La memoria storica connessa all'esperienza della nazione e della patria non è un semplice insieme di nozioni su eventi del passato ma la condivisione di una serie di usi, costumi ed esperienze che hanno contribuito a formare e a cementare una comunità. La trasmissione di tutto questo è fondamentale perché ci sia una continuità, almeno di fondo. Tu non vuoi accettare che l'immissione di un'ingente quota di immigrati che vengono da esperienze diversissime e si portano dietro retaggi differenti dal nostro, quasi sideralmente, modificherebbe significativamente il contenuto della nostra identità. Non vuoi accettare il dato di fatto lapalissiano e palese, anzi, diciamo pure tautologico, che se la nostra nazione fosse stata figlia di un'invasione di massa di popolazioni semitiche o, ancor di più, negroidi o mongolidi non sarebbe stata quella che noi abbiamo conosciuto e conosciamo. Venire a dire che è "pretenzioso" voler "controllare il flusso delle esperienze" perché un certo retaggio rimarrà sempre e comunque "nel subconscio culturale" (?) è - per davvero - una cosa totalmente priva di significato perché le nazioni concretamente esistenti nella realtà sono formazioni storiche soggette allo scorrere del tempo. Questo significa che determinate usanze possono benissimo finire o venire edulcorate significativamente o addirittura svuotarsi completamente di significato. Se un domani gli italiani non ci saranno più, sopravviverà sicuramente la memoria della nostra esistenza negli altri popoli, ma la nostra identità sarà concretamente finita e non sarà più oggetto di trasmissione e continuità diretta. Ora, ripeto: che male c'è nel volere fare in modo che l'Italia e gli italiani continuino ad esistere senza alterarsi significativamente?





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