro, in cui l’ingegno di Cattaneo si riveli con tutte le sue magnifiche doti di varia dottrina, vigorosa originalità, splendore di forma.
    Frattanto le condizioni economiche della famiglia si erano migliorate. E sulla fine del 1835, Cattaneo, malandato in salute, poté abbandonare l’insegnamento con un piccola pensione.

    (...)


    [1] Le sigle OEI e SPE indicano rispettivamente i sette volumi delle Opere scelte e inedite raccolte da A. Bertani, ed. Le Monnier, (1881-92), e i tre volumi degli Scritti politici ed Epistolario, raccolti da G. Rosa e J. White Mario, ed. Barbèra (1892-1901).
    Ultima modifica di Frescobaldi; 19-07-19 alle 00:37
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    Il “Politecnico”

    Nel 1839 fondò, in compagnia di alcuni amici, il Politecnico, e ne fu direttore e redattore per tutti i cinque anni di vita. – “Ivi alberga il mio spirito”: soleva dire, quando ricordava questa sua massima fatica.
    Il Politecnico voleva diffondere la cultura scientifica e promuovere le applicazioni pratiche della scienza. Intendeva per scienza non solamente quella che provvede con la meccanica, con la chimica, con la fisica, ai bisogni più prossimi della vita: anche le discipline, che riguardano la società, debbono essere fecondate dal metodo scientifico; anche lo studio dell’uomo interiore deve essere scienza. La letteratura non era esclusa, purché non fosse “letteratura ciarliera”: la rivista, diretta da un uomo, che ci teneva a restare “incurabilmente positivo” e si vantava di essere divenuto “un po’ grosso di legname a forza di economia e di statistica e di peggio ancora”, preferiva la “scabra merce” delle locomotive e gazometri e ponti obliqui, le “materiali e quasi febrili ricerche senza viscere” intorno a riforme legislative e tariffe e banche, “la oscura via delle applicazioni scientifiche e de’ vulgari interessi, al facile sfoggio della letteraria garrulità”.
    I fascicoli del Politecnico erano composti in gran parte, talvolta per tre quarti, con articoli, firmati o anonimi, del Cattaneo, che rivedeva anche e rielaborava nella forma, quando occorreva, tutto ciò che gli mandavano gli altri collaboratori.
    Quando si dà uno sguardo d’insieme a questa splendida produzione intellettuale, non si sa se più ammirare la varietà degli argomenti, o la originalità del pensiero, o la venustà della forma. Demografia, architettura, ragioneria, pubblica istruzione, geografia, monete, banche, geologia, critica letteraria italiana e straniera, archeologia, filosofia, storia politica e civile, storia delle scienze, discipline carcerarie, dogane, strade ferrate, idraulica, linguistica, dialettologia, chimica, antropologia, agricoltura: la curiosità dello studioso è sollecitata in tutte le direzioni; e su ogni argomento sorgono da quella immensa coltura fiotti continui di associazioni inaspettate e di nuove feconde teorie; e le idee sono state fissate in formule dense, nitide, eleganti di un’eleganza geometrica, definitive.
    Tanta ricchezza è, purtroppo eccessivamente frammentaria. Lo scrittore non si ferma mai a lungo su un soggetto determinato. Semina le idee alla ventura, via via che gli vengono suggerite dalle letture, che egli fa di qua e di là su ogni argomento, condensando in estratti efficacissimi il succo di molte pagine spesso sciatte e slavate; ma ben di rado ha la pazienza di raccogliere i propri pensieri in trattazione sistematica. Di questo sperpero della propria intelligenza, egli si dorrà negli anni più tardi: “Come scrittore – scrive ad un amico nel 1855 – ho sciupato il mio tempo, lavorando troppo, da giornalista, di roba frusta e roba altrui, invece di far col mio, ché la fatica era forse minore; anzi molta mia roba rimane dispersa per entro i pasticci fatti di roba altrui, sicché non può nemmeno parer mia: con questo fardello di stracci, mi vergogno un poco di comparire di nuovo innanzi a un pubblico che non ha perduto il suo tempo” (SPE, II, 74). Ma in quegli stracci, anche oggi, mezzo secolo dopo la morte dello scrittore, economisti e giuristi e agronomi e glottologi e sociologi e pedagogisti e storici, trovano molto da ammirare come nuovo per il tempo in cui fu pensato, e come perfettamente conforme alle verità della scienza anche oggidì. E Graziadio Ascoli – uno cioè dei più grandi spiriti, che abbiano illustrato la scienza italiana nella seconda metà del secolo XIX – dichiarava di essere stato “invasato” dal pensiero di Cattaneo fino dai suoi studi giovanili; e osservava che “ognuno può oggi [1901] facilmente ripercorrere la storia d’ogni indagine attraverso tutte le contrade d’Europa, e nessuno sa mostrare come da questo esami scapiti comunque il valore intrinseco delle iniziative di Carlo Cattaneo”.
    Nel 1844, mentre conduceva l’ultima annata del Politecnico, Cattaneo coordinava i contributi di molti studiosi locali in un volume di Notizie naturali e civili sulla Lombardia, al quale premetteva una introduzione, che si può considerare come il più bel lavoro del grande lombardo: modello, tuttora insuperato in Italia, di monografia antropogeografica regionale. Dell’opera era annunziato un secondo volume per il 1847, e sarebbe stata questa la parte più interessante per gli economisti e per gli storici; ma piccole gare locali fecero arenare l’impresa.

    (...)
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    Le idee politiche prima del ‘48

    Di politica non era lecito occuparsi pubblicamente in Lombardia prima del 1848. Perciò le idee di Cattaneo sui problemi della vita nazionale italiana in questo periodo di tempo, non si possono ricostruire con l’aiuto degli scritti, e bisogna piuttosto indovinarle per vie indirette.
    Certo Cattaneo era ostilissimo al regime dispotico e centralista dell’Austria metternichiana; aveva a disdegno la mediocrità intellettuale di quei patrizi, nelle cui mani la legge austriaca metteva molte istituzioni locali della Lombardia, escludendone i “cittadini”; era tanto più fiero anticlericale, quanto più la censura ecclesiastica vietava agli scrittori ogni libera manifestazione di pensiero in fatto di religione: e da siffatta irritata avversione contro il clericalismo, oltre che dalla forma schiettamente razionalista e positivista della mente, deriva nella critica letteraria di Cattaneo il classicismo foscoliano e l’antipatia contro il romanticismo cristianeggiante.
    Ma pur avversando il regime austriaco, Cattaneo pensava che male non minore del dominio dell’Austria sarebbe stato per la Lombardia l’essere conquistata dalla casa Savoia: perché il Piemonte di Vittorio Emanuele I e di Carlo Felice e di Carlo Alberto fino al 1848, non era meno dispotico dell’Impero d’Austria, ed era assai più dominato dal clero, e i privilegi feudaleschi vi erano più gravi che in Lombardia, e gli ordinamenti amministrativi assai meno liberi e più profondamente burocratizzati. Passando dal dominio austriaco sotto lo scettro di Carlo Alberto, la Lombardia non avrebbe guadagnato nulla in fatto di libertà politiche, e avrebbe molto perduto delle proprie migliori istituzioni civili: “Prima fate la rivoluzione a casa vostra, - diceva Cattaneo nell’estate del 1847 a un moderato piemontese, che cercava di associarlo alla propaganda per una guerra antiaustriaca sotto le bandiere di Carlo Alberto, - e non venite colla vostra corte e coi vostri confessionali a farci cadere ancora al di sotto delle tartarughe” (SPE, II, 51). Una indipendenza servile, nella quale l’esercito di Carlo Alberto venisse a sostituire l’esercito austriaco, una indipendenza alla russa senza libertà interne, non era cosa da farsi se non per disfarla da capo.
    Mazzini risolveva il problema per mezzo di una rivoluzione popolare, la quale avrebbe distrutto nei singoli Stati, che dividevano la penisola, gli antichi regimi e avrebbe raccolte tutte le forze della nazione nella guerra contro l’Austria. Ma Cattaneo non aveva nessuna fiducia in codesta propaganda insurrezionale. “Un giorno del ’59, - racconta Alberto Mario, - a Lugano egli mi diceva: le cospirazioni del carbonarismo peggiorarono la nostra situazione di fronte all’Austria. Ricordo che i nostri soldati lombardi del regno italico guardavano con disprezzo gli austriaci, li trafiggevano con motti insolenti, arrivavano perfino a pestar loro i calli. Avevanli battuti sempre dappertutto. Gli austriaci abbassavano gli occhi, tolleravano la contumelia e soffrivano in silenzio lo spasmo del callo pesto. Si sentivano da meno, si sentivano i vinti; e se taluno osava impennarsi, correva una sfida, e quell’uno buscavasi una sciabolata. Ma dopo che costoro sconfissero gli italiani a Rieti e li umiliarono a Novara (1820-21), si cominciò da quei nostri soldati a tenerli in considerazione. E il popolo, che aveva pigliata l’intonazione da essi e ne divise i dispregi e il sentimento di superiorità, si lasciò cascare le ali; e se le vittorie austriache rialzarono nel suo animo l’opinione nell’esercito, l’inesorabilità nel colpire i cospiratori, fossero molti e illustri, gli rendette terribile il governo. Le stesse giornate di luglio e le conseguenti insurrezioni dell’Emilia e delle Marche non gli svegliarono più pronte speranze… Non sapeva scorgere negli italiani né l’animo, né i mezzi per distaccarsi con violenza dall’Impero, e tanto meno quella lucida coscienza del diritto che è presidio della libertà alla dimane d’una rivoluzione”[1]. E lui stesso, Cattaneo, ha spiegato che prima del marzo 1848 “un insurgimento di popolo non pareva la prima cosa a cui pensare. La Lombardia è piccola parte d’un impero più vasto della Francia. Sommuoverla a tumulto era esporla senz’esercito alla vendetta di generali feroci, abbandonare le città nostre alla rapina, le famiglie nostre alla violenza dei barbari; cimentare le speranze stesse della libertà. Chi amava la patria, doveva arretrarsi a quel pensiero, e rivolgere la mente a meno incerti e men disagiati disegni”[2].
    I suoi disegni erano analoghi a quelli, per cui hanno lavorato invano, fino allo scoppio della guerra europea, contro la incrollabile cecità dei nazionalisti tedeschi e magiari e della burocrazia absburghese, i federalisti dei paesi slavi e i partiti socialisti dell’Austria-Ungheria. Cattaneo sperava che l’Impero absburghese, sotto la pressione dei sentimenti nazionali di tutti i suoi popoli, si trasformasse in una federazione di Stati liberi ed eguali, uniti da semplice unione personale nella Casa regnante: “Tanti popoli, - spiega il fedele Mario, - tante stirpi, tante lingue, tante tradizioni, tanti affetti, tanti interessi non potevano incontrarsi senza urto, senza grave perturbamento, senza finale scomposizione, se non nel libero svolgimento della rispettiva individualità. A ciascuno Stato, parlamento, amministrazione, finanza, scuole e armi proprie”. Importava soprattutto che ogni gruppo nazionale avesse un esercito proprio per difendere le proprie franchigie, contro chiunque, in caso di necessità. In questa federazione, il Lombardo-Veneto, per la sua più elevata civiltà in confronto di tutte le altre nazionalità confederate, avrebbe avuto una sicura preponderanza; e nulla gli avrebbe impedito, quando lo avesse voluto, di staccarsi dalla federazione austriaca ed associarsi alla federazione degli Stati italiani. Ma ciò doveva avvenire solamente dopo che questi fossero entrati per la via delle libertà economiche, amministrative, politiche, e quando, aggregandosi al loro consorzio, il Lombardo-Veneto non avesse più incorso il pericolo di una degradazione civile. Bisognava, pertanto, prepararsi a quest’avvenire “sollevando il Lombardo-Veneto a tale grado di progresso intellettuale, bisognava arricchirlo di tanto tesoro di ferrovie, di strade, di canali, d’industrie, bisognava purgarlo di tante opinioni antiscientifiche nell’agricoltura, nell’economia pubblica, nella religione, nella vita d’ogni giorno, bisognava trasfondergli con tanta prestezza di mano il sentimento della libertà sotto gli occhi della polizia, bisognava coordinare così destramente la somma de’ suoi pensieri, delle sue idee, de’ suoi affetti, al pensiero, all’idea, all’affetto supremo della patria italiana, che si facesse esso medesimo promotore della federazione imperiale, o venisse in grado di propugnarla efficacemente e di affrettarla, e una volta, in qualunque modo raggiunta, sapesse tesoreggiarla così da distaccarsene a tempo debito e ineluttabilmente per trovare il proprio posto naturale nella federazione italiana”[3].
    Queste idee spiegano perché il Cattaneo, prima del 1848, non abbia repugnato a qualcuna di quelle manifestazioni di lealismo dinastico, che del resto erano una necessità per chi non voleva incorrere apertamente nelle ire dei governanti. Ma la polizia non si fidava di lui. Nel gennaio del 1835 il governatore della Lombardia, conte di Hartig, lo faceva ammonire dal direttore della scuola per un “riscaldamento di testa”, che dovette essere un riscaldamento politico, se la iniziativa dell’ammonizione partiva nientemeno dal governatore. Le Interdizioni israelitiche, scritte nel 1835, non poterono essere pubblicate che sui primi del 1837 per gli ostacoli della censura, e furono mutilate di un capitolo. La sua nomina a membro dell’Istituto lombardo di scienze, lettere ed arti, più volte proposta nelle terne, fu sempre scartata dal Governo, finché nel 1843 i membri dell’Istituto proposero tre terne, in ognuna delle quali figurava il suo nome, e così forzarono la mano alla superiore autorità. Sui primi del ’48 era proposto per la deportazione.

    (...)


    [1] Alberto Mario, Teste e Figure, Padova, Salmon, 1887, pp. 375, 376, 447.

    [2] Dell’Insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, Lugano, 1849, pp. 13-14.

    [3] Alberto Mario, Teste e Figure, pp. 446, 448.
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    Il quarantotto

    Le agitazioni del 1847 e dei primi mesi del 1848 sembravano a Cattaneo favorevoli alla realizzazione del suo programma: “Era fatto palese, - spiegherà egli stesso nell’autunno del ’48, - che le finanze imperiali stavano in mali termini, e che le diverse nazioni, fatte conscie di sé, tendevano a smembrare l’impero. A poco a poco l’esercito imperiale sarebbe caduto nell’impotenza e nella dissoluzione; poiché ogni popolo avrebbe cominciato a tenere per sé i suoi denari e li uomini, e ad armarsi in casa propria. In mezzo a codesto disfacimento, i doviziosi sussidii che dalla Lombardia sola si potevano sperare, avrebbero adescato il ministero medesimo delle finanze a farsi nostro sostenitore con li arbitrii della polizia, e a venderci a ritagli la libertà; e infatti i banchieri viennesi, nel dissesto imminente delle finanze, avevano già sollecitato più volte il Consiglio di venire a qualche temperamento con noi. Ci saremmo dunque avviati alla libertà per una serie di franchigie, come accadde in Inghilterra e altrove; il che sarebbe però avvenuto con quella velocità colla quale ogni principio politico ai nostri giorni si svolge. Ciò posto, bastava tenere i nostri nemici nel duro e spinoso campo della legalità”.[1]
    La sera del 17 marzo 1848 alla notizia della rivoluzione di Vienna, gli sembrò giunta l’ora di iniziare, nella conquistata libertà di stampa, la propaganda delle sue idee. “Ognuno abbia da ora in poi la sua lingua, - scriveva nel programma del giornale Il Cisalpino, che si proponeva di far uscire il giorno dopo, - e secondo la lingua abbia la sua bandiera, abbia la sua milizia; guai agli inermi! Abbia la sua milizia; ma la rattenga entro il sacro claustro della patria… Queste patrie, tutte libere, tutte armate, possono vivere l’una accanto all’altra, senza nuocersi, senza impedirsi… Non si vedono nella Svizzera e nel Belgio diverse lingue esistere senza odii, in una sola provincia, in un sol cantone? Non già che questo associarsi, in qualunque modo che i tempo volessero e disponessero, debba dividerci da chi più ci somiglia; ma diremo che il tempo potrà indurre pacifiche e volontarie combinazioni che rendano più semplici le cose e più conformi alle preparazioni e ai decreti della natura. Ma godiamo frattanto i doni del presente, riservando il futuro al futuro. Intanto, consigli concordi e mani armate. Il paese deve essere del paese” (SPE, I, 122-125).
    Aveva appena finito di preparare il primo foglio, quando, poco dopo l’alba, due amici andarono a informarlo che per il pomeriggio era progettata una dimostrazione, della quale avrebbe fatto parte il podestà Casati. Un conflitto fra i dimostranti e le truppe sarebbe scoppiato quasi inevitabilmente: che fare in questo caso? Cattaneo sconsigliò energicamente l’avventura.
    Ma il giorno dopo, all’ora fissata, la moltitudine, senz’armi, senza comando, trascinata dall’ardore di pochi giovani audaci, cominciò a battersi eroicamente coi soldati. Dinanzi al fatto oramai irrevocabile, l’uomo di studi, l’uomo positivo e di poca fede, si rivelò subito uomo di fede e d’azione.
    Per suo consiglio, all’alba del 19 marzo, il gruppo di cittadini, che dirige alla meglio la rivolta, abbandona la casa Vidiserti, troppo esposta agli assalti del nemico e si trasferisce al palazzo Taverna, in un luogo più sicuro, fra giardini e strade tortuose facili a barricare. Sul fare della terza giornata, 20 marzo, Cattaneo e tre giovani, Terzaghi, Clerici, Cernuschi, costituiti in Consiglio di guerra, assumono ufficialmente la direzione e la responsabilità della battaglia. A nome di questo Consiglio e contro il parere del podestà Casati e degli altri maggiorenti moderati, Cattaneo rifiuta tenacemente un armistizio di quindici giorni proposto da Radetzky. Contro il parere degli stessi moderati, il giorno dopo, 21 marzo, rifiuta un’altra proposta d’armistizio per tre giorni. Non appena superata questa discussione, un’altra ne sorge sulla proposta di un agente albertista, che è riescito a penetrare in città: i milanesi facciano dedizione a Carlo Alberto, e l’esercito piemontese si metterà subito in campagna. I moderati consentono. Cattaneo si oppone incrollabile. Intanto per la città si combatte. Il giorno dopo, 22 marzo, nella notte, Radetzky, in piena rotta, abbandona Milano.
    I contrasti fra moderati e democratici, a stento soffocati durante le Cinque Giornate, proruppero asprissimi subito dopo. I moderati, che formavano il governo provvisorio lombardo, dichiaravano nei manifesti e nei documenti ufficiali che il paese conservava integro il diritto di decidere dei propri destini a guerra finita; ma erano ansiosi di assicurarsi con l’aiuto dell’esercito sabaudo il predominio nel nuovo regime, a spese dei democratici; e sospingevano segretamente Carlo Alberto a compiere, magari con un colpo di stato, la fusione della Lombardia col Piemonte; e ponevano mille inciampi all’armamento dei volontari, perché questi non erano accetti a Carlo Alberto e potevano dar forza al partito democratico. Mazzini, accorso da Londra a Milano, protestava di non volere se non la vittoria sull’Austria; e rinviava anch’egli a guerra finita la questione della forma politica del nuovo Stato; e insisteva perché il governo provvisorio intensificasse l’armamento dei volontari e le operazioni guerresche; ma non aveva fiducia alcuna né nei moderati, né in Carlo Alberto, ed era certo che o prima o poi il re si sarebbe ritirato dall’impresa, e i moderati si sarebbero rivelati inferiori al compito ad essi richiesto; e aspettava un moto repubblicano e democratico, pel momento in cui il re e il governo provvisorio si fossero del tutto discreditati. Carlo Alberto proclamava anche lui di essere venuto come fratello in aiuto di fratelli, e rimandava ufficialmente a guerra finita ogni questione di politica interna; ma sospettoso che una rivoluzione repubblicana gli scoppiasse alle spalle, non osava impegnarsi a fondo contro gli austriaci; sosteneva fiaccamente gl’insorti di Venezia, che avevano proclamato la repubblica; era impaziente di assicurarsi la dedizione delle terre lombarde: “mentre Radetzky lavorava a raccogliere soldati, lui lavorava a raccogliere voti”. Quando alla fine i moderati, rotta la tregua, promossero il plebiscito per la fusione col Piemonte, fu una tempesta di accuse reciproche di slealtà e di sopraffazione. E chi fra i litiganti riportò la vittoria, fu Radetzky, che scacciò Carlo Alberto dalla Lombardia, rimise i lombardi, moderati e democratici, sotto il giogo austriaco e tolse a Mazzini ogni mezzo di far la repubblica.
    In questi mesi di violenti contrasti, Cattaneo fu il principale bersaglio dei moderati che lo accusavano di essere un agente dell’Austria, perché era contrario alla fusione della Lombardia col Piemonte, facevano scrivere sulle mura di Milano morte a Cattaneo, gli arrestavano gli amici, gl’intentavano un processo. D’altra parte egli non riesciva ad accordarsi neanche con Mazzini, di cui non comprendeva, anzi detestava, il misticismo religioso, rifiutava le idee unitarie, e disapprovava la tattica di aspettare l’insuccesso di Carlo Alberto per promuovere la rivoluzione democratica e la nuova guerra contro l’Austria. Furono giorni penosissimi di isolamento, e di irritazione, di disgusto.
    La concitazione di quelle lotte ci è conservata vivissima nell’Insurrezione di Milano, e nell’Archivio triennale delle cose d’Italia: fiero opuscolo di passione, il primo, contro Carlo Alberto e contro i suoi generali e contro i moderati, che hanno impedito la tattica delle conquiste legali volute da Cattaneo, hanno mandato a vuoto la rivoluzione voluta da Mazzini, e non sono stati capaci neanche di assicurare i loro interessi, facendo la guerra con intelligenza ed energia; repertorio preziosissimo, il secondo, di documenti magistralmente trascelti e ordinati e preceduti e seguiti da proemi e considerazioni del compilatore. Il quale fa il processo a moderati e a mazziniani; e niente perdona a nessuno. Perciò tutti i partiti hanno fatto a queste due opere la guerra del silenzio, e ben pochi fra gli storici osano citarle, quasi che sieno fulminate da un tacito interdetto. E certo uno storico, il quale si confidasse al solo Cattaneo per comprendere i fatti del ’48, correrebbe il rischio di essere traviato in più di una veduta da una polemica asprissima, la quale in ogni più inintelligente errore di Carlo Alberto e dei moderati vede una perfidia calcolata. Ma quando la storia del Risorgimento non sarà più la agiografia dei vincitori, e saprà ritrovare la verità generosa nella polemica iraconda e la menzogna abilmente architettata nelle pagine dall’andamento calmo e rugiadoso, allora l’Insurrezione e l’Archivio, emendati dai giudizi misti di troppa affezione, saranno le pietre angolari di ogni lavoro, che voglia essere serio, sugli aspetti politici della rivoluzione milanese e della guerra antiaustriaca del 1848.

    (...)



    [1] Insurrezione di Milano, pp. 13-14.
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    Fra il 1848 e il 1860

    Ritornata Milano sotto il giogo austriaco (6 agosto 1848), Cattaneo, in rappresentanza dei democratici lombardi emigrati, andò a Parigi a sollecitare l’intervento della Francia, in una nuova guerra contro l’Austria. Trovò tutti profondamenti ignari delle cose italiane, pochi favorevoli, molti indifferenti, parecchi ostili. A Parigi, nel settembre del 1848, scrisse il volume su L’Insurrection de Milan.
    Da Parigi, nel novembre del 1848, si ridusse a Lugano; e qui, nel gennaio 1849, pubblicò l’edizione italiana del volumetto parigino, ingrandita con notevoli aggiunte, ma diminuita, a parer mio, della primitiva serrata efficacia.
    Invitato ad accettare la candidatura per il Parlamento di Torino, poi quella per la Costituente toscana, poi l’ufficio di ministro delle Finanze della Repubblica romana, rifiutò sempre. Non si sentiva lena per collocarsi in circostanze così piene di fatica e d’ansietà; dichiarava di non essere finanziere nemmeno per sé medesimo; “il poter dare qualche consiglio non costituisce un amministratore”; non conosceva abbastanza le condizioni degli Stati pontifici, per osare di diventarne ministro; ciascun paese doveva scegliersi a governanti i suoi uomini, e non prendere a prestito quelli delle altre regioni; la esperienza delle Cinque Giornate lo aveva reso piuttosto diffidente della propria intelligenza, troppo ragionatrice di fronte agli imprevisti della realtà: “Vi sono molte risoluzioni, ch’io da me non oserei proporre e nemmanco sostenere, e che pure applaudo quando le vedo proposte e adottate dalli altri. Un po’ di esperienza e mezzo secolo d’età reprimono in me l’impeto del ragionamento. E perciò vedo volentieri che le assemblee vengano a popolarsi di gioventù, perché il bollore del sangue aiuta la logica più che non si creda” (SPE, II, 2).
    Nel rifugio di Castagnola, a mezz’ora da Lugano, si dié a raccogliere quante memorie, documenti, opuscoli, giornali, gli venissero a mano, interessanti la storia del triennio 1846-1848. Prima che il tempo li sperdesse, voleva coordinare e pubblicare tutti i frammenti dei grandi e dolorosi fatti d’Italia. “Dalla scienza del passato – scriveva – scaturisce la divinazione del futuro” (SPE, I, 230). Cominciò, nella seconda metà del 1849, con la collezione dei Documenti della guerra Santa. Continuò, fra il 1850 e il 1854, coi tre volumi dell’Archivio triennale delle cose d’Italia. L’opera, che doveva arrivare all’armistizio Salasco (6 agosto 1848), rimase tronca all’8 aprile 1848, essendo mancati i mezzi per continuare la stampa.
    Nel 1852, accettò l’ufficio di insegnante di filosofia nel liceo cantonale di Lugano: trovò così quelle duemila lire annue, che gli erano necessarie per la vita.
    Dopo la prova del 1848, Cattaneo non sperava e non desiderava più per l’Austria una riforma federale: il Lombardo-Veneto, oramai, doveva staccarsi ad ogni costo e del tutto dall’Impero degli Absburgo: “meglio ricever dall’Austria il male che il bene” (SPE, II, 109, 159). E non era più incredulo, come prima delle Cinque Giornate, nei tentativi rivoluzionari. Avrebbe voluto che ciascuno degli Stati italiani, si conquistasse il proprio regime rappresentativo, come aveva fatto oramai il Piemonte; via via che si rinnovavano, i singoli Stati dovevano confederarsi con patto di solidarietà perpetua contro ogni pericolo esterno, e aspettare qualunque circostanza di politica internazionale o una nuova crisi delle nazionalità in Austria per aiutare i lombardo-veneti a liberarsi dal dominio straniero ed entrare anche essi nella federazione italiana; ciascuno Stato doveva cedere alla federazione quel tanto di sovranità locale, che fosse necessario per assicurare la solidità del nodo nazionale; ma per le riforme interne di ciascun Stato occorreva dar tempo al tempo: le iniziative spontanee delle regioni più civili sarebbero state di esempio e di sprone alle regioni ritardatarie, senza che la lentezza di queste potesse paralizzare il cammino delle più civili.
    E raccomandava agli amici di spiegar bene che la teoria federalista si opponeva sì alla fusione tumultuaria di tutti gli Stati italiani in uno Stato solo, ma non si opponeva né all’immediata unità nazionale né alla graduale unificazione delle leggi: una federazione di Stati liberi, anzi, era, per giungere all’unità nazionale, via migliore che l’assorbimento di tutti gli Stati in uno solo; patto federale non era principio di isolamento e di separazione, ma principio di associazione, promessa di combattere ognuno per tutti e tutti per ognuno; la fusione, invece, non sarebbe stata concordia, ma conquista, causa di attriti, preparatrice forse di successivo divorzio.
    Ma i movimenti rivoluzionari, attraverso cui Mazzini aspettava l’unità e Cattaneo sperava sorgesse la federazione, non avvennero: il miracolo del ’48 non si riprodusse mai più. Invece, si ebbe l’alleanza di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II e la guerra del ’59 contro l’Austria.
    Guerra, secondo Cattaneo, di conquista fusionista e unitaria, non libero patto di unione federale fra gli Stati dell’Alta Italia. Guerra, ad ogni modo, antiaustriaca di liberazione. Contro la quale Cattaneo si guardò bene dal protestare, come faceva Mazzini. Sì, Napoleone III era l’uomo del 2 dicembre e della spedizione di Roma; sì, le intenzioni dei sovrani alleati non erano chiare, e la diffidenza dei democratici era giustificata; ma intanto l’Italia si vedeva aperta una via per esistere: da cosa nasce cosa. “Lasciate combattere chi vuol combattere. Li armati e i liberi possono accettare la guerra, possono ricusarla. Ma i popoli inermi e prigionieri, i popoli ai quali il nemico ingeneroso e turpe ha destinato l’infamia, devono abbracciar qualsiasi opportunità di guerra. Se non possono aver la guerra per la libertà, ebbene, frattanto abbiano la guerra per la guerra! Se uno sa di avere due nemici, e codesti due nemici stanno per assalirsi, egli può gettarsi ad occhi chiusi sull’uno o sull’altro. Che importa? La metà della vendetta in ogni modo sarà fatta. Un solo dubbio è lecito: se due ci han mosso guerra, e ora son nemici fra loro, quale fra i due vi convenga assalire. Or qui potete voi dubitare un istante? Da una parte sta l’Austria. Il nodo è già troncato. Chiunque sta contro l’Austria, non badate a scrupoli, con quello potete con tutta coscienza star voi… Credete voi nel finale trionfo della libertà in Europa? Avete questa fede o non l’avete? Ebbene adunque mirate al futuro e non badate elle fugaci nebbie del momento” (SPE, II, 168-169).


    (...)
    Ultima modifica di Frescobaldi; 19-07-19 alle 00:38
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    Il federalismo

    Nella crisi di assestamento, che la Lombardia e l’Italia intera attraversarono dopo l’armistizio di Villafranca, gli attriti del 1848 fra Cattaneo e i moderati rinacquero asprissimi. “Negli impieghi regi, e dovunque è questa gente, io sono impossibile” rispondeva Cattaneo a un amico, il quale lo invitava a collaborare al nuovo regime (SPE, II, 174). I moderati lo ricambiavano a misura di carbone, gli negavano gli stipendi arretrati di membro dell’Istituto lombardo, sequestratigli da Radetzky; facevano rifiutare da Cavour la sua nomina a segretario dell’Istituto; tentavano negargli anche la qualità di cittadino italiano, perché aveva ottenuto dalla Svizzera la cittadinanza d’onore; gli contestavano il godimento della pensione; lo assalivano sui loro giornali come amico dell’Austria e nemico del Piemonte e dell’Italia.
    Per le elezioni politiche del marzo 1860, essendo stata lanciata l’idea di una sua candidatura, le polemiche si esasperarono. Egli dapprima rifiutò di concedere il suo nome ai comitati elettorali. Via facendo le invettive degli avversari e le insistenze degli amici lo piegarono; consentì tre giorni prima della votazione, per telegrafo, senza programma. Fu eletto in tre collegi. Ma non poteva, per le necessità della vita, abbandonare l’ufficio di insegnante a Lugano. Gli ripugnava il giuramento di fedeltà alla monarchia. Eppoi, se aveva in sommo grado la passione politica, cioè l’interesse vivace per i problemi di pubblica utilità, era totalmente privo della passione parlamentare, cioè del bisogno di affrontare i problemi solo in quanto essi possano servire alle fortune politiche di un gruppo o di un individuo; e non provava nessun gusto per le schermaglie inevitabili in un’assemblea di deputati: “Quanto al Parlamento, io non posso lusingarmi nemmen lontanamente di aver la forza di affrontare quasi solo, e affatto inesperto, un’assemblea dove sono a centinaia gli uomini, se non tutti lealmente persuasi, certo irremovibilmente legati in un pensiero, ch’è contrario al mio (SPE, II, 256); il mio Parlamento io me lo tengo meglio in casa” (SPE, II, 240). Preferiva servire il paese, trattando per iscritto le questioni, che via via si presentavano, e cercando di orientare su di esse la opinione pubblica.
    Perciò nel gennaio del 1860 riprese la pubblicazione del Politecnico, con lo stesso programma dell’antico: “adombrare in agevoli forme i più nuovi pensamenti della scienza, e porgere pratico lume ai promotori della patria coltura e prosperità” (SPE, II, 188). “Ragionare di scienza e d’arte non è sviare le menti dal supremo pensiero della salvezza e dell’onore della patria. La legislazione è scienza; la milizia è scienza; la navigazione è scienza. Alla luce della fisica e della chimica si vanno trasformando tutte le arti onde si nutrono i popoli e s’ingrossano i nervi della guerra. L’agricoltura, vetusta madre della nostra nazione, sta per tradursi tutta in calcolo scientifico. Scienza è forza” (SPE, II, 178). “Noi non possiamo rinchiuderci a lungo in un solo argomento. Noi qui non dobbiamo scrivere a fondo una o un’altr’opera: noi per quanto valgano le nostre forze, vogliamo agitare tutta la scienza, svegliare tutti gli interessi, gettare a destra e a sinistra i nostri studi per suscitare e incalzare gli studi altrui, per incitare e incalzare i pensieri della nazione, le sue speranze, i voleri, gli ardimenti” (OEI, II, 336).
    I “pensieri dominanti” in questa nuova attività di pubblicista sono due: il federalismo amministrativo e la nazione armata.
    Il federalismo è l’ordinamento politico, a cui ricorrono i popoli che vogliono nello stesso tempo assicurare la indipendenza politica di ciascuno contro ogni ingerenza straniera, e mantenere nei rapporti reciproci la eguaglianza dei diritti e le originalità locali.
    L’accentramento amministrativo, in un grande Stato, non può funzionare senza che si formi una numerosa burocrazia: e questa sarà portata per necessità di cose a costituirsi in casta dominante. Il paese che si sarà affidato incauto ad una burocrazia accentrata, credendola necessaria all’unità nazionale, si illuderà di essere libero, se avrà accanto alla burocrazia un parlamento elettivo. Ma un controllo efficace dei deputati sull’opera giornaliera di una burocrazia numerosa non sarà possibile mai. Inoltre i deputati di un parlamento unico non possono avere la competenza necessaria per risolvere problemi di amministrazione, di rapporti economici, di contratti agrari, di diritto familiare, ecc., i quali variano profondamente dall’una all’altra regione: la difficoltà è massima in un paese così vario come l’Italia: che cosa può capire un piemontese o un lombardo di ciò che può essere necessario a sistemare difficoltà speciali della Sardegna o della Sicilia? e dove troverà un parlamento unico il tempo per discutere tutta la catasta degli affari che l’accentramento amministrativo e legislativo sottrae ai consigli locali per incanalarli verso la capitale, sede unica di tutta la sapienza e di ogni autorità? Nella pratica, le questioni saranno decise, non dal parlamento, ma dalla burocrazia. E il paese sarà lo schiavo degli impiegati governativi, e di quei gruppi di politicanti, che riesciranno a impadronirsi del governo centrale col favore della burocrazia.
    Il governo federale, invece, a tipo svizzero o americano, affida agli uffici centrali le sole funzioni politiche d’interessa nazionale, e così riduce al minimo la burocrazia della capitale, e permette su di essa un reale controllo del parlamento centrale; conserva alle amministrazioni locali, più vicine agli interessati, tutta la direzione della vita locale, e permette così che tutti gli affari locali siano definiti direttamente dagli organi locali elettivi; e anche quelle pratiche, di cui è necessario far delega ai funzionari di carriera, rimangono sempre sotto la sorveglianza immediata degli interessati. Per questa via, si evita il sorgere in tutto il paese di una burocrazia incontrollabile e quindi irresponsabile, e si concilia la libertà degli individui e delle amministrazioni locali, con la necessità di garantire per mezzo della unità nazionale, la libertà di tutti contro ogni prevaricazione straniera.
    Ed è anche questa la via per evitare, fra le diverse parti della stessa nazione, i contrasti indecorosi e pericolosi del dare ed avere: perché nelle assemblee le maggioranze sono sollecitate solo di se stesse; e in un’unica assemblea nazionale che invada il campo degl’interessi locali, avverrà sempre che gl’interessi locali degli uni saranno sacrificati agl’interessi locali degli altri, nella grande concorrenza che tutti istituiranno intorno al bilancio dello Stato. Dove invece il governo centrale riduce al minimo le sue funzioni, ivi non si hanno sopraffazioni e non sorgono discordie. “La mia formula, - scrive a Francesco Crispi il 12 luglio 1860, - è Stati Uniti; se volete, Regni Uniti: l’idra di molti capi, che fa però una bestia sola. I siciliani potrebbero fare un gran beneficio all’Italia, dando all’annessione il vero senso della parola, che non è assorbimento. Congresso comune per le cose comuni, e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha la casa sua, le cognate non fanno liti. Fate subito, prima di cadere in balìa d’un parlamento generale, che crederà fare alla Sicilia una carità, occupandosi di essa tre o quattro sedute all’anno. Vedete, la Sardegna, che dopo dodici anni di vita parlamentare sta peggio della Sicilia” (SPE, II, 263-264).
    L’idea di “decentrare” l’amministrazione,” cioè di trasferire ad uffici governativi periferici le funzioni degli uffici governativi centrali, non trovava in Cattaneo nessun favore: perché tutto si riduceva ad affidare sempre la pubblica amministrazione ad una burocrazia nominata e pagata dalla capitale, salvo a discutere poi se questa burocrazia dovesse comandare il paese stando nella capitale o dislocandosi nelle province in forma di satrapie. Quel che occorreva, era impedire il formarsi della casta burocratica, creando il maggior numero possibile di autonomie legislative ed elettive locali, e trasferendo al parlamento nazionale i soli affari di vero interesse comune.


    (...)
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    La nazione armata

    Con l’idea federalista fa sistema unico quella della nazione armata.
    L’esercito stanziale a tipo francese e piemontese, quale era prima del 1870, non coscriveva che una parte minima della popolazione atta alle armi, e la sottoponeva a lunghe ferme sotto una gerarchia di militari di professione, costituiti in casta chiusa e avvezzi a considerarsi come superiori ed opposti al restante corpo civile della nazione. Siffatto ordinamento, osservava il Cattaneo, ottimo per imporre la volontà dei governanti a un gregge di sudditi disarmati, riusciva inadeguato come strumento di difesa nazionale: perché lasciava inerti, in caso di guerra, enormi riserve di forze umane, e consumava durante la pace negli stipendi degli ufficiali e nel mantenimento dei soldati quelle risorse economiche, di cui sarebbe stato necessario far tesoro durante la guerra.
    All’esercito stanziale, Cattaneo contrapponeva la nazione armata, quale si trovava ordinata nella Svizzera: tutti i cittadini obbligati al servizio militare, ma non allontanati dalle loro case e dalle occupazioni consuete, non chiusi per lunghi mesi nelle caserme a esaurirsi in esercizii meccanici inutili alla guerra, o a poltrire in ozio improduttivo; bensì educati al servizio militare fino dai primi anni, nelle scuole di tutti gradi, e tenuti ad addestrarsi nelle armi in esercitazioni festive continuate, e chiamati alle manovre per pochi giorni, a periodi fissi. Anche gli ufficiali, salvo i piccoli nuclei permanenti, che fossero necessari a tenere in efficienza e a perfezionare i servizi specializzati, avrebbero dovuto apprendere nelle scuole medie e universitarie le discipline militari opportune per ciascuna specialità, e vivere delle loro professioni civili, salvo ad esercitarsi nelle stesse condizioni delle masse non graduate: dovevano avere i loro “gradi” nell’esercito, ma non godere di “stipendi” militari stabili. “Militi tutti, soldato nessuno” (SPE, I, 245). “Sovratutto è mestieri atteggiare tutto il corpo della nazione ad un modo di difesa il quale, armando il massimo di forze gratuite e il minimo di constantemente assoldate, tanto meno ne prodighi negli intervalli della pace, quanto più ne possa accumulare nei terribili istanti della guerra. È questione economica che si traduce in questione militare, la quale da ultimo si risolve in un problema di diritto pubblico e di morale. Poiché tutti gli interessi, i pensieri e gli affetti d’ogni singolo cittadino, d’ogni singolo stato, e dell’universa nazione, all’istante del conflitto divengono elasticità, impeto e potenza” (SPE, II, 198).
    Messo su queste basi, il problema dell’ordinamento militare si trasformava in problema di ordinamenti scolastici e di libertà interne. Soprattutto di libertà interne: perché solamente a un popolo, che si sentisse padrone di sé e non soggetto a una piccola consorteria di governanti, si poteva consegnare le armi senza pericolo che le volgesse contro chi gliele aveva date; solamente da un popolo, per cui la politica estera non fosse un mistero impenetrabile e che vedesse chiaramente nella guerra la sola via della propria salvezza contro un’aggressione ingiusta, solo da quel popolo si poteva aspettare la consapevolezza, la concordia, lo slancio, senza cui non esiste né spirito di resistenza né accettazione del sacrificio.
    E il problema delle libertà interne era problema di libertà amministrative, cioè di federalismo. Un regime burocratico non può perpetuarsi senza che esista una casta militare accanto alla burocrazia civile. Il gruppo, il quale arriva a impadronirsi del governo centrale, mentre opprime e sfrutta giorno per giorno il paese con la macchina silenziosa della burocrazia, ha bisogno di una organizzazione armata estranea al paese, per domare con la forza gli scoppi di malcontento extra legale. L’accentramento amministrativo esige l’esercito stanziale. Ordinamento federale e nazione armata sono lo stesso problema di libertà nazionale, risolto dal punto di vista civile e dal punto di vista militare. “Una nazione che mette quattrocentomila gladiatori ad arbitrio d’uno o di pochi, sarà sempre serva degli altrui voleri. E le stesse forme della libertà diverranno occasioni di corruttela. La Francia, si chiami repubblica o regno, nulla monta, è composta di ottantasei monarchie che hanno un unico re a Parigi. Si chiami Luigi Filippo o Cavaignac; regni quattro anni o venti; debba scadere per decreto di legge o per tedio di popolo; poco importa; è sempre l’uomo che ha il telegrafo e quattrocentomila schiavi armati” (SPE, I, 275).

    (...)
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    La sconfitta

    L’impresa di Garibaldi nel Mezzogiorno d’Italia sembrò per un momento dovesse far trionfare le idee federaliste. E nel settembre del 1860, quando Garibaldi, trionfatore dell’esercito borbonico invitò Cattaneo a venire a Napoli ad assisterlo coi suoi consigli, Cattaneo sentì di non potere rifiutare la sua opera, ed abbandonò l’eremo di Castagnola. E a Napoli, sulla fine di settembre e sui primi d’ottobre del 1860, prese parte per quel gruppo di seguaci di Garibaldi, che volevano la elezione di parlamenti speciali per la Sicilia e pel Napoletano, i quali conservassero le autonomie locali, e trattassero col governo di Torino i patti della unione nazionale. Mazziniani e cavouriani, invece, volevano l’annessione immediata, incondizionata, del Mezzodì all’Alta Italia. Garibaldi, dopo lunghe, penosissime esitazioni, cedette agli unitari.
    Nel Nord d’Italia, alle cui realtà lo spirito di Cattaneo aderiva quando discuteva di questo genere di problemi, una numerosa e florida borghesia manifatturiera, commerciale, agraria, intellettuale, si sentiva capace d’inquadrare la maggioranza della popolazione e di governarsi da sé negli enti locali; e perciò resisteva con vigore contro la tendenza, che si manifestò subito dopo Villafranca nella burocrazia civile e militare piemontese, ad estendersi sui territori nuovamente annessi con tutte le sue leggi e consuetudini amministrative. Nel Mezzogiorno, invece, gli esigui nuclei di borghesi e piccoli borghesi, prevalentemente intellettuali, che formavano il nerbo del partito liberale e nazionale antiborbonico si sentivano impotenti a tenere il paese con le loro sole forze contro le rivolte dei contadini. Per essi non c’era nel Sud speranza di predominio politico, se una forza militare esterna non fosse venuta a spalleggiarli. Occorreva, inoltre, che gli antichi funzionari borbonici di fede malsicura, fossero in parte sostituiti, in parte assorbiti e controllati da una nuova gerarchia, fornita della necessaria pratica amministrativa: e il Sud non poteva fornire il personale a questo scopo, pur formicolando di infiniti postulanti per un impiego qualunque. L’accentramento amministrativo era quindi pei liberali del Mezzogiorno la sola forma sotto cui essi potessero concepire l’unità nazionale. E la teoria hegeliana dello Stato, professata da alcuni fra i più autorevoli patrioti meridionali, si prestava ottimamente a idealizzare come necessità immanente la necessità contingente. E la tenace propaganda di Mazzini contro ogni forma di autonomia legislativa regionale discreditava nelle stesse file della democrazia le teorie federaliste. E il bisogno di raccogliere, bene o male, al più presto, sotto una direzione unica, tutte le forze disponibili per condurre a fine l’indipendenza e l’unificazione politica, favoriva il movimento accentratore.
    Quanto alla nazione armata, essa, nel 1860, nel Mezzogiorno, avrebbe dato le armi a un più largo scatenamento del brigantaggio. E per la stessa Italia settentrionale, esistevano in tutte le classi quell’alto livello di civiltà e quel saldo sentimento della solidarietà nazionale, senza cui non è attuabile quell’armamento a tipo svizzero, che Cattaneo predicava per l’Italia? La rete ferroviaria era appena cominciata a tracciare; le moltitudini rurali, non ancora collegate in un sistema di idee nuove dai maestri, dai medici condotti, dai giornali, vivevano ovunque sotto il dominio esclusivo del clero, estranee a tutto ciò che non fosse idea o interesse locale. Il fucile, confidato a mani così impreparate e così guidate, avrebbe servito a creare il nuovo ordine di cose, o a restaurare l’antico?
    Queste condizioni spiegano perché Garibaldi, con la sua sommaria ma squisita sensibilità delle realtà immediate, abbia riconosciuto la necessità di evitare una lotta che sarebbe stata disperata per i federalisti, ed abbia lasciato a un tratto il terreno libero ai centralisti. La burocrazia piemontese, poi, ingrossata con l’accessione dei funzionari degli antichi regimi, fece il resto.
    Tramontò così per Cattaneo ogni speranza di vedere realizzate le sue idee. Toccava ormai la sessantina. Era malato di cuore. Si sentiva sfiduciato e stanco. “È la vita senza piaceri e senza speranze. Solo il continuo lavoro mi allontana i pensieri tetri, e mi conserva l’aspetto naturalmente gioviale; ma di dentro son morto” (SPE, II, 346).
    Invitato nel gennaio e giugno del 1861 ad accettare nuove candidature per Milano, Genova, Gallipoli, rifiutò sempre. “Non è alla mia età che si intraprendono novelle carriere e si dà il primo segno d’ambizione. Penso di aver acquistato il diritto di fare d’ora in avanti il mio dovere a modo e giudizio mio, col mio minore perditempo e aggravio” (SPE, II, 335). Di sottostare alla disciplina di un gruppo parlamentare o di un partito, si sentiva incapace: “Io non potrei imporre le mie idee, né potrei sottopormi alle altrui. Pongo avanti ad ogni cosa la libertà, e come condizione di libertà l’autonomia, tenendo per certo che effetto spontaneo della libertà e dell’autonomia sarà la concordia e quindi un’unità morale e vera… Chi vuole, faccia più o meno o altrettanto. Io non posso costringere nessuno. Non sono uomo d’azione” (SPE, II, 339-340). “Mai non mi sono in vita mia ascritto ad alcuna società politica né secreta né palese, per la semplice ragione che le sue idee non potevano essere in tutto le mie; né io voleva transigere o simulare” (SPE, III, 24).
    Lavorava al Politecnico con ardore; “È l’unico modo in cui io possa valermi de’ miei studi e mettere nel pubblico una parola di politica mia” (SPE, II, 354). Ma i moderati lo boicottavano, togliendogli duecento abbonati nelle biblioteche e presso molti privati di Milano (SPE, II, 349). I dissensi coll’editore Daelli, disordinato e poco scrupoloso, l’obbligarono, sulla fine del 1863, ad abbandonare la direzione della rivista. Fu la fine di un guadagno modesto e necessario: “Sono diventato povero, e non mi sento più padrone di far ciò che vorrei” (SPE, III, 42).

    (...)
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    Predefinito Re: Carlo Cattaneo

    Gli ultimi anni

    Gli amici morivano o, peggio ancora, moriva l’amicizia nei dissensi politici (SPE, III, 44). Gli pareva di avere sciupato vita e ingegno in opere vane: “Purtroppo è vero che, dopo averlo dissipato [il tempo] negli interessi altrui e negli altrui pensieri, mi sveglio nella certezza di non aver fatto nulla per me. Nella scienza non lascio orma mia” (SPE, III, 45). “Io non ho nemmeno, fin qui, ciò che possa chiamarsi un’opera. Sono frammenti, la più parte intesi a immediato servizio pubblico e non al culto di una idea. Solamente provano che avrei potuto anch’io far meglio, se avessi pensato prima d’ogni cosa all’io” (SPE, III, 183). E alla fine a White Mario, una sera del ’67, diceva: “Io mi farò egoista, mi dedicherò alla filosofia, condenserò gli studi dell’intera mia vita, e lascerò qualche impronta sull’arena del tempo.”[1]
    La propaganda appassionata, che faceva per la ferrovia del Gottardo, economicamente e politicamente preferibile per l’Italia e per la Svizzera a tutte le altre ferrovie alpine, sollevava contro di lui le polemiche e le insinuazioni di coloro, che sostenevano progetti diversi. Un diverbio avuto su quest’argomento col presidente del Canton Ticino, lo indusse a dimettersi da insegnante del liceo cantonale nell’ottobre del 1865; e mantenne le dimissioni, nonostante le molteplici insistenze perché le ritirasse: crebbero così le ristrettezze finanziarie. Ma “tanta era la dignità ch’ei metteva in ogni atto della sua vita, che riuscì a celare anche alli amici più intimi le domestiche sue ristrettezze: fu solo la morte, che con mano discreta squarciò il velo ond’egli aveva saputo così decorosamente nascondere la non meritata ed ammiranda sua povertà.”[2]
    Nel febbraio del 1867 gli fu offerta di nuovo la candidatura in una elezione suppletiva del collegio di Como. E ancora una volta rifiutò: “Inesperto di scherma parlamentare, non saprei come evitare le transazioni e gli espedienti che la politica degli amici verrebbe ogni istante a impormi. E mi riescirebbe tanto veramente impraticabile lo stare alla testa come alla coda” (SPE, III, 192-193).
    Ma nel marzo successivo, sciolta la Camera, si lasciò indurre a “fare il morto”, cioè a non rifiutare che il suo nome fosse proposto nel primo collegio di Milano. Eletto il 17 marzo con 629 voti contro 516 – si votava allora a suffragio ristretto – partì alla fine del mese per Firenze, dov’era allora la capitale. Gli pareva d’andare ad una via crucis; non confidava di poter fare qualcosa di efficace “fra i vincoli di partito e le improvvisate degli avversari e le malizie dei presidenti, e tutti li altri ostacoli che le forme parlamentari oppongono alla verità”; avrebbe preferito “sempre di trattare le questioni di pubblica utilità in casa, e con libera e calma riflessione” (SPE, III, 199). A Firenze rimase… tre settimane, senza neanche metter piede alla Camera: “Tutti questi discorsi fanno male ai miei nervi; sono troppo vecchio; bisogna che mi lascino partire; non mi interesso a nulla di ciò che succede” (SPE, III, 202). “Si avvezzano a ritenermi come una bestia curiosa, affatto diversa da loro, perché gli guardo quetamente, quando sono confuso, in modo comico” (SPE, III, 203). “Firenze è bella, ma è una vita in aria, come quella delle rondini: e le rondini amano a tornare d’onde sono partite” (SPE, III, 204). “Sono letteralmente stanco a malato di questa vita” (SPE, III, 206). “Tutte queste cose sono d’una terribile difficoltà; io non sono adatto a ingolfarmi in siffatti labirinti; e perciò il Parlamento non è la mia strada” (SPE, III, 208). E non gli parve vero di riprendere il treno, e tornarsene ai “gatti, gattini, gattesse e rattesse” di Castagnola (SPE, III, 203).
    Anche qui purtroppo non era lasciato tranquillo nella sua “grotta”. “Un giorno è il Parlamento; un giorno è lo stato maggiore della Massoneria, senza esserci appartenuto mai; un giorno v’è da rappresentare nel congresso della pace una città, un giorno un’altra; v’è l’esposizione universale; v’è il congresso di statistica, la società di geografia, la benedizione della galleria del re, il monumento a Romagnosi, ecc. O mio caro amico, di questo cencio di vita che mi resta, lasciatemi fare il bucato in casa e con la minima spesa” (SPE, III, 222).
    Ritornò a Firenze per la crisi di Mentana nell’autunno del 1867, anche ora per pochissimi giorni, a consigliare e consigliarsi con gli amici, rifiutando di partecipare a pubbliche adunanze, tenendosi sempre fuori della Camera. Le sue idee sulle questioni, che via via si presentavano, le esponeva agli elettori nella Gazzetta di Milano.
    Intanto la salute precipitava. Il 1868 fu una serie continua di malori e di ricadute. Alla fine di gennaio del 1869 si aggravò a morte. Furono alcuni giorni penosissimi di spasimi, di delirio, di ritorno alla lucidità del pensiero. Nella notte dal 5 al 6 febbraio di spense.

    Gaetano Salvemini – Estate del 1921.


    [1] A. e J. MARIO, Carlo Cattaneo. Cenni e reminiscenze, p. 153.

    [2] M. MACCHI, Almanacco storico d’Italia pel 1870, p. 135.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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